La grazia di Emilia

È un magnifico dipinto e vi è ritratta una giovane donna in tutta la sua grazia.
Questo è il ritratto della Marchesa Emilia Negrone nata Centurione opera del savonese Giuseppe Frascheri e risalente al 1842.
Il quadro fa parte della collezione della Galleria di Arte Moderna di Nervi ma io l’ho veduto di recente esposto a Palazzo Bianco in Strada Nuova.
Una pettinatura composta, la pelle diafana, l’elegante fanciulla ha un garbo squisito colto mirabilmente dall’artista.

Tra le dita sottili stringe così un libro.

E porta un abito chiaro, il tessuto è leggero e impalpabile, due grandi fiocchi abbelliscono le maniche.

Così lei rimane in posa paziente davanti al pittore che tramanderà ai posteri la sua immagine.

E da quel tempo svanito con la sua timidezza ritrosa, la giovane e leggiadra Emilia ancora volge lo sguardo verso di noi.

Sanremo e i ricordi di Odette

Percorreva svelta le strade di Sanremo, conosceva quelle vie a menadito.
A Sanremo era nata e cresciuta, coltivando il suo innato e riconosciuto talento, da Sanremo se ne era poi andata inseguendo quel sogno coltivato fin dai giorni dell’infanzia.
Acclamata cantante e attrice di successo, nessuno ormai più la conosceva come Teresina: per il mondo lei era Odette, una stella di prima grandezza che brillava nella Ville Lumière e sui palcoscenici più prestigiosi.
Di rado ritornava a Sanremo, ormai non aveva più parenti lì.
Quando poi decideva di solcare le strade dei ricordi sceglieva un albergo esclusivo che le garantisse una certa riservatezza e che le ricordasse che, ad ogni modo, lei apparteneva ormai ad un altro mondo.
E ogni volta tornava sedersi sulla panchina davanti all’infinito del mare.
Osservava le onde, respirava, ricordava.

E quando percorreva quel lungomare straordinario in parte le pareva che tutti la guardassero anche se, in realtà, sapeva bene che era difficile ritrovare la semplice Teresina di un tempo nella sofisticata Odette con il suo abito alla moda e il cappello uscito da un atelier di Parigi.
Quel giorno, mentre incedeva sicura sul suo cammino, notò una signora di una certa età con la cesta dei panni posata sulla testa.
Non la conosceva eppure trovava in lei qualcosa di famigliare, sembrava una donna forte e tenace proprio come sua nonna Maria, anche lei portava sempre la cesta sulla testa.

Odette sorrise, scostò la veletta e continuò a osservare la signora che svelta proseguiva per la sua strada.
Pensò alla nonna Maria, al suo scialle di lana scura, alle sue mani segnate da molte fatiche, a quelli rughe che le percorrevano il volto, alle sue cure mai svogliate e incerte.
Ripensò alle parole che le aveva detto quando ancora era bambina, alle sue raccomandazioni, a quegli insegnamenti che le erano rimasti nel cuore e comprese che, sebbene non ci avesse mai riflettuto, un filo sottile ma fortissimo ancora la legava a Sanremo e ai giorni del suo passato che avevano fatto di lei la donna che era poi poi diventata.

Era pomeriggio, la luce dorata lenta declinava.
Un refolo di vento smuoveva le cime degli alberi, il profumo leggero degli agrumi si spandeva nell’aria mescolandosi alla freschezza del salmastro.
Odette fece qualche passo e tornò a sedersi sulla sua panchina.
I suoi occhi scuri luccicavano di una commossa consapevolezza, mentre i suoi dolci ricordi fluivano come la marea.

Una bella estate a Sampierdarena

Era una bella estate sulla spiaggia di Sampierdarena ed era un’estate di fratelli e sorelle, di abbracci e sorrisi.

Era una bella estate di grandi e piccini, una stagione da ricordare che certo a molti portò gioia e felicità.

Ed era un’estate di elegantoni in giacca e cravatta con la paglietta sul capo!

