Per mano ai bagni della Cava

Ecco la stagione del mare e della spiaggia.
Un sorriso, i capelli al vento tagliati secondo i dettami della moda, il costume scuro bordato di bianco.
E tutto attorno lo sciabordio dell’onda, una musica che sempre ritorna e sempre incanta.

Un fazzoletto in testa, per ripararsi dal sole che in estate picchia forte a Genova.
Un ricordo di una stagione felice ai bagni della Cava che un tempo si trovavano nella zona della Circonvallazione a Mare.

Sullo sfondo di questa bella fotografia della mia collezione si scorge una struttura: è il Telfer, un impianto a monorotaia che venne appositamente realizzato nel 1914 per l’Esposizione Internazionale di Marina e Igiene Marinara.
Il Telfer collegava il Molo Giano a Piazza di Francia e cioè la zona dell’attuale Piazza della Vittoria, così c’era questo mezzo che viaggiava da una parte all’altra portando a destinazione i visitatori e passando davanti al mare e davanti alle onde.
Là, su quei sassi, ecco le nostre bagnanti: felici, sorridenti, mentre l’acqua frizzante lambisce le loro caviglie e il vento marino sfiora la pelle.

In un tempo speciale e gioioso, tenendosi per mano.
Fissando nella memoria la nostalgica dolcezza di un giorno d’estate, in un tempo distante, ai Bagni della Cava.

La ragazza di Limoges

La ragazza di Limoges ha gli occhi grandi e così spalancati sul mondo, c’è una vita intera nel suo sguardo: la sua.
La ragazza di Limoges ha i capelli tendenti al crespo, li porta raccolti con cura e mi è venuto naturale immaginarla con le chiome sciolte e così ribelli donatele dalla natura.
E invece no, lei sta così composta, con questa sua grazia.
Ha le labbra sottili, un fiocco chiude il colletto del suo abito.
Lei con la sua giovinezza è rimasta così ritratta nella cornice di una Carte de Visite opera del fotografo Fournier che aveva il suo studio a Limoges e così ho pensato che naturalmente anche la ragazza fosse originaria di questa località francese celebre per le sue porcellane.

Delicata, aggraziata, le sue mani sono curatissime.
E il suo abito è un capolavoro di eleganza, con questo tessuto scivoloso e liscio, ho la sensazione tutta fantasiosa che fosse di color verde scuro.
Le passamanerie e i pizzi arricchiscono il vestito, la vita di lei è sottile come era consueto per una signorina del suo tempo.

La ragazza di Limoges ritratta in questa fotografia con tutta probabilità era anche più giovane di quanto noi si sappia immaginare.
Stava là, pazientemente seduta davanti a Monsieur Fournier.
Chissà quali erano i suoi pensieri, in quel tempo interminabile.
Mademoiselle avrà avuto i suoi sogni segreti, come ognuno di noi e noi non sappiamo immaginarli ma, grazie al prodigio di una fotografia, il nostro sguardo oggi trova quello della ragazza di Limoges.

Grigio e azzurro di giugno

Era una di quelle mattine di giri nei caruggi e di bancarelle al mercatino.
Era uno di quegli orari ancora silenziosi e c’era poca folla in giro.
Alcuni turisti con cartina, pantaloncini corti e zainetto: chiacchiere e programmi per la giornata alla scoperta di una città nuova.
C’era un sole brillante e poi, ad un tratto, si è alzato improvviso un vento potente che ha portato certe nuvole inquiete.
E così ho pensato che sarebbe arrivata la pioggia e mi sono diretta verso casa.
E c’era nel cielo chiaro questa vaghezza di nuvole grigie e poi davanti a me camminava lei, con il suo passo sicuro e tranquillo, il vento smuoveva il suo velo e non c’era un solo colore fuori posto ed era tutto grigio e azzurro di giugno e di Genova.

L’arte del ricamo

L’arte del ricamo è sublime esercizio di pazienza, un lavoro manuale carico di splendida aspettativa, sensazione ben nota a tutti coloro che si dilettano con questo antico passatempo che è una delle mie passioni.
L’arte del ricamo si apprende con costanza e con la consapevolezza che bisogna sempre prestare la dovuta attenzione al lavoro che emerge dalla tela.
E le ragazze ritratte dal fotografo genovese Conteri certo conoscevano tutti i segreti per un retro perfetto e per un ricamo armonioso, loro saranno state anche abili nel punto intaglio.
Ecco la tela candida tesa sul tamburello, il filo tirato nella maniera giusta e la grazia dei gesti.

