La forma della meraviglia

Oggi vi porterò con me a visitare una mostra straordinaria allestita negli spazi del Palazzo Ducale di Genova fino al 10 Luglio 2022.
La forma della meraviglia – Capolavori a Genova tra 1600 e 1750 è la mostra dedicata al barocco, stile che lasciò la sua notevole impronta in questa città grazie a talenti come Van Dick, Bernardo Strozzi, Rubens e Puget: le opere di questi ed altri artisti sono esposte in questa mostra magnifica curata da Jonathan Bober, Piero Boccardo e Franco Boggero.
Io non sono certo un critico d’arte e ho pensato di portarvi alla scoperta di questi capolavori semplicemente sul filo delle mie sensazioni, seguendo il mio gusto personale, mostrandovi alcune opere o soltanto certi dettagli, non nell’ordine cronologico nel quale sono disposte.
E così vado ad iniziare e vi presento due bimbetti già promessi sposi: loro sono Battista Chiavari e Banetta Raggi, così ritratti da Giovan Bernardo Carbone nel 1650.

Questi dipinti sono ricchi di fioriture e boccioli e certamente anche di simbologie ad essi correlate, vi si trovano poi molti animali, ai piedi di Banetta c’è infatti un bel pappagallo.

I bambini effigiati in queste tele hanno sguardi che restano impressi: il piccolo Filippo Cattaneo con i suoi abiti raffinati venne così immortalato da Antoon Van Dyck nel 1623.

E lì accanto a lui si nota un fido cagnolino.

Un altro simpatico amico a quattro zampe si trova in un diverso dipinto dal soggetto biblico.

Giovan Andrea De Ferrari
Abramo e i tre angeli (1650) – dettaglio

Il barocco è colore, vitalità e vivacità.
Le creature del cielo e della terra affollano questi quadri grandiosi con smagliante vividezza in una meraviglia di toni accesi e di sfumature che evocano episodi e mondi lontani.
Ecco l’entrata degli animali nell’arca di Noè dipinta da Jan Roos tra il 1630 e il 1638.

E insieme ci sono anatre, polli, lepri e cani.

E ancora pappagalli dalle piume sgargianti.

E un gatto incuriosito e diffidente spunta tra certe stoviglie.

E ancora, ecco la carovana dipinta dal Grechetto tra il 1635 e il 1637: è un’esplosione di colori, di vita, di suoni che pare persino di poter sentire.
Ed è una vera baraonda di conche capienti e cestini di vimini, tra pecore, uccelli, paperette ciarliere e mucche.

Lo spettacolo della meraviglia, per me, è nella capacità di saper ritrarre la quotidianità restituendola agli occhi dell’osservatore con la sua autentica complessità.

Domenico Piola e Stefano Camogli
Mercato (1650 circa)

E ammirando nel dettaglio questo mercato in un angolo ci sono due grossi tacchini.

E posati al suolo giacciono i doni della terra.

La natura, poi, vive e palpita anche negli abissi marini: questa è la mano del dio del mare colma di perle e sospesa sulle conchiglie.

Bartolomeo Guidobono
Nettuno (1690-1700) – dettaglio

E quanti bambini popolano queste opere meravigliose!
È giocoso e impertinente il piccolo Cupido che così copre gli occhi Ercole.

Bernardo Strozzi
Ercole, Onfale e Cupido (1620)

La dolce tenerezza dell’infanzia è poi ben rappresentata dalla maestria di Anton Maria Maragliano, a seguire vi mostro appena un dettaglio della sua Madonna Immacolata.

C’è poi un quadro che mi ha letteralmente rapita per grazia e bellezza, per la vividezza dei colori, per gli sguardi amorevoli dei santi, per quel manto turchese di Maria e per la perfetta armonia di gesti.

Lorenzo De Ferrari
Madonna del Rosario e Santi (1726/1730)

Ed è colma di eterea dolcezza l’Immacolata Concezione di Filippo Parodi proveniente dalla Chiesa di Santa Maria della Cella.

Questa magnifica mostra così ricca di suggestioni si snoda in un percorso sapientemente narrato che vi consente di scoprire il contesto nel quale quelle opere vennero realizzate, in quell’epoca così prodiga di mirabili talenti.

