Guardando lontano

Vi porto con me, davanti al mio orizzonte.
In un luogo magnifico e speciale, sulla Piazza di Oregina, nello spazio antistante al Santuario di Nostra Signora di Loreto.
C’è un belvedere, ci sono le panchine e tutta Genova è ai vostri piedi.
Qui, in questo luogo, il 10 Dicembre 1847, dopo 101 anni dalla cacciata degli austriaci, il giovane e audace Goffredo Mameli condusse un folto corteo di cittadini a ringraziare la Madonna per la liberazione della città dal nemico e nella circostanza tutti loro dimostrarono quanto fossero uniti nel desiderare una sola nazione.
Qui, nell’aria fresca di un lontano inverno, per la prima volta risuonarono le note e le parole di quel Canto degli Italiani che diverrà nostro inno nazionale.
Lo sguardo si perdeva lontano, con coraggio e fiducia.
Davanti al mare luccicante per i raggi del sole che battevano sui tetti di ardesia, sui caruggi, sugli abbaini, sui visi speranzosi, sul profilo della Lanterna.
Semplicemente così, guardando lontano.

Domenico Cardente: il destino di un esule

Questa è la storia di un patriota, un ragazzo venuto dal Sud vissuto nell’epoca risorgimentale.
Domenico Cardente appartiene ad una ricca famiglia di Marzano Appio, in provincia di Caserta, il giovane respira già in casa il fervore degli ideali unitari e e insieme a suo fratello Felice entra a far parte della Carboneria.
Sono tempi convulsi, la gioventù di questi patrioti si spende nel perseguimento di uno scopo politico ed è proprio il fratello Felice ad essere una figura cardine di quel tempo.
Felice è laureato in diritto civile ed è uno dei più appassionati sostenitori dell’Unità d’Italia: tra le vicende che lo riguardano una in particolare mostra la caratura del personaggio.
È il 1860 quando le sue azioni divengono particolarmente sgradite al governo borbonico: Felice e il fratello Cesare vengono arrestati e gettati in un’oscura prigione del carcere di Gaeta.
Dopo poco Felice Cardente, con le catene ai polsi e ai piedi, da Gaeta viene condotto nel carcere di Teano.
In seguito giunge in quella località il Generale Giuseppe Garibaldi con le sue vittoriose Camicie Rosse: in quel 26 Ottobre si compie infatti lo storico incontro di Teano tra il Generale Garibaldi e Vittorio Emanuele II.
E sempre in quel medesimo giorno è Garibaldi stesso a far liberare i due fratelli Cardente.

Opera esposta al Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano 

A partire dal 1861 Felice Cardente sarà Deputato dell’Ottava Legislatura del Regno d’Italia e coprirà questa carica fino al 1865, anno della sua morte.
E suo fratello Domenico?
Per riprendere i fili della storia di lui occorre fare un passo indietro e tornare al tumultuoso 1848, in quell’anno Domenico con il fratello Felice è protagonista dei moti rivoluzionari: le sue azioni e le sue iniziative politiche lo mettono in pericolo e costringono il giovane Domenico all’esilio, così egli lascia la sua terra.
Approderà in questa città, vivrà stimato tra i molti esuli che popolano le vie di Genova.
Dei suoi giorni genovesi si trova traccia nel volume Alessandro Poerio a Venezia, lettere e documenti del 1848 edito nel 1884 da Morano (Napoli).
In questo libro si legge che Domenico Cardente visse con alcuni compagni emigrati in Albaro: insieme a lui c’erano l’eroico combattente Gaspare Musto e i fratelli Mezzacapo.
La dimora nella quale essi abitarono è celebre in quanto tra queste stesse mura aveva vissuto anche il poeta Lord Byron.

Tra le righe di questo volume è riportato poi anche un altro aneddoto.
Ci fu un periodo durante il quale il nostro Domenico dimorò in un mezzanino in cima a Via Luccoli, le finestre della sua casa erano alla stessa altezza di Piazza Fontane Marose.

Un bel giorno uno di questi patrioti era là nella casa del Cardente e se ne stava a declamare una sua tragedia mentre un altro, attorniato da altri emigrati, si affacciava dalla ringhiera in Fontane Marose e sporgendosi scherniva il suo compagno.
Ora quando passerò di là sarà per me inevitabile pensare a tutti loro, credetemi!

