Una famiglia

La famiglia si riunì, in un giorno prestabilito, forse per loro era un’occasione importante.
E così si ritrovarono nella grande casa di Genova che da sempre aveva racchiuso i loro cuori, le loro speranze e i loro sospiri.
Nella grande casa con le finestre spalancate sul giardino, bucolico scenario di momenti felici e di gioie a lungo conservate nel ricordo.
Baffi importanti, braccia incrociate sul petto, l’assertiva sicurezza degli uomini della famiglia fa sentire tutti al sicuro.

E ognuno ha il suo ruolo, nella famiglia, ognuno è un prezioso tassello di un disegno più grande che si è composto nel corso degli anni.
Tra di loro lei, con il suo sguardo amorevole di madre, zia o sorella.

La famiglia custodisce, protegge e rassicura.
Sorride con grazia la giovane donna, il ragazzino pare un po’ timido, tutti restano in posa per la fotografia.
E sono sguardi di diverse generazioni e progetti differenti.

Un motivo a righe, l’abito bianco, le braccia spalancata e le mani posate sulla ringhiera.
E la famiglia alle spalle e tutta la vita davanti.

La famiglia è accoglimento e accudimento.
Ed è intenso e vivace lo sguardo della donna con l’abito scuro, ad osservarla la immagino in certe sere d’inverno, alla luce tremula di un lume.
Tiene il ricamo in grembo, ogni tanto alza gli occhi verso il suo interlocutore: lei ascolta e sempre sa trovare le parole giuste per confortare un figlio, un nipote o un fratello.
O almeno così la vedo io, io che non so nulla di tutti loro ma che, ancora una volta, ho il privilegio di custodire la fotografia dove tutti sono ritratti.

Accadde in un giorno del passato, a Genova.
Nella grande casa con il giardino.
In un tempo felice di una famiglia.

Gente di Pontedecimo

È gente di Pontedecimo in una fotografia del 1931.
O forse potrebbe anche essere un gruppo di gitanti, però a me piace invece pensare che si trattasse proprio di gente di Pontedecimo.
Sapete, quando mi capita qualche fotografia relativa a questa zona di Genova mi viene come un piccolo batticuore: la famiglia della mia nonna paterna aveva una casa, nel verde di Pontedecimo, durante la guerra tutti loro sfollarono là, in quella palazzina immersa nel verde accanto ad alcune altre abitate dai contadini del luogo.
Diversi anni fa andai lassù con mia mamma, la casa c’è ancora e là incontrammo una signora che si ricordava bene di mia nonna, di mio papà e delle sue sorelle, fu emozionante ascoltare le sue parole.
E così, quando il mio sguardo si posa su certe immagini di Pontedecimo l’interrogativo sorge proprio spontaneo: chissà se queste persone conoscevano mia nonna, lei era una donna volitiva e di certo rimaneva impressa.
Eh, quante domande senza risposta, cari amici.
E comunque, come dicevo, era il 1931 e queste persone si misero in posa per la fotografia.
Là in mezzo ai grandi ecco la gioia di casa, guance paffutelle, un cappellino e un bel sorrisino.
E poi loro, gli adulti, tutti compunti, vestiti di scuro, le signore con le loro pettinature composte restano serie, solo il giovane uomo pare accennare un sorriso.
Là, da qualche parte, fuori dai margini della fotografia c’era un mondo intero e in qualche luogo nascosto che resta soltanto nell’immaginazione c’era la nonna con tutta la sua numerosa famiglia.
Era gente di Pontedecimo.
E tutto è, una volta in più, un’emozione bella e straordinaria.

Con lo sguardo nel futuro

È un’immagine che viene dal passato e a dire il vero non so in quale luogo sia stata scattata: ci sono alcune persone ritratte davanti a un locale, si notano anche alcune scritte in francese e forse la fotografia potrebbe essere stata scattata in Svizzera ma non è una certezza.
Tutti loro sono lì in posa e guardano il fotografo, tutti loro rivolgono lo sguardo verso il futuro.
E traspare un certo orgoglio nei modi e nei portamenti, si suona per stare allegri e per condividere istanti della vita, c’è gioia e un senso di condivisione in questo frammento di passato.

