Un festeggiamento in famiglia

È un festeggiamento in famiglia e tutti loro sono attorno al tavolo, nel salotto di casa, luogo di molte domestiche felicità.
Su un vassoio la bottiglia e i bicchieri per il brindisi, per celebrare forse un momento importante.
La tovaglia bella, gli abiti migliori, i sorrisi che illuminano i visi.

La timidezza dei più giovani, la ritrosia della signora.

E l’allegria spontanea di una giovane donna, in un istante per tutti loro da ricordare.

Questa fotografia da me rinvenuta a uno dei soliti mercatini mi ha colpito non tanto per la qualità dell’immagine che non è di certo eccelsa o per la posa dei soggetti ma più che altro per l’ambientazione e i dettagli che costituiscono frammenti di quotidianità.
Alla parete infatti si nota il ritratto di una bimba fotografata con il cerchio, come da consuetudine del tempo.

Al lato opposto del mobile un’altra cornice racchiude la fotografia di un bimbetto più piccino.
Ci sono un vaso con i fiori e un paralume vistoso ed io osservo gli oggetti e mi domando dove siano finiti, saranno stati apprezzati e conservati dai coloro che li hanno ricevuti in eredità? E il mobile austero fa ancora bella mostra in qualche salone?

Su uno dei ripiani, in quei tempi diversi, c’erano un vaso finemente decorato e una bottiglia di Marsala Florio.

E poi l’orologio a pendolo che scandisce gli istanti, una cristalliera con i centrini sui quali sono posati i bicchieri, le coppette e i servizi buoni.

E braccia forti e salde che proteggono e conducono verso il futuro.

Era un tempo felice, era il tempo di un festeggiamento in famiglia.

La festa del papà

Questo è un ritratto di famiglia e racconta la bellezza dell’armonia, da questi sguardi traspare un’autentica serenità che nulla sembra poter scalfire.
La mamma accenna quasi un sorriso e ha gli occhi luminosi e allegri, la bimba ritta tra i due genitori appare timida ma anche curiosa, ha un guizzo di vivacità che si manifesta malgrado la sua posa quieta.
La piccina è figlia unica e così è tanto coccolata dai suoi genitori, la mamma si diletta nel comprarle gli abiti più graziosi e la veste con cura e buon gusto.
Questa famiglia venne ritratta dal sempre bravo fotografo Achille Testa che, a mio personale parere, doveva avere un talento particolare nel cogliere le sfumature dei caratteri.
Questo padre, in particolare, ha colpito la mia attenzione per il suo atteggiamento bonario e benevolo, porta i baffi secondo la moda del suo tempo ma non ha quell’aspetto austero e distaccato che a volte mi è parso di notare in altre fotografie di suoi contemporanei.
Sembra una persona di buon carattere, gioviale, accogliente, incline all’ascolto e alla comprensione, un capofamiglia affidabile e solido, amorevole e affettuoso.
È un giovane uomo e, in quel momento della sua vita, padre di un’unica figlia tanto amata e vezzeggiata, la piccola è la luce dei suoi occhi.
E così, con questo ritratto di famiglia che viene da giorni lontani di Genova, auguro buona festa a tutti i papà.