Non so dirvi quale vita condusse in questa città Domenico Cardente: era lontano dalla sua casa, qui aveva la sua rete di sodali, con i suoi amici condivideva idee e convinzioni politiche.
Come lui, anche loro avevano lasciato le loro terre, erano esuli in un luogo lontano e distanti dalle loro case.
Per mie motivazioni personali ho avuto modo, in passato, di approfondire la storia di altri esuli e devo dire che, a volte, queste vicende umane hanno diversi punti in comune.
Non so quali altri affetti abbia trovato Domenico Cardente qui a Genova: era un uomo giovane e appassionato, ardeva per i suoi ideali e forse qui trovò anche l’amore di una donna.
Ho seguito la traccia di Domenico e ho così trovato notizie di lui e del suo più celebre fratello nel volume Il Parlamento del Regno D’Italia descritto dal Cavalier Aristide Calani Milano 1860.
E arriviamo così all’epilogo di questa vita così breve ed intensa.
Accadde in un giorno d’estate del 1852: in quella stagione calda il destino di Domenico Cardente si compì.
Il giovane esule morì, ad appena 29 anni, colpito da una malattia polmonare che non gli diede scampo, la notizia è anche riportata dal Giornale Italia e Popolo del 10 Luglio 1852.
Ad assisterlo amorevolmente fino all’ultimo istante fu il Generale Enrico Cosenz, il cronista del Giornale Italia e Popolo ricorda con un certo rammarico che ad aggravare la situazione di Cardente fu anche la sofferenza dell’esilio.
Gli resero onore i suoi amici più cari, un discorso accorato fu pronunciato dal patriota Francesco Carrano.
Forse vi chiederete cosa mi abbia spinto sulle tracce di un giovane così votato all’ideale patriottico.
Un giorno, all’ombra della Galleria Inferiore a Ponente del Cimitero Monumentale di Staglieno, ho letto il suo nome.
Domenico Cardente.
Esule da Napoli.

Allora oggi io sono qui, a pronunciare ancora una volta il suo nome.
Questo, in qualche modo fa ancora la differenza, a parer mio.
A un certo punto il tempo posa il suo velo sulle vite, sulle fatiche di ognuno, sui pensieri e sugli ideali per i quali alcuni sacrificano la propria esistenza.
Domenico morì nel fiore della sua giovinezza, non vide l’Italia unita che desiderava costruire.
Una volta ancora, ripeto il suo nome, fatelo con me.
Domenico Cardente.
Esule da Napoli.
Visse per 29 anni.
Onorato e della patria amatissimo.
Questo è il mio ricordo di te, Domenico, scritto in un tempo che non hai conosciuto, nella città che ti accolse, in questa Italia che adesso esiste anche grazie ai giovani valorosi come te.

Pietro Lanza Principe di Trabia, Butera e Scordia: storia di un patriota siciliano

Questa è la storia di un patriota venuto da lontano.
Pietro Lanza, Principe di Trabia, Butera e Scordia, nacque a Palermo nel 1807 da Giuseppe Lanza Principe di Trabia e dalla nobile Stefania Branciforti.
Uomo ricco di ingegno e dalle molte attitudini, fin da giovane brillò negli studi e per i suoi talenti, appena ventottenne era già Pretore di Palermo.

In questo suo importante ruolo si distinse nella particolare circostanza dell’epidemia di colera che nell’estate del 1837 implacabile dilagò a Palermo.
Lanza, coraggioso e indomito, si prodigò in molti modi per la sua città e per la sua gente, narrano le cronache che in certi giorni di luglio il colera a Palermo arrivò ad uccidere mille persone al giorno.
Il giovane pretore, ligio al senso del dovere, rimase nella sua città e in aiuto ai suoi concittadini fino alla fine dell’epidemia.
Giunse così l’anno 1838 e Pietro Lanza, con la sua consorte Eleonora Spinelli Caracciolo, si recò a Parigi dove partecipò a corsi scientifici e a lezioni di scienze morali, alla Sorbona seguì le lezioni di diritto penale del celebre Pellegrino Rossi.

Uomo di legge e di scienze, Lanza pubblicò lavori storici sulla sua Sicilia.
Da Parigi sul finire di maggio raggiunse poi Londra e qui presenziò all’incoronazione della Regina Vittoria, in seguito andò in Belgio e poi in Svizzera.
Tornando a Palermo trovò al suo posto di questore un successore in quanto, per una serie di circostanze, pare che fosse stato ingiustamente esonerato dal suo incarico.
Lanza proseguì con immutato impegno nei suoi studi, si dedicò quindi all’amministrazione del ricco patrimonio di famiglia.
Giunse quindi il 12 gennaio del 1848, in quegli anni di fermento, si rinfocolò il fuoco dello scontento: sono i giorni della rivoluzione siciliana.
E tra coloro che prendono parte ai moti siciliani c’è anche lui, Pietro Lanza: quando il 25 Marzo 1848 viene proclamato il Regno di Sicilia Pietro Lanza prende il suo posto nella Camera dei Pari, a lui verranno in seguito affidati il Ministero della Pubblica Istruzione e dei Lavori Pubblici, in questo suo ultimo ruolo tra le iniziative delle quali si occupa con autentico fervore c’è anche la realizzazione della Via della Libertà a Palermo.