E poi quanta intensità si coglie in certi sguardi, a volte.
La giovane suora ha una vivida luce negli occhi, è una ragazza giovane ma appare così salda e determinata.
L’abito di lei comprende anche un copricapo particolare e so che era proprio delle Figlie della Carità di San Vincenzo de Paoli, queste religiose venivano anche dette Suore Cappellone e penso così di poter presumere che anche questa giovane appartenesse a questo ordine religioso.

Su un ampio telaio sbocciavano fiori e si aprivano boccioli odorosi sapientemente ricamati da giovani mani pazienti.

Una fotografia per queste ragazze: un evento insolito, immagino.
E un po’ di timidezza, una sorta di incertezza e ancora il piglio sicuro di un’altra giovane suora.

L’arte del ricamo, in altri tempi, non era solo un piacevole diletto ma anche un patrimonio di conoscenze che si poteva mettere a frutto e che poteva divenire un mestiere.

Così si imparava a ricamare certo in tenera età.
Così si impreziosivano tessuti e lenzuola impalpabili, così si abbellivano fresche tende e tovagliette destinate ad essere custodite con vera cura.
Così, istante dopo istante, punto dopo punto, si esercitava l’arte antica del ricamo.

Al mare ai San Nazaro

I sorrisi luminosi in un giorno d’estate.
Il sole che bacia la pelle, le braccia che fendono l’acqua durante certe nuotate.
I pesciolini guizzanti che fuggono via mentre i piccoli granchi vanno a nascondersi sotto i sassi.
Il suono sempre magnifico dell’onda, evanescente e frizzante, sulla riva.
E il tempo caldo, la pelle ambrata, il salmastro che lascia una lieve traccia, le risate, le confidenze tra amiche, la gioia della complicità.
Una collana al collo, i costumi scuri, le pettinature alla moda.
E la bellezza di un giorno da ricordare, al mare ai San Nazaro.

I talenti di Fortunata Bottaro

Questa è la storia di una donna dai molti talenti e per narrarla bisogna partire da Savona, luogo dove nel 1833 nasce la nostra Fortunata Bottaro.
Fortunata ha appena 10 anni quando, con la famiglia, si trasferisce a Genova, la bambina cresce in un ambiente agiato e non le mancano certo gli stimoli culturali: Fortunata ama appassionatamente gli studi nei quali si applica con fervore ed eccelle in maniera particolare.
Ha un fratello maggiore di nome Luigi, lui è sacerdote e cultore di studi umanistici, Luigi diventerà socio dell’Accademia di Filosofia Italica fondata nel 1850 da Terenzio Mamiani, insegnante di filosofia, cattedratico di logica e antropologia nell’ateneo di Genova e, a partire dall’anno 1859, anche giornalista.
Fortunata è una giovane donna con il talento per la scrittura, diverrà lei stessa affermata giornalista e scrittrice e nel 1862, all’età di 29 anni, insieme al fratello e al pubblicista Domenico Caprile, fonderà il mensile “La donna e la famiglia”.
La rivista ha un programma di “istruzione, educazione e ricreazione” e si avvale di firme di successo: tra i collaboratori ci sono Raffaello Lambruschini e Niccolò Tommaseo, amico caro di Fortunata.
La rivista riscuote molto successo tra il pubblico femminile genovese, su quelle pagine si trattano in maniera approfondita le diverse tematiche della questione femminile.
E così rifulge l’astro del talento di Fortunata Bottaro.

Con la rivista uscirà, a partire dal 1863, la strenna annuale “Letture femminili”.
E Fortunata volge lo sguardo verso nuovi orizzonti: nel 1868 infatti si trasferisce con il fratello a Parigi e nella Ville Lumière porta il suo talento e la sua cultura.
A Parigi fonderà “La femme et la famille”, edizione francese della sua apprezzata rivista.
L’opera principale scaturita dalla penna di questa donna così speciale è “La famiglia e la felicità”, testo nel quale la Bottaro illustra le sue teorie nel campo della pedagogia.
Un giorno, per caso, il destino mi ha fatto incrociare lo sguardo di Fortunata.
Mi trovavo ad uno dei soliti mercatini e stavo guardando delle fotografie francesi quando, ad un tratto, ho veduto lei.
A tergo della Carte de Visite una mano provvidenziale aveva scritto il suo nome, io allora non conoscevo la storia di Fortunata ma, con inspiegabile ottimismo, acquistai la fotografia con la speranza di trovare tracce di lei e della sua vicenda.
E così ho fatto la gradita conoscenza di Fortunata Bottaro e ho trovato diverse notizie su di lei in alcune pubblicazioni d’epoca.