Il Natale del 1976

Il Natale del 1976 arrivò forse più freddo di questo, allora però avevo da poco compiuto dieci anni e secondo me neanche me ne accorgevo.
In quel Natale del 1976 c’era qui con noi un’ospite graditissima, la mia cara zia della quale spesso vi parlo, lei aveva appena avuto un intervento e allora si pensò che fosse meglio che stesse con noi per qualche tempo, così quando lo zio andava a lavorare lei non rimaneva a casa da sola.
Ricordo quei giorni di dicembre con particolare affetto perché avere la zia da noi era proprio un privilegio, con lei passavamo lunghe settimane nella casa del mare quando era estate ma in inverno, a Natale, era tutta un’altra cosa.
In quel Natale del 1976 al posto dell’abete qui in casa venne addobbato un olivo, se non ricordo male si trattava semplicemente di un grande ramo che venne sistemato in ingresso.
L’olivo era veramente alto e la mamma, con il suo solito estro creativo, lo aveva decorato con le palline dorate e con i fili dorati che andavano di moda negli anni ‘70, c’erano poi degli angioletti fatti da noi con la carta dorata e ripiegati in modo da poter essere riposti tra le foglie.
Gli angioletti, oggi gelosamente conservati in una scatola in cantina, erano stati ritagliati con pazienza certosina uno ad uno seguendo un disegno preciso tracciato con una sagoma, io ricordo quell’albero come una straordinaria particolarità per me davvero entusiasmante.
Quindi Babbo Natale arrivò e lasciò tutti i pacchettini sotto l’olivo e il mattino dopo che bella sorpresa per noi bambine!
C’è una foto di quel Natale del 1976, fatta evidentemente da mio papà che era il fotografo ufficiale di famiglia, in cui si vedono la mamma e la zia sorridenti sullo sfondo mentre io e mia sorella siamo sedute per terra a sfasciare i nostri regali.
Io avevo tutti i capelli scarmigliati, un codino in mezzo alla testa e una vestaglietta a quadretti.
La mamma e la zia sorridevano con quelle espressioni che ancora mi sono rimaste impresse nella memoria e che hanno avuto anche molti anni dopo nei diversi momenti felici delle nostre vite.
Non ricordo esattamente cosa arrivò per me in quel Natale del 1976, dalle foto mi pare di intravedere una confezione di un vestitino di Barbie e di certo ne sarò stata entusiasta.
Di sicuro in quel Natale del 1976 ci fu una bella tavola imbandita con tante cose buone, eravamo tutti insieme a festeggiare e a fare il brindisi con il moscato.
In quelle feste degli anni ‘70, non so precisamente in quali anni, a volte sotto l’albero trovavo gli angioletti di legno.
Erano piccoli, delicati e così graziosi nella loro semplicità, li ho sempre amati e naturalmente li conservo ancora tutti, ne ho molti e sono tutti diversi tra loro.
E oltre agli angioletti ci sono i pretini musicanti, ognuno di essi stringe tra le mani uno strumento e tutti insieme compongono un’orchestrina.
Tre di questi piccoli preti erano miei, due invece appartenevano alla zia: ora stanno tutti vicini e suonano un’allegra musichetta natalizia.
Stanno tutti insieme, proprio come noi in quel Natale del 1976.

21 Aprile 1920: una gita di primavera

Era il 21 Aprile 1920, così si legge sul retro di questa fotografia, era il tempo di una bella gita di primavera.
Con il cappello per ripararsi dal sole, con la dolcezza infantile tra le braccia di papà.
Tutto attorno gli alberi, il profumo dei prati, la leggerezza di una stagione nuova.

È una gita in famiglia e c’è anche un signore tutto vestito di scuro che si distingue da tutti gli altri.
Nella foto di gruppo tutti hanno un’aria rilassata e serena e nessuno di loro può immaginare che, più di cent’anni dopo, qualcuno fantasticherà su quella giornata di aprile trascorsa all’aria aperta.

Il ragazzino sfoggia un sorriso spontaneo e felice mentre se ne sta seduto sull’erba accanto alla giovane donna dai modi garbati.

Uno di quegli attimi semplici eppure straordinari, un frammento di memoria che forse rimase impigliato insieme a molti altri istanti vissuti, in un tempo diverso.

Era il 21 Aprile 1920, era il tempo felice di una gita di primavera.

Le coppette della campagna

Le coppette della campagna stavano nella casetta di Fontanigorda e ora sono diventate coppette di città.
A dire il vero, come molti degli oggetti che solitamente abitano in certe case di campagna, in una precedente vita erano già state coppette di città e quindi, dopo aver cambiato il loro destino, si può dire che sono ritornate alle origini.
Le coppette della campagna hanno quindi trovato posto nel mobile della cucina e sinceramente non mi sembra di averle viste spaesate, del resto è da più di mezzo secolo che ci frequentiamo: o di qua o di là sempre noi siamo!
Come tutto ciò che ha molto vissuto, anche le coppette della campagna hanno qualche imperfezione e qualche acciacco, anche loro portano i segni del tempo, è un fatto inevitabile per ognuno di noi, anche per delle oneste coppette che hanno sempre fatto il loro dovere.
In tutti questi anni, nel loro quieto soggiornare nella credenza di Fontanigorda, hanno avuto stagioni sonnecchianti e pigre, in inverno e in altre stagioni lassù non ci si andava mai e le coppette stavano lì pazienti ad aspettare accanto alle altre stoviglie.
Quando poi arrivava l’estate arrivava finalmente anche per loro il momento di entrare in servizio e devo dire che le care coppette si sono sempre comportate egregiamente.
Le coppette della campagna hanno di volta in volta ospitato macedonie di frutta e golosi dessert, morbidi budini, gelati alla panna e alla stracciatella.
In particolare però queste coppette hanno accolto la delizia delle fragoline di bosco che maturano alla fine di giugno e poi la freschezza dei lamponi e dei mirtilli e infine la bontà delle more che sono le ultime a maturare tra i frutti di bosco.
E così le coppette della campagna hanno ora un nuovo destino e continuano, in qualche modo, ad accompagnarmi.
Con la dolcezza del ricordo di ciò che si è vissuto insieme, nei giorni lontani e in quelli più vicini.