Fu ancora pretore della sua città e in seguito fu chiamato a far parte del Ministero Stabile e gli fu affidato il portafoglio degli Affari Esteri.
Il Lanza, tuttavia, non sapeva che i casi del destino e della politica lo avrebbero condotto lontano dalla sua isola: nel 1849, infatti, i Borboni riconquistarono la Sicilia e per Lanza e per tutti coloro che avevano preso parte alla politica del Regno di Sicilia si aprirono tristemente le porte dell’esilio.
Era un giorno di aprile del 1849 quando Pietro Lanza lasciò la sua Sicilia a bordo di un vapore della Marina Militare Inglese, non avrebbe mai più rivisto la sua terra natia.
Per qualche tempo rimase in Francia e poi, a partire dall’Ottobre del 1849, si stabilì a Genova.

Ebbe rapporti con le figure illustri del tempo, da Genova spesso si recava a Torino dove incontrava Cavour e coloro che gravitavano negli ambienti dell’emigrazione politica.
A Genova fece parte dell’Accademia di Filosofia Italiana fondata da Terenzio Mamiani, qui fu spesso in prima linea a fornire soccorso ai molti esuli come lui venuti da lontano.
Viaggiò molto durante gli anni del suo esilio e sempre curò l’amore per le lettere e per le scienze, Lanza fu anche autore di diverse pubblicazioni dove mostra il carattere del suo ingegno.
Fu durante uno dei suoi viaggi che trovò la fine: Pietro Lanza Principe di Trabia, Butera e Scordia soffriva di epilessia, durante un suo soggiorno a Parigi la sua malattia si aggravò e il 27 Giugno 1855 eglì esalò l’ultimo respiro.
Forse vi starete chiedendo cosa mi abbia spinto a scrivere la vicenda di questo patriota, figura non così nota alla maggioranza delle persone.
Io ho scoperto la vicenda di lui poco tempo fa e così mi sono premurata di cercare notizie sulla sua vita e le ho trovate in particolare nel volume Il Risorgimento Italiano Biografie Storico Politiche d’Illustri Italiani Contemporanei a cura di Leone Carpi pubblicato dall’Antica Casa Editrice di Francesco Vallardi nel 1886.
Le pagine dedicate al patriota siciliano sono state scritte dal Professor Salvatore Lanza di Trabia, in quelle righe si legge che Pietro Lanza riposa nella sua Palermo, nella tomba di famiglia.
Come comprenderete, è piuttosto improbabile che io riesca a ristabilire l’esatto corso degli eventi ma vorrei aggiungere qualche notizia e qualche considerazione che spiegherà cosa mi ha condotto sulle tracce di Pietro Lanza.
Qualche giorno fa, infatti, mi trovavo nella Chiesa della Santissima Concezione e Padre Santo, un luogo che racchiude innumerevoli storie del passato.

Non ci si sofferma mai abbastanza a lungo a leggere le lapidi di coloro che qui vennero accolti a riposare nel loro sonno eterno.
Una di quelle candide tombe accenna ad una storia, lascia la traccia di un uomo stimato e virtuoso.

Gli esuli mestissimi che furono compagni dei suoi giorni, nella città di Genova, con evidenza ebbero una parte nello scrivere per il loro sodale queste parole.
Sembrerebbe pertanto che, per un periodo, Pietro Lanza abbia riposato in questa chiesa, nel silenzio mistico di Padre Santo.

Per un caso i miei occhi hanno trovato il suo nome e allora ho voluto farlo riemergere e in qualche maniera farlo ritornare sotto la luce che rischiara le vie di Genova, città che nei suoi giorni di esule lo accolse e lo ospitò.
Così a voi porto il ricordo di lui: Pietro Lanza, Principe di Trabia, Butera e Scordia, ardente patriota siciliano.

Dicembre 1858: nasce a Genova l’Inno di Garibaldi

È un giorno d’inverno del 1858 in una casa di Genova: è la dimora di un patriota di nome Gabriele Camozzi, bergamasco ed esule politico che è solito radunare in quelle sue stanze molti altri esuli presenti nella Superba.
Il 19 Dicembre di quel 1858, in occasione di una di quelle riunioni, si presenta anche un personaggio illustre: è Giuseppe Garibaldi, nella circostanza c’è anche Nino Bixio.

Garibaldi stringe mani, riscalda i cuori, tutti si avvicinano a lui.
Tra quelle persone c’è anche un rinomato poeta che risiede a Genova e insegna al Collegio delle Peschiere, con i suoi versi ha suggellato uno dei momenti più tragici della storia d’Italia: si tratta di Luigi Mercantini, autore della poesia La Spigolatrice di Sapri scritta in memoria di Carlo Pisacane e dei drammatici eventi della Spedizione di Sapri nella quale perì lo stesso Pisacane e con lui molti altri patrioti.
Garibaldi discorre con Mercantini, a lui chiede di comporre un canto per i suoi volontari: un canto per far ardere i cuori durante la battaglia e da intonare dopo la gloriosa vittoria.
Mercantini onorato accetta, Camozzi propone che sia la moglie del poeta, talentuosa pianista, a comporre la musica.