Sulla porta, con il grembiule di ordinanza, ecco colui che mi pare il proprietario del locale, accanto a lui presumo che ci sia la sua signora.
E poi mani in tasca e un senso di piacevole rilassatezza.

Un ragazzino accenna appena un sorrisetto: si cominciava da piccoli garzoni ad imparare i segreti del mestiere e magari a volte erano proprio mamma e papà a insegnare il lavoro di tutta la vita.
Li vicino c’è un ragazzo più grande, ha in basco di traverso, la cicca tra labbra, la sciarpa a quadretti e le sue dita si muovono veloci sulle corde del suo mandolino.

Tutto rimane così, seguendo una musica e il ritmo di un tempo diverso.
Nell’instante di un frammento quotidiano composto di incombenze, di piccole fatiche, di meritate soddisfazioni e di nuovi progetti.
Con il cuore fiducioso e con lo sguardo nel futuro.

Una famiglia felice

Questo è il ritratto di una famiglia felice che in un giorno del passato giunse al cospetto del bravo fotografo Sciutto.
Una famiglia così a noi potrebbe sembrare molto numerosa, all’epoca in realtà era abbastanza comune avere diversi bambini tutti in scaletta.
Una famiglia è rifugio sicuro, calore, affetto e comprensione e si legge salda tenerezza nel volto di questa madre che qui vediamo accanto alla piccina di casa.
I folti capelli raccolti in una crocchia, gli occhi chiari, le labbra sottili e attorno a lei tutta la ragione della sua esistenza.

Le bimbe portano abiti candidi, hanno certi fiocchetti tra i boccoli e sguardi dolci e timidi e anche curiosi.
Stanno lì, garbate e obbedienti, con tutta la vita davanti.

Questa poi è una fotografia di grandi dimensioni e questo aiuta certo a cogliere i dettagli.
I piedini incrociati, le scarpette con i bottoncini e le calzine fantasia che con mio stupore sembrano straordinariamente moderne.
E il ventaglio tra le dita della mamma e le mani delle piccoline.

Una famiglia felice e fratelli maggiori saggi e responsabili, sempre affabili e pronti ad aiutare in casa.
E come si notano le somiglianze!
Una giacchetta, una maglia a righe e un futuro luminoso che non sai, è là ad attendere te con il suo carico di gioie e di sorprese.

E poi la gonna a quadretti che io immagino di delicati colori pastello, i guanti bianchi, gli anellini sottili alle dita, una grazia imparata giorno dopo giorno.

E poi la ritrosia e la meraviglia della più piccina.
E poi c’è sempre un fratellino vivace che fa i dispetti, vero? Eh certo, con quel sorriso lì.

Una famiglia felice, un istante passato, appena un ricordo fragile e sono io a conservarlo, è un privilegio per me.
Una famiglia felice e un padre solido e amorevole che si cura di ognuno di loro, protettivo tiene la mano sulla spalla della sua consorte e là tutti restano, nel tempo in cui erano tutti vicini e uniti.

Ritratto di famiglia in campagna

Il tempo ha lasciato la sua traccia su questa antica fotografia che forse fu il ricordo prezioso di giorni felici.
Nel verde della campagna, davanti a un albero ritorto e rigoglioso, alcune persone posano per un ritratto di famiglia che cattura un momento importante.
Osservando con attenzione, balzano agli occhi alcuni dettagli, si notano infatti certe particolari differenze tra i protagonisti di questa fotografia.
Colgo una certa somiglianza tra le due giovani donne vestite di chiaro e forse si tratta di due parenti, la cura dei loro abiti, le pettinature e gli accessori come i piccoli anelli e gli orecchini fanno supporre una certa rilassata agiatezza.

Loro tengono tra le braccia i fiori di campo e le erbe raccolte durante una piacevole passeggiata in campagna, poi sceglieranno un bel vaso e il profumo di quei fiori si spanderà nelle loro stanze.
La bimba più piccina che vediamo in braccio alla donna seduta indossa un raffinato abitino con dei pizzi, è bionda come le due giovani donne e forse è figlia di una di loro.