Interessanti ed esaustivi sono i pannelli che vi introducono alle opere.

Grazia, femminilità e bellezza palpitano nella grandiosa tela nella quale sono raffigurate le Danaidi, opera di Valerio Castello e risalente al 1655 circa.

C’è poi una deliziosa bimbetta davanti alla quale mi sono trattenuta davvero a lungo, lei ha davvero pochi anni e una grazia regale, il quadro nel quale è ritratta si intitola Fanciulla in veste di Flora e fu dipinto da Giovan Enrico Vaymer nel 1715.

La piccola regge un lembo del suo ricco abito nel quale sono deposti piccoli fiori odorosi.

E tra le dita dell’altra mano tiene un ramoscello.

È aggraziato, armonioso e magnifico questo universo svelato in questi capolavori del barocco in mostra a Palazzo Ducale.
Come detto, vi ho mostrato appena alcuni dettagli e c’è davvero molto altro che vi affascinerà in questa esposizione che include opere dalla bellezza sublime.
Questo percorso vi regalerà lo stupore davanti ad ogni sguardo innocente, davanti ad ogni sorriso appena accennato e davanti ad ogni fragile fiore sorretto dalle dita di un bimbo.

Bernardo Strozzi
Agostino Doria giuniore (1619 circa)

La bella stagione

E poi arrivò la bella stagione.
Un tempo dolce, lento e leggero come l’onda del mare che lieve si scioglie sui sassi.
L’aria tiepida, il cielo chiaro, il tempo del divertimento.
E lei: le braccia conserte, le trecce, il guizzo della vivacità negli occhi.
E quel sorriso così simile a quello di molte sue coetanee: la fanciullezza è spontaneità e semplicità, in ogni tempo.

Così, in quella bella stagione, si stava seduti là sulla barca.
Vicini, in una foto di famiglia, con disinvoltura o con timidezza, a seconda delle inclinazioni di ognuno.
La bella stagione si annunciava così, con questa bellezza e questo senso di svago.

Un istante appena rimasto così impigliato in una piccola fotografia: una scala di legno dipinta di bianco, una barchetta per prendere il largo, l’azzurro tutto attorno e la serenità nei cuori.
In un giorno felice di una bella stagione lontana.

Un’altalena per quattro

Così scorre il tempo, dolcemente, con il dondolio di un’altalena in un giorno distante di Genova.
Ed è la gioia dei più piccini, l’altalena è un gioco allegro, l’altalena è leggerezza, felicità e un senso di assoluta libertà.
E allora si resta così, sull’altalena.
E una manina stringe forte la corda mentre le dita dell’altra mano sono saldamente intrecciate a quelle della sorellina.
Il tempo vola, anche quando hai tutta la vita davanti.

Si sta anche un po’ così seri, proprio nella posa da bimbetti giudiziosi come richiede il fotografo.

E poi? Poi che si fa?
Si dondolano i piedi avanti e indietro, certo!
Tutti i bambini lo fanno, in qualunque tempo.

E poi c’è chi invece tiene tra le dita un lezioso cappellino, ornamento di una giovinezza che sboccia.

L’altalena era uno degli arredi di proprietà del bravo fotografo Ciappei che aveva il suo studio in Via Carlo Felice, la nostra attuale Via XXV Aprile.
Un’altalena per quattro e ho già avuto modo di mostrarvela, guardate qui.
Anche questa fotografia, come quella da me già precedentemente pubblicata, è in formato cabinet: frammenti d’infanzia catturati dal talento di un fotografo.

Un’espressione timida, una dolcezza aggraziata.

Un’altalena per quattro, in un tempo lontano e con la lievità di quei giorni bambini.

La barchetta dello Studio Sciutto

Ritorniamo ancora indietro nel passato, al tempo di certi lontani giorni d’infanzia.
Davanti al bravo fotografo Sciutto c’è un bimbetto genovese, i suoi amati genitori hanno scelto di farlo ritrarre ad una certa maniera e questo un giorno sarà un dolce ricordo di anni belli.
Eccolo lì, pare quasi che gli scappi persino un sorriso: ha i lineamenti regolari, gli occhi chiari e grandi accesi da una certa vivacità, ha una grossa ancora sul petto e un’altra più piccolina sulla manica della giacca.

