New York 1916

“Lasciò vagare la mente e le mani le andarono dietro, accerchiò la melodia, la inseguì, ci giocò, l’abbandonò e la riprese fino a quando quel che stava suonando non somigliava più alla musica sul leggio, fino a quando quella musica divenne jazz.”

Le dita che svelte si muovono sui tasti del pianoforte sono quelle di Monroe Simonov, inquieto venditore di canzoni sempre in cerca di successo e di una buona opportunità nella città che non dorme mai.
Monroe è uno dei protagonisti di New York 1916, superbo e intricato romanzo dell’autrice britannica Beatrice Colin e pubblicato in Italia da Beat Edizioni.
Il pianista vive una travagliata storia d’amore con Inez Kennedy, aspirante ballerina proveniente dal Midwest che sbarca il lunario come modella in un grande magazzino di mode.
Il loro è un amore fatto di contrasti, inganni e incomprensioni, di distanze e riavvicinamenti, di segreti taciuti e di imprevisti colpi di scena.
Inez troverà poi posto nella buona società sposando il ricco Ivory Price, magnate dell’areonautica sopravvissuto al disastro del Titanic, un uomo scaltro che non conosce timori.
Terza figura di rilievo è Anna Denisova, intellettuale di San Pietroburgo che nella sua terra ha lasciato un figlio tanto amato e mai dimenticato, Anna è animata da certi ideali e attende, in questo scorcio di inizio del secolo, che la sua patria sia liberata dallo zar.
Le vite dei tre protagonisti si intrecciano sapientemente nello scenario di un’epoca scandita dal ritmo di una musica nuova: è il jazz che prende piede nei locali e nei clubs, quell’azzardo di note che conquista e stravolge tutti i canoni fino ad allora conosciuti.

La Colin costruisce in maniera magistrale una trama ricca di dettagli e affresca una società che pullula di personaggi minori, la sua storia racconta l’amore, il senso dell’amicizia, le differenze sociali, il desiderio di integrazione e la disillusione dei propri ideali.
Mentre in Europa infuria la Guerra Mondiale, da questa parte dell’oceano si arruolano giovani soldati destinati a combattere in quel conflitto e tra costoro non mancano gli episodi di diserzione: Monroe è uno di questi e per lui, all’improvviso, ogni speranza pare crollare.
Nella postfazione del libro è l’autrice stessa a spiegare quale mondo abbia voluto descrivere: è quella città nella quale tramano rivoluzionari russi in esilio e anarchici di origine italiana, ognuno ha un volto e una storia che l’autrice narra con sapienza e senza tralasciare i dettagli.
Lo scenario è quella New York che la Colin sa descrivere con attenzione, rendendola viva e presente ai nostri sguardi:

Gli era sempre piaciuta quella parte di Brooklyn, le tende da sole dei negozi che pubblicizzavano servizi di tappezzeria, orologi, articoli da modista e torte di pecan, le tate con i bambini in carrozzina e le signore anziane, con i cagnolini imbacuccati in tessuti scozzesi, che indugiavano davanti alle vetrine analizzando sciarpe, cappelli o sontuosi modelli in gesso di torte parigine.”

Le vite dei protagonisti si snodano così in una ricchezza di situazioni diverse, tra intrighi e trame politiche, tra gli eventi che hanno caratterizzato un’epoca, dall’epidemia di spagnola all’avvento del proibizionismo.
Scivolano via avvincenti le oltre 400 pagine di questo libro nel quale la Colin restituisce al lettore la bellezza di un grande romanzo corale nel quale spiccano imperiose alcune voci più di altre.
Beatrice Colin, autrice di diversi testi teatrali e radiofonici per la BBC, costruisce una trama ricca e varia che sarebbe davvero una splendida sceneggiatura.
Il mondo cambia, la guerra giunge al termine e le vite di Monroe, Inez ed Anna si avviano verso esiti che il lettore non saprebbe immaginare.
Resta un finale sorprendente e inaspettato come quella musica nuova che risuona per le strade di New York.

“La vita è una serie di momenti inaspettati. Se questa fosse musica, si disse tra sé, sarebbe jazz.”

Carignano: a casa di Giuseppe Verdi

Giuseppe Verdi visse a Genova, in certi anni della sua vita, diversi sono i luoghi che ancora rammentano la sua presenza.
Così vi porterò in uno di questi posti, davanti ad una dimora che lo ospitò e dove il già celebre e stimato compositore giunse grazie ad un suo caro amico: l’ingegnere Giuseppe De Amicis, cugino del più famoso scrittore Edmondo e flautista dilettante.
Della loro profonda amicizia si legge ampiamente nel volume “Giuseppe Verdi – Le lettere genovesi” a cura di Roberto Iovine e Raffaella Ponte edito dall’Istituto Nazionale di Studi Verdiani di Parma nel 2013, da questo interessante libro sono tratte le notizie che trovate in questo articolo.
De Amicis era sempre disponibile per il Maestro, lo aiutava nelle piccole incombenze, si occupava per lui di certe commissioni ed era sempre pronto a risolvergli i problemi.
Verdi d’altra parte si rivolgeva a lui per sbrigare le più svariate faccende, ad esempio in una lettera del 1 Novembre 1881 il compositore riferisce che ci si sarebbe una questione da risolvere per Lorito, il pappagallo di famiglia:

“Mia moglie desidererebbe che la gabbia di sua eccellenza Lorito venisse ridipinta. … Dunque quando andate all’omnibus allungate un po’ la strada e dite allo spegazin della casa di colorire questa gabbia.”