Le altre persone, a mio parere, sono parte della stessa famiglia.
Ecco la ragazzina imbronciata dallo sguardo pensieroso e la frangetta troppo corta, lei tiene con la mano il suo caro amico a quattro zampe.

Il suo papà ha un cappello calcato sulla testa e con una mano regge un rastrello, la sua mamma sembra una donna concreta e vigorosa, sorride appena, quasi intimidita.
Con tutta evidenza le mie sono soltanto supposizioni, non so nulla di queste persone ma osservandole con attenzione mi sono sorti questi pensieri.
E ho anche immaginato che le due donne più eleganti fossero le proprietarie di una grande casa di campagna e che siano qui ritratte in compagnia del loro fattore e la sua famiglia.
E voglio anche credere che questa foto così particolare sia proprio appartenuta al fattore, tenuta da conto come dolce memoria di quelle persone tanto care per le quali forse era facile provare un moto di affetto.
Ecco così il ritratto di famiglia in campagna, ricordo di un tempo felice e ritrovarlo davanti ai nostri sguardi è una vera emozione.

Le presine della zia

Nelle seconde case ci sono spesso oggetti che non usiamo più e che comunque meritano una seconda possibilità: magari sono semplicemente passati di moda oppure sono stati sostituti con altri più nuovi ma rimangono utili e così trovano una nuova vita nella seconda casa.
Piatti per la cucina, asciugamani da spiaggia, accessori vari e oggetti per la casa presi con i punti, cose così.
L’altro giorno qui in campagna ho trovato tra la biancheria un piccolo tesoro, a dire il vero in quel cassetto ci sono numerose tovagliette cucite e ricamate dalla nonna e dalla mamma, strofinacci, centrini e altre minuziose bellezze e poi ci sono anche le presine della zia.
Le ho appese in cucina per usarle e mi si è subito risvegliata l’immaginazione: certamente la zia avrà fatto quelle presine con qualche avanzo di cotone, lei era il tipo da lavori monumentali e impegnativi.
Della zia, in realtà, è sempre un po’ difficile parlare al passato perché lei ha lasciato ovunque la traccia della sua personalità solare e gioiosa.
Ed eccola lì, seduta sulla sedia di vimini in salotto della casa del mare, con i gomitoli di cotone e l’uncinetto in mano.
La zia chiaramente fa anche le presine, non c’è nulla che lei non riesca a creare con la sua brillante fantasia.
È uno dei suoi passatempi, la zia è anche abile solutrice di Parole Crociate e non c’è Ghilardi o Bartezzaghi che le incuta timore, ama anche giocare a carte e facciamo spesso lunghe partite a Scala Quaranta.
L’uncinetto e il ricamo sono i suoi vanti, la zia ha annate intere di riviste e cassetti pieni di gomitoli colorati e non sta mai con le mani in mano.
Si dedica ai lavori manuali mentre alla TV passano un vecchio film giallo, la zia ama i romanzi di Agatha Christie e apprezza Monsieur Poirot ma anche lei ha un debole per Miss Marple.
E intanto l’uncinetto va su e giù, lei guarda le sue presine con un certo compiacimento e non vede l’ora di finirle, trilla con allegria, la zia non è mai di cattivo umore e ha una voce chiara e squillante.
E intanto l’uncinetto va su e giù e poi il tempo passa e scivolano via gli anni.
Negli armadi di casa ho tante cose fatte dalla zia, ho anche un ricamo che lei non ha mai completato ed ero quasi intenzionata a finirlo io, poi in realtà ho lasciato gli aghi così come sono, come li aveva puntati lei nella tela di lino.
Quel ricamo è una raffinata ghirlanda circolare con le quattro stagioni: Il tempo, quella cosa lì che non si sa capire.
Agosto in casa mia è sempre stato un mese di compleanni, di rado li festeggiavamo tutti insieme perché nel tempo delle vacanze magari capitava di essere in posti diversi.
Ad agosto compivano gli anni mio papà, mia zia e la loro mamma, la Nonna Teresa.
Con la zia capitava di trovarsi insieme, nel cuore dell’estate, nella casa del mare e magari si andava a cena fuori a mangiare la frittura di pesce.
Ma ve l’ho detto, l’uncinetto va su e giù e la trama della vita è più complicata di quanto si vorrebbe.
Le presine della zia ora sono qui, nella casa di campagna, io sono indecisa se tenerle da parte oppure se usarle ma credo che la zia vorrebbe che le sue presine continuassero a vivere mirabolanti avventure in cucina, da cuoca sopraffina credo che apprezzerebbe.
E allora mi sembra quasi di rivivere quel momento.
La sedia di vimini, i mobili scuri della sala, il caldo della riviera.
L’uncinetto va su e giù e poi si ferma.
E la zia riguarda il suo lavoro e pronuncia soddisfatta queste parole:
– Ecco, sono finite!
Sorride, si alza e si affaccia alla finestra, guarda fuori e decide di andare a far due passi.
E insieme a suo marito va su e giù, sulla passeggiata a mare, in uno di quei luoghi dove le memorie e il tempo davvero non finiscono mai.

