Lady Butterfly – Diario di una cacciatrice di farfalle

“15 Aprile 1883
Tra un mese avrò raggiunto i ventun anni, e allora sarò libera di scegliere la mia strada nella vita. La mia passione dominante è l’indipendenza.”

Questa è la storia straordinaria di Margaret Elizabeth Fountaine, instancabile viaggiatrice e appassionata entomologa nata a Norwich nel 1862.
La sua vicenda venne alla luce nella maniera in cui lei stessa aveva disposto: dovete infatti sapere che Miss Fountaine morì nel 1940 e con il suo testamento destinò al Castle Museum di Norwich la sua collezione di 22.000 farfalle.
Miss Fountaine però lasciò dietro di sé anche una capiente scatola con l’indicazione che venisse aperta il 15 Aprile 1978.
Così accadde e, quando il coperchio fu sollevato, all’interno della scatola furono trovati 12 pesanti volumi: i diari di Miss Fountaine dal 15 Aprile 1878 fino al 1939, cento anni erano passati da quando Margaret aveva scritto la prima parola delle sue memorie.
Lady Butterfly – Diario di una di una cacciatrice di farfalle di Margaret Fountaine, pubblicato da Elliot nella collana Antidoti, è così la storia magnifica di questa donna cresciuta secondo le regole e i dettami dell’epoca vittoriana e tuttavia autonoma, indipendente, libera nelle azioni e nei pensieri.
Le pagine scelte da quei suoi diari restituiscono il ritratto di una donna volitiva, caparbia, fiera e scevra da incertezze, Miss Fountaine ha spirito di iniziativa e carattere, hanno particolare rilievo poi le sue tormentate e a volte bizzarre questioni amorose che sono narrate con vera ricchezza di dettagli.

Miss Fountaine disegna cattedrali e scopre fin da ragazza che la sua ambizione è viaggiare per il mondo, trovare nuove farfalle e conoscere usi e costumi dei popoli.
Miss Fountaine, disponendo di una certa rendita, riuscirà così a realizzare il suo desiderio: viaggerà in tutti i continenti, armata di retino e di autentica curiosità.
Quante avventure Miss Fountaine!
Ad esempio, in compagnia di sua sorella, partirà da Nizza per attraversare l’Italia in bicicletta: le due spediscono il loro bagaglio per ferrovia e si apprestano a pedalare fino a Venezia.
Che sorprendenti viaggiatrici vittoriane in gonna lunga!
Immaginate Miss Fountaine e sua sorella alla scoperta del mondo, alla partenza dalla Francia l’entusiasmo è alle stelle.

“Fu delizioso volare sulle nostre biciclette, io con la mia Kodak Bullseye fissata al cestino davanti a me, così che ogni qual volta un gruppetto di contadini o di animali colpiva la mia immaginazione, non avevo altro da fare che saltar giù dal sellino e cogliere qualche istantanea. Eravamo alla moda, con le nostre biciclette… Inoltre ero alla moda con la mia Kodak”.

Temeraria Miss Fountaine, le sue avventure sono ai nostri occhi fantastiche e sorprendenti: Miss Fountaine salirà sull’Orient Express, cavalcherà con sicurezza, scoprirà l’Africa e l’Oriente, sarà sempre libera e autonoma, sebbene in sottofondo, nei filo dei suoi pensieri, si colga netto e presente il retaggio della sua educazione vittoriana.
Ad accompagnarla per un lungo tratto della sua vita sarà un giovane ragazzo siriano che è la sua guida nei viaggi in terre lontane: lui ha 24 anni e lei 39 quando tra loro nasce un amore difficile e complicato, non vi svelerò di più di loro ma, come dicevo, Miss Fountaine in tutto il corso del libro finisce sempre per stupire.
Va anche detto che, a un certo punto della vita, smetterà di collezionare farfalle, farle morire era per lei una pena e inizierà invece ad allevare le larve, restituendo all’universo un numero elevatissimo di nuove farfalle.
Miss Fountaine troverà all’estero interessanti compagni di viaggio, incontrerà nobili inglesi e studiosi come lei, in un giorno di aprile i suoi occhi si poseranno poi sui manifesti che raccontano la tragedia del Titanic e lei scriverà sul suo diario che quella è la nave più grande del mondo e che possa affondare è completamente da escludere.
Con grazia, determinazione e spirito Miss Fountaine ci ha così consegnato il suo sguardo su quel mondo che volle conoscere in ogni sua particolarità, leggere le sue memorie è una notevole emozione, questo libro è una lettura inaspettata e stupefacente, avvince, affascina e lascia, nel cuore e nell’animo, la leggerezza del sorriso.
Seguendo lei, Margaret Elizabeth Fountaine, con la sua sete di libertà che la condusse per le strade del mondo.

