Tempi difficili

Era una città di mattoni rossi o, meglio, di mattoni che sarebbero stati rossi se fumo e cenere lo avessero consentito. … C’era un canale nero e un fiume violaceo per le tinture maleodoranti che vi si riversavano; c’erano vasti agglomerati di edifici pieni di finestre che tentennavano e tremavano tutto il giorno; a Coketown gli stantuffi delle macchine si alzavano e si abbassavano con moto incessante come la testa di un elefante in preda a una follia malinconica. C’erano tante strade larghe tutte uguali fra loro, e tante strade strette ancor più uguali fra loro; ci abitavano persone altrettanto uguali fra loro, che entravano e uscivano tutte alla stessa ora, facendo lo stesso scalpiccio sul selciato, per svolgere lo stesso lavoro; persone per le quali l’oggi era uguale al ieri e al domani e ogni anno era la replica di quello passato e di quello che doveva venire.

Ecco Coketown, città immaginaria ed industriosa che fa da scenario alle vicende di Tempi difficili, romanzo di Charles Dickens pubblicato per la prima volta a puntate nel 1854 sul periodico Household Words.
Questo è un romanzo di forte denuncia sociale che mette in evidenza gli orrori della rivoluzione industriale e questa città immaginaria denominata appunto Coketwown che in italiano significa città del carbone si ispira a un luogo veramente esistito che Dickens visitò rimanendo fortemente impressionato per le drammatiche condizioni di coloro che ci vivevano e lavoravano.
A Coketown troviamo Thomas Gradgrind, lui si occupa dell’educazione e del sistema scolastico, è un uomo che bada solo ai fatti, null’altro per lui conta se non i crudi e reali fatti, la concretezza, egli non si dà pace al pensiero che i frequentatori della biblioteca si ostinino a usare l’immaginazione.
Josiah Bounderby, invece, è un ricco industriale che fa il bello e il cattivo tempo, è uno di quegli uomini che pensano di valere solo loro e si gloriano della propria opulenza.
Poi il mondo è vasto e variegato, lo popolano infinite anime tutte diverse tra loro ma per taluni è arduo comprendere quando siano difficili certi tempi difficili.

Non c’era capitalista che partito con sei pence in tasca e ritrovandosi con sessantamila sterline, non si stupisse che i primi sessantamila lavoratori che gli capitavano sott’occhio non facessero anche loro sessantamila sterline partendo da sei pence. Ed eccolo a rimproverarli di non essere riuscito ad ottenere un risultato tanto modesto. Quello che ho fatto io, puoi farlo anche tu, no? Perché non ti coi metti e lo fai?”

Il mondo invece, come dicevo, si tinge invece di diverse sfumature e le troviamo nello sguardo di Sissy, la ragazzina cresciuta nel circo e poi abbandonata dal padre, anche anche lei andrà a vivere a Coketown.
Percorre le strade della cupa città anche Steven Blackpool, esempio di onestà e di grande sfortuna, la sua parabola rappresenta la fragilità della vita nel contesto così duro che lo circonda.
Tempi difficili è un romanzo complesso, con una trama ricca e intricata, sono pagine affollate di personaggi memorabili come solo Dickens sapeva ritrarre.
E al di là della trama, ogni volta che leggo le pagine di questo maestro della letteratura mi ritrovo a considerare che i suoi scritti sono eterni, vanno al di là del tempo, pur ben circostanziato e narrato, la sua narrazione tuttavia travalica la sua epoca.
Rimangono immutate, nel genere umano, certe caratteristiche che ritroviamo nelle pieghe dei caratteri come la grandezza d’animo e la grettezza, l’arroganza e la sensibilità.
E c’è qualcosa di straordinario nello smisurato talento di uno scrittore capace di saper tratteggiare caratteri e persone che anche a noi pare di aver incontrato.
Tra queste pagine troverete storie di amore e di dannazione, di speranza e di sfiducia, di innocenza e tradimento narrate con la consueta maestria da Charles Dickens.
E trascrivo ancora una volta le sue parole in un brano che restituisce appieno quel senso di universalità capace di sorpassare il tempo.
Leggete con attenzione: Mr Charles Dickens parla anche di noi e parla proprio anche a noi.

