Re Carlo I, Enrichetta Maria e i loro bambini raccontati da Van Dyck

È una famiglia reale e potrete incontrarla recandovi a visitare la mostra Van Dyck l’europeo allestita a Palazzo Ducale di Genova fino al 19 Luglio prossimo e curata da Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen.
Il sovrano d’Inghilterra Carlo I e la sua consorte Enrichetta Maria vennero così ritratti da Antoon Van Dyck tra il 1632 e il 1633, il dipinto fa parte della collezione del Castello Arcivescovile di Olomuc in Repubblica Ceca.

Ogni volta che osservo un quadro sorge sempre in me la curiosità di conoscere l’età delle persone ritratte: la percezione del tempo e dell’età, a mio parere, racconta molto di noi e di coloro che ci hanno preceduto.
E qui, in questo dipinto, il sovrano immortalato con solennità e con il nastro blu dell’Ordine della Giarrettiera, è un giovane di 33 anni.

Enrichetta Maria, con la sua grazia lieve, è una ragazza di appena 24 anni.
È figlia di Enrico IV di Francia e di Maria de’ Medici e il matrimonio, avvenuto nel 1625, è dapprima abbastanza complicato ma con il tempo i rapporti tra i due sposi diverranno più sereni e distesi.

Van Dyck, artista molto apprezzato dal sovrano, fu a lungo a Corte e oltre a diverse altre opere realizzò per il re questo ricercato dipinto come di consueto ricco di raffinati simbolismi.
Alle spalle del re ci sono i simboli del suo potere.

Un bracciale prezioso brilla sulla pelle diafana di Enrichetta Maria e tra le dita sottili di lei si nota un ramoscello di ulivo, emblema di pace.

E a unire due destini è una corona di alloro che rappresenta gloria e trionfi.

Un legame consolidato poi dalla nascita di diversi figli e anche da molti lutti, come sovente accadeva in tempi lontani.
Alla mostra è esposto il ritratto dei tre figli maggiori di Carlo I e Enrichetta Maria.
E Van Dyck. ancora con la suo impareggiabile maestria, ci racconta quell’infanzia dorata, l’opera risale al 1635 ed è parte della Collezione dei Musei Reali di Torino.

Il dipinto venne commissionato da Enrichetta Maria come dono destinato a sua sorella Cristina di Francia.
E in quel 1635 ecco i tre piccoli principini: Carlo ha cinque anni, Mary ne ha quattro e Giacomo ne ha appena due.

Il più grande dei tre salirà al trono con il nome di Carlo II.

Van Dyck pone accanto a lui un cane, simbolo della fedeltà alla corona.

La piccola Mary con il suo abito prezioso porta tra i boccoli biondi alcuni fiori che, come sempre si apprende alla mostra, rappresentano purezza e nuove alleanze.
Accanto a lei c’è Giacomo: anche lui diverrà re, sarà sovrano dopo la morte del fratello e sarà Re Giacomo II.

Il piccolino tiene tra le manine una mela simbolo della sua innocenza.

E nei dettagli si scorge tutta una ricchezza di pizzi, nastri, broccati e tessuti favolosi in una sontuosa e magnifica eleganza.
E un particolare suscita in me un senso di tenerezza: il piccolo Giacomo è in piedi su un gradino e così, con questo semplice trucchetto, con la dolcezza dei suoi due anni arriva a essere alto come sua sorella che ha il doppio della sua età!
Van Dyck pensava proprio a tutto, non c’è che dire.

A terra, sul tappeto dai contrasti blu e vermigli, giacciono alcune rose delicate e fragili proprio come sono caduche tutte le cose terrene.

Il Sovrano era un convinto sostenitore del diritto divino del re e durante il suo regno entrò presto in conflitto con il Parlamento inglese, seguirono anni tempestosi e difficili culminati con la Guerra Civile Inglese e con l’esecuzione del Re.
In questo frammento di vita fermato nel tempo dal talento di Van Dyck Re Carlo ed Enrichetta Maria sono ritratti in una bucolica quiete e nulla lascia prevedere le fosche ombre gli eventi futuri.
Tutto è armonia, grazia e bellezza.

