Un amore imperituro

Era un amore intenso e vero.
Era un amore composto di languidi sospiri, tenerezze e dolci corrispondenze.
Un sentimento distante e perduto in un secolo ormai svanito.
Ne è rimasta traccia in alcune cartoline che lui scrisse a lei, dichiarandole la sconfinata grandezza del suo amore.
Da Tiberio alla sua Concettina.

Ricordavo vagamente di aver già sentito questi nomi e in effetti di loro ho già avuto modo di scrivere in questo post dedicato a due cartoline che Tiberio mandò alla sua amata.
Tiberio aveva una certa vena poetica, bisogna riconoscerglielo, in questa terza romantica cartolina così scrive.

Concettina adorata!
L’amore imperituro, il bacio ardente, l’abbraccio appassionato.
Tiberio tuo.

Era un amore potente e sincero, un amore che faceva battere forte il cuore.

20 Ottobre 1904: Giulio e Angela sposi

Era un giorno lontano, era il 20 Ottobre 1904.
La sposa era giovane, timida, forse un po’ ritrosa.
Ecco così Angela accanto al suo Giulio nel tempo che li condurrà a condividere poi il lungo cammino della vita.
Lei porta questo cappello ingombrante e il suo abito è ricchissimo, con lo sguardo pare osservare un punto indefinito come se fosse intenta a non distrarsi in questo momento così importante per lei.
Giulio è austero e serio, forse entrambi seguono le istruzioni impartite dal fotografo autore dei loro ritratti.

Ed eccoli ancora, entrambi sono senza cappello, lui ha aggiunto un fazzoletto nel taschino.
E lei pare più rilassata, accenna appena un sorriso ingenuo.

L’anello al dito, il bracciale, l’orologio con la sua catena, la collana di lei: pegni d’amore e segni di un legame.

I due ritratti dei due sposi sono opera di un fotografo di Novi Ligure, località che doveva essere evidentemente un luogo del cuore per la coppia.
Ho trovato queste due fotografie due giorni fa al mercatino, le ho prese in mano e voltandole ho letto una data: 20 Ottobre 1904.
E poi ho trovato il nome di lui, il nome di lei e la parola sposi.
Strana coincidenza questa data così vicina, mi sono detta, a volte sembra di ritrovare nelle fotografie emozioni e felicità lontane di persone sconosciute.
E così, esattamente 121 anni dopo, ho pensato di celebrare questo amore eterno e indissolubile, al di là della fragilità del tempo.
Cari Giulio e Angela, di cuore, buon 20 Ottobre a voi!

 

Innamorarsi alla fermata dell’autobus

Ci sono novità e piccole migliorie alla cara, vecchia fermata dell’autobus già tante volte protagonista su queste pagine.
Infatti, come si può notare, oltre alla panchina di ordinanza è comparsa una seggiolina bianca, non si finisce mai di stupirsi a questa fermata dell’autobus!
Inoltre, in queste sere di primavera, a volte tornando a casa vedo alla fermata un ragazzo e una ragazza.
Sono molto giovani e credo anche molto innamorati, stanno vicini, chiacchierano tra di loro.
Abiteranno nelle vicinanze, immagino.
Saranno studenti, presumo.
Così magari passano il pomeriggio a studiare e poi si incontrano lì, prima di cena.
E si salutano, si augurano la buonanotte e il giorno dopo si rivedranno.
A volte succedono cose belle alla fermata dell’autobus.
Si finisce persino per innamorarsi, a volte.