Centinaia e centinaia di mani al lavoro in questa fabbrica; centinaia e centinai di cavalli a vapore. Conosciamo fino all’ultimo quello che può fare una macchina, ma neppure tutti i contabili della tesoreria nazionale, messi assieme, riusciranno mai a calcolare quale sia la capacità di agire nel bene e di operare nel male, di amore e di odio, di patriottismo o di scontento, la capacità di corrompere la virtù in vizio o di esaltare il vizio in virtù, che si annida nell’animo di ciascuno di questi schiavi mansueti, con i loro volti composti e i gesti regolarmente scanditi. Nessun mistero nella macchina, un insondabile mistero perfino nel più umile di loro – per sempre.

Marzo 1925: i Reali d’Inghilterra alla Stazione Marittima

Re Giorgio V e la Regina Maria lasciarono Buckingham Palace una mattina di marzo.
Li attendeva un viaggio di riposo e di svago, una crociera nel Mediterraneo, lungo le coste profumate dai mandorli in fiore, ingentilite dagli oleandri e intrise degli aromi dolci della primavera.
I sovrani intendevano imbarcarsi Genova sul loro lussuoso yacht e così, varcata la Manica, dalle coste francesi viaggiarono con il treno reale inglese che li condusse a Parigi e poi nella Superba.
A Ponte dei Mille li attendeva lo yacht reale Victoria and Albert che qui era giunto il 19 Marzo 1925.

Nel frattempo, proveniente da Rapallo, era arrivata in città la Principessa Vittoria, sorella di Re Giorgio.
La principessa, accompagnata dal Maggiore Seymour e da Lady Seymour, soggiornò all’Hotel Miramare, a breve distanza da quel porto dal quale i reali avrebbero presto preso il largo.

I sovrani erano attesi con grande curiosità per il 20 Marzo, il loro treno speciale li avrebbe condotti in forma strettamente privata da Sampierdarena a Ponte dei Mille.
La nave, lucente di ottoni suscitava molto interesse e come si può ben comprendere la stampa italiana ed estera era in gran fermento, a Genova erano arrivati moltissimi giornalisti.
E intanto ci si apprestava a garantire al re la riservatezza richiesta: racconta il cronista del quotidiano Il Lavoro che a nessuno sarebbe stato consentito accedere a Ponte dei Mille se non per certificate e giuste ragioni.
E così come era stato previsto, quando il Re arrivò a Genova, si fece in modo che il suo passaggio fosse celato il più possibile a sguardi indiscreti.
E tuttavia la folla gremiva quei luoghi dai quali si poteva assistere al passaggio del sovrano: dal terrazzo di Via Milano fino a Palazzo Doria i curiosi si assiepavano in attesa di vedere il Re.
Un tale si mise a poppa del Conte Verde, si era trovato un osservatorio ben privilegiato ma le autorità non ci misero né uno né due ad allontanarlo!
Verso le quattro del pomeriggio ecco arrivare a bordo la Principessa Vittoria, un picchetto armato di marinai inglesi venne schierato davanti alla cancellata della ferrovia.
E intanto il treno reale si avvicinava e quando finalmente si fermò la prima a scendere fu la Regina che indossava un tailleur grigio e un cappello rosso scuro, il re portava invece un soprabito grigio e un cappello nero.
I sovrani furono salutati dalla principessa, dal console inglese e dalle altre autorità.
Tutto attorno c’era un imponente apparato di sicurezza e gli altri umili mortali, chiosò caustico il giornalista del Lavoro, allungavano il collo per vedere meglio o cercavano di arrangiarsi con i binocoli.
Appena il Re posò il piede sulla scaletta della nave, solenne venne issato all’albero maestro del Victoria and Albert lo stendardo reale.
Il racconto di quegli istanti genovesi viene riferito dall’attento cronista del quotidiano Il Lavoro nelle diverse giornate che furono scenario di questo regale passaggio.
E in uno di quei giorni di marzo lo yacht Victoria and Albert lasciò il porto il Genova e prese infine il largo: ebbe così inizio la crociera dei Reali d’Inghilterra.