L’anno volge al termine e l’ultimo giorno di Dicembre gli esuli ancora si trovano a casa di Gabriele Camozzi.
Tutti attendono il volgere degli eventi e con impazienza aspettano di udire le parole prescelte da Mercantini e destinate ai volontari di Garibaldi.
Così, quando il poeta fa il suo ingresso, gli animi si scaldano e i cuori prendono a battere forti all’unisono mentre Mercantini pronuncia quei suoi versi che tutti voi certo conoscerete:

Si scopron le tombe, si levano i morti
I martiri nostri son tutti risorti!
Le spade nel pugno, gli allori alle chiome
La fiamma ed il nome d’Italia nel cor!

Uno scroscio di applausi accolse quelle parole, la signora Mercantini si mise al piano e fece sentire alcune note nella musica prescelta: a comporla non era poi stata lei, l’arduo compito era stato infatti affidato ad Alessio Olivieri, capobanda della Brigata Savoia.
L’evento è narrato con dovizia di particolari tra le pagine della rivista A Compagna del mese di Maggio del 1930.
Quel giorno, in quella dimora, riecheggiarono le parole di Mercantini e tutti i presenti si misero a cantare l’Inno.
Dopo lo sbarco di Marsala il canto patriottico prese il nome di Inno di Garibaldi, Mercantini aggiunse i versi finali sul finire del 1860.

Genova, città dei patrioti, conserva molte memorie di quei giorni gloriosi, anche se a volte i luoghi della storia vengono quasi dimenticati e su di essi si posa inesorabile il velo del tempo.
Luigi Mercantini dimorava in un edificio non più esistente in Via Dei Sansone, anche la casa del patriota Gabriele Camozzi ai nostri tempi non esiste più.
Trascorsero 50 anni dal giorno della partenza dei Mille, nel Maggio 1910 nella Superba si tennero speciali celebrazioni: tra le varie iniziative su quella dimora che un tempo fu casa del patriota Camozzi fu apposta una lastra commemorativa in memoria di quegli eventi.
Come già ho scritto la casa non esiste più, si trovava in Passo dello Zerbino e al suo posto oggi svetta questo edificio di recente costruzione.

La targa marmorea è stata conservata e affissa sul questo nuovo palazzo, tuttavia si trova molto in alto ed anche un po’ difficile da leggere.
Non so quanti genovesi conoscano questo edificio e questo marmo che ricorda un memorabile giorno del nostro passato, io credo sempre che questi luoghi andrebbero valorizzati nella loro vera unicità, senza inutili orpelli e nel rispetto della storia passata.
Trascrivo così per voi i versi scolpiti nel marmo.
Quando vi trovate in Passo dello Zerbino alzate lo sguardo: là passò anche l’Eroe dei Due Mondi, là il poeta Luigi Mercantini declamò davanti a un pubblico di ferventi patrioti L’Inno di Garibaldi.

QUI IN CASA DI GABRIELE CAMOZZI
CAPO DELLA RIVOLUZIONE DELLE VALLI BERGAMASCHE
NEL 1848-49
SOCCORRITORE DI BRESCIA EROICA AGONIZZANTE
LUIGI MERCANTINI
COMPAGNO D’ESILIO A DANIELE MANIN
CANTORE DI TITO SPERI DI CARLO PISACANE
NEL DICEMBRE 1858
PROVAVA L’INNO DA LUI COMPOSTO
PER INCARICO DEL DUCE
E MUSICATO DAL GENOVESE ALESSIO OLIVIERI
PERCHÉ INFIAMMASSE LE ROSSI COORTI NELLA PUGNA
CONTRO I SECOLARI OPPRESSORI D’ITALIA
E NE FOSSE IL PEANA
NEL RITORNO DALLA VITTORIA
——
A RICORDO A EDUCAZIONE DEL POPOLO
A GLORIA DELL’INGEGNO CONSACRATO ALLA PATRIA
IL MUNICIPIO DI GENOVA
NEL CINQUANTESIMO DALLA PARTENZA DEI MILLE.
——
LA LAPIDE PROVIENE DALLA VECCHIA CASA GIÀ ESISTENTE NELLO STESSO SITO.

Saint-Just. La vertigine della Rivoluzione

Questa è la storia di un uomo narrata spesso tramite le sue stesse parole.
Non è la biografia di un rivoluzionario, è piuttosto la ricerca del suo pensiero e delle sue azioni tramite la traccia che egli lasciò.
Saint-Just. La vertigine della Rivoluzione è il saggio di Stenio Solinas pubblicato da Neri Pozza e dedicato alla figura di uno dei più protagonisti del sanguinario regime del Terrore durante la Rivoluzione Francese.
Louis Antoine de Saint-Just frequenta la scrittura, è il mese di maggio del 1789 quando pubblica l’Organt, un poema in venti canti che è il riflesso del suo pensiero: di lì a poco avverrà la presa della Bastiglia e Saint-Just in quel tempo sarà ancora lontano da Parigi ma già imbevuto e partecipe degli ideali rivoluzionari.
Arriverà nella capitale francese e diverrà il più grande amico di Robespierre al quale lo unirà un profondo legame.
Lo storico Michelet definirà Saint-Just l’Arcangelo della Morte, la sua figura è anche ammantata dall’epica della bellezza, Solinas racconta anche dei suoi ritratti esposti al Museo Carnavalet che restituiscono l’immagine di un avvenente giovane che al lobo porta un orecchino.
E con sapienza Solinas offre al lettore anche uno sguardo su un altro aspetto che distingue l’epoca rivoluzionaria: la rivoluzione è anche l’epica della giovinezza.