Accanto a loro, in questa sala di Palazzo Ducale, i loro tre primi figli.
Una famiglia idealmente riunita in occasione di una mostra straordinaria che alza il velo sull’aristocrazia di quel tempo vissuto da Van Dyck e del quale egli fu testimone e abile narratore.
Con il suo sguardo ci ha fatto conoscere i volti che ha incontrato, la grazia dei piccoli reali e la loro innocenza, portando anche noi in quel tempo che, grazie a lui, riusciamo ancora ad ammirare.

22 Giugno 1805: nasce a Genova Giuseppe Mazzini

Oggi è il 22 Giugno ed è il suo giorno: nasceva in questa data Giuseppe Mazzini, il più celebre patriota e uno dei più illustri figli di Genova, essere nati nella sua stessa città dovrebbe renderci fieri di essere suoi concittadini e io lo sono sinceramente, ormai lo sapete.
In questo giorno da ricordare vi porto con me in Via Lomellini, davanti alla casa natale di Mazzini e oggi sede del Museo Risorgimento e Istituto Mazziniano dove si custodiscono opere d’arte e cimeli del Risorgimento e della storia d’Italia.

Il portale marmoreo è riccamente decorato e si lascia ammirare per la bellezza dei fregi e delle figure.

E trovandovi qui, prima di salire le scale della dimora per visitare questo importante museo genovese, vi invito ad alzare lo sguardo verso quel marmo dove si leggono alcune parole in lingua greca delle quali di seguito vi riporto la traduzione.

Ὁ βίος βραχύς ἡ
La vita è breve

δὲ τέχνη μακρ
l’arte è lunga

La frase è una citazione di un aforisma di Ippocrate e naturalmente si riferisce alla caducità della vita in contrasto all’importanza dell’opera dell’uomo che ha la possibilità di perdurare e di essere maggiormente valorizzata passando di generazione in generazione, superando così il tempo terreno e il suo limite.

E Giuseppe Mazzini, genovese, la sua traccia nel mondo libero l’ha lasciata.


Giuseppe Mazzini nella maturità
Illustrazione tratta da Della Vita di Giuseppe Mazzini di Jessie White Mario
Volume di mia proprietà

In questa strada che lo vide ragazzo e poi giovane uomo, sempre animato da ideali che mai lo abbandoneranno.

Qui, dove si leggono il suo nome e la sua data di nascita.

In Via Lomellini, nel luogo nel quale si celebrano la sua grandezza e i suoi ideali.
In questo 22 Giugno, buon compleanno, caro Fantasio!

Torriglia: ad Aldo Gastaldi, il grande Partigiano

A Torriglia, rinomata località dell’entroterra ligure e nel passato scenario di vicende partigiane, si conserva la memoria di uno uomo che fu figura cardine e guida del movimento partigiano a Genova.
Il suo nome è noto e celebrato: Aldo Gastaldi, detto Bisagno.

E le parole tramandate nella pietra sono scritte in ricordo di lui e delle sue gesta sul monumento commemorativo collocato in questa piazza a lui dedicata.

Sotto il sole che scalda la Val Trebbia vive così, ancora forte e potente, la memoria di Bisagno e di coloro che lo seguirono nella strenua lotta partigiana compiuta con coraggio in questi boschi e in questa valle.

Con un profondo senso di gratitudine e di stima per i partigiani.

Bisagno, grande partigiano e Comandante della Divisione Cichero, come molti suoi compagni non visse la stagione di libertà e democrazia che egli stesso aveva contribuito a realizzare per la nostra nazione, cadde infatti il 21 Maggio 1945.

Rimane a noi la memoria di lui e dei suoi compagni.

Se vi recate a Torriglia cercate anche voi il luogo nel quale si ricorda la grandezza di Aldo Gastaldi, detto Bisagno, il grande Partigiano Comandante della Cichero.

A tutte le donne

“Amate, rispettate la donna. Non cercate in essa solamente un conforto, ma una forza, una ispirazione, un raddoppiamento delle vostre facoltà intellettuali e morali.
Cancellate dalla vostra mente ogni idea di superiorità: non ne avete alcuna.”

Giuseppe Mazzini, Dei Doveri dell’uomo

Il Monumento ai Caduti di Voltri di Vittorio Lavezzari

Questa è la storia di un monumento perduto opera di Vittorio Lavezzari, artista di grande talento e autore di numerose suggestive sculture site al Cimitero Monumentale di Staglieno.
Realizzato a metà degli anni ‘20 e collocato in Piazza Gaggero a Voltri, il monumento celebrava il sacrificio di molti giovani voltresi mai più ritornati alle loro case dopo la I Guerra Mondiale.