Le tazze della zia

Le tazze della zia sono delle splendide preziosità di gusto squisitamente british.
Del resto, come già ho avuto modo di raccontarvi, la zia amava tutto ciò che proveniva dalla terra di Albione: la letteratura e la lingua inglese che lei insegnava con sapienza, gli schemi a piccolo punto e i gialli di Agatha Christie, il lemon curd e le marmellate di agrumi, i tessuti scozzesi e i maglioni caldi per proteggersi dai rigori dell’inverno.
La zia, naturalmente, amava anche le porcellane inglesi e ne possedeva di diversi tipi, in particolare amava molto certe sue tazze.
Sono le celebri tazze da tè dei mesi prodotte dalla Royal Albert, ognuna ha anche il suo piattino da dolce nel quale servire una soffice cheesecake o una torta di carote, secondo l’uso britannico.
La zia era molto fiera delle sue tazze, ricordo bene quando iniziò a collezionarle, ogni volta che ne acquistava una me la mostrava e io non sapevo effettivamente decidere quale fosse la più bella.
E ancora adesso, dopo molti anni, devo ancora decidermi al riguardo, devo dire.
Le tazze della zia sono rimaste a me e sono contenta di custodirle, le ho sempre ammirate come una di quelle cose belle che era proprio naturale trovare nella credenza della zia.
La serie non è completa e, in diversi momenti, ho pensato di acquistare le tazze dei mesi mancanti.
Gironzolando spesso per mercatini a volte mi capita di vederle in vendita e chissà, magari un giorno farò questo acquisto.
Per adesso penso alla zia che sorride mentre serve le sue raffinate delizie e un ottimo tè che riscalderà la nostra chiacchierata.
E poi ogni mese ha la sua tazza, ogni tazza è un dolce ricordo.

Il profumo del caffè

Chi è quel giovane che viene verso di noi in Regent Street con un garofano all’occhiello e un bastone da passeggio in mano? Potremmo dedurre che sia facoltoso, poiché indossa abiti all’ultima moda, ma avremmo torto; potremmo giungere alla conclusione che ami la raffinatezza, giacché si ferma a guardare la vetrina di Liberty, il nuovo negozio dedicato alle ultime tendenze dello stile – o forse sta solo ammirando il proprio riflesso, i ricci che gli sfiorano le spalle rendendolo diverso dagli altri passanti?

Londra, 1896: l’eccentrico personaggio è Robert Wallis, sfaccendato dandy ventiduenne dalle indefinite ambizioni letterarie e protagonista del romanzo Il profumo del caffè di Anthony Capella edito da Beat Edizioni.
Wallis ha doti particolari: il suo palato è infatti straordinariamente sensibile e inoltre egli è capace di trovare le parole perfette per descrivere ogni gusto.
Un giorno trova sul suo cammino un certo Samuel Pinker, mercante di caffè che vorrebbe realizzare un cofanetto che sia una sorta di dizionario del caffè con lo scopo di utilizzarlo poi per i suoi commerci.
Pinker coinvolge così il giovane Robert nella realizzazione del magnifico Metodo Pinker Wallis per la descrizione e classificazione dei vari aromi di caffè, nel corso di questa impresa Wallis conoscerà Emily, la figlia di Pinker, innamorandosene fino a progettare il matrimonio, con sconcerto del padre di lei.
Questo romanzo elegante e raffinato è ambientato con armonia nell’Inghilterra vittoriana del quale l’autore conosce bene le maniere, i modi, gli stili e i luoghi.
Non mancano allusioni e riferimenti alla vicenda di Oscar Wilde, il più celebre dandy, il nostro Wallis a volte pronuncia persino parole che sono un aperto omaggio all’autore irlandese:

“Le donne sono decorative. È il segreto del loro successo.”

In questo romanzo ricco e niente affatto prevedibile lo scenario poi si sposta in Africa dove Wallis verrà inviato da Pinker per realizzare una piantagione di caffè.
Lontano da Emily, immerso in un’ammaliante cornice esotica, Robert si lascia sedurre e avvolgere da un nuovo amore sensuale e coinvolgente che ha il volto bellissimo della schiava Fikre.
E ogni respiro ha il profumo del caffè:

La sua pelle ha il sapore del caffè: ha lavorato in mezzo ai sacchi di Bey tutto il giorno e le labbra e il collo hanno ancora il gusto affumicato e tostato dei chicchi torrefatti. C’è anche qualcosa d’altro, un mélange di spezie, di profumi: cardamomo, acqua di rose, mirra.