Avversari e rivoluzionari di rado riescono a superare i 40 anni, l’autore presenta uno spaccato di quella società e induce così il lettore a riflettere su questo particolare aspetto.
Saint-Just stesso arriva a Parigi che è appena un ragazzo, il folle clima del terrore di quel tempo brucia vite ed ideali.
Come dicevo, il saggio non è una biografia, narra le intemperanze del protagonista e il ruolo che egli ebbe nella politica del tempo ma lo osserva in maniera mediata con uno sguardo particolare sulle sue azioni e sul suo credo.
Secondo la mia personale opinione questo testo prevede già una certa approfondita conoscenza degli eventi dell’epoca, l’autore per parte sua si muove con notevole dimestichezza tra le diverse tematiche inerenti la Rivoluzione Francese, non tralasciando rimandi a studi di epoche recenti e dotte citazioni.
Alcune pagine, poi, restituiscono appieno il furore della Rivoluzione come ad esempio quelle nelle quali si narra la seduta della Convenzione durante la quale si decide il destino di Luigi XVI e nel luogo nel quale tutto avviene la tragedia diventa spettacolo messo in scena dal pubblico presente in sala:

“…si mangiano gelati, arance, si bevono liquori, ci si scambia complimenti e saluti fra belle donne nel loro più charmant négligé e amici, ammiratori, spasimanti più o meno maturi.”

In questo clima cresce e si alimenta la passione politica di Saint-Just, interessante è il capitolo dedicato alla sua riorganizzazione e riforma dell’esercito.
Questo libro complesso e certamente particolare restituisce così il ritratto di una figura insolita osservato da un particolare punto di vista.
Eccolo il giovane Saint-Just: un giorno prima di essere condotto al patibolo si presenta alla Convenzione vestito con somma eleganza, come se dovesse partecipare ad una festa.
Resta su quella tribuna e non riesce a prendere la parola, i suoi nemici non gliela concedono ma, a differenza del suo amico Robespierre che strepita per difendersi, Saint-Just tace e affronta il destino con impassibile sangue freddo.
Sono 21 coloro che insieme a Saint-Just sono destinati al patibolo, la loro vista è lo spettacolo di un’umanità umiliata e dolente, coperta da vesti lacere e macchiate di sangue.
È la Place del La Concorde il luogo dell’esecuzione e Saint-Just andrà incontro alla morte ritto su un carro, con l’abito di camoscio e il gilet con un solo bottone allacciato a lasciar scoperto il petto.
È il 28 Luglio 1794, la lama implacabile della ghigliottina precipita giù e recide la testa di Louis Antoine de Saint-Just, all’epoca appena ventisettenne.
Così termina l’intensa vicenda terrena di un giovane che visse nella vertigine della Rivoluzione.

Il monumento a Giuseppe Garibaldi

La sua figura si staglia nelle piazze di molti luoghi della nazione che egli contribuì a costruire, elencare il numero dei monumenti a Giuseppe Garibaldi sarebbe impresa ardua.
Nel capoluogo ligure ve ne sono diversi, furono eretti in quelle zone di Genova che un tempo erano comuni autonomi, a Pegli e a Sampierdarena svettano le statue nelle quali si ritrovano i tratti dell’Eroe dei Due Mondi.
La statua più celebre, tuttavia, è il centralissimo monumento equestre sito in Largo Pertini nello spazio tra il Teatro Carlo Felice e l’Accademia delle Belle Arti realizzata nel 1893 prima che questa parte di Genova mutasse aspetto con la costruzione della centrale Via XX Settembre e i successivi ampliamenti di Piazza de Ferrari.

Così svetta l’eroe del Risorgimento, l’augusto condottiero delle Camicie Rosse, l’uomo lungimirante e idolatrato dalle folle, colui che con le sue gesta mutò il corso della nostra storia.
Giuseppe Garibaldi morì il 2 Giugno 1882 ma la sua figura restò nel cuore e negli sguardi di molti.
In questa Genova dalla cui rive egli partì a con i suoi giovani e ardimentosi combattenti alla volta di Marsala, si volle tributargli l’onore di un monumento equestre che fu realizzato dal valente scultore Augusto Rivalta.