I formidabili Frank

“Un fratello e una sorella hanno sposato una sorella e un fratello.
La coppia più anziana non ha figli e quindi quella più giovane glieli presta.”

Così ha inizio la tiritera imparata a memoria dai piccoli fratelli Frank per presentare la loro bizzarra famiglia, questi sono I formidabili Frank.
Un libro del quale è autore Michael Frank, scrittore, saggista e giornalista, lui è anche autenticamente innamorato di Genova e della Liguria e tempo fa sul New York Times apparve un suo articolo dedicato alla Superba certamente apprezzato da molti miei concittadini.
Veniamo alla stramba famiglia di Michael, le loro vicende sono a tratti davvero straordinarie, i Frank abitano nei dintorni di Los Angeles, la storia si dipana con il ritmo di un romanzo ma in realtà questo è un libro di memorie, a volte amare e a volte dolcissime.
Figura centrale della vita e della storia di tutti loro è la fantastica zia Hank, lei e lo zio Irving sono sceneggiatori di Hollywood e quindi frequentano un mondo vivace e ricco di stimoli.
Zia Hank è chiaramente un personaggio di primo piano e spicca con la sua forte personalità: eccentrica, particolare, teneramente dispotica, a volte testarda e caparbia fino all’eccesso, decisamente unica.
Ama gironzolare per mercatini di antiquariato e detesta le cose moderne, sa precisamente cosa sia giusto e cosa invece sia sbagliato, zia Hank ha le idee chiare su tutto e ha anche un nipote preferito: proprio lui, il piccolo Michael.

Ed è chiaro, no?
Zia Hank vuole decidere della vita degli altri, in particolare per quanto riguarda quel suo nipote adorato.
E Michael ricambia il suo amore, da bambino aspetta la visita della zia con impazienza:

“Non c’era persona al mondo che desiderassi così tanto vedere.”