Le vicende che avete letto sono tratte dal “Dizionario biografico dei Liguri dalle origini al 1990” di William Piastra e scritte dalla Professoressa Marina Milan e anche dal volume “La stampa periodica a Genova dal 1871 al 1900” della medesima Professoressa Marina Milan che a lungo è stata Docente di Storia del Giornalismo alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Genova ed è una profonda conoscitrice della straordinaria storia di Fortunata Bottaro.
E così qui ringrazio di cuore la Professoressa Milan per l’aiuto che mi ha dato fornendomi i materiali da me consultati per raccontarvi questa bella vicenda, alla Professoressa Milan dedico questo mio piccolo omaggio a Fortunata Bottaro.
Fortunata Bottaro lasciò questo mondo il 13 Luglio 1893, la sua rivista invece venne pubblicata fino all’anno 1917.
Per una di quelle casualità che non saprei davvero spiegarvi, pochi giorni fa il destino ha nuovamente messo davanti ai miei occhi il nome di Fortunata.
Stavo percorrendo la Galleria Semicircolare del Cimitero Monumentale di Staglieno quando, scolpito nel marmo, ho veduto il nome di lei.
Sulla semplice lapide che protegge il suo sonno eterno si decantano le virtù dell’intelletto di questa scrittrice e giornalista, si elogiano la sua operosità, la sua sempre saggia e costante ricerca della verità.
E così io voglio ricordarla: qui riposa Fortunata Bottaro, educatrice sapiente.

Côte d’Azur

Le piante di agrumi in vaso fornivano una nota superiore intrigante che si mescolava alla fragranza dei pini. Lo scuro promontorio di Cap d’Antibes si stagliava sullo sfondo del cielo all’estremità orientale della grande baia disegnata da una curva di luci tremule che finivano per stemperarsi nell’illuminazione di Juan les-Pens a cinque chilometri di distanza.”

È nell’amena dolcezza della Costa Azzurra che scopriamo un luogo leggendario: lo Château de l’Horizon, magnifica villa in stile Art Deco fatta costruire nel 1932 da Maxine Elliott, attrice statunitense, donna volitiva e affascinante, protagonista della vita mondana della sua epoca.
Allo Château de l’Horizon e a quel mondo dorato è dedicato il volume Côte d’Azur. 1920-1960: gli anni d’oro della Riviera francese di Mary S. Lovell e pubblicato da Neri Pozza.
Il libro è il racconto straordinario di quell’ambiente così vivace ed esclusivo: allo Château de l’Horizon Maxine terrà feste, balli ed eventi mondani ai quali parteciperà tutto il bel mondo.
La narrazione ha inizio dagli anni ‘20, frizzante epoca di nuove eleganze e ricercate sensualità: vanno di moda i capelli a caschetto, i cappelli a cloche e gli abiti di seta impalpabile.
La Lovell, con impareggiabile raffinatezza e con magnifica competenza, interpreta lo spirito di quell’epoca e lo svela attraverso le vicende delle stelle del jet set che brillavano allora sulla riviera francese.
Il volume è infatti un’inesauribile miniera di vicende curiose e intriganti, non manca nessuno tra le pagine di questo libro: da Coco Chanel ad Elsa Maxwell, da William Somerset Maugham alla raffinata socialite Doris Delevingne, prozia dell’incantevole top model Cara.

E non manca Elsa Schiaparelli che della moda fu una vera icona: fu creato per lei il colore rosa Schiaparelli, così intenso da essere appunto definito shocking.
Grande protagonista di questo libro è poi Winston Churchill che era spesso ospite di Maxine al suo Château de l’Horizon, sono moltissimi gli aneddoti che riguardano lo statista.
Churchill era celebre per il suo tagliente umorismo e la Lovell narra che una volta un altro ospite gli chiese se avesse letto il suo libro e Churchill lapidario replicò: No, leggo solo per piacere o per trarne vantaggio.
I fasti dello Château de l’Horizon fatalmente furono, per un certo periodo, oscurati dalle cupezze della II Guerra Mondiale: in quegli anni parte della villa fu trasformata in atelier, le donne del posto producevano abiti per i poveri dei dintorni e in quelle circostanze Maxine fece usare i suoi abiti parigini e le stoffe preziose di cui erano fatti divennero pigiami e scamiciati per i bimbi meno fortunati.
La morte di Maxine, sopravvenuta nel 1940, rappresentò anche l’inizio di una nuova epoca per lo Château de l’Horizon che divenne di proprietà del principe Aly Khan.
È una nuova stagione di mondanità, Aly sposerà l’attrice Rita Hayworth, in un giorno di maggio, proprio allo Château de l’Horizon.
La Lovell racconta la loro vicenda appassionata, il loro sarà un sogno infranto e non un amore destinato a durare per sempre, per un certo periodo poi Aly avrà accanto un’altra celebre attrice di Hollywood: la diafana e sensuale Jane Tierney.
E poi viene narrato un amore giovanile di Gianni Agnelli e tra le pagine di questo libro trovano anche spazio le tormentate vicende di Edoardo Duca di Windsor e di sua moglie Wallis Simpson.
È davvero improbabile pensare di poter citare tutte le celebrità che troverete in questo magnifico volume: la Lovell, con la sua scrittura sapiente, asciutta e coinvolgente, vi porterà proprio là, allo Château de l’Horizon.
Côte d’Azur copre quarant’anni di storia di un luogo che non ha perduto il suo fascino: tutto è mutato ma ancora si cela la memoria di quegli anni gloriosi sulla riviera francese.