Nelle straordinarie immagini che completano questo post potete vedere il bozzetto originale dell’opera, una preziosità della quale è proprietario l’Ingegner Vittorio Lavezzari, nipote del celebre scultore e qui lo ringrazio per avermi contattata e per avermi inviato tutte le fotografie di questo post che mi permettono di mostrarvi il lavoro del suo illustre nonno.

Lavezzari effigiò nel bronzo la drammatica figura di un soldato che in una mano regge una tagliente spada e nell’altra uno scudo.

È una figura intensa e potente, carica di drammaticità e di tensione rese ancor più percepibili proprio grazie alla postura del giovane soldato.

Nel 1941 l’opera di Vittorio Lavezzari venne inclusa nella campagna “bronzo alla patria” durante la quale molti monumenti vennero rimossi e fusi, il loro bronzo fu utilizzato poi per realizzare armamenti.
Così Voltri perse il suo monumento ai caduti, al posto di esso oggi è ivi collocata una scultura astratta di un diverso autore.
Rimane sul basamento la firma di Vittorio Lavezzari e l’opera dello scultore ancora si ammira grazie a questo bozzetto.

Così si stagliava nel cielo di Voltri la tragica figura del soldato pensata e realizzata dall’ingegno di Vittorio Lavezzari.

Dettaglio da cartolina di proprietà di Vittorio Lavezzari

La memoria della presa di Porto Pisano

Questa è la memoria di una antica vicenda e di lontani contrasti del tempo delle Repubbliche Marinare.
È il 6 Agosto 1284, giorno nel quale i genovesi si distinguono per il loro valore nella Battaglia della Meloria, a combattere contro i figli della Superba ci sono i pisani.
Al comando della flotta genovese sono due valenti condottieri, Oberto Doria e Benedetto Zaccaria i quali usciranno vittoriosi dalla battaglia e condurranno a Genova un folto gruppo di prigionieri, si dice che fossero più di 9000.
Quei pisani vissero e morirono nella zona ancora oggi nota come Campo Pisano.
I tempi turbolenti non erano però finiti e i dissidi continuarono, perché le condizioni poste da Genova a Pisa non vennero rispettate e nel 1290 i genovesi compirono così una spedizione navale e distrussero il Porto di Pisa.
Tornarono in patria recando il simbolo della loro vittoria: le catene del Porto di Pisa che vennero esposte in diversi luoghi della città.
Restiamo nel passato, tra quelle strade di Genova che non esistono più a causa dei rinnovamenti urbanistici del secolo scorso.
Tra Vico Dritto Ponticello e Via dei Servi c’era un tempo una casa che custodiva quella memoria.
Sulla dimora era collocato un marmo che celebrava la conquista di Porto Pisano, così scolpita nel marmo.

È la memoria di un evento rammentato nei libri di storia.

Sono effigiati nel marmo anche i volti dei pisani sorpresi dall’assalto dei genovesi.

E tutto è vivido, efficace e reale.

Una domanda rimane ancora senza risposta.
Chi visse in quell’antica dimora tra Vico Dritto Ponticello e Via dei Servi?
Chi varcava ogni giorno la soglia alzando lo sguardo verso il profilo del Porto di Pisa?
Il tempo travolge i luoghi e li muta, quella dimora oggi non c’è più.

L’antica scultura è invece custodita al Museo di Sant’Agostino e qui potete ammirarla: è la memoria della presa di Porto Pisano.

Pompei

Per essere una cittadina di provincia, Pompei aveva una sua grandiosità. Poteva vantare una basilica, un mercato coperto, vari templi, tutti edifici dai colori brillanti che luccicavano sotto i raggi del sole; inoltre qualche decina di statue di imperatori e di altre personalità locali poggiate su alti piedistalli. … I fruttivendoli offrivano fichi maturi e rosse fette di cocomero. I vinattieri se ne stavano accovacciati accanto a file di anfore rosse ricoperte da nidi di paglia gialla.”