E la spiaggia era affollatissima, se guardiamo la fotografia nella sua interezza c’è da rimaner strabiliati.
Pensate a quante voci, a quante risate squillanti e a quanta spensieratezza!
Il panorama sullo sfondo non lascia dubbi: là sulla destra svetta la Lanterna e quindi siamo proprio a Sampierdarena a prendere il fresco.

Ed è anche un’estate di bellimbusti che magari fanno pure i galanti con le signorine.
Quello dietro a tutti è di certo un provetto nuotatore!

E poi è un’estate di costumi scuri e a pensarci adesso sembra quasi impossibile andare alla spiaggia così coperti.

E questa è anche un’estate di allegri burloni: come sempre c’è uno che fa le corna dietro alla testa di qualcun altro, è un grande classico!

E poi è tempo di sdraiarsi sui sassi con il costume a righe.

Ed è tempo di mani sulle spalle e di amicizie che saranno eterne: diventare grandi insieme fa tutta la differenza.

Ed è l’estate dell’orgoglio paterno, così si tiene il piccoletto bene in alto così che ci sia anche lui nella foto della sua prima estate.

Un’estate calda, luminosa e quieta, ingenua e senza pensieri, mentre l’onda batte sulla riva della spiaggia di Sampierdarena il tempo scorre lieve.

Ed è un’estate di giovani madri affabili e di bambini in cerca di avventure, è un’estate da sole negli occhi così per fare la fotografia ci si ripara con la mano come si può.

È un’estate di code, trecce e ricciolini, di corse a perdifiato e di tuffi spericolati.
È un’estate che è un nuovo inizio, una gaiezza ritrovata, un orizzonte da esplorare.

Con un cappellino in testa, un fiocchetto tra i capelli e tutta la vita davanti.
Sui sassi, in una bella estate a Sampierdarena.

Sulla riva del mare

Sulla riva del mare, con un costumino leggero, la frangetta e una pallina in una mano.
Sulla riva del mare, per un attimo in posa per la fotografia ma poi che libertà, correre e giocare nell’acqua!

Sulla riva del mare, una giovane mamma, i suoi bambini e probabilmente la loro nonna.
Su una spiaggia di sassi, con semplicità, con un sorriso, i costumi scuri e un fazzoletto in testa, con una gioia nel cuore che non si sa spiegare.

Là dietro, in lontananza, altre famiglie e altri bambini.
La spiaggia è lo svago di tutti, è il passatempo dei giorni d’estate, è un frammento di vita condivisa che a ognuno lascerà un dolce ricordo.

Così, sulla riva del mare, tra le braccia salde della mamma.
Con questa dolcezza dell’infanzia quando ancora tutto è da scoprire, diventando grandi sulla riva del mare.

Tra le braccia della balia

E così, in un tempo ingenuo e felice, tra le braccia della balia.
Lei è solida, paziente, amorevole, affabile, gentile e sorride teneramente mentre stringe a sé quella creaturina alla quale è di certo affezionata.
La balia, colei che aiutava a diventare grandi, un legame antico e importante.

La bella Carte de Visite è una mia recente acquisizione ed è opera del genovese Achille Testa, a mio personale parere il più talentuoso nel ritrarre i bambini.
E in particolare qui si tratta di un tenero virgulto appartenente di sicuro a una famiglia agiata o forse anche con qualche quarto di nobiltà, lo si intuisce dalla ricercatezza degli abiti del piccino e della balia che porta anche, come spesso si usava, eleganti orecchini.

Il frugoletto ha l’aria vispa e vivace, una testolina piena di ricci e gli occhioni grandi spalancati sul mondo.

E poi gli abiti di entrambi sono arricchiti da un trionfo di pizzi delicati.
Il piccoletto porta le scarpette bianche e una fascia di tessuto a quadretti con un grande fiocco sulla schiena.

E un po’ sorride, con tenerezza, dolcemente al sicuro, tra le braccia della balia.