Assenze

Talune assenze altro non sono che prepotenti presenze, palpabili, sentite e reali, questo è ciò che ho pensato accostando due fotografie che fanno parte della mia piccola raccolta.
Assenze, ricordi.
La prima fotografia ci mostra due fratellini, paiono diligenti e obbedienti, la bimba porta un bel fiocco tra i boccoli e tiene tra le mani un foglio.
E forse potrebbe quasi sembrare che i due abbiano scritto una bella letterina, una di quelle piene di parole affettuose e ingenue.
Forse.
Una lettera.
L’assenza.

Uno sguardo che li protegge e veglia su di loro.
Da lontano, ovunque.
Un’assenza che diviene reale.

Lei invece è una sposa e una giovane madre.
È una ragazza semplice ma credo anche fortissima e capace di affrontare le tempeste della vita.
Accenna un sorriso.
Salda, sicura, come crede sia giusto essere.

Accanto a lei il frutto del suo amore.
E il cappello del soldato: il capofamiglia, il padre, il marito, la sua assenza.
La mamma tiene la mano posata con amorevole cura sulla spalla della sua creatura.
E lì, inesorabile, l’assenza.

Il ricordo non ha bisogno di parole, la memoria freme nelle emozioni che restano e in quei legami eterni che nessuna assenza può spezzare.

Tre sfumature di verde

Tre sfumature di verde e d’inverno, tre toni degli orti.
E sono tre sfumature che narrano di tavole apparecchiate, di piatti ricolmi di bontà, di pentole di terracotta, di mestoli generosi e di cene di famiglia attorno al tavolo.
E ognuno racconta qualcosa della propria giornata: le faccende del lavoro o della scuola, i piccoli problemi della vita quotidiana e molto altro ancora.
C’è chi fa dondolare le gambe sotto il tavolo e, con un consueto capriccio, ripete una frase tante volte pronunciata: la verdura non mi piace.
Magari poi le cose cambieranno e, da adulti, si guarderà a certe sfumature di verde con una sorta di legame per quel tempo lento condiviso con banale semplicità.
Tre sfumature di verde, doni della natura disposti con autentica cura da abili mani di inconsapevole artista ignaro persino di suscitare inattese nostalgie soltanto con tre sfumature di verde.

Le tazze della zia

Le tazze della zia sono delle splendide preziosità di gusto squisitamente british.
Del resto, come già ho avuto modo di raccontarvi, la zia amava tutto ciò che proveniva dalla terra di Albione: la letteratura e la lingua inglese che lei insegnava con sapienza, gli schemi a piccolo punto e i gialli di Agatha Christie, il lemon curd e le marmellate di agrumi, i tessuti scozzesi e i maglioni caldi per proteggersi dai rigori dell’inverno.
La zia, naturalmente, amava anche le porcellane inglesi e ne possedeva di diversi tipi, in particolare amava molto certe sue tazze.
Sono le celebri tazze da tè dei mesi prodotte dalla Royal Albert, ognuna ha anche il suo piattino da dolce nel quale servire una soffice cheesecake o una torta di carote, secondo l’uso britannico.
La zia era molto fiera delle sue tazze, ricordo bene quando iniziò a collezionarle, ogni volta che ne acquistava una me la mostrava e io non sapevo effettivamente decidere quale fosse la più bella.
E ancora adesso, dopo molti anni, devo ancora decidermi al riguardo, devo dire.
Le tazze della zia sono rimaste a me e sono contenta di custodirle, le ho sempre ammirate come una di quelle cose belle che era proprio naturale trovare nella credenza della zia.
La serie non è completa e, in diversi momenti, ho pensato di acquistare le tazze dei mesi mancanti.
Gironzolando spesso per mercatini a volte mi capita di vederle in vendita e chissà, magari un giorno farò questo acquisto.
Per adesso penso alla zia che sorride mentre serve le sue raffinate delizie e un ottimo tè che riscalderà la nostra chiacchierata.
E poi ogni mese ha la sua tazza, ogni tazza è un dolce ricordo.