Sono le ore calde di agosto del 79.d.C., tre giorni prima della spaventosa eruzione che devasterà la città campana: in questo breve spazio di tempo si concentra la vicenda umana di uomini e donne protagonisti di Pompei, romanzo edito da Oscar Mondadori e scaturito dalla penna sagace di Robert Harris, giornalista e prolifico scrittore britannico.
È vivace e viva la sua Pompei, è una città di traffici e di commerci, le sue strade sono percorse ogni giorno da decine di persone che ancora ignorano il loro destino.
E tra di loro c’è l’eroe della storia: il suo nome è Marco Attilio Primo ed è un ingegnere al quale è stato affidato il compito di occuparsi dell’acquedotto di Pompei dopo la misteriosa scomparsa di Esomnio, colui che in precedenza ricopriva questo ruolo.
A Pompei che giace inconsapevole all’ombra di una tremenda minaccia accadono fatti inconsueti: muoiono le triglie allevate nelle vasche del ricco liberto Ampliato e tutto attorno c’è un insolito odore di zolfo.

Tenace, indomito e caparbio, Attilio intraprende così la sua avventura che lo porterà a scoprire trame oscure e intrighi intessuti all’ombra del Vesuvio che da lì a poco farà sentire il suo spaventoso ruggito.
Concitato, appassionante e sorretto da un ritmo notevole, Pompei è un romanzo storico nel quale la trama e gli eventi narrati sono delineati sulla base di un’approfondita documentazione e sulla conoscenza della vulcanologia.
Traspare, tra le pagine di questo romanzo, una curata attenzione a proposito degli usi e dei costumi di quel tempo antico con la sua cifra di fascino per noi immutata.

“Le terme non erano un lusso. Le terme erano le fondamenta della civiltà. Le terme erano ciò che elevava il cittadino più umile di Roma al di sopra del barbaro più ricco e rozzo. Le terme educavano alla disciplina dell’igiene, della cura di sé e della rigorosa abitudine.”

Su quali principi si reggeva questo universo? E quali interrogativi poneva ad un uomo profondo e saggio come Attilio?

“La filosofia non gli era mai servita molto. Perché un essere umano doveva ereditare una villa del genere, un altro doveva morire divorato dalle murene e un altro ancora spezzarsi la schiena con quel caldo afoso ai remi di una liburna? C’era da impazzire a tentar di capire come mai il mondo funziona così.”

E questo mondo era abitato da anime diverse: i ricchi arroganti e i poveri schiavi lasciati in balia dei capricci dei loro padroni, i traditori, i leali amici e certe donne coraggiose.
Tra queste pagine, nel rispetto della storia, compare anche il filosofo e scrittore Plinio il Vecchio che al tempo dell’eruzione era realmente il comandante della flotta, Plinio il Vecchio morì in seguito all’eruzione del Vesuvio e la sua fine fu narrata da Plinio il Giovane in due lettere a Tacito.
Drammatiche sono le pagine che vedono proprio Plinio il Vecchio a bordo della sua nave mentre il Vesuvio rovescia la sua potenza di cenere su Pompei senza risparmiare nessuno.
Le pagine dedicate all’eruzione e alle umane reazioni di tutti coloro che si trovarono ugualmente coinvolti in quella tragedia sono efficaci, potenti e scritte con autentica maestria.
Se amate quel mondo antico e le sue vicende, Harris vi porterà per le strade di una città perduta e in quei suoi giorni più cupi, nel tempo che consegnò alla storia il destino di Pompei e dei suoi abitanti.

“Più avanzava più la strada si faceva intasata e più penose apparivano le condizioni dei fuggitivi. Molti erano ricoperti da una patina di polvere, con i capelli arruffati e i volti spruzzati di sangue simili a maschere di morte. Alcuni portavano torce, ancora accese: erano un esercito sconfitto di vecchi imbiancati, di fantasmi che si trascinavano allontanandosi da una calamità che li aveva abbattuti, incapaci perfino di parlare.”

Cose notevoli e meravigliose di Via di San Bernardo

Ritorno a raccontarvi di un’antica strada di Genova, scrigno di tesori e di molte bellezze, già diverse volte siete venuti con me in Via di San Bernardo ma questa sarà una lunga passeggiata che spero vi offrirà una visione d’insieme di una strada magnifica e meritevole della vostra attenzione.