“Sostai ad Atene due notti, ma non vedevo l’ora di tornare nel mondo solitario della natura, libera di vivere la mia vita autentica, lontano dalle convenzioni della civiltà. La libertà è la gioia suprema della vita.”

Amiche alla spiaggia

Ancora una foto ricordo della villeggiatura e della felicità condivisa.
Il tempo trascorso con le amiche, il più prezioso ed indimenticabile, a ritornarci con la mente un sorriso illumina il viso.
Tempo d’estate, di corse sulla battigia, di spruzzi di acqua salata.
Tempo di gioia e di pelle ambrata, un cappellino bianco e per l’allegria ridono anche gli occhi.

Le mani sulle spalle, i capelli alla moda, quella frase pronunciata in quell’istante e la magia di ricordarsela: ha quella potenza lì la felicità, si insinua in certi meandri del cuore e della memoria e poi riaffiora, improvvisa e inattesa.

Il tempo appanna e consuma la carta, questa fotografia non è in ottime condizioni e a me è sembrata un’ottima ragione per metterla in salvo.
E così trattengo qui con me i sorrisi di queste amiche sorprese su una spiaggia probabilmente ligure.

La mano sotto il mento, il costume a righe.

Una posa scherzosa, lo stile di un’epoca, una memoria conservata gelosamente: tra amiche, con questa felicità, alla spiaggia.

I cigni della Quinta Strada

“La New York dei teatri, dei cinema, dei libri; la città del New Yorker, di Vanity Fair e di Vogue.
Un faro, una guglia, un faro in cima a una guglia. Una luce che brilla continuamente in lontananza, visibile persino dai campi di mais dell’Iowa, dai monti del Dakota, dai deserti della California, dalle paludi della Louisiana. Un invito incessante. Un richiamo per gli insoddisfatti, una lusinga per gli illusi.”

Nel luccichio sfolgorante della Grande Mela si svolge la vicenda del libro I cigni della Quinta Strada di Melanie Benjamin pubblicato in Italia da Neri Pozza e Beat Edizioni.
Un romanzo della disillusione che si incentra sull’alta società tra gli anni ‘60 e gli anni ‘70, il mattatore sulla scena è lo scrittore Truman Capote, anche detto Cuore Sincero dai suoi Cigni.
I Cigni di Truman sono le indiscusse protagoniste del jet set newyorkese e rispondono ai nomi di Babe Paley, Slim Keith, Gloria Guinness, C. Z. Guest, Gloria Vanderbilt, Pamela Harriman, Marella Agnelli.
I Cigni sono le socialite, dettano le mode e le sue regole, una di loro si è inventata il vezzo di annodare il foulard alla borsa, sono belle, ricche, sofisticate, celebri ed eleganti.
Truman Capote, lo scrittore eccentrico e particolare, autore tra il resto di Colazione da Tiffany, è il loro amico e il loro confidente, tutti loro paiono vivere un’esistenza di agi dorati ma la felicità non è poi così scontata.
Truman ha un compagno ma nutre anche una predilezione particolare per uno dei suoi cigni: la miliardaria Babe Paley alla quale lo unisce un sentimento complesso e profondo, un misto di fratellanza, passione e attaccamento totalizzante.
La bellissima Babe, donna affascinante e di classe, è la moglie di Bill Paley, fondatore della CBS che l’ha resa immensamente ricca ma non le risparmia certo i tradimenti con le attrici che incrociano il suo cammino.
Babe ricambia l’affetto di Truman, a lui lo lega una sorta di misteriosa affinità:

“Truman era esattamente uguale a lei. Entrambi inconsueti, esotici, eppure al contempo così scombinati e ordinari.”