“Il mondo di Maxine è ormai scomparso da tempo, ma ogni decennio porta un nuovo gruppo di persone tra queste ville incredibili; più ricche e forse meno affascinanti di quelle che popolavano la terrazza di Maxine, all’epoca in cui il peggior difetto era essere noiosi.”

Le ragazze di Via Casaregis

Le ragazze di Via Casaregis sono con me da diverso tempo, ho infatti il raro privilegio di poter custodire le loro fotografie con i ricordi belli di tempi felici a Genova e anche sulle spiagge della nostra città.
Le ragazze di Via Casaregis avevano fascino, stile, classe, eleganza.
E che cappelli, con quei fiori vaporosi e leggeri!
E poi i guanti, gli ombrellini da sole e quei sorrisi garbati e composti.
Le ragazze di Via Casaregis amavano vestire all’ultima moda, mi vien da dire.

E osserviamo più da vicino l’abbigliamento di una di loro, noteremo così il tessuto rigato dell’abito, le maniche a sbuffo, una fila di bottoncini sulla giacca, il manico del parasole.
E appesa in vita, alla gonna, una chatelaine con i suoi piccoli contenitori che potevano custodire profumi, sali o anche un piccolo taccuino.

Insomma, le ragazze di Via Casaregis erano giovani donne molto speciali e così, un bel giorno, con l’amico Giancarlo che conosce a menadito ogni angolo della Foce, abbiamo deciso di andare sulle tracce di queste giovani del tempo passato.
D’altra parte anche loro erano ragazze delle Foce, pertanto è stato facile immaginarle a passeggio lungo gli ampi corsi del quartiere, nel tempo di una diversa primavera.
E abbiamo percorso Via Casaregis e siamo arrivati di fronte a questo edificio.

E poco più in là abbiamo cercato quest’albero, proprio questo!

E davvero, le ragazze di Via Casaregis erano proprio là!
Con la loro leggiadria di fanciulle, con quella inconfondibile grazia.
Pareva di vederle, ancora appoggiate al tronco!

Mi duole non conoscere i nomi di queste giovani donne ma sui cartoncini nei quali sono ritratte si legge un nome maschile: Manlio.
Forse un fratello, un cugino o un amico, secondo me Manlio si dilettava con la fotografia e un bel giorno se ne andò con le ragazze proprio in Via Casaregis e così le ritrasse.

E ancora, procediamo insieme in questo viaggio magnifico tra i luoghi dei presente e del passato, a volte i tempi paiono coesistere, sovrapporsi, ritornare.
Andiamo là, davanti all’elegante civico 23 della nostra ormai leggendaria Via Casaregis.

C’è una ringhiera, c’è un muretto basso.
A volte il passato sembra essere vivo e presente, a volte non sembrano neppure trascorsi così tanti anni.

Il luogo perfetto dove sedersi.
In posa, per la fotografia.
Con gli occhi felici e il sorriso luminoso.

In un spazio di tempo così denso di vita e di gioia.

Un cartello avvisa i passanti: nel palazzo di affitta!
E si esce dal portone, signore e signorine, forse madri e figlie, con questa lieve dolcezza.
Pare di sentire le loro voci e le loro allegre risate, vero?

Così, in un giorno del nostro tempo, tutte loro sono ritornate a casa.
Le abbiamo riportate là, nei loro posti del cuore.
E questo è il senso di tutto, a mio parere questa è la finalità più nobile di questa passione di raccogliere, conservare e difendere dall’oblio: riportare le persone nei luoghi ai quali esse appartengono, farle ritornare a varcare quel portone, farle sorridere una volta di più.