Ricca di vetuste dimore, la nostra Via di San Bernardo è per me un’ininterrotta sequenza di stupori e meraviglie.

La percorriamo così imboccandola da Via delle Grazie.

Subito noteremo, posta all’angolo proprio con la citata Via delle Grazie, un’antica edicola della Madonna.
Mi si permetta solo di osservare che, nel rispetto della preziosità storica, credo che si potrebbe considerare di collocare il cartello di divieto in maniera differente.

Salendo, alla nostra destra, noteremo un piccolo stemma abraso.

Sul lato opposto invece alziamo lo sguardo verso il sovrapporta collocato sull’ingresso di un panificio: qui certi severi armati vigilano con attenzione.

Pochi metri dopo sulla Via di San Bernardo si apre una di quelle piazzette straordinarie e tipicamente genovesi: è Piazza Grillo Cattaneo sulla quale si affaccia la storica dimora seicentesca di Lorenzo Cattaneo annoverata tra i Palazzi dei Rolli e cioè quegli edifici che al tempo della gloriosa Repubblica di Genova venivano utilizzati per le visite di sovrani e capi di stato.

Camminiamo ancora e raggiungiamo l’incrocio con Vico dietro il Coro di San Cosimo.

Anche qui c’è un’edicola purtroppo vuota e certamente bisognosa di restauri.
Un tempo ospitava un affresco raffigurante Nostra Signora del Rosario e San Lugi Gonzaga.

E sull’incrocio con Vico dietro il Coro di San Cosimo troviamo anche un piccolo slargo sopra il quale l’incanto del cielo di Genova si svela in questa magnifica geometria.

Sull’edificio è murata una lastra con l’Agnello di Dio e due stemmi.

In questo tratto c’è poi il negozio dei Fruttarelli che ha come cornice un raffinato portale marmoreo.

Poco dopo ecco un sovrapporta con due angeli che lievi reggono il trigramma di Cristo.

Mentre i palazzi lassù incorniciano una striscia di cielo.

Proseguiamo ancora e al civico 10 troviamo un antico portale del XV Secolo.

Di fronte, su civico 33 rosso, si trova invece una piccola decorazione marmorea.

Soffermiamoci quindi ad ammirare il civico 14, il ricco portale risale agli inizi del ‘500.
Come scrive Piero Boccardo nel volume Genova e l’Europa Mediterranea edito da Fondazione Carige, questa è la nobile dimora di Raffaele Giustiniani figlio di Gio Antonio.

Sul sovvrapporta si leggono le parole latine GLORIA TIBI SOLI inserite tra coppie di fieri grifoni, nella foto che segue potete ammirare la parte centrale.

Sul muro è inoltre anche affissa una targa che ricorda che qui, nel lontano 1899, ebbe la sua prima sede la Croce Verde Genovese.

E uno sguardo oltre la grata vi svelerà la meraviglia di questo antico edificio con le sue pregiate decorazioni.

Questo antico palazzo venne utilizzato come uno degli scenari del film Le Mura di Malapaga, se avete visto il capolavoro che ebbe come protagonista Jean Gabin, forse ricorderete questa balaustra e questa scala.

Salendo le scale si troverà poi un’antica targa in latino che, come sempre racconta Boccardo, si riferisce alla proprietà dell’edificio.
Ho scattato la foto che segue nel 2013, prima degli attuali restauri.
Allora si leggeva appena, posta al centro della lastra la data che precede il nome di Raffaele Giustiniani: 1484.
Le successive precisazioni riferite a lavori di ripristino avvenuti nel 1685 sono relative alle opere compiute per riparare i danneggiamenti conseguenti al bombardamento del maggio 1684 ordinati dal Re Sole che tanti disastri causò in questa zona.
E chi sarà mai poi Enrico Ardy, il cui nome è riportato in una piccola targhetta?
Ho come sempre trovato la risposta nella mia Guida Pagano del 1926 dalla quale risulta che Ardy aveva in questo edificio una legatoria denominata Fabbrica Italiana Registri.

E ancora parole latine si leggono sulla lastra che sovrasta la soglia: PAX HUIC DOMUI, pace a questa casa e ai lati le lettere R e I che naturalmente si riferiscono nuovamente al padrone di casa Raffaele Giustiniani.