Ed è Babe, con la sua grazia raffinata, a comparire sulla copertina del libro.

Tra feste, mondanità e ricevimenti i cigni vivono la loro epoca dorata di esclusivi privilegi.
E Truman c’è, lui c’è sempre.
Ascolta, raccoglie le loro confidenze, custodisce le loro parole, fa tesoro delle loro memorie, trattiene i fili delle loro storie.
E traspare, sempre, un amaro disincanto che è il filo conduttore del romanzo:

Perché sotto la scorza della bellezza erano tutte maledettamente sole.”

Vita reale e finzione letteraria si intrecciano abilmente tra le pagine di questo romanzo dove fanno la loro comparsa diverse celebrità come ad esempio Frank Sinatra, Henry Mancini e Mia Farrow.
Un intero mondo è destinato ad andare in frantumi e crollano infine tutte le certezze quando un giorno si consuma il più perfido dei tradimenti: tra le pagine di Esquire viene pubblicato un articolo di Capote dal titolo La Côte Basque 1965.
Ah certo, Truman è stato astuto, ha usato dei nomi di fantasia ma i cigni si sono riconosciuti, ognuna delle sue amiche ritrova la propria storia messa nero su bianco e ora nota a tutti: si alza il velo sulle debolezze di ognuna, sui tradimenti e sui segreti sempre taciuti.
E questa è la fine dell’illusione, c’è un senso di perdita tanto potente da far pronunciare queste parole a una nostalgica Slim Keith:

“Mi ripeto quanto fosse meravigliosa la vita a quell’epoca, un’epoca in cui nessuno diceva la verità agli altri, senza che questo avesse la minima importanza. Era tutto bellissimo. Non è così forse? Tutto gradevole, elegante, raffinato.”

Si compie così il destino di Truman Capote e dei cigni, la Benjamin restituisce al lettore un romanzo avvincente dal ritmo sostenuto, dai dialoghi vivaci e fortemente evocativi.
Tutto svanisce e a tutto si ritorna con un senso di rimpianto, anche al ricordo di quella bellezza che ai cigni della Quinta Strada ha donato un senso agli istanti della vita.

“La meraviglia di appartenersi, di sentirsi accettati, apprezzati, desiderati.
La grazia di un fiore uno stelo di mughetti dalle campanelle bianche come la neve che spiccano sul verde lucido delle foglie. Un fiore reso ancor più prezioso dalla mano amica che ce lo offre teneramente, un dono capace di lenire il nostro dolore. … La bellezza di uno svolazzo di taffetà, di un tintinnio di campanellini, di un barbaglio di diamanti e smeraldi: la bellezza di un fiore di carta ancora intatto. La bellezza.”

Sui sassi, sulla spiaggia di Sturla

Ancora ritornano gli sguardi dal passato, da un tempo felice trascorso sulla spiaggia di Sturla.
L’onda lenta lambiva la riva e gli istanti fluivano dolci, in compagnia delle persone care.
E così vi porto là, tra loro che si fecero ritrarre tutti insieme: la signora che sorride trattenendo le ginocchia tra le mani, il ragazzo pronto a tuffi spericolati e le fanciulle dai modi garbati.

Uno si stringe nell’accappatoio, uno tiene l’asciugamano sulle spalle e la ragazzina sfoggia una bella maglietta a righe.
Negli occhi di tutti loro pensieri che non sappiamo decifrare anche se, in qualche modo, sappiamo riconoscere quella serenità come nostra.

Il sole negli occhi, il costume scuro, la posa in qualche modo esitante.

La giovinezza e l’infanzia: si diventa grandi davanti a questo mare che scandisce le ore mentre sfiora la riva.

Ecco lei, accenna appena un sorriso.
È una ragazza semplice, timida, ad osservarla non diresti mai che potrebbe essere capricciosa o difficile.
Non lei, no.
Lei sorride forse persino inconsapevole della sua autentica bellezza.

C’è un mondo intero, come sempre, nella fragilità di una fotografia.
Tra tutti loro legami d’affetto e certamente di parentela.
Si mostra solida ed efficiente la solerte madre di famiglia, ha un’energia che traspare persino dalla sua posa.
Là dietro, sullo steccato, è appeso un ombrello parasole, servirà se il caldo dovesse farsi insopportabile.