E la vita è dolcezza, passione, estasi dei sensi e meraviglia:

Profumava di caffè: quel sapore era in ogni bacio, il profumo dei forni di torrefazione le si annidava nei capelli. Le sue mani erano caffè; le sue labbra erano caffè; era nell’aroma della sua pelle e nell’umore acqueo che le si raccoglieva agli angoli degli occhi.

E quando tutto sembra seguire il suo corso il destino cambia ancora una volta le carte in tavola.
Movimentato, ricco di colpi di scena, di cambi di scenario e di rivelazioni, questo romanzo si rivela una gradevolissima lettura scritta con garbo e competenza.
Tra i vari argomenti, l’autore affronta tematiche importanti come le cure dell’epoca sui trattamenti dell’isteria e le lotte appassionate del movimento delle suffragette tra le cui fila, nella parte finale del romanzo, troveremo la caparbia Emily.
Una storia inattesa e sorprendente, a tratta amara e imprevedibile, un romanzo per me piacevole come Il Pasticciere del Re, l’altro libro di Capella da me recensito tempo fa in questo post.
Il profumo del caffè è, in definitiva, un viaggio alla scoperta di se stessi con lo stupore di ritrovarsi nel luogo e nel contesto che forse non si sarebbe immaginato, con una rinnovata quieta dolcezza che permette persino di riconoscere il proprio cammino nel mondo.

Non intendo limitarmi ad affermare che ogni storia d’amore sia diversa dalle altre. Invece, l’amore stesso non è fatto di un’emozione sola ma di molte. Proprio come un buon caffè odora, forse, di cuoio, tabacco e caprifoglio, così l’amore è un misto di sentimenti diversi … Non esiste un codice o un regolamento capace di guidarvi tra questi misteri. Alcuni si svelano solo andando in capo al mondo, si intuiscono nello sguardo di uno sconosciuto. Altri si ritrovano in camera da letto, altri ancora in una strada affollata. Alcuni vi bruceranno come una farfalla notturna, lambendovi con le loro fiamme, e altri vi avvolgeranno in un dolce tepore. Alcuni vi procureranno piacere, altri felicità, e altri ancora – se siete fortunati – vi daranno entrambe le cose.

La cucina inglese di Miss Eliza

“Non le rispondo, perché sto pensando ad altro… alle spezie esotiche che arrivano ogni giorno dalle Indie Orientali e dalle Americhe, alle casse di arance dolci e ai limoni aspri della Sicilia, alle albicocche della Mesopotamia, all’olio d’oliva di Napoli, alle mandorle del Gargano…”

Profumi e aromi così si mescolano tra le pagine di questo libro delizioso e squisitamente britannico in ogni suo accento.
La cucina inglese di Miss Eliza di Annabel Abbs edito da Einaudi è un’opera di finzione che si ispira alle figure di Eliza Acton, poetessa e scrittrice di libri di cucina e di Ann Kirby che fu la sua aiutante.
La Acton, in collaborazione con la Kirby, pubblicò nel 1845 il volume Modern Cookery for Private Families divenuto poi famoso come il più importante libro di cucina inglese mai pubblicato.
Il romanzo della Abbs è una lettura molto gradevole e offre un interessante sguardo sulla condizione femminile in quell’ottocento inglese nel quale le donne si affannavano per trovare un loro ruolo e per rivendicare i propri diritti.
Al principio della storia la trentaseienne Eliza ha certe aspirazioni letterarie: vorrebbe pubblicare un libro di poesie ma i casi del destino e le necessità del quotidiano la condurranno a compiere altre scelte.
E così, con la madre, avvia nel Kent una piccola pensione nella quale prenderà a lavorare come sguattera la giovane Ann che ha appena 17 anni e una famiglia piena di guai.
Inizia così un percorso che vedrà le due donne condividere molti giorni delle loro vite e un nuovo sogno da realizzare con caparbia: il libro di cucina di Miss Eliza.