L’artista fu autore inoltre di diversi monumenti funebri collocati a Staglieno come la tomba della famiglia Raggio e la tomba del patriota Francesco Bartolomeo Savi, a lui si devono anche il monumento a Raffaele Rubattino sito a Caricamento e le statue di Garibaldi e di Niccolò Barabino collocate a Sampierdarena.
Augusto Rivalta, oltre ad essere un talentuoso e prolifico scultore, era anche un ardente patriota e fu fieramente nella schiera dei Mille che seguirono il Generale Garibaldi.
Egli così conosceva bene quel piglio, quella fermezza, quel carattere che effigiò nel bronzeo monumento equestre al Generale.

L’opera fu inaugurata il 15 Ottobre 1893 alla presenza di una patriottica folla festante e di molte illustri autorità.
Così si osserva la fiera figura di Garibaldi nella prospettiva del colonnato del Teatro Carlo Felice.

Così egli si svela a noi nella sua magnifica imponenza di temerario condottiero.

Garibaldi siede in sella al suo destriero e colpisce la sapiente maestria di Rivalta nel forgiare il superbo cavallo nei suoi particolari: la criniera pare come smossa da lieve brezza e le redini sembrano quasi dondolare piano.

Luccica la spada sotto il sole della Superba.

E forse anche Agusto Rivalta avrà guardato il suo monumento nel bagliore di una luce che declina, mentre nell’azzurro scorrono perdendosi leggere certe effimere nuvole vaghe.
Il nome dell’eroe è scolpito nella pietra, immortalato nei libri di storia, ricordato in migliaia di strade, vie e piazze d’Italia.

A Giuseppe Garibaldi, all’Eroe dei due Mondi, ancora in sella al suo destriero sotto il cielo lucente di Genova.

Ritornando in Vico del Dragone

E poi ecco ancora un’emozione grande: ritornare là, in Vico del Dragone, quel caruggio che si estende parallelamente a Via di Ravecca, alle spalle della nostra antica Porta Soprana.
Per la verità ci sono stata parecchie volte in questi anni ma da lungo tempo erano in corso certi importanti lavori, questo blog è nato nel 2011 e già allora erano presenti le impalcature necessarie appunto a queste opere.
Come si dice, tutto arriva a chi sa aspettare e oggi il nostro Vico del Dragone è tornato alla sua luce, io ci sono passata in un giorno di sole radioso e così lucente.

Con le finestre socchiuse a lasciare entrare l’aria fresca.

Mentre l’azzurro si staglia lassù tra le case alte.

E il sole cade glorioso sull’antico Vico del Dragone.

Ho potuto alzare lo sguardo verso la memoria di una mistica suggestione e presumo che questo dipinto sia con tutta probabilità una copia di un’opera preesistente, tuttavia ci riporta a epoche passate di questo caruggio così vicino alla Piazza delle Lavandaie un tempo vibrante di vita.

Amo intensamente questi luoghi e spesso li percorro tentando di immaginarli nel tempo che non ho veduto, ad esempio seguendo le indicazioni del mio magnifico Annuario Pagano del 1926 ho scoperto che qui un tempo c’erano una locanda, la bottega di un falegname e quella di un pollivendolo, c’era una latteria e c’era persino un sapiente fabbricante di organi e così chissà che suoni melodiosi si saranno sentiti talvolta nel mio Vico del Dragone.

Ed è una via di Genova a me particolarmente cara perché qui nacque un genovese del quale essere fieri, a lui sono da sempre affezionata e adesso posso alzare lo sguardo verso quella che fu la sua dimora natale.
Qui venne alla luce del mondo Francesco Bartolomeo Savi, mazziniano, giornalista e patriota e sulla casa che lo vide crescere è affissa una lapide in sua memoria della quale già scrissi qui, riportandone il testo completo, nell’articolo interamente dedicato a Savi.

Cammino così nelle strade di Genova pensando a chi le percorse prima di me, cammino nei luoghi di Savi e penso al fatto che forse anche lui, in un giorno distante, alzò lo sguardo verso il cielo di Genova e vide queste sfumature di celeste e di nuvole chiare.
E questa è un’emozione difficile da spiegare, credetemi: o anche voi sentite questo genere di brividi oppure io credo di non conoscere parole per farmi comprendere.

Ho percorso il vico del Dragone andando avanti e indietro, seguendo quel sole inaspettato come un regalo che non sai come hai fatto a meritare.

Mi sono fermata a osservare le case, le finestre, i cielo turchino in questo tempo di fine estate così brillante e brioso.

E ancora sono ritornata sui miei passi, più volte, nella bellezza antica del mio caro Vico del Dragone.

Antonio Burlando: uno dei Mille di Marsala

La fierezza, il coraggio e un nome da ricordare: Antonio Burlando, nato a Genova il 2 Dicembre 1823, nella sua città lasciò le cose del mondo il 23 Novembre 1895.
Protagonista delle battaglie risorgimentali il suo nome risplende tra quelli di coloro che fecero l’Italia, la sua figura si staglia eroica all’ombra degli alberi del Boschetto Irregolare del Cimitero Monumentale di Staglieno dove egli riposa effigiato nei tratti dal valente scultore Demetrio Paernio.