Per cautela, comunque, meglio tenere il capo coperto come lei.

La ragazzina, invece, porta i lunghi capelli sciolti, li tiene con la riga nel mezzo e sono così scuri e forti.
Qualche vezzo per lei: gli anellini sottili, il bracciale, mi pare di scorgere anche dei piccoli orecchini.

Comprai questa fotografia diverso tempo fa.
A tergo nessuna indicazione del luogo ma, notando i sassi, ero quasi certa che potesse proprio trattarsi di una spiaggia della Liguria, di sicuro però non avrei mai pensato di riuscire a riconoscere il luogo.
Poi, l’altro giorno, un caso del destino mi ha donato un’intuizione.
Stavo sfogliando le fotografie balneari e questa si trovava accanto ad un’altra fotografia che tempo fa già pubblicai su questo blog.
Osservando con attenzione gli steccati con i legni così sfalsati in entrambe le immagini e la ringhiera alle spalle delle persone ho compreso che si trattava proprio dello stesso luogo: la spiaggia di Sturla che già vi mostrai in questo post.
E per me è una grande gioia aver salvato questa immagine e aver inoltre riportato tutte queste persone, in qualche modo, nel luogo a loro così caro.
Il tempo scorreva, dolce e inesorabile, lasciando nel cuore una memoria bella, una piccola nostalgia, un fremente ricordo che sarebbe rimasto impresso per sempre.
Ed era un giorno felice, sui sassi, sulla spiaggia di Sturla.

La grazia di Sant’Anna

Così è rappresentata la grazia di Sant’Anna, ad effigiarla con mirabile talento fu l’artista settecentesco Francesco Maria Schiaffino.
La bella scultura marmorea è posta sull’altare maggiore della Chiesa di Sant’Anna sita nella piazza omonima in Circonvallazione a Monte.

Così, in questa luce, si staglia la figura della madre di Maria.

E attorno a lei piccoli angeli.

Fremono le ali leggere, il manto della Santa cade lieve in splendidi drappeggi.

Sant’Anna stringe a sé la sua figlioletta, la Vergine Bambina.
Le aureole dorate, gli sguardi amorosi e i gesti colmi di mistica e amorevole armonia.

Tra i dolci angioletti.

Sant’Anna, la piccola Maria e le rose profumate.

In questa bella chiesa genovese dove amo sempre ritornare.

Sant’Anna è la protettrice delle madri e delle partorienti e la sua festività ricorre il 26 luglio.
Così si ammira la grazia di lei, nella Chiesa a lei dedicata.

Al fiume

È una vecchia fotografia: rovinata, sgualcita, è mancante di un angolo e ha un paio di strappi.
L’ho rinvenuta a un mercatino, stava sul fondo di una scatola, sommersa da un mucchio di carte insignificanti.
È una vecchia fotografia che si era perduta ma racchiude tanta vita e averla salvata è un privilegio.
E allora vi porto là, nel luogo dove vennero ritratte alcune donne e alcuni bambini, lo scenario è la riva di un fiume e naturalmente potrebbe essere un corso d’acqua dell’entroterra ligure.
Ci sono i sassi tra i quali si insinua l’acqua lucente e gorgogliante, le fronde degli alberi ondeggiano smosse dal vento.
E l’acqua dal suono argentino scorre rapida, mentre le mani si immergono scuotendo vigorosamente i panni.
E si sorride, senza temere la fatica.
Che sia semplicemente una scherzosa posa fotografica e non un frammento di vita reale?
Non saprei dirvelo, la mia sensazione, tuttavia, è che sia tutto splendidamente vero.

E l’acqua è freschissima, come sempre in questi fiumi che scorrono tra gli alberi.
E il sole è caldo e lei sta là, ritta ed attenta: mani sui fianchi, sguardo severo e al tempo stesso amorevole.
Certe piccole pesti sono da tenere d’occhio, si sa!
Sullo sfondo, appesi ai rami, si notano dei capi di abbigliamento, si distinguono una gonna a quadretti e un’altra gonna scura con un’ampia balza: i dettagli a volte sono rivelatori, questo è uno dei particolari che mi fa propendere per l’ipotesi che questa fotografia sveli un istante di vita vera.