Le parola di Eliza e Ann, come le loro vite, si intrecciano e si alternano: un capitolo è narrato da Eliza e quello successivo da Ann, ogni capitolo ha poi come titolo una ricetta che entrerà a far parte del leggendario libro di Eliza.
Eliza con il tempo accrescerà le sue competenze e Ann, timidamente, scoprirà il suo amore autentico per la cucina.
E quelle loro ricette sono davvero come poesie semplici e preziose: gelatina di mele selvatiche, amaretti ai fiori d’arancio, pane tostato con sedano e burro, composta di prugnoli da siepe con panna addensata.
La cucina è arte ed è uno dei linguaggi dell’affetto, in fin dei conti.
Scritto con grazia e con il dovuto garbo il romanzo della Abbs mette in luce la difficile vita delle donne sempre dibattute tra famiglia e autodeterminazione, in un mondo che non concede loro molti spazi.
L’amore, i doveri, la maternità, il matrimonio come via d’uscita, la necessità di trovare un equilibrio: Miss Eliza farà delle scelte inconsuete e insolite e seguirà quel desiderio ormai divenuto ragione di vita.

“Penso al mio libro – al nostro libro, perché è tanto mio quanto di Ann – e immagino come sarà la sensazione di averlo tra le mani.
Lo vedo nelle cucine, macchiato di burro e farina, tutto appiccicoso di zucchero e frutta, pieno di ditate e con chiazze di olio e di sangue, le incrostazioni crepate e lucenti del bianco d’uovo.”

E segue la sua natura fiera di donna autonoma perfettamente compresa da Ann che usa parole semplici e chiare per descrivere la ferrea volontà di Eliza.

“Vuole poter avere i suoi soldi e non quelli che le dà un uomo. Non vuole avere gente che le dice cosa fare.”

Scorrevole, elegante, molto efficace nelle descrizioni, il libro della Abbs mi ha piacevolmente intrattenuta e nella sua trama non mancano sorprese e inattesi colpi di scena.
Pagina dopo pagina non si può che solidarizzare con queste donne tenaci e testarde, a volte molto provate dalla vita che riescono con la loro forza e con la loro costanza a superare molte difficoltà.
Trovandosi insieme, in un luogo speciale, tra i profumi delle spezie, dove è custodito il sogno immenso di Eliza e Ann.

“Prendete una cucina spaziosa, dico tra me e me, aggiungete un bel fuoco vivace e dieci padelle di rame ben rivestite, versatevi dentro cinque stampi, sette cucchiai di legno, un buon servizio di lame d’acciaio, e un’aiutante brava e fedele. Cospargete il tutto con una varietà di filtri per salsine, spolverini, setacci, colini, pinze, mattarelli, taglieri e pennelli da pasticceria…”

Una famiglia a Folkestone

L’inverno a Folkestone può essere rigido e freddo, nella città inglese che si affaccia sullo Stretto di Dover i giorni di gennaio sono sovente grigi e ventosi e allora, in questa stagione, occorre coprirsi bene.
La bimbetta dagli occhi chiari, infatti, è vestita di tutto punto, ha un bel cappottino pesante con i bottoni tondi e rifinito con una pelliccetta, sulla testa ha un cappellino caldo dal quale spunta la frangetta bionda.

Ecco poi il papà della piccolina in posa con un’uniforme della quale va molto fiero.
Sul suo cappello si legge The Salvation Army e cioè Esercito della Salvezza, movimento religioso nato in Inghilterra nella seconda metà dell’Ottocento e dedito in particolare all’assistenza dei più bisognosi.

La piccina si appoggia con la manina alla sua mamma, una giovane dalla bellezza semplice e luminosa.
La donna porta una mantella e un cappello scuro con un grande fiocco laterale, ho scoperto che questo tipo di copricapo era utilizzato proprio da coloro che facevano parte dell’Esercito della Salvezza e quindi anche l’abito di lei dovrebbe essere una sorta di divisa.

Questo è il ricordo di un tempo felice, una memoria di famiglia catturata dal fotografo Marsh in questa fotografia in formato Cabinet fatta nello studio in Tontine Street a Folkestone.
Una bimba, i suoi genitori, un cammino da condividere e una missione da compiere.
Con gli sguardi verso il futuro, in un giorno lontano, a Folkestone.

La malizia del vischio

“Il Natale non è Natale senza la famiglia.”