Sulla barca

Sulla barca, dondolando con la fantasia.
Mentre poco distante le onde accarezzano i sassi in questo tempo della vita che sa essere infinitamente dolce.
E quanta bellezza c’è attorno da scoprire, così tanta che tu naturalmente ti distrai!
E volgi lo sguardo verso un punto indefinito, forse un suono, una voce o un colore ha attirato la tua attenzione e tu, seguendo il tuo istinto infantile, ti giri verso quella direzione.
Con un ditino tra le labbra e i ricciolini spettinati dal vento.

E l’altra tua manina è tenuta stretta, salda e sicura perché tu non corra rischi magari perdendo l’equilibrio.
D’altra parte crescere è proprio una questione di magnifici e delicati equilibri: imparare a camminare, inciampare, rialzarsi, lasciarsi guidare nelle strade del mondo.
E rimanere, appena per qualche istante, in riva al mare.
Su una spiaggia, in un tempo felice.
Sulla barca, con tutta la vita davanti.

Maggio 1920: andar per fiori

E sono ore di maggio del 1920, è un tempo luminoso e tiepido, forse una di quelle giornate trascorse tra le gioie più semplici, si capirà poi molto tempo dopo la straordinaria preziosità di quegli istanti.
In compagnia, tra amiche o forse sorelle e cugine.
Con la camiciola rifinita da candido pizzo, una collana lunga, i cappelli raffinati.
E con questa grazia così spontanea e naturale, non c’è nulla di studiato nei modi e negli sguardi.

Con i fiori raccolti sui prati, i sorrisi allegri e felici, le espressioni così rilassate.

E gli stivaletti con i tacchi a rocchetto chiusi da fiocchi o da stringhe ben tirate.

In un giorno di maggio del 1920.
E colei che più colpisce la mia attenzione è una giovane donna quasi misteriosa, così aggraziata con il suo soprabito chiaro, stringe tra le mani un mazzo di fiori selvatici.
E ha una finezza innata e inimitabile, è femminile, elegante e al tempo stesso semplice.

Come dubbiosa porta la mano alla bocca, forse scruta il panorama o divaga con la fantasia, forse ricorda o pensa a qualcuno che le è caro.
E non vediamo il suo viso leggiadro che rimane così coperto dal raffinatissimo fiocco che decora il suo cappello.

Ah, i cappelli!
Le giovani donne ritratte un questa fotografia fanno a gara a chi indossa il più fastoso, a dir la verità a me sembrano tutti deliziosi.
Un sorrisino, una luce negli occhi, la gioia di quegli istanti irripetibili colmi di rasserenante leggerezza.

L’aria era fresca, la luce chiara, i prati brillavano di verde e si andava per fiori, in un giorno di maggio del 1920.

Le bambine di La Spezia

Le bambine di La Spezia sono due bellissime piccoline.
Indossano identiche maglie che sembrano fatte all’uncinetto forse dalle mani amorose di una nonna, ognuna di loro porta al collo una catenina con dei ciondolini.
E appena le ho vedute ho pensato che la loro mamma doveva essere una giovane aggraziata ed elegante, perché scegliere per due bambine dei cappellini così deliziosi non è da tutti!
Sono cappellini alla moda con una una piuma vezzosa, una vera finezza secondo di dettami dello stile degli anni ‘20.
Le bambine di La Spezia portavano quei nomi che oggi mi pare non si usino più, lo so perché a tergo del loro ritratto si leggono queste parole:

Con tutto il loro cuoricino alla zia e cugini.
Marisa e Nicla
27/7/29

All’epoca non c’era l’immediatezza dei moderni mezzi di comunicazione e allora si faceva in questa maniera: si andava dal fotografo, ci si metteva in posa e così si aveva la foto ricordo da inviare ad amici e parenti.
A pensarci bene anche nella seconda metà del ‘900 le cose erano ben diverse da adesso, anche se a farci le fotografie nel nostro caso erano spesso i nostri genitori.
Le due bambine invece furono ritratte nello Studio del Cavalier Greco di La Spezia, tutte composte e un po’ intimidite con i loro cappellini e i loro sguardi innocenti sul mondo e sul futuro.
Loro sono Marisa e Nicla, con i loro pochi anni e tutta la vita davanti.

