Il tempo del cappello di paglia

E poi, senza quasi accorgersi come sia accaduto, all’improvviso è il tempo del cappello di paglia.
E delle camicie leggere, degli abiti chiari, sono giorni da zainetto sulle spalle e bibite fresche.
Esplorando luoghi nuovi e sconosciuti e osservandoli con lo sguardo meravigliato che nasce ad ogni nuova scoperta, con sorprendente entusiasmo.
Oppure ripercorrendo queste strade note e ben conosciute e le piazze sempre frequentate, salendo i gradini di una chiesa molto cara e ritrovando, ancora, una prospettiva che appartiene all’anima e al cuore.
Nella bella stagione, quando a Banchi e nella nostra Genova ritorna ancora il tempo del cappello di paglia.

Piazza Banchi

La città della meraviglia

Ho scelto quella che è sempre stata ai miei occhi, più di qualunque altra città del mondo che mi è capitato di conoscere, la città della meraviglia e della bellezza. Dello stupore che non finisce mai. E della complicazione: la città dove non basta mai un solo sguardo, una sola idea, un solo concetto, una sola parola, per contenerla tutta, descriverla senza banalizzarla, decidere se volerle bene o volerle male.

Maurizio Maggiani in “Come è stato bello perdersi a Genova”
Il Secolo XIX, 16 settembre 2012

Piazza Banchi

Venendo da Banchi

Gironzolando nei caruggi mi capita spesso di passare a Banchi e come molti di noi indugio volentieri davanti al chiosco dei fiori.
I fiori e le piante, doni magnifici di Dio.
Ecco i vasetti di basilico diligentemente allineati, le altre aromatiche dai sentori vivaci, i vasi con i fiori recisi, i ciclamini che in questi mesi regalano la loro allegria.
Ogni stagione ha i suoi ornamenti e i doni preziosi della terra.
E così, venendo da Banchi, ho veduto un frate che portava con sé il peso dolce delle fioriture del tempo autunnale.
Così, con il passo leggero, così lo accompagnava il profumo dei fiori.

Aria di settembre

È leggera l’aria di settembre, è aria che ha già il profumo di una stagione nuova.
Si cammina per la città e il caldo agostano è ormai un ricordo, ora è il tempo della brezza leggera, della luce che declina in maniera diversa, dei nuovi inizi e dei cambiamenti.
Scendendo da Scurreria il cielo chiaro fa capolino tra i palazzi antichi.

E a Banchi è tutto un brulicare di gente, qualcuno sceglie le piante, altri guardano i libri, altri ancora passeggiano lentamente.
È l’aria di settembre, avvolge così ogni cosa con la sua dolcezza.

E camminando nei miei caruggi e poi davanti al mare ho respirato l’aria del tempo che verrà, aria d’autunno che è sempre più vicino.
E là di fronte all’azzurro, ho ripensato alle belle parole di un celebre scrittore e all’aria di settembre.

“Era settembre, c’era un’aria come il vetro.”
Cesare Pavese

Gente di Piazza Banchi

Ritornando a camminare nel passato potremmo ritrovarci ad attraversare la nostra Piazza Banchi così percorsa da una fiumana vivace di persone.
È la gente di Piazza Banchi: sono gli impiegati che escono trafelati dagli scagni e gli agenti di cambio che affollano il Palazzo della Borsa, qui si fanno girare le palanche e si fanno buoni affari.
E la piazza è così una magnifica baraonda di gente che va e viene, si formano crocchi di persone che si fermano a parlare tra di loro mentre alcuni se ne restano pigramente appoggiati al muro.

I manifesti appesi attirano gli sguardi di coloro che sono curiosi di conoscere le ultime novità mentre la folla sciama rumorosa verso Via Orefici, si distinguono nella ressa anche alcune raffinate signore che di certo se ne vanno in giro per vetrine in cerca di qualche abito all’ultima moda.

Le insegne raccontano le fatiche, i successi, le intuizioni imprenditoriali, la vita della città e del porto e l’orologio segna il tempo che scorre inesorabile.

Tra gli elegantoni che portano in testa la bombetta di ordinanza sfila solenne un prelato, lo vediamo dirigersi verso Via San Luca e lì accanto, davanti alla Loggia di Banchi, si notano anche due uomini seduti in una loro quieta attesa della quale nulla sappiamo.
E risuonano le voci, i rumori di un tempo svanito che così rivive grazie ai dettagli di questa bella cartolina.

Amo molto soffermarmi in Piazza Banchi, vado sempre a curiosare sui banchetti dove si vendono libri di seconda mano e a volte anche io, come molti genovesi, mi metto in coda dal leggendario ferramenta Morchio per qualche attrezzo indispensabile che loro sicuramente hanno.
Piazza Banchi è ancora un luogo vibrante e vivace, molto caro a tutti noi che amiamo la nostra città e il suo centro storico.