Ed è la vigilia del 25 Dicembre, nella dimora del Sussex dell’anziana Rachel dove si apprestano a riunirsi i componenti di questa complicata famiglia inglese.
Non lasciatevi ingannare dalla zuccherosa citazione, peraltro fortemente evocativa delle atmosfere natalizie di casa March nel celebre Piccole Donne, a casa di Rachel tira tutta un’altra aria e i giorni di Natale, periodo nel quale si dipana la vicenda di questo romanzo, diventano il tempo della resa dei conti.
La malizia del vischio è un romanzo ironico, tagliente e sapientemente disincantato opera della penna arguta di Kathleen Farrell e ambientato in un imprecisato anno del dopoguerra.
Dato alle stampe per la prima volta nel 1951, è ora pubblicato in Italia da Fazi Editore.

E mentre il fuoco crepita nel caminetto, uno ad uno giungono i componenti di questa famiglia.
Ci sono Marion e Adrian, i figli di Rachel, ognuno dei due spicca per alcune mancanze agli occhi della madre, donna volitiva, assertiva e di carattere.
Ci sono le giovani Kate e Bess, quest’ultima vive con Rachel ma sogna una vita diversa e libera e nutre un certo trasporto per il cugino Piers, un giovane uomo molto centrato su se stesso.
Brioso, vivace ed elegante, il romanzo si incentra sulle quotidiane crudeltà della vita, sui sottintesi e sui malintesi, sulle parole non dette capaci di lacerare i cuori e di mutare il corso delle esistenze.
La Farrell ha una scrittura dallo stile asciutto ed efficace e si avvale volentieri di dialoghi serrati, il suo romanzo ha così una struttura piacevolmente scorrevole e si legge davvero in un soffio.
E molto spesso traspare, nelle sensazioni e nelle affermazioni, un senso di ineluttabile impermanenza.
Lo si coglie, ad esempio, in queste parole di Marion:

“Dovremmo tutti impiegare al meglio le nostre serate e le nostro giornate.. Dovremmo riempire ogni minuto perché non ce ne saranno saranno a sufficienza per nessuno.”

Oppure in quelle di Rachel:

“Ricordava quando, da ragazza, era lei a decorare l’albero ma faceva fatica a rievocare la felicità che provava allora, la sensazione che tutto andasse bene, che tutto fosse certo. Razionalmente aveva sempre saputo che niente sarebbe durato, ma nel profondo del cuore non ci aveva mai creduto.”

O anche nella spavalda arroganza di Piers:

“Possedeva poche cose, ed era fiero di aver imparato ad abbandonare tutto e allontanarsi senza provare rimpianto per quello che lasciava, che fossero persone, vestiti o oggetti personali. Laddove altri riempivano le loro esistenze lui restava libero.”

Bess che invece è ancorata ad una vita tranquilla, monotona e senza turbamenti finirà lei stessa per ricercare una sorta di instabilità che le doni emozioni a lei ancora sconosciute.
Emergono improvvise fragilità e sopite insicurezze, vengono a galla con i ricordi e così, mentre Rachel racconta alcune sue memorie del tempo della giovinezza e di un suo amore vissuto a Copenaghen la figlia Marion ascolta in silenzio ma dentro di lei ribolle un malcelato risentimento e un senso di incompresa inadeguatezza:

Che malriposta tenerezza, pensò Marion. Di rado mi ha rivolto una parola gentile, mia madre, men che meno una frase, ed eccola con gli occhi lucidi che romanticheggia su un posto che non vede da più di quarant’anni e di cui ricorda solo un bel giovane.”

Vivere a volte è tutta una questione di equilibri mancati, come accade tra le pagine del romanzo La Malizia del Vischio.
Ed è il tempo del Natale, tra scatole di frutta candita e posacenere d’argento, mentre si sorseggia garbatamente lo sherry come se la vita sapesse essere davvero dolce come le sue promesse.

Nuove abitudini

“Quando un uomo va in pensione e il tempo non è più una faccenda urgente e importante, di solito i colleghi gli regalano un orologio. Ma quella involontaria ironia è bilanciata da una pertinenza altrettanto involontaria, perché anche se non è più dominato da ore e minuti, un uomo in pensione desidera molto spesso sapere che ora è.”