Un amore di un tempo lontano

E questo è un amore di un tempo lontano, ne è rimasta appena qualche traccia su due cartoline che ho di recente acquistato: le scrisse, in certi giorni del 1912, un certo Tiberio.
Tiberio mandava queste cartoline a lei che aveva un posto speciale nel suo cuore: il nome di lei era Concettina ma lui si rivolge a lei chiamandola angelo mio.
Ora, tra i due si percepiscono certe differenze nei tratti del carattere ed è lui a scriverlo, mentre le dice: ho stretto al cuore la tua cartolina cara.
E poi aggiunge di voler comprendere quei sentimenti che tu con timidezza tanto soave non mi manifesti.
Concettina è ritrosa e avrà ben avuto le sue ragioni che però, ahimé, mai conosceremo.
E Tiberio insiste e le chiede: dimmi tutto ciò che senti nel cuore in ogni tuo affetto.
Con la sua calligrafia elegantemente inclinata così dichiara il suo amore a lei, scrivendo fitto fitto sul retro di questa cartolina.

E come potete notare accanto a quelle due figure che si librano eteree c’è una di quelle scritte che spesso si trovano su cartoline di questo genere.
Non c’è possibilità di fraintendimento nelle intenzioni di Tiberio perché sulla cartolina si legge: ci ameremo tanto e staremo così sempre uniti. Infuocati baci.
Come se non bastasse il nostro poi aggiunge di suo pugno sul retro: tanti baci ardentissimi.
C’è poi una seconda cartolina sulla quale sono stampare altre parole d’amore.
È un po’ un tono melodrammatico, immaginate però la nostra Concettina mentre tiene la cartolina tra le mani.

E altre ancora sono scritte da Tiberio alla sua amata, mi rammarico di non aver trovato le risposte di Concettina alle romantiche cartoline di Tiberio.
Questo è un amore di un tempo lontano, lo ricordiamo con la speranza che sia stato felice e gioioso.

Amore senza fine

Il loro era un amore senza fine, io credo.
Non so nulla di loro ma i loro sentimenti traspaiono da quegli sguardi complici e dai sorrisi che descrivono una felicità completa.
Lei è bella come una diva di Hollywood dei suoi tempi, ha i capelli biondi, la messa in piega perfetta, un filo di rossetto, gli orecchi piccoli ai lobi, ha una dolcezza leggiadra e raffinata.
Lui la guarda trasognato, c’è un’intesa perfetta tra di loro.
È questa la gioia dell’amore per la quale è difficile trovare le parole.

Lui tiene un libro tra le mani, porta la cravatta e il cardigan con lo scollo a V, lei è elegantissima nel suo tailleur.
Sono insieme, in un giorno di ottobre del 1948 a Cortina.
Si amano, si comprendono, si aiutano vicendevolmente.
Insieme.
Insieme nelle strade della vita, anche in quelle accidentate e difficili da percorrere.
In un tempo che diverrà ricordo, commozione e a volte forse nostalgia.
Loro sono Maria Livia ed Emanuele, il loro era un amore senza fine.

Ritratto di gentiluomo

“O avete un rivale o non l’avete. Se l’avete, dovete piacere per essere preferito a lui; se non l’avete dovete ancora piacere per evitare di averlo. In ogni caso dovete tenere lo stesso comportamento, così, perché tormentarvi?”
Pierre Choderlos De Laclos – Le relazioni pericolose (1782)

Così scrive la Marchesa di Merteuil al Visconte di Valmont nel celebre romanzo epistolare di Choderlos de Laclos.
E io credo di poter affermare che il nostro protagonista di oggi si sarebbe trovato a suo agio tra le pagine di questo libro e nel bel mezzo di certe avventure amorose.
Elegante, spavaldo, sicuro si sé e delle sue armi di seduzione, dotato di arguzia e di brillante eloquio, il nostro gentiluomo sfoggia un sorriso quasi provocatorio nel ritratto del settecentesco artista sestrese Francesco Narice che così consegna ai posteri il volto di un uomo di un altro secolo.
Un guizzo nello sguardo, i capelli a boccoli secondo l’uso del tempo, la giacca rosso vivace di tessuto pregiato, i bottoni dorati e luccicanti.

Il giovane porta con sé il suo migliore amico.