Proseguiamo ancora sotto il celeste di Genova che da secoli sovrasta queste antiche vicende.

Ecco la Drogheria Torrielli e l’edicola della Madonna.

Camminiamo tra antiche dimore che custodiscono vicende a noi sconosciute.

E tra marmi bianchi e neri che sono preziosa testimonianza di un’antica grandezza.

Poco oltre soffermiamoci al civico 19: questa è la dimora di Marc’Antonio Sauli, senatore della Repubblica e protonotario apostolico che visse tra il 1523 e 1618.
Di questo edificio scrissi molti anni fa, trovare il portone aperto fu per me fonte di profonda emozione.

Sorride, lieta ed eterea, la leggiadra Venere con accanto il delfino.

E la luce illumina il cortile di questa antica dimora.

Proseguendo ancora in Via di San Bernardo troveremo poi lo sguardo severo dei custodi dell’augusto palazzo di Alessandro Giustiniani risalente al XVI Secolo.

Quindi la nostra Via di San Bernardo si apre sulla bella piazza sempre dedicata a San Bernardo così come la Chiesa che si nota in fondo sulla sinistra.
Il palazzo adiacente, con il balconcino al primo piano, è la casa natale di Goffredo Mameli mai abbastanza valorizzata, a mio modesto parere.

Questo cielo stupendo custodisce, sovrasta e meraviglia.

Nella strada antica dove sono ancora numerose le bellezze da scoprire.
Ogni piccolo marmo racconta una pagina, anche breve, di storia cittadina.

E anche la storia recente ha lasciato la sua traccia, come nel caso di questa insegna del passato.

Siamo giunti al termine di questa passeggiata, se attraverserete Via di San Bernardo avrete di certo modo di trovare altre ragioni di stupore e ammirazione.

Credo sempre che luoghi come questo andrebbero valorizzati, riscoperti e svelati sotto una luce diversa senza tradirli e nel rispetto della loro autenticità e della loro storia.
Dietro ai portoni, negli atri un tempo attraversati da fieri nobiluomini e da gente comune, è racchiuso il passato di Genova con la sua leggiadra grazia e le sue sorprendenti meraviglie.

Il tempio di Fortuna

“Le pareti sono ricoperte di dipinti e sculture che mostrano il potere di Fortuna sulle vite dei mortali. Ben salda sulle gambe divaricate, la dea innalza e distrugge intere città mentre ai suoi piedi combattono eserciti la cui vittoria non è dettata dalla forza, ma dalla sorte. L’espressione di Fortuna è la stessa in tutte le scene: impassibile all’esultanza tanto quanto al dolore.”

Settembre, 79 d.C, a Roma, qui ritroviamo Amara: un tempo schiava in un sordido lupanare, è ora una liberta che vive negli agi e nelle comodità della città imperiale.
La storia di lei si snoda e si conclude tra le pagine del romanzo Il tempio di Fortuna di Elodie Harper, terzo volume della trilogia di Pompei che comprende Le Lupe di Pompei e La casa dalla porta dorata.
Avvalendosi di una scrittura coinvolgente e di una trama ricca e movimentata l’autrice vi trasporta con facilità nel mondo antico, in quelle strade dense di profumi e di frastuoni a volte spaventosi.
Da Roma a Pompei si compie così il destino di Amara, sempre guidata dalla sua forza interiore e dalla sua caparbia volontà di afferrare e stringere per sempre la libertà.
E là ritornerà, nella sua Pompei, la città sulla quale grava la minaccia incombente del Vesuvio che da lì a breve sommergerà con cenere e lapilli i suoi abitanti e le loro vite.
Pompei dalle molte dolcezze, ignara della furia che sta per travolgerla.

“A Pompei il momento più piacevole della giornata è il tardo pomeriggio, quando il caldo si attenua ma c’è ancora luce, e la brezza marina alleggerisce l’aria. La Campania possiede una frizzantezza che a Roma manca.”

Là Amara ritorna da donna, madre, amica, sorella, in qualche modo sempre figlia, in lei è maturato un senso di crescente consapevolezza di sé.
Ed è facile affezionarsi a lei, sperare che riesca nei suoi intenti, augurarle di colmarsi di amore e felicità e di ritrovare anche se stessa: lei ritroverà persino il suo vero nome, sarà ancora Timarete e non più Amara, il suo nome da schiava.
Il tempio di Fortuna, come gli altri volumi della trilogia, dà voce al variegato universo femminile del mondo antico mostrandone le fragilità e le sfaccettature.