E difatti è ciò che accade al Signor Tom Baldwin: dopo aver lavorato per 40 anni in un ufficio della City finalmente anche per lui è giunto l’agognato tempo della pensione e, come di rito, anche a lui i colleghi hanno regalato un orologio.
Mirabile rappresentante di una banale e al contempo affascinante normalità, il Signor Baldwin è il protagonista di Nuove abitudini, romanzo ambientato nell’Inghilterra degli anni ‘30 e scritto da Robert Cedric Sherriff nel 1936.
Il romanzo, pubblicato in Italia da Fazi Editore, segue lo stile e l’eleganza di Due settimane in settembre, altro godibile gioiello letterario di Sherriff proposto dalla medesima casa editrice.
Dunque, torniamo al signor Baldwin e alle sue spinose faccende quotidiane: dovete sapere che lui non vedeva l’ora di raggiungere l’agognato traguardo della pensione ma, adesso che ci si trova in mezzo, la questione pare assumere un ben diverso sapore.

“Era molto piacevole avvertire attorno a sé il lieve alito del tempo libero, ma non si sentiva del tutto a suo agio. La sera prima aveva chiuso la porta sul passato e rivolto il viso verso il futuro, ma quella mattina stava cominciando a scoprire che la porta si incurvava in malo modo, e le cose che aveva avuto intenzione di chiudere fuori si stavano insinuando attraverso le fessure.”

La vita è un gioco di miracolosi equilibri, un preciso mosaico di sensazioni e di usanze quotidiane: se sposti un solo tassello tutto quanto sembra andare irrimediabilmente all’aria!
Lo sa bene anche Edith, la moglie del signor Baldwin, che all’improvviso si ritrova il signor Baldwin per casa, tra l’altro lui ha pure preso il vizio di occupare la poltrona preferita di Edith proprio negli orari in cui lei ama rilassarsi in santa pace.
La Signora Baldwin è molto combattuta, sa che il suo Tom si è guadagnato il meritato riposo e tuttavia nutre una sorta di malcelata e inaspettata insoddisfazione.

«Nonostante tutta la gioia della loro vita in comune, quel giorno Edith capiva con una chiarezza mai sperimentata in passato che tale gioia si basava su un regolare e quotidiano periodo di reciproca lontananza».

Elegante, raffinato, deliziosamente ironico, questo romanzo di Sherriff è scritto con una straordinaria lievità capace di rendere ogni pagina assolutamente godibile.
Seguendo la loro vita semplice con i suoi ostacoli quotidiani, piano piano ci si affeziona ai coniugi Baldwin e si prova un senso di autentica gratitudine per aver potuto percorrere insieme a loro un tratto della loro vita ed è il talento di Sherriff a rendere possibile tale insolita sensazione.
Riuscirà il Signor Baldwin a raccogliere il filo del suo destino e sbrogliare la matassa della sua quotidianità?
A dire il vero lui qualche progetto ce l’ha: a 58 anni si è messo in testa di diventare uno storico ma sarà proprio questa la via da seguire?
Il passato mostrerà ai coniugi Balwin quali nuovi abitudini ha in serbo per loro il futuro e non svelerò di più, lasciandovi il piacere di scoprire le piccole avventure di vite normali.
E vi parrà di essere anche voi là, accanto al Signor Baldwin che cerca di far quadrare i conti per realizzare i suoi progetti mentre Edith lo incoraggia e lo sostiene.
È la straordinaria bellezza della normalità, narrata con lo stile garbato e inconfondibile di Robert Cedric Sherriff.

“I momenti migliori ci travolgono così all’improvviso che l’aspettativa non ha la possibilità di annacquare il piacere della realtà e passano così in fretta che nemmeno la realtà ha la possibilità di scavare i suoi buchi sgradevoli nei ricordi che restano.”

Le Figurine Liebig: ville antiche e moderne

Ritorniamo ancora a viaggiare nel tempo e in un certo passato con il dolce romanticismo delle Figurine Liebig, la serie che vi mostrerò è interamente dedicata alle ville antiche e moderne e risale al 1913, mia nonna collezionava queste figurine ed ora sono io a custodirle.
Andiamo allora sull’esclusiva riviera francese, nei pressi di Nizza.
Le palme, la rigogliosa natura di questa costa che si affaccia sul Mediterraneo, i profumi freschi e deliziosi.