Le parole poi, a volte, narrano di noi la nostra essenza e ciò che siamo stati.
Le parole delineano le azioni, la volontà, il segno che abbiamo lasciato nel mondo.

Per Antonio Burlando le scrisse Anton Giulio Barrili che compose il testo della lapide esaltando le gesta di lui e il suo contributo alla causa garibaldina.
E così si legge: Antonio Burlando uno dei Mille di Marsala.
Solo a leggere quella semplice frase ti accorgi che quelle parole racchiudono un intero credo e svelano il senso di appartenenza ad una schiera di intrepidi sodali uniti da una causa comune.
Uno dei Mille di Marsala, uno di loro.
Uno che combatté per la nostra bandiera e per la nostra Italia unita.
Uno che guidò i suoi compagni alla battaglia.
E solo a leggere quella frase ti pare di vederli tutti vicini quei giovani che salpano con il vento in faccia e lasciano lo scoglio di Quarto, tra di loro c’è anche lui: Antonio Burlando, uno dei Mille di Marsala.

Burlando era membro della Società del Tiro a Segno e apparteneva al Corpo dei Carabinieri Genovesi, un gruppo di valorosi così narrati dalla penna di Giulio Cesare Abba nel suo volume Storia dei Mille:

“Ora ecco i Carabinieri genovesi, quasi tutti di Genova, o in Genova vissuti a lungo, mazziniani ardenti, armati di carabine loro proprie, esercitati nel tiro a segno da otto o nove anni i più, gente che s’era già fatta ammirare nel 1859, ben provveduta, colta, elegante. “

Egli fu nelle file dei garibaldini tra i Cacciatori delle Alpi nella guerra del 1859, così luccica la sua spada sotto il sole che filtra tra gli rami fitti di Staglieno.

Se poi vi recherete a visitare il Museo del Risorgimento e Istituto Mazziniano tra i molti cimeli appartenuti agli eroi di quel tempo glorioso troverete anche la divisa del Colonnello Antonio Burlando, sulla stoffa rossa sono appuntate otto diverse medaglie.
C’è anche la sua carabina e su di essa è fissato un foglio scritto dallo stesso Burlando dove egli dichiara che l’arma gli era stata donata da Felice Orsini, Burlando la usò nelle campagne del 1859 e 1860.

L’eroico genovese riportò una ferita ad una gamba durante la battaglia di Calatafimi, da ardente patriota seguì ancora Garibaldi nel 1866 e nel 1870, in seguito fu consigliere comunale della città per la lista democratica.
E quelle medaglie fieramente appuntate sulla sua giacca rossa sono fedelmente riprodotte anche nel busto collocato a Villetta Di Negro.

E ancora sono ricordate le gesta del prode colonnello.

Ritto, nella sua sua fiera postura così è ritratto l’eroe di numerose battaglie nel monumento forgiato in sua memoria.

Il suo è un nome da onorare, lui era Antonio Burlando: uno dei Mille di Marsala.

Un bambino di nome Giuseppe Mazzini

I protagonisti della storia hanno lasciato ai posteri tracce leggibili della loro esistenza, di loro conosciamo scritti, azioni e vicende.
Più arduo è poter scoprire i risvolti della vita privata, le attitudini e le inclinazioni, il ricordo di questi aspetti è affidato ai biografi e a coloro che hanno saputo tramandarci una grande quantità di informazioni interessanti.
Io oggi voglio raccontarvi di un bambino nato in questa nostra Genova: il suo nome è Giuseppe Mazzini e dei suoi giorni d’infanzia scrive dettagliatamente la sua cara amica Jessie White Mario nel volume Della vita di Giuseppe Mazzini.
Giuseppe è un bimbetto di corporatura fragile e così per i primi tre anni della sua vita la mamma lo tiene amorevolmente sempre vicino a sé.
È un tipo curioso, ha un’intelligenza pronta e vivace e mentre certi maestri privati impartiscono lezioni alle sue sorelle Giuseppe se ne sta nella stanza vicina e riesce ad imparare autonomamente a leggere solo sentendo da lontano quegli insegnamenti.
In casa tutti lo chiamano Pippo, è un piccino vivace, ha una risata allegra e gioiosa, fa sempre scherzi alle sorelle e si diletta ad imitare le persone che passano per casa.
Ama intensamente che qualcuno gli legga le favole e ne vuole ascoltare sempre di nuove, se per caso gli viene ripetuta una storia che già conosce lui corregge prontamente le eventuali imprecisioni.
Pippo ha una fibra delicata ma anche un carattere fiero e tenace, vuole solo essere come tutti gli altri bambini e ha la particolare stravaganza di non voler indossare abiti colorati.
Si distingue però per alcune sue caratteristiche, come ben spiega Jessie White Mario:

“Ma la precocità del suo ingegno era piuttosto unica che rara. Il padre aveva chiamato per precettore un buon prete, amico della famiglia; e Don Alberto dichiarò francamente che Pippo in fatto di storia e di letteratura ne sapeva più di lui, e si limitò a insegnargli specialmente il latino.”