Un figlio di Genova, un figlio del mare.
Di sicuro questo bimbo non proviene da una famiglia di pescatori, il suo entourage famigliare è certo benestante ed abbiente e lo scenario di questa fotografia è semplicemente ricostruito nello studio di Sciutto.
Capitava spesso, come già scrissi in precedenza, che i fotografi ricorressero a scenari di vario genere avvalendosi dei più disparati oggetti di arredamento: ecco così i cestini colmi di fiori e i giocattoli, le poltroncine e i divanetti.
Come già scrissi in passato ho appreso di queste usanze nel magnifico libro Vivere di Immagini curato da Elisabetta Papone e Sergio Rebora, su quelle pagine la dottoressa Papone offre al lettore un’ampia disamina di questi elementi e di quanto essi ricorrano nelle diverse fotografie di un medesimo fotografo.
E torniamo ancora al nostro bel bimbetto che se ne sta lì ritto vicino ad una barchetta con la mano posata con grazia sul remo.
Quella piccola imbarcazione ha un nome caro a me e anche a quel bambino lì: si chiama Zena.

A dir la verità appena ho veduto questo tipetto ho subito avuto l’impressione di trovarmi davanti ad uno scenario già noto.
E così sono andata a cercare tra le mie fotografie dello Studio Sciutto e ho potuto quindi constatare che la memoria non mi aveva ingannata!
Eccolo qui infatti un altro vivace virgulto vissuto in un tempo lontano nella Superba: la riga nel mezzo, una cima marinara tra le dita e tutta la vita davanti.

Così, accanto alla barchetta.
Forse un piccolo sogno per questi bambini, un gioco che richiamava onde, avventure, libertà, tuffi nel mare e reti colme di pesci.
Nel tempo di una diversa infanzia questa era la bella barchetta dello Studio Sciutto.

Camminando nel passato: la celebre scuola di Via Mira

Vi porto con me ancora nel passato di Genova, nel quartiere della Foce e in particolare in una breve strada denominata Via Mira che è una traversa della nostra vivace Corso Buenos Aires.
Tempo fa mi recai là con grande curiosità in cerca di un’antica istituzione ampiamente descritta in una pagina del prezioso volume Genova Nuova risalente al lontano 1902.
Questo libro racconta in maniera straordinaria una Genova che muta aspetto con nuove vie e con nuove prospettive urbane, un’intera pagina consente poi di scoprire questa istituzione scolastica nota come Istituto Cereghino e sita appunto in Via Mira.
Una scuola innovativa e stimolante, comprendeva il Corso Elementare Maschile e Femminile e l’Asilo Froebeliano basato su metodi che davano grande importanza al gioco come strumento didattico.
E così eccomi in Via Mira, in cerca del magnifico edificio.

E sapete, in quella scuola si insegnavano anche francese e tedesco, stenografia e meccanografia, ricamo e disegno, si imparava persino a suonare il pianoforte e il mandolino.
Ho anche sfogliato i miei annuari Pagano e in quello del 1899 ho trovato l’Istituto Cereghini e qui immagino ci sia stato un errore di battitura: la scuola risulta in una palazzina interna a Via Minerva, toponimo che si riferisce al tratto stradale in seguito divenuto l’attuale Corso Buenos Aires, direi che si trattava proprio della scuola di Via Mira.
Ho poi scoperto che nel 1926 nella vicinissima Via Antiochia abitava la Signora Matilde Cereghino, insegnante di stenografia: data la particolarità del cognome, pur non avendone la certezza, penso di poter presumere che la signora avesse qualcosa a che fare con la scuola.
Gira, gira e gira continuiamo ad esplorare insieme la nostra Via Mira.

Ahimè, cari amici, per quanto abbia cercato in ogni dove purtroppo non c’è ormai più traccia del prestigioso istituto!
Era là, immerso nel verde salubre e nella quiete di questo borgo, nella bucolica bellezza di uno scorcio di Genova aveva la sua sede questa scuola dove studiarono molti bambini.
Sul mio libro si legge anche che l’Istituto Cereghino aveva delle belle sale e un refettorio, una sala per la ginnastica, un cortile interno e un ampio giardino.
Era uno splendido edificio e così lo si scopre, tra le pagine di un prezioso volume del passato.