Salendo ancora più a nord giungeremo in terra di Albione ed ecco così la tipica villa inglese sulla sponda del Tamigi.
Il prato è verde e lucente, tutto pare immerso in una quiete idilliaca e in una bellezza senza pari.

In Svezia, sul Lago Mälar, troveremo invece le ville trasportabili in legno, sul retro di ogni figurina c’è una dettagliata spiegazione e in questo caso si legge che queste ville si potevano smontare perzzo per pezzo per essere trasportate nei luoghi prescelti.
Qui si notano due abitanti del posto in costume tradizionale e sullo sfondo si vede il Castello di Gripsholm.

E ancora, il nostro viaggio ci porta nella campagna tedesca del XVI Secolo sul Reno, regione celebre per i suoi vigneti.
E sempre si appezza questo panorama bucolico e questa mirabile quiete.

Andando ancora più indietro nel tempo ci ritroviamo nell’antica Siracusa, dove sorgevano magnifiche ville greche, fastose dimore con splendide terrazze e magnifici pergolati.

E infine il nostro viaggio ci porta all’epoca dell’antica Roma: a Tibur, l’attuale Tivoli.
Qui sorgevano fastose ville con ricchi giardini allietati dai sentori delle rose e dai briosi aromi degli agrumi.
Un incanto che ritorna nella dolce poesia delle Figurine Liebig.

Al Portofino Kulm: la nuova vita di Miss Gwendoline

Miss Gwendoline giunse a Victoria Station e salì sul suo treno senza voltarsi indietro.
Si lasciava alle spalle un cielo livido di pioggia e un lungo fidanzamento destinato a sfociare in un comodo matrimonio che le avrebbe garantito una vita agiata e tranquilla.
Miss Gwendoline, tuttavia, aveva ben altre aspirazioni: da sempre coltivava l’amore per le buone letture e per la bella scrittura, da qualche tempo poi era anche autrice di una rubrica letteraria per una prestigiosa rivista inglese.
Nuovi progetti, nuovi orizzonti erano nel suo destino.
Così aveva chiuso la sua casa, aveva fatto recapitare al suo promesso sposo un laconico messaggio che non desse adito a fraintendimenti, infine aveva preparato i suoi bagagli e aveva lasciato l’Inghilterra.
Il viaggio era stato lungo, dopo la traversata della Manica Miss Gwendoline si era brevemente trattenuta in Francia: era stata a Parigi e poi sulla Riviera, per qualche giorno era rimasta a Nizza.
E infine aveva raggiunto l’Albergo Portofino Kulm dove le era stata riservata una stanza ampia e luminosa, il vento faceva danzare le tende chiare e spirava fresco di salmastro.
Miss Gwendoline era scesa così per una breve passeggiata e facendosi ombra con il suo parasole si era soffermata per un tempo indefinito ad ammirare il panorama.

L’azzurro del mare era limpido, l’aria era densa di profumi mediterranei, di freschezza di resine e di fiori, Miss Gwendoline si sentiva come immersa nella gloriosa bellezza della natura incontaminata e pura.
Le balenavano nella mente colori e parole, rime poetiche, sensazioni e nuove inaspettate emozioni.
Era un nuovo entusiasmante inizio.

A sera, nella sua camera al Portofino Kulm, si mise seduta alla scrivania, vi posò sopra la sua valigetta e da essa estrasse un taccuino e tutto il necessario per scrivere.
Era anche lei come un romanzo ancora da raccontare.
Sorrise, si scostò un ricciolo dalla fronte e poi senza esitazione intinse la penna nell’inchiostro e sulla pagina bianca vergò quel titolo che aveva in mente da tempo: The days of a traveller.
Così ebbe inizio la nuova vita di Miss Gwendoline.

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Miss Gwendoline con i suoi talenti è un mio gioco di fantasia ispirato dalla bella cartolina di uno spicchio incantevole del levante ligure.
Nella luce di un secolo nascente, di certo sarà esistita una signorina inglese che, ammaliata da quel magnifico panorama, avrà iniziato a scrivere le sue emozionanti memorie di viaggio.