La sua giacca è rifinita con ricchi broccati, egli indossa poi delicati polsini di pizzo.
La sua pelle è diafana e chiara e, da perfetto gentiluomo, porta un anello con pietra preziosa al dito mignolo.

Anche alla mano sinistra luccica un raffinato anello, con le dita sottili egli così regge un bastone.

Il dipinto, a mio personale parere, è particolarmente gradevole per la sua luce, per i toni e per la vivacità dei colori che evocano un’epoca lontana di gioiose frivolezze e di spensierati divertimenti.
Sullo sfondo si nota un panorama bucolico, spicca poi il mantello color del cielo in contrasto con il rosso della giacca e dei pantaloni.
L’opera fa parte della collezione dei Musei di Strada Nuova ed è esposta a Palazzo Bianco di Genova.
E così, se passate da quelle parti, cogliete l’occasione per fare la conoscenza di questo gentiluomo: se potesse parlare chissà quante avventure potrebbe raccontarci, io ne sono certa!

Monumento Pietrafraccia: l’eternità dell’amore

L’amore indissolubile e immutabile viene celebrato con maestria nel monumento funebre di due sposi uniti in vita e nell’eternità.
E a noi ritorna la profondità di quell’emozione e la dolcezza di quel sentimento.

Il Monumento Pietrafraccia è situato nel Porticato Inferiore a Levante del Cimitero Monumentale di Staglieno, è opera dello scultore Giuseppe Navone e risale al 1909.

E se verrete qui nel momento in cui il sole illumina glorioso le fattezze delle statue, potrete ammirare con commozione la palpitante vitalità di quell’amore.

In alto, sopra le tre figure centrali, sono collocati i busti dei defunti.

E nella loro radiosa beltà ecco la rappresentazione dei due sposi, tra di loro si staglia un angelo imponente.

Nella tomba della Famiglia Pietrafraccia riposano i due coniugi e la loro figlia Elena.

E nelle parole incise sul marmo emerge tutta la nostalgia della sposa, Francesca Perelli, per il suo amato Santiago troppo presto perduto.

E ritorna ancora la dedizione della vedova nelle righe scolpite in memoria di lei.

Nella grandiosa bellezza delle sculture si svela poi l’autentica potenza dell’amore e dell’unione eterna dei due sposi: oltre il tempo, oltre la vita terrena.
Una gaiezza sublime illumina il volto leggiadro dell’angelo in questo ritrovarsi che per i due sposi non avrà mai fine.

I riccioli incorniciano il volto del giovane uomo, una sorta confortato stupore traspare dai suoi occhi.

E l’angelo possente protegge e unisce.

Una perfetta letizia rischiara i tratti bellissimi del suo volto mentre egli così celebra l’incontro tra queste due anime.

La treccia morbida cade sulla spalla di lei, il suo viso è bellissimo e le sue labbra paiono fremere di commozione.

In questa magnifica opera di Navone tutto è vita, movimento, respiro che ancora ritorna, nell’amore che non muore mai.

Le mani si sfiorano, si toccano, si stringono.

Cade il manto in molti drappeggi delicati sulla figura del giovane uomo.

E ugualmente accade alla veste dell’angelo.

L’abito di lei copre del tutto le sue fattezze e si posa lasciando così intuire il suo piede femmineo.

In una straordinaria armonia di proporzioni, resa ancor più suggestiva e formidabile da quella luce che accarezza i marmi.

Così si compie la celebrazione di un’unione destinata a durare per sempre, opera dello scalpello e dell’ingegno dello scultore Giuseppe Navone.

Amore ed eternità, il sentimento infinito di Santiago e Francesca Pietrafraccia.

Se avessi un fiore

“If I had a flower for every time I thought of you… I could walk through my garden forever.”

“Se avessi un fiore per ogni volta che ti ho pensato… potrei camminare nel mio giardino per sempre.”

Lord Alfred Tennyson

Ovunque tu sia, buon compleanno, mamma.