Ed eccola la zia, arriva a bordo della sua scintillante Buick, secondo un copione tipicamente hollywoodiano.
Ed è tutto un gioco di delicati equilibri nei quali intervengono i genitori di Michael, secondo mamma e papà è chiaramente ingiusto che soltanto uno dei piccoli Frank abbia tutte le attenzioni della zia.
E la vita scorre, fluisce pagina dopo pagina, dall’infanzia all’età adulta Michael racconta i giorni della sua crescita, quelli della sua ribellione e dell’affermazione della propria personalità in contrasto con quella della zia.
Alcune pagine mi hanno colpita più di altre, ad esempio quelle in cui si narrano alcuni episodi dell’infanzia di Michael, certe sue fragilità e certe prepotenze subite da suoi coetanei.
Va inoltre sottolineato che in questo libro in un certo modo anche i luoghi sono protagonisti: le case, le stanze, gli indirizzi sono parte integrante della vita e rappresentano il legame con il posto al quale si appartiene, non a caso i diversi luoghi danno il titolo ai capitoli.
Leggendo questo libro ad un tratto mi sono accorta che in realtà mi sembrava di conoscere I formidabili Frank da tutta la vita, accadono queste cose qui quando si tratta di grandi scrittori capaci di lasciare il segno.
Il volume è edito in Italia da Einaudi, si presenta con una bella edizione arricchita da una copertina anch’essa formidabile, diciamolo.
Come vi ho detto l’autore ama Genova e quindi magari non si dispiacerebbe di sapere che ho iniziato a leggere il suo libro davanti al mare della Superba dove appunto l’ho fotografato.
La scrittura di Michael Frank è garbata, pulita, priva di inutili orpelli e di qualunque forma di disarmonia, essenziale e diretta, ricca di amore vero per la forza intensa delle parole.
E tu sei lì, a metà del libro e ti dispiace quasi finirlo, ogni tanto accade persino questo, a volte.
Ed è successo quando ho incontrato I Formidabili Frank.

Un pomeriggio con la nonna Teresa

Come se non fossero mai passati tutti questi anni, io mi ricordo ancora quei pomeriggi con la nonna Teresa.
La nonna abitava nel mio palazzo e così quando ero piccola mi bastava salire qualche piano di scale per andarla a trovare.
Come ho già avuto modo di ricordare, la nonna era una ragazza del ‘99, gente di altra tempra rispetto a noi.
La nonna non stava mai con le mani in mano, era sempre impegnata con le sue attività: raccoglieva le fotografie per l’album di famiglia, scriveva aneddoti e memorie, soprattutto passava un sacco di tempo a cucire.
La nonna aveva una vecchia Singer con il pedale e spesso la trovavi all’opera con aghi, fili e stoffe, va detto che a volte cuciva delle cose del tutto inutili ma allora mi sembrava sempre che facesse lavori assolutamente indispensabili.

Foto scattata a Fontanigorda

La nonna aveva anche un apparecchietto di plastica colorata a forma di macchina da cucire, era un piccolo aggeggio che serviva a infilare l’ago e all’epoca mi sembrava una cosa fantastica, di recente mi è capitato di vederlo in vendita sui banchi del mercato e ho avuto un vero e proprio moto di nostalgia.
Alla nonna piaceva anche cucinare e le riusciva molto bene peccato che fosse spesso in altre faccende affaccendata e quindi sovente si scordava le pentole sul fuoco, io mi ricordo benissimo certe pietanze e certe minestre carbonizzate a dovere.
A casa della nonna poi trovavo sempre riviste interessanti e così molto spesso me ne tornavo nella mia cameretta con un discreto bottino di imperdibili letture.
La mia preferita in assoluto era una rivista di leggerezze, diciamo così: aveva un formato insolito, la carta sottile e molte foto in bianco e nero.
Ed erano pagine e pagine di pettegolezzi sulle stelle del cinema e sui componenti delle case reali europee, la leggevo con una certa curiosità per i matrimoni da favola, i nuovi amori e le storie sensazionali.
C’erano poi i settimanali che comprava mia zia con le istruzioni per la maglia o l’uncinetto, i servizi di moda, le notiziole utili per la casa.
E su quelle pagine andavo sempre a cercare la rubrica con i trucchetti della nonna, a dire il vero in seguito non credo di essermi mai ricordata di seguire uno di quei consigli ma all’epoca mi sembrava fondamentale informarmi sul modo migliore per pulire l’argenteria, tanto per fare un esempio.
Sulla scrivania della nonna poi non mancava mai il barattolino argentato della Coccoina, quell’odore per me è un ricordo d’infanzia.
Lei usava la colla per attaccare sui suoi quaderni le ricette ritagliate dalle riviste e la utilizzava anche per l’album dei ricordi di famiglia.
La nonna Teresa era maestra elementare e ogni tanto tirava fuori le fotografie di lei con i suoi studenti, adesso conservo io quelle foto di classe.
E poi la nonna raccontava dei suoi giorni da insegnante e di quando da piccola andava al mare a Sampierdarena, in campagna agli Erzelli oppure a Pontedecimo.
E la ringrazio per aver scritto i suoi ricordi, se non lo avesse fatto sarebbero andati perduti mentre invece sono impressi sulla carta con la sua calligrafia ordinata e precisa.
Rileggere adesso quelle storie è come tornare indietro nel tempo e trascorrere ancora, di nuovo, un pomeriggio con la nonna Teresa.