E si sorride, ancora.
La donna tiene il braccio alzato e scherzosamente mostra uno dei suoi panni.
E i ragazzini hanno tutti un bel copricapo sulla testa e uno sta serio, la bimbetta al centro ride un po’ e l’ultimo sulla destra invece fa una faccia buffa.

E il sole picchia, sulla riva del fiume.
E osservate le rocce, sopra ci sono dei panni e sembra che siano ad asciugare.
E donne e bambini sono là, insieme.
E ritornano, ancora una volta, davanti ai nostri sguardi, con i loro sorrisi.
Mentre l’acqua scorre, svelta e inafferrabile come il tempo.

 

12 Luglio 1929: giocando con la rete da pesca

Ancora un frammento d’estate, su una riva che fu scenario di istanti felici.
Acquistai questa fotografia diverso tempo fa, insieme ad altre riferibili alla zona di La Spezia, in questo caso non è specificato il luogo ma soltanto la data: era il 12 Luglio 1929.
E le ragazze erano là e ridevano e giocavano con la rete da pesca, mentre l’acqua fresca lambiva le loro caviglie.

C’è un tempo che ritorna alla mente e riaffiora gioioso e spensierato, identico a se stesso.

E in questo tempo i pescatori hanno la pelle ambrata e le canotte a righe.

Le ragazze si divertono, tutte loro hanno i costumi e le pettinature più in voga, simbolo e stile di un’epoca.

Sono aggraziate, femminili e disinvolte.
E i costumi da bagno, in questo scorcio di inizio secolo, consentono loro maggior libertà di movimento, i pesanti e ingombranti indumenti di lana sono ormai passati di moda e le ragazze se ne stanno alla spiaggia con braccia e gambe scoperte, che magnifica libertà per loro!
Un cinturino in vita, una collana che pende sul petto, l’espressione fatale e un sorriso incantevole.

E il mare d’argento è colmo di pesci.

E il tempo fluisce, inesorabile come l’onda salmastra che frizzante sfiora la pelle.

Rimane la memoria dolce di una fotografia scattata in un giorno felice, su quella riva.
E si scherzava così, con la rete da pesca.
Era un giorno d’estate, era il 12 Luglio 1929.

Sulla spiaggia di Pegli

E poi venne la calda estate e tutti si ritrovarono, di nuovo, sulla spiaggia di Pegli, là dove le onde si frangevano sulla costa dissolvendosi in bianca schiuma.
Erano giorni felici e sono rimasti impressi in una serie di belle fotografie che adesso ho il privilegio di custodire e così vi porterò con me sulla spiaggia di Pegli, mostrandovi una di queste immagini nei dettagli.
Spira una certa brezza fresca davanti a questo mare, signore e signorine tengono fermi i cappelli con le mani, che disdetta se volassero via!
Il ragazzino con la maglia a righe invece ride fortissimo e di gran gusto: che gioia l’infanzia, solo il fatto esistere ti rende semplicemente felice.

I più piccoli, come al solito, se ne stanno seduti per terra davanti.
Un nasino che si arriccia, un sorrisetto e i lunghi capelli della bambina così smossi dal vento.

Accade tutto in una maniera che non si sa spiegare: un giorno te ne stai là sui sassi con i tuoi amici e ad un tratto, all’improvviso, ti ritrovi grande.

Ecco poi uno dei più piccini della compagnia: costumino bianco con le bretelle, pelle ambrata e un salvagente come sedile.
A reggere il piccoletto è un giovane uomo dalla mirabile prestanza, oserei ipotizzare che si tratti proprio del bagnino.

La vita è dolce in questa estate lontana.
E noi, da osservatori di un altro tempo, riusciamo persino a cogliere certi tratti del carattere e certe maniere proprie di ogni personalità: la giovane vestita di bianco ci appare come una donna solida e concreta, forte e instancabile.

Sulla spiaggia di Pegli c’è gran sfoggio di copricapi, accappatoi e abbigliamento da spiaggia secondo la moda dell’epoca.

La signora con la collana di perle stringe con grazia tra le dita la tesa del suo elegante cappello.
Questo vento inquieto non vuol proprio saperne di fermarsi!