E a volte mi piace immaginare di essere in quel tempo diverso, nel bianco e nero di una cartolina che viaggiò in un giorno lontano del 1907, nel passato di Genova e della nostra Piazza Banchi.

La Madonna Assunta di Vico dei Cartai

All’imbocco di Vico dei Cartai, là nei pressi di Piazza Banchi, potete ammirare la raffinata edicola che ospita la statua della Madonna Assunta.

Oltre la grata oggi è posta una copia fedele di un’immagine sacra risalente al XVIII Secolo.

Alla base della statua un’iscrizione latina rimanda alla fede e alla devozione di un tempo lontanissimo: 1613.
E allora tocca immaginare le speranze e le preghiere di fedeli così distanti da noi che però avranno avuto bisogni e desideri davvero simili ai nostri, perché così accade nel cuore degli uomini.

Ricca e fastosa è la decorazione della nicchia che ospita la statua.

Così vicina alla vita vibrante di Piazza Banchi con il consueto andirivieni di genovesi.

Sotto il cielo di Genova questa è la bella Madonna Assunta di Vico dei Cartai.

La Cappella del Voto nella Chiesa di San Pietro in Banchi

Questa è una storia che ci riporta a tempi antichi e difficili ed è una storia di fede autentica.
Correva l’anno 1579 e a Genova imperversava una tremenda pestilenza che falcidiò vite e sospiri, migliaia di persone persero la vita a causa della peste.
Nelle chiese e nelle case si pregava perché questa disgrazia avesse fine e quando la terribile epidemia terminò si pensò di ringraziare per il beneficio ricevuto in una maniera particolare.
Si decise così di edificare una Cappella dedicata all’Immacolata Concezione nella Chiesa di San Pietro in Banchi che all’epoca era in corso di costruzione e sarebbe stata terminata nel 1585.
Come scrivono gli storici Remondini, venne così costruita la Cappella del Voto e al talentuoso artista Andrea Semino venne commissionata la tela che rappresenta la Madonna Immacolata.

Lei è circondata da piccoli angeli, scrivono sempre i Remondini che essi reggono i simboli degli attributi della Vergine.

Maria posa i piedi sulla falce di luna.

E ogni creatura celeste regge un diverso oggetto.

Tra gli altri un piccolo angelo con la veste color ocra stringe tra le mani una torre e questa potrebbe rappresentare la torre d’avorio.

Un altro reca tra le dita i candidi gigli.

Ai piedi di Maria è poi rappresentata la pestilenza che ha le sembianze di un mostro alato a più teste che sputa fumo pestifero verso il profilo di una città posata sulla riva del mare.

La Madonna volge lo sguardo a Dio che dall’alto la osserva.

Il dipinto è poi sovrastato da un’iscrizione in latino che spiega appunto per quale ragione venne realizzato:

D. 0. M.
DEIPARAE VIRGINIS CONCEPTIONI PRO CIVITATE
A PESTE LIBERATA EX S. C. MDLXXIX P. C. POSVERE

Questo quadro magnifico, così rasserenante e chiaro di luce e di lievi tonalità di colore, racconta la felice risoluzione di un evento tragico per la città.

Ai lati del dipinto ci sono poi delle nicchie all’interno delle quali sono state collocate delle statue di santi opera di Taddeo Carlone e Daniele Casella.
A sinistra ci sono San Sebastiano e San Giovanni Battista.

Sulla destra invece si trovano San Giorgio e San Rocco.

Nella parte superiore poi ci sono altri angeli, quello al centro regge lo stemma di Genova.

I due angeli ai lati tengono le mani posate su testi sacri.

 

Nella volta che sovrasta il dipinto, infine, è rappresentata la Madonna in trono e la presentazione al tempio opera di Andrea Ansaldo.

Nell’antica Chiesa di San Pietro in Banchi, nei caruggi della Superba.

Qui, dove un dipinto celebra la speranza, la fiducia nel futuro e la salute ritrovate in anni difficili e tempestosi.

Nella Chiesa genovese dove la dolce figura di Maria dona consolazione ai fedeli.

 

Chiesa di San Pietro in Banchi: il Cristo senza mani

Si staglia in questo candore la figura di Gesù: le braccia aperte ad accogliere e custodire, la tunica che copre le sue fattezze, lo sfondo rosso che fa risaltare l’opera.
Questo è il Cristo senza mani sito un una splendida chiesa dei caruggi.

Lo potrete vedere nell’antica Chiesa di San Pietro in Banchi che così sovrasta Piazza Banchi e i vicoli circostanti.

È una chiesa antica e molto raccolta dove sono custodite diverse opere di artisti del passato.

Come si evince dalla didascalia disponibile in Chiesa la statua è un calco per una fusione in bronzo e alla base di essa sono riportate alcune parole tratte da una preghiera di anonimo fiammingo del XV Secolo: Cristo non ha più mani ha soltanto le nostre mani per fare oggi le nostre opere.

La luce e l’ombra così si posano sui tratti del viso di Gesù, svelando l’intensità e la dolcezza di questa raffigurazione del figlio di Dio.