La famiglia

Il taglio degli occhi, dicono sempre tutti che è proprio uguale a quello di nonna.
Le attitudini di alcuni di noi a volte stupefacenti.
Ad esempio, nessuno in famiglia aveva mai dimostrato le inclinazioni creative di lui e questa è stata in un certo senso una piacevole sorpresa.
La più tranquilla di casa, sempre lei.
Timida, silenziosa, anche da bambina durante i pranzi di famiglia parlava poco e se ne stava sulla sua sedia dondolando le gambe avanti e indietro.
I discorsi, gli aneddoti memorabili del nonno.
La foto di gruppo, passano gli anni e piano piano cambiano i protagonisti oppure quelli che prima erano bimbetti adesso sono irrimediabilmente adulti.
E c’è sempre un posto vuoto o magari anche più di uno, accade in ogni famiglia.
Dopo le molte portate poi i più giovani non vedono l’ora di schizzare via per incontrare i loro amici: succedeva ieri e succede ancora adesso, è sempre così.
E gli altri invece se ne andranno tutti insieme a fare una passeggiata, dopo certi elaborati manicaretti è proprio quello che ci vuole e anche questa è ormai una tradizione.
Ognuno con il suo passo, ognuno alla propria velocità e poi magari ci si ferma ad aspettare quelli che camminano più piano.
E poi si continua il percorso, tutti insieme.
Accade così, in una famiglia.

Celle Ligure

La bambola della Nonna Teresa

Questa è una piccola memoria di famiglia, è tratta dal libro dei ricordi scritto da mia nonna e così non cambierò una virgola, mi limiterò a riportare qui le sue parole.
La nonna era una ragazza del ‘99, quando io ero piccola questo dettaglio mi affascinava moltissimo: lei veniva da un altro secolo.
E a me piaceva ascoltare i suoi racconti, per molti versi credo di assomigliarle.
Con infinita pazienza la nonna ha raccolto tutte le storie del passato di famiglia, momenti della sua infanzia e della sua vita, non si dispiacerà se condivido con voi questo frammento dei suoi anni di bambina.
Dunque, erano gli inizi del Novecento e una certa bimbetta ricevette un regalo: una splendida bambola.

La mia bella e noiosissima bambola mi fu donata dalla mamma.
Aveva una testina di porcellana adorabile con i buchi alle orecchie da cui scendevano due brillanti orecchini.
Era vestita da damina dell’Ottocento, aveva una parrucchina bianca tutta a boccoli, un vestitino formato da un corpetto di raso verde stretto alla vita dal quale spuntava una camicetta di seta bianca e pizzi, una larga crinolina dello stesso raso verde trattenuta da mazzetti di fiori.
Mi fu regalata con mille raccomandazioni di non sciuparla perciò vivevo nel terrore che mi cadesse ed infine ero stufa di quella bambola imbalsamata.
La posai su di una poltrona in salotto e mi fabbricai la mia bambola.

Presi un pezzetto di canna assai grosso, feci una pallina con del cotone, la fasciai di tela bianca e vi disegnai su un bel faccino.
Poi con una striscia di tela fasciai la canna avvolgendola come fossero le fasce, misi sopra un pezzetto di stoffa rosa come fosse la copertina ed ecco pronta la mia piccola neonata con cui mi divertivo un mondo.
La battezzavo spesso e andavo dalla nonna Maria per i confetti.

Io non ho mai visto queste due bambole, una venne posata con cura sulla poltrona e l’altra visse una serie di avventure in compagnia di colei che l’aveva creata.
Quella bambina poi divenne maestra, si chiamava Maria Teresa.
Quella bambina era mia nonna.