Sanremo e i sospiri di Caterina

E finalmente era di nuovo nella sua Sanremo: luogo della giovinezza, delle speranze e delle emozioni.
Lì Caterina aveva conosciuto il suo Peter, lì aveva sempre voluto ritornare, da Sanremo era iniziata l’avventura della vita accanto al suo consorte.
Insieme a Peter, diplomatico britannico al servizio della Corona, Caterina aveva girato il mondo: avevano vissuto in India e poi nel gelido Canada, erano stati in Africa e in diversi paesi dell’Oriente, avevano condiviso ogni istante e gli ultimi anni li avevano trascorsi nell’accogliente dimora di Warwick, un’antica casa a graticcio a breve distanza dal celebre castello.
Sempre insieme, sempre vicini.
Nessun luogo, per quanto esotico e ricco di attrattive, era per loro come Sanremo.
Sanremo, Sanremo! Finalmente!
Accompagnata dalla sua buona sorella Maria, ritta in piedi davanti alla balaustra, Caterina osservava la costa e il panorama.

Densa di una certa pigrizia estiva, l’aria di Sanremo era fresca di erbe aromatiche, con accenti di rosmarino e basilico e con note frizzanti di zagara e gelsomino.
Frinivano le cicale, accompagnate in lontananza dal ritmo lento delle rane gracidanti, mentre gli ulivi fremevano sospinti dalla brezza salmastra.
Era dolce il tempo dell’ozio a Sanremo, aveva il sapore della gioia lontana.
Caterina sospirò nostalgica, riandando così con il pensiero ai giorni ormai trascorsi.

– Ritorna, my dear Caterina – così le aveva detto Peter con voce calma e serena – Ritorna nella nostra Sanremo e saluta il nostro mare anche per me.
E ora lei era là, in silenzio, davanti alla costa che cinge l’azzurro come in un abbraccio.
Immobile, quasi severa, con il cappello fastoso sul capo mentre sotto la camicia inamidata il cuore le batteva all’impazzata.
Il sorriso di lui, l’anello di fidanzamento, le onde bianche, le dita intrecciate, le strelitzie del giardino, il tramonto suadente, le palme imponenti, gli occhi negli occhi.
Per sempre.
Sorrise.
Era serena, appagata, in pace.
E ne era certa: il suo Peter era lì accanto a lei.
Eternamente.
Davanti al loro mare, davanti alla loro Sanremo.

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Questo breve racconto è uno dei miei giochi di fantasia.
Le figure eleganti che si stagliano davanti alla bella località della Riviera dei Fiori mi hanno fatto immaginare un amore grande, una nostalgia di memorie, una felicità da ricordare.
Davanti al mare di Sanremo.
Eternamente.

Una cartolina per Rita

È una cartolina romantica indirizzata alla gentilissima signorina Rita e a scriverle, con un tutto il garbo del caso, è un certo Enrico che doveva avere molto a cuore la signorina Rita.
Siamo nel 1902 e il nostro Enrico con la sua bella calligrafia ringrazia Rita per la letterina che lei gli ha inviato (sapeste quanto mi piacerebbe leggerla!) e per le sue affettuose parole.
E dalle poche righe vergate dal mittente si comprende che un qualche ostacolo del quale nulla sappiamo si frappone tra i due ma il nostro rassicura comunque Rita dicendole che la attenderà ansiosamente.
Nel mentre le invia questa deliziosa cartolina, un autentico capolavoro di romanticismo, con questo cuore imbrigliato nel nastro e trattenuto da quello che sembra un piccolo Cupido.
Credo che la signorina Rita abbia conservato questa cartolina tra le sue cose belle e care, fino a quando poi il tempo implacabile ha separato lei dalle parole scritte da Enrico e dagli arzigogoli di una calligrafia antica.
Oggi conservo io la cartolina che Enrico spedì a Rita, nei giorni dei dolci romanticismi.