Verso sera in Piazza Banchi

E poi, verso sera in Piazza Banchi.
Le luci si accendono e brillano mentre piano scende il buio.
Alcuni rientrano dal lavoro, qualcuno passeggia con l’amico a quattro zampe, un signore cammina rilassato con le mani in tasca, altre persone invece si fermano a sbirciare tra i libri e tra loro ci sono spesso anch’io che amo gironzolare tra queste bancarelle in cerca di letture interessanti.
La vita ha un ritmo ed è nei nostri passi mentre attraversiamo le vie pianeggianti o affrontiamo le impervie salite, la vita ha un ritmo incalzante o lento, a volte rasserenante e a volte affrettato.
Qui, in Piazza Banchi, ognuno trova la propria direzione, come sempre accade anche nelle scelte della vita.
In questa porta che si affaccia sul mare e pare colma di promesse, di storie passate, di voci che risuonano, nelle luci della sera.

Genova, 1418: la tragica storia di Luca Pinelli

Questa è la vicenda tragica di un nobiluomo vissuto diversi secoli fa.
Luca Pinelli appartiene alla blasonata famiglia che ancora oggi dona il nome a una bella piazza dei caruggi sulla quale si affacciano magnifici palazzi.

Luca Pinelli vive in un’epoca difficile e turbolenta: è il 1418 e Doge della Superba è Tomaso di Campofregoso.
Nemici del Doge sono certi nobili fuoriusciti che tramano contro di lui e trovano un forte e potente alleato in Filippo Maria Visconti duca di Milano.
Per poter conservare il suo potere Tomaso di Campofregoso si vede così nella necessità di trovare a sua volta un appoggio e dei fondi per la difesa: si rivolge così alla città di Firenze alla quale propone la vendita di Livorno in cambio 100.000 fiorini d’oro.
Il Doge chiede anche certi privilegi come l’immunità per i genovesi a Pisa, Livorno e Porto Pisano, domanda anche che i fiorentini che portino le loro mercanzie verso le Fiandre usino le navi dei genovesi, vuole infine che nessun ribelle possa restare nella città di Pisa e nei suoi dintorni per più di tre giorni.
Le notizie, si sa, volano veloci di bocca in bocca, a quanto ne riferisce il Marchese Girolamo Serra nel suo volume La Storia della Antica Liguria e di Genova, il fatto giunge persino alle orecchie del Visconti il quale rilancia immediatamente: lui sarebbe disposto persino a donare Livorno ai fiorentini ma costoro, cogliendo una buona opportunità nella proposta del Doge genovese, accettano la sua offerta.
E ritorniamo così nella Superba, nel giorno in cui Tomaso di Campofregoso presenta in Consiglio la sua proposta.

Un uomo, uno soltanto, osa contrastare il Serenissimo Doge: è lui, Luca Pinelli.
Con nobiltà e autorevolezza egli si alza in piedi e pronuncia un accorato discorso nel quale esplica tutte le sue contrarietà in merito alla vendita di Livorno.
Perdere quei privilegi per puro interesse non sarebbe cosa nobile, sostiene Pinelli.
È fiero e orgoglioso Luca Pinelli, l’aristocratico pronuncia quelle parole con ardente amore per Genova e per la grandezza del suo nome.
La patria ha bisogno di denari per la sua difesa? Luca Pinelli è generoso e assicura che lui e i suoi amici sono disposti a offrire un consistente aiuto finanziario donando tutto ciò che hanno nel Banco di San Giorgio, aggiunge che di certo quella cifra non sarà pari al denaro dei fiorentini ma sarà più che sufficiente per la la pubblica difesa.
Dice anche che, vendendo Livorno, magari di lì a poco sarebbe stato necessario vendere Genova stessa e che questo sarebbe stato un gran disonore.
È un discorso accorato e potente di fronte al quale il Doge resta nel suo criptico silenzio, in quella circostanza la vendita di Livorno non viene approvata.
Scese poi la notte, il buio ammantò le strade di Genova e avvolse anche la bella dimora di Luca Pinelli in Via San Luca.
Quel buio sinistro segnò il destino di colui che aveva osato contrastare il Doge: il mattino seguente un raggio di luce rischiarò la città e illuminò anche la nostra Piazza Banchi, allora tetro e cupo scenario della fine tragica di Luca Pinelli.
Egli era là, senza più vita, crocifisso sulla pubblica piazza e ai suoi piedi era stato posta la seguente lugubre iscrizione:

Quia locutus est verba quae non licet homini loqui.
Perché ha pronunciato parole tali che non è lecito ad uomo.

Il giorno stesso fu approvata la vendita di Livorno, nessuno osò più contraddire il Doge.
Quando passate a Banchi ricordate che qui avvennero fatti tragici che oggi non sappiamo immaginare eppure appartennero al nostro passato.
Qui, nel 1418, trovò la sua fine il nobile Luca Pinelli.