“Anche Drusilla, come Amara, e come Britanna, è una sopravvissuta alla propria vita. Una donna in grado di capire che essere gentili, in un mondo che non lo è affatto, non porta lontano.”

Le pagine di questo romanzo restituiscono al lettore una straordinaria galleria di personaggi indimenticabili: la fiera gladiatrice Britanna, lo schiavo Filone, il crudele Felicio, il saggio e imperscrutabile Plinio il Vecchio che, nella realtà, visse davvero l’eruzione di Pompei e perse la vita in quella circostanza probabilmente per soffocamento.
E poi c’è Pompei, protagonista straordinaria della storia, del dramma e del destino ineluttabile, le pagine che riguardano l’eruzione sono stravolgenti ed efficaci come raramente accade.

“Poi la luce inizia a offuscarsi, come se stesse scendendo il tramonto a velocità innaturale. Amara alza gli occhi: sopra la montagna si leva una colonna nera, che sale perforando il cielo come una lancia scagliata dal regno del dio del fuoco, Vulcano. Dita nere si aprono dalla sommità per afferrare Pompei, allungandosi nell’azzurro. Poi il mondo diventa grigio, il sole si oscura e inizia a piovere; ma è una pioggia diversa da qualsiasi rovescio Amara abbia mai sperimentato.”

Ho volutamente svelato poco della trama, la scoprirete da voi leggendo la trilogia di Pompei e da qui, con semplicità, voglio ringraziare Elodie Harper per avermi fatto conoscere la sua Amara e il suo mondo così raro e prezioso.
I tre romanzi dedicati a Pompei e alle vicende di Amara sono, a mio parere, una delle migliori letture degli ultimi anni e credo che porterò a lungo nella memoria l’intensità di certe pagine e di certe emozioni.
E con l’immaginazione tornerò a Pompei con lo stesso sguardo malinconico di Amara quando, con la mente, ripensa al suo passato.

“Pompei è stata spazzata via, come se non fosse mai esistita, sepolta sotto colline di cenere, ma nella mente di Amara è ancora dolorosamente viva. Le sue strade e le case persistono nella memoria e lei vi torna ogni giorno.”

A Giuseppe Mazzini nel giorno della sua nascita

“Io – scrive un esule che vide Mazzini per la prima volta nel 1832 e che poi gli divenne amico e collaboratore – entrai nel recinto del tiro a Marsiglia, e, nel guardare attorno, vidi un giovine appoggiato alla sua carabina, mentre osservava gli altri tiratori, aspettando il suo turno.
Egli era di statura media ed esile nella persona: vestiva un abito nero di velluto di Genova, con largo cappello alla repubblicana: i suoi lunghi e ricciuti capelli neri che gli scendevano fin sulle spalle, la singolare freschezza della sua carnagione olivastra, la delicata perfezione delle sue nobili e singolari fattezze, aggiunta all’apparenza giovanile e all’aperta e soavissima espressione, gli avrebbero dato un carattere troppo femminile, se non fosse stato per l’alta nobiltà della fronte, la potenza di fermezza e di energica volontà, che, temperata da naturale brio e dolcezza, sfavillava a lampi dai suoi occhi nerissimi e si rivelava nella mobile espressione della bocca, e pei baffi e la barba che ne adornavano il volto. In tutto l’insieme egli mi apparve allora come l’essere il più perfetto ch’io avessi mai veduto – sia fra gli uomini, sia fra le donne: – né mai in alcun tempo ne vidi l’eguale. Io avevo letto ciò ch’egli aveva pubblicato, avevo udito di ciò ch’egli aveva operato e sofferto; e fu dal primo istante in cui io lo vidi che sentii in me che quel giovane non poteva essere altro che Giuseppe Mazzini.”

Della Vita di Giuseppe Mazzini – Jessie White Mario (1886)

A Giuseppe Mazzini, nato il 22 Giugno 1805
Buon compleanno, caro Fantasio!

Giuseppe Mazzini nella maturità
Illustrazione tratta da Della Vita di Giuseppe Mazzini di Jessie White Mario
Volume di mia proprietà