Tre creature del bosco

Sono tre creature del bosco e dietro di loro c’è un piccolo vasetto dove mettere i fiori.
Non so da dove provengano le tre creature del bosco, si tratta di un soprammobile di semplice fattura e secondo me doveva essere in casa della mamma quando lei era ancora una ragazza, magari negli anni ‘50 o forse nella sua prima casa da sposa.
Io però le tre creature del bosco le ho sempre viste a Fontanigorda.
Prima erano nella casa dove ho passato le estati della mia infanzia e dove andavamo in vacanza quando c’eravamo ancora tutti, poi al principio degli anni ‘90 le tre creature del bosco, con un balzo, si sono trasferite nella casetta nel sottotetto dove ho passato un numero infinito di estati con la mamma.
Stavano nel salottino, su un mobiletto, era il posto perfetto per loro e per fortuna non hanno mai subito danni.
Lassù tenevamo, sul tavolino della sala, una cioccolatiera senza coperchio che usavamo come portapenne: ci stavano tutte le penne e le matite per fare tutte le parole crociate di questo mondo!
Ecco, la cioccolatiera una volta purtroppo mi è caduta ed è andata in mille pezzi, tutto sotto gli sguardi stupefatti delle tre creature del bosco!
Ah, questi tre se potessero parlare ne avrebbero di ricordi da condividere, forse si rammentano anche dei pranzi di ferragosto, dei cestini con i frutti di bosco e delle torte deliziose per le merende estive.
Abbiamo fatto un lungo pezzo di strada insieme, noi quattro.
E così, come comprenderete, era evidente che il mio cammino non si potesse separare da quello delle tre creature del bosco.
E infatti, anche se da quest’anno non passo più l’estate nella casetta nel sottotetto di Fontanigorda, tutto quello che aveva un certo significato affettivo e un valore per me inestimabile ha trovato posto qui a Genova.
Ce lo siamo detti francamente, io e le creature del bosco, ci siamo guardati negli occhi e abbiamo stabilito che loro tre sarebbero diventate tre creature del bosco in città.
E così adesso hanno trovato posto su un mobile della cucina e guardano tutte le cose dall’alto, amorevoli custodi delle mie memorie di giorni felici.

Cari ricordi

È il ricordo di una famiglia, per tanto tempo conservato con cura in un cassetto o tra le pagine di un album, come memoria di un tempo felice.
È il ricordo di una famiglia e così provo a immaginare tutti loro in una giornata tiepida e luminosa: escono di casa per andare dal fotografo Arizio in Piazza Ponticello.
La mamma, affabile come sempre, ha vestito con la consueta cura i suoi piccolini, lei è una persona attenta e paziente ed è felice di poter avere una fotografia di famiglia, sarà un caro ricordo nei tempi futuri e lei riguardandosi si ritroverà più giovane, gli anni scorreranno veloci e ogni frammento di memoria diventerà ancor più prezioso.
Nella buona e nella cattiva sorte, accanto a quel marito solido e rassicurante così ritratto accanto a lei.
Eccolo con giacca, cravatta, panciotto, orologio da taschino, baffetti e cappello, ha un certo stile elegante e rigoroso.

La piccolina di casa sbuca timida sotto il cappellino di sangallo, ha la vestina chiara, gli occhi grandi, una collanina al collo e il papà tiene la mano amorevolmente posata sul suo fianco.

La mamma porta pochi gioielli, semplici e raffinati: una collanina con una croce, una spilla, gli orecchini piccoli.
Prima di uscire si è guardata più volte allo specchio, lei che non è per nulla vanitosa.
Per l’occasione ha scelto il cappello con le rose che trova aggraziato e femminile ma non frivolo, del resto lei è rimasta la semplice ragazza di sempre.

Il bambino più grande ha una luce negli occhi che rivela la sua impazienza e la sua naturale vivacità, è un tipo sveglio ma è anche ubbidiente e così se ne sta buono con il suo completo alla marinara e con un sorriso un po’ trattenuto tra le labbra.

È una foto di famiglia.
E la conservo io che nemmeno conosco i nomi di tutti loro.
È una fotografia, è la memoria degli abbracci, delle giornate felici e di quelle più difficili, è la storia di legami indissolubili che nulla ha potuto spezzare, nemmeno il tempo che è scivolato via inesorabile.
Da qualche parte, in qualche maniera, credo che loro siano ancora tutti insieme, uniti dalla dolcezza del loro amore.