Al volante

Sono due amiche intrepide, allegre e sorridenti.
Sono elegantissime, con il busto che segna la loro vita sottile, indossano abiti di buon taglio e camicette candide, portano i gioielli minuti e raffinati.
E sfoggiano ricercati cappelli arricchiti da nastri, pizzi e applicazioni floreali.
Sono due amiche e una regge saldamente un volante, chissà dove le condurrà il viaggio della vita!

Di certo il tempo che verrà presenterà loro strade tortuose ma le due amiche sapranno percorrerle insieme, con coraggio e fiducia.
La fotografia risalente ai primi del ‘900 è opera di Luigi Guerra, fotografo milanese che per i suoi meriti artistici fu premiato con la medaglia d’oro all’Esposizione Internazionale del 1906.
La vettura a bordo della quale paiono ritratte le due giovani altro non è che un curioso artifizio d’antan e cioè una riuscita sagoma forse di cartone o magari di legno sapientemente dipinta, non crediate poi che tale stratagemma fosse esclusivamente riservato alle signorine, ho alcune fotografie di gagliardi giovanotti ugualmente immortalati nella medesima posa!
In questo caso a tergo della cartolina, sono riportate anche le nostalgiche parole in memoria di quel giorno felice e così si legge:

“Carissima Rita, ti rammenti di questo scherzo? Ci rassomiglia o no? A destra è un’amica ed a sinistra è la tua Maria che ricordandoti viene a portarti tante cose belle ed affettuosissime.”

E così, con tutta la gioia e l’entusiasmo della giovinezza, ecco qua Maria e la sua amica, a bordo della loro rombante automobile.

La breve felicità di Felicita

Fu breve la felicità di Felicita, come spesso accadeva alle ragazze vissute nel suo tempo, epoca in cui la vita era ancor più caduca rispetto ad oggi.
Era bella Felicita, aveva un viso dai tratti perfetti, sguardo intenso e grazia femminea.

Ed era, appunto, una donna giovane che sperava in un futuro lieto e luminoso.

Era devota e così è effigiata con un libro di preghiere tra mani.

Felicita lasciò un vuoto incolmabile, i suoi cari trovarono consolazione forse proprio nella fede così spesso richiamata nel ricordo di lei.

La perduta felicità di Felicita è narrata e scolpita nel marmo nel cippo funebre a lei dedicato e sito nel Porticato Inferiore a Ponente del Cimitero Monumentale di Staglieno, dove la giovane riposa, nella tomba riposano anche alcuni suoi famigliari.
A realizzare l’opera nel 1875 fu, con il consueto talento, l’artista Giovanni Battista Villa.

Felicita aveva 27 anni, uno sposo e tre bambini: Filippo, Emilio e Adolfo.
E ho pensato che magari da qualche parte esiste una fotografia di lei insieme alla sua famiglia, un ritratto realizzato da qualche blasonato fotografo che fermò, per appena un istante, quella completa felicità.

Felicita aveva i capelli morbidi, portava il velo, secondo l’usanza dell’epoca.

Un velo di pizzo leggero, impreziosito da stelle e orlato con delicatezza.

Il suo consorte era persona stimata e apprezzata, un abile commerciante che seppe salire i gradini del successo fino a ricoprire cariche ambite e di prestigio.
Giovanni Battista era un esempio di specchiata virtù e di laboriosa onestà.

Ed è tutta lì la perduta felicità di Felicita, nella vita che sfugge via, fragile e caduca, minata da una malattia che non le concesse scampo.
Felicita, madre e sposa tanto amata e rimpianta lasciò i suoi affetti in un freddo giorno d’inverno del 1869.

Era modesta, mansueta e pia, così si legge nella lapide in sua memoria e Villa, certamente in accordo con il desolato vedovo, ritrasse la giovane così assorta in preghiera, inginocchiata su un inginocchiatoio dal gusto orientaleggiante.

Così è giunta a noi la memoria di lei.

Fu breve la felicità di Felicita, si infranse nella tempesta della sua vita e lei rimase, nel ricordo dei suoi cari, per sempre giovane e leggiadra nella grazia dei suoi 27 fragili anni.