E poi magliette a righe, capelli bagnati, espressioni fin troppo serie e timidezze infantili.
E l’affabile cura di una mamma che tiene una manina del suo bimbetto e nello sguardo di lei si colgono tutta la bellezza di essere madre e tutto il suo immenso amore.

Era un giorno felice e loro erano là, davanti a questo mare.
Un’antica fotografia riporta tutti loro alla luce del mondo, nel luogo che a loro apparteneva, accanto ai loro amici e alle persone care.
In un frammento di tempo colmo di autentica letizia, sulla spiaggia di Pegli.

Una vita da ricostruire

Questa è la storia di una famiglia narrata attraverso gli sguardi di tre sorelle: Rike, Silvie e Florentine Thalheim sono le protagoniste del romanzo Una vita da ricostruire di Brigitte Riebe pubblicato da Fazi Editore e primo volume di una trilogia.
La vicenda si snoda a Berlino nell’immediato dopoguerra e la vita, per chiunque, è faticosa e complicata: la città è in cenere, il futuro è tutto da inventare.
Anche alle ragazze Thalheim il destino ha riservato una notevole cifra di difficoltà da fronteggiare: il negozio di mode della famiglia è stato travolto e distrutto dalla furia della guerra ma le ragazze sono intraprendenti, testarde e tenaci, riprenderanno le redini delle loro esistenze animate da un autentico desiderio di riscatto.
Rike, la maggiore delle sorelle, è la principale eroina di questo primo volume della trilogia ed è anche la prima a rimboccarsi le maniche, dal suo passato ha conservato gelosamente le forbici da sarta della mamma e tanti cartamodelli.

Così, grazie alla forza di volontà di queste sorelle e con la collaborazione della ritrovata amica Miriam l’attività di sartoria, piano piano, riprende vita e nell’autunno del ‘45 si terrà persino la prima sfilata berlinese tra le macerie.
La Riebe offre al lettore una storia sincera e credibile non priva di improvvisi colpi scena e quando si pensa di aver intuito lo svolgersi di una vicenda si finisce invece per scoprire nuovi inattesi risvolti.
Questo libro è una lettura piacevole che si ambienta in un periodo storico sul quale aleggia ancora la cupa e sinistra crudeltà della guerra e nel quale la città di Berlino subisce gli inesorabili cambiamenti di quegli anni.
La quotidianità delle ragazze Thalheim si intreccia così alle tematiche storiche che fanno da sfondo alla vicenda del romanzo: amori, speranze, segreti mai svelati si snodano pagina dopo pagina in una lettura gradevole e dotata a mio parere della giusta cifra di leggerezza.
La scrittura della Riebe è garbata e priva di ridondanze narrative, l’autrice poi si avvale spesso dei dialoghi che rendono la narrazione svelta, immediata e particolarmente efficace.
Il romanzo giunge ad una sua naturale conclusione che è anche il preludio delle vicende dei due successivi volumi ed io certamente li leggerò, dopo la lettura di questo primo volume mi sono affezionata alle tre ragazze Thalheim: oltre al racconto delle loro esistenze tra queste pagine si coglie la storia e il destino di Berlino, mentre la vita fluisce scandita dai battiti di certi cuori.

“Purtroppo non possiamo fermare il tempo, per quanto vorremmo: dobbiamo seguire il suo passo, a volte ci fa danzare, altre volte ci lascia cadere.”

La stagione balneare a Sturla

Iniziò, con la pigra dolcezza dell’estate, la stagione balneare a Sturla.
L’acqua del mare era frizzante ristoro, freschezza e trasparenza, tra i sassi incedevano certi piccoli granchi e i pesci argentati guizzavano via veloci.
I bambini correvano sulla riva e si tuffavano felici tra le onde del mare, i più spericolati si esibivano in tuffi straordinari, che estate magnifica!
Era dolce la stagione balneare a Sturla, si attendeva questo tempo come una bella promessa o come una gioia tanto desiderata.
Là, sulla spiaggia di Sturla, c’era anche lei, con il suo costume scuro bordato di bianco, il capo coperto, alle sue spalle di scorge un’altra figuretta femminile con un ampio cappello chiaro.
Una fotografia soltanto, per ricordare quei giorni spensierati.
Sulla panchina, nel tempo della stagione balneare a Sturla.