Accadde in un tempo lontano: era il 25 Marzo 1908.
Una calligrafia gentile, forse quella di Manlio, ha lasciato questa traccia sottile da seguire.
E così loro sono ritornate là e sono ancora ciò che erano un tempo: le ragazze di Via Casaregis.

Mano nella mano

La sposa era bellissima.
Ed era così giovane, era appena una ragazza sbocciata nella sua leggiadra femminilità.
La sposa era timida e ritrosa, aveva il viso perfetto, le labbra rosse a cuore, gli occhi grandi, la carnagione diafana e delicata.
La sposa aveva quella pettinatura complicata, orecchini pendenti ai lobi e una collana con un ciondolo importante.
Lo sguardo sognante, il cuore palpitante di emozioni.

Lo sposo teneva la mano di lei.
Stringeva le sue dita con un gesto che narra di un sentimento di protezione, di accudimento e di un cammino da percorrere insieme, sulla stessa strada, mano nella mano.
E si nota il vitino di vespa di lei, chiaramente indossava uno di quei corsetti in voga a quel tempo, l’abito poi è ricco di raffinate decorazioni e immagino che fosse sui toni del blu.

Gli sposi erano giovani e sofisticati, di certo appartenenti al bel mondo.
Avevano classe, eleganza, stile.
E amore eterno.
Per sempre.
Per tutta la vita.
E tutta una vita da trascorrere insieme.
E già conoscevano i nomi che avrebbero dato ai loro figli, il Signore li avrebbe mandati e la casa si sarebbe riempita di voci felici.
Gli sposi avevano i loro sogni e i loro desideri segreti ed io spero che si siano tutti avverati.

Lui e lei furono, per qualche breve momento, nello studio del bravo fotografo Giulio Rossi che così immortalò su una Carte de Visite la loro garbata giovinezza, il loro cammino di felicità nel mondo.
In un tempo distante, mano nella mano.

Con il bidone del latte in Piazza Umberto I

Vi porto ancora a ritroso nel tempo, nella cornice di una cartolina del passato che fu spedita da Genova a Camogli nel 1904.
Questo tempo, così straordinariamente diverso, più lento e più faticoso del nostro, ritorna con la sua vita che riempiva le strade cittadine, in un pullulare di uomini e donne, ognuno di essi segue la propria meta, è un percorso della quotidianità in Piazza Umberto I.

Nella prospettiva di Via San Lorenzo si scorge un chiosco, una signora con l’abito scuro incede lentamente, immersa nei suoi pensieri, mentre un uomo procede verso la Cattedrale.

La protagonista di questa storia è la figuretta femminile che si staglia in primo piano: lei è una bella ragazza alta, energica e dal carattere volitivo.
Forse abita nei dintorni, forse è la giovane mamma di uno stuolo di piccoletti, forse proviene da qualche località dell’entroterra, forse si chiama Maria o magari Amalia o Giulietta.
Come una regina lei attraversa Piazza Umberto I, con un braccio regge una cesta ricoperta da una tovaglietta a quadri certamente colma di ogni delizia, di pane fragrante e di formaggio saporito.
Porta con sé anche un ingombrante bidone del latte e immagino che una volta pieno sia stato parecchio pesante ma lei non pare davvero curarsene.

Il suo bidone del latte è molto simile al mio, io lo comprai anni fa ad un mercatino e lo tengo in cucina in bella mostra.
È un oggetto vissuto, certo in qualche epoca distante venne stretto dalle mani salde di qualche fanciulla.

Lei, la ragazza di Piazza Umberto I, è uno dei magnifici misteri che vorrei saper svelare.
Ha un nastro blu che tiene da conto in un cassetto, uno scialle scuro per quando va a messa, un piccolo crocifisso che porta sempre al collo, una camicia di sangallo che è la sua preferita.
E potrei continuare ancora e ancora, questa giovane donna da sola è già un romanzo tutto da leggere.

La sua figura aggraziata è svanita dall’orizzonte di Piazza Umberto I, ai giorni nostri poi il toponimo è mutato e questa per noi è Piazza Matteotti.

Tutto cambia ma in qualche maniera, a volte, tutto resta identico e fedele a se stesso.
E magari un giorno, passando in Piazza Matteotti, guardandovi attorno vi potrebbe sembrare di vedere certe signore con le gonne lunghe scure e poi lei, con la sua indaffarata giovinezza.
Cammina svelta, sorride, ripensa a tutte le sue incombenze quotidiane mentre con grazia attraversa Piazza Umberto I con il bidone del latte.