In un tempo diverso, in un certo tratto di quella zona, risuonavano le note di un mandolino e il suono nostalgico di un pianoforte.
Luminosi erano sorrisi dei bambini, affabile e amorevole era la cura degli insegnanti nel viaggio della scuola, una crescita quotidiana verso l’età adulta.
Accadeva in un tempo lontano, all’Istituto Cereghino di Via Mira.

Come acqua che scorre

Il tempo è come acqua che scorre e gioiosa gorgoglia sopra le rocce lucide, si insinua tra le pietre, trova una via, un destino e un luogo dove arrivare.
Il tempo è come acqua che scorre e a volte lo si attende in compagnia dei propri pensieri, al margine di un bosco.

Il tempo è come acqua che scorre e nei giorni dell’infanzia non si fa caso al suo fluire, gli istanti si inseguono e sono sempre entusiasmo, scoperta, gioco e nuove esperienze.
E così ecco una bimba con gli stivaletti, la gonna chiara e i capelli raccolti, ascolta il canto dell’acqua, ha quei suoi pensieri segreti che nessuno conosce.
E sono giochi di fantasia che travalicano lo spazio e il tempo.

Il tempo è come acqua che scorre e ti sorprende mentre attraversi un bosco, giovane donna graziosa.
Ti reggi ad un bastone da passeggio, respiri la freschezza che spira tra i rami, vivi i tuoi giorni e i tuoi sogni nascosti.

Il tempo è come acqua che scorre e in talune stagioni della vita si può essere più avventurosi, sventati e magari anche impazienti e capricciosi.
Così accade ai più piccini, a volte.

Le persone che avete veduto sono ritratte insieme in una bella fotografia stereoscopica del passato.
Sul retro di legge: Liguria – In mezzo ai boschi (Genovesato).

L’acqua scorreva e scivolava via, fresca e chiara.
E il tempo fluiva, mentre la luce filtrava leggera tra i rami del bosco.

A Carnevale… ogni maschera vale!

Ed ecco che arriva, allegro e gioioso, il Carnevale!
Tempo di scherzi e di sorrisi, di dolcetti deliziosi e di maschere colorate e fantasiose, ogni bambino attende questo periodo con vera trepidazione.
E così era anche in quell’altro tempo che ci ha preceduto, allora poi i più piccini partecipavano alle sfilate per aggiudicarsi il premio per la maschera più bella e davvero non c’era che l’imbarazzo della scelta!
A Carnevale poi… ogni maschera vale!
E così veniamo a lui: il suo nome è Enrico e si presenta con questa maschera, restando in posa per la foto che poi donerà alla sua balia, a lei sono dedicate le parole a tergo della fotografia.
E che maschera sarà quella di Enrico?
È un nobiluomo del Rinascimento?
O forse un principe? Forse proprio un principe azzurro, molto azzurro!

Lui sembra molto compreso nel suo ruolo, ha portamento sicuro, maniere ineccepibili, lo sguardo fiero.

Anche questa bimba sembra molto soddisfatta di come è stata abbigliata, io però non so proprio indovinare il suo costume!
Ha fiorellini qua e là, sulla gonna e sulle scarpette, poi il suo abito e la sua cuffietta sono bordati con una candida pelliccetta che ricorda il biancore della neve e chissà se questo vestito aveva qualcosa a che fare con la primavera e l’inverno, non saprei proprio dirlo.

E tuttavia, come dicevo, a Carnevale ogni maschera vale!
E puoi diventare tutto quello che vuoi, per un giorno, per qualche ora, per il tempo di uno svago tanto desiderato.
E poi magari resti là, seria seria, davanti al fotografo, in un tempo felice e spensierato dell’infanzia.