Giuseppe Mazzini
Opera di Santo Saccomanno – Palazzo Tursi

Non ama l’esercizio fisico ma con diligenza accompagna suo papà nelle sue passeggiate, il piccolo Mazzini è uno scolaro giudizioso, legge con passione i libri di storia e parla benissimo in francese.
Nel suo volume Jessie White Mario riporta anche una notizia a proposito della prontezza d’ingegno del futuro patriota.
La madre Maria Drago, per aver consigli su quale migliore didattica adottare con quel suo figlio così intelligente, decise di scrivere a un suo cugino all’epoca Colonnello di Artiglieria e questi inviò la sua risposta in una lettera molto esaustiva e articolata.
Alcune frasi di questa lettera son stampate in grassetto, il Colonnello così parla del piccolo Pippo:

“È una stella di prima grandezza che sorge brillante di una luce per essere ammirata un giorno dalla colta Europa.”

E molte sono le doti del bambino, egli infatti dimostra di avere:

…doni straordinari che gli ha compartito la natura prodiga.
Sorprendente, tenacissima memoria, talento straordinario e genio senza limiti d’apprendere.
Avendo, infine, una volontà indistruggibile per lo studio…”

La lettera è lunga ed è datata 12 Agosto 1812.
A quell’epoca Giuseppe Mazzini aveva appena sette anni e mezzo, lo si constata con autentico stupore.
Jessie White Mario narrò nei dettagli la travagliata esistenza del patriota genovese a lei molto caro: egli morì il 10 Marzo 1872 e in occasione di questa ricorrenza ho voluto così ricordare quei giorni in cui egli era solo il piccolo Pippo.

Sant’Agostino della Cella: una devozione antica

Le cronache narrano di un piccolo tempio costruito da mani rudi e forti di laboriosi pescatori in una località a ponente di Genova: dedicarono quel luogo di fede a San Pietro, patrono proprio dei pescatori e anche di loro che vivevano su quella riva.
Così venne fondata la chiesa di San Pietro d’Arena dalla quale deriva appunto il suo nome la zona di Genova della quale si parla: la nostra Sampierdarena.
In seguito in questi posti si fermarono gli uomini della corte di re Liutprando: nel 725 egli diede ordine di trasferire le spoglie di Sant’Agostino dalla Sardegna a Pavia, la nave che trasportava le sacre reliquie approdò così a Sampierdarena e i resti del Santo vennero custoditi nella piccola chiesa che da allora sarebbe stata intitolata a Sant’Agostino.
Nell’interessante volume dal titolo Storia di Sampierdarena di Tito Tuvo e Marcello G. Campagnol edito da D’Amore Edizioni nel 1975 e da me consultato per approfondire l’argomento si precisa anche che, con tutta probabilità, si trattava di due diverse chiese e, sebbene si riconosca senza dubbio l’esistenza della Chiesa di San Pietro, si sottolinea che l’edificio dedicato a Sant’Agostino fu fatto costruire nelle vicinanze ex novo da Liutprando.

E così lo vedete, è una semplice costruzione, adatta ad accogliere una piccola e devota comunità di fedeli, non è difficile immaginare coloro che si riunivano in preghiera sotto questa antica volta.
Ed è ancora il tempo ad aver sovrastato l’antica chiesetta che attualmente si trova inclusa nella ricca e vasta chiesa di Santa Maria della Cella, attraversando i locali parrocchiali di quest’ultima si accede infatti con facilità a Sant’Agostino della Cella.
E qui, su questi antichi muri, tutto narra di una fede antica, in uno spazio davvero ridotto è racchiuso un particolare misticismo.

E ancora si conservano marmi vetusti e antiche iscrizioni, nei secoli la piccola chiesa subì diversi rifacimenti.

Alle pareti c’erano un tempo alcuni affreschi che sono stati staccati per poterli preservare dalle ingiurie del tempo e sono conservati altrove, spero di mostrarveli in una diversa occasione.
Il tempo scorre ma certi luoghi, sebbene così mutati, continuano a testimoniare il nostro passato.

Nella piccola chiesetta di Sampierdarena c’è anche un marmo sul quale spicca l’aquila simbolo della famiglia Doria che ebbe appunto un forte legame con questi luoghi.

Filtra la luce dalle strette finestrelle, al centro è collocato un semplice Crocifisso.

Pietre, mattoni, testimoni di lontane preghiere e di antiche speranze a noi sconosciute eppure, in qualche modo, ancora presenti.
Non distante dall’ingresso della piccola chiesa di Sant’Agostino della Cella nel giorno della mia visita ho trovato un odoroso cespuglio di rose rosse in fiore: la vita sempre si rinnova e così palpita attorno a queste antiche pietre.