4 Febbraio 1913: Fortunello al Carlo Felice

E torniamo a viaggiare nel passato, la mia macchina del tempo ci porterà dritti dritti al 4 Febbraio 1913.
Eccoci qua, la città è in gioioso fermento, già nella giornata del 3 Febbraio il quotidiano Il Lavoro annunciava la bella notizia con grande entusiasmo: al Teatro Carlo Felice è arrivata la compagnia di Fortunello e tutti quanti sono pronti ad allietare i piccoli genovesi che in maschera accorreranno in teatro.
Ci sarà da divertirsi in questo pomeriggio di inizio secolo, sarà una festa che resterà nella memoria della città come una delle più riuscite, questa è una tradizione che fa felici i bambini ed è una buona occasione per svagarsi.
E quanti premi per la lotteria alla quale concorreranno i bimbi con le loro maschere!
Sono premi straordinari e molto ambiti: ci sono bambole e macchinette fotografiche, una confetteria di Via XX Settembre ha mandato 10 bomboniere, il profumiere Frecceri ha inviato invece i suoi almanacchi profumati, ci sono in palio pacchi di dolci e ben 2 abbonamenti al Corriere dei Piccoli, monili in argento e un magnifico trenino, ci sono anche 12 fotografie al platino dono del bravo fotografo Barone.
E insomma, sarà una gran giornata al Carlo Felice!

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Eccoli qua i piccoli genovesi, i bimbetti sfilano e sorridono tutti emozionati.
Ecco l’indiano e il pastorello, uno è vestito da Napoleone e un altro è Pinocchio, una bimba è una principessa e l’altra è una ballerina, una è una fata, uno è un pagliaccio.
E non mancano il prode d’Artagnan e un nobile marchese, una bella Cenerentola e una dolce giapponesina.
Ognuno con la sua maschera, per godere delle gioie effimere e fantastiche del Carnevale.
Tutti se ne tornarono a casa con il loro meritato premio e forse, una volta diventati grandi, avranno pensato a quel giorno dello spettacolo di Fortunello e della fantastica lotteria: era il 4 Febbraio 1913 al Carlo Felice.

Il sorriso di Elvira

E poi lei: il suo nome è Elvira.
Ritta in piedi accanto ad una seggiolina, con il braccio posato ad arte secondo precisi canoni, osserva il fotografo quasi un po’ spavalda, non sembra proprio timida.
Elvira, la piccola Elvira con la giacchetta di velluto e i capelli che le cadono sulla schiena.

Elvira con la gonnellina chiara bordata di scuro secondo la moda del tempo, Elvira con gli stivaletti, in quella su posa.
Elvira con tutto un sentiero infinito ancora da percorrere, con il passo leggero.

Elvira con gli occhi grandi, gli orecchini pendenti, il fiocchetto in testa.
Elvira e quel sorriso appena accennato: il suo.
Non esistono due sorrisi uguali, mai.

Il nome di lei mi è noto perché qualcuno lo scrisse a matita sulla fotografia: zia Elvira.
Accadde in un giorno di un tempo lontano, nello studio del bravo fotografo Sciutto in Strada Nuova, la via più elegante della città.
Elvira forse arrivò stringendo la mano della sua mamma, scosse un po’ i capelli, forse si guardò intorno incuriosita.
E rimase immobile, in un tempo catturato da una magia, un tempo che ancora ci restituisce il sorriso di Elvira.

Un giorno a Torriglia

Era un giorno del 1906 a Torriglia, amata località dell’entroterra genovese.
Era un giorno di una stagione perduta, di una memoria da conservare, era un giorno di un tempo scandito dai battiti del cuore, un giorno in famiglia.
Era un giorno di sorrisi semplici e sinceri.
Era un giorno del 1906 a Torriglia.

Un tempo trascorso in un luogo caro, in famiglia.

Si scorgono sui volti di queste persone tratti comuni e somiglianze: si cresce insieme, si diventa grandi, si sorride davanti al fotografo.
La moda, ah la moda, vezzo di signore e signorine anche in quell’epoca!
Una giovane sfoggia un bel soprabito a quadretti, l’altra porta una camicia raffinatissima della quale vorrei saper indovinare i colori.

Sorride, felice e spontaneo, il piccolo di casa.
Ha gli occhi che brillano, solo i bambini hanno gli occhi così.

Era un giorno del 1906 a Torriglia.
È rimasto, come altri instanti, impresso ed impigliato nella fragile bellezza di una fotografia.
Il tempo è trascorso e questi sguardi, invece, ancora restano anche nel nostro tempo.