E De Amicis, solerte, premuroso e affidabile, si assunse il compito richiesto.
Fu sempre l’attento amico a procurare a Verdi una lussuosa dimora: trovò per lui un appartamento a Palazzo Sauli, magnifica costruzione di proprietà della marchesa Pallavicino e sita in Via San Giacomo sul colle di Carignano, una zona elegante, verde e salubre.
Ed eccone uno scorcio in una cartolina della mia collezione dove si vede un tratto di Via Corsica.

Verdi si dimostrò entusiasta di questa sistemazione, quella zona all’epoca era chiaramente meno fitta di edifici e costruzioni e il nostro, sempre in una sua missiva, disse che si trovava d’incanto in quel palazzo: gli piacevano l’appartamento e la vista, aggiunse che contava di viverci per 50 inverni.
Era la primavera del 1867, poco dopo il Consiglio Comunale di Genova concesse a Verdi la cittadinanza onoraria della città.
Inoltre, in quella dimora in Carignano, Verdi aveva il vantaggio di avere come vicino di casa un caro amico: il direttore d’orchestra Angelo Mariani che abitava nella zona delle mezzerie mentre Verdi aveva affittato il piano nobile.

Immagine tratta dalla rivista L’Illustrazione Popolare del 13 Gennaio 1884
(copia di mia proprietà)

Il passato, a volte si sovrappone al presente.
O forse resta, a tratti offuscato e a tratti più chiaro, forse ci sembra di poterlo ancora intuire nell’eleganza di un’antica costruzione, nella bellezza di uno stile che ancora incontra il nostro gusto.

E così accade, camminando in questo bel quartiere genovese.
Prima di giungere in Carignano Verdi era solito soggiornare al celebre Hotel Croce di Malta, a Palazzo Sauli rimase fino al 1874, in seguito si trasferì nel fastoso Palazzo del Principe Doria.

La scelta di vivere a Genova pare fosse legata al genuino desiderio di sfuggire alla mondanità milanese e tuttavia, come si legge nel già citato volume, sembra che Verdi non amasse troppo il vento che sferza il colle di Carignano e che questo sia stato uno dei motivi del suo successivo trasloco.

Camminando nel presente restano, a volte, le tracce di un magnifico passato.
E là, nella nostra Via Corsica, si incede quasi a ritmo di musica, sulle note composte da un celebre italiano che certo merita di essere ricordato: in un tempo lontano qui visse Giuseppe Verdi.

I miei 45 giri di Sanremo e ricordi sparsi degli anni ’70 e ’80

Ricordi.
Ricordi sparsi, un po’ appannati e a volte invece vivissimi.
Ricordi della nostra musica e dei 45 giri del Festival di Sanremo che si andavano a comprare nel rimpianto negozio di Ricordi, che gioco di parole!
Ora i 45 giri di quegli anni là sono un magnifico cimelio, così ne ho scelti alcuni dei miei per ritornare a quel tempo insieme a voi.
Erano gli anni ‘70, a quell’epoca lì avevamo le televisioni senza telecomando: a pensarci ora pare persino strano!
Io non rammento l’anno preciso in cui il telecomando divenne un oggetto di uso comune, ho invece una memoria perfetta di me bambina scocciatissima perché devo alzarmi dal tappeto per andare alla TV a cambiare canale.
Era il 1976, io avevo 10 anni, Felice Gimondi vinceva il giro di’Italia e la Regina Elisabetta regnava sul trono d’Inghilterra.
Di quel Sanremo conservo il 45 giri di quello che sarebbe diventato uno dei singoli più venduti dell’anno: Linda bella Linda dei Daniel Sentacruz Ensemble.
Venne poi il 1977, il 1 Gennaio andò in onda l’ultima puntata di Carosello, Jimmy Carter fu nuovamente eletto presidente degli Stati Uniti e la Regina Elisabetta era sempre sul trono d’Inghilterra, adorata regina, ci ha accompagnato per tutta la nostra vita!
Divago, lo so, è inevitabile.
Sanremo quell’anno fu presentato da Maria Giovanna Elmi e da Mike Bongiorno e sorrido tanto pensando alla biondissima fatina della TV amata da tutti noi bambini e all’allegria del nostro caro Mike.
Quell’anno a Sanremo trionfarono gli Homo Sapiens con la loro canzone Bella da morire, devo dirvi che me la ricordo ancora bene!
Oltre al 45 giri dei vincitori, quell’anno però mi aggiudicai anche Miele, il brano proposto dal complesso Il giardino dei Semplici.

Facciamo un salto in avanti, al 1980: fu l’inzio di un decennio per me straordinario, ripenso sempre con gioia a quel tempo là.
Quell’anno a presentare Sanremo c’era il fantastico Claudio Cecchetto, toccò di nuovo a lui anche l’anno successivo.
La vittoria fu conquistata da Toto Cutugno ma io comprai il 45 giri di Su di Noi di Pupo e sì, è una delle canzoni che ancora saprei cantare.
In quel 1980 ero già un po’ più grande e sul palco di Sanremo salì un gruppo che mi conquistò letteralmente: erano i Decibel con la loro Contessa, uno straordinario Enrico Ruggeri dalla chioma biondo platino e con gli occhiali scuri d’ordinanza ci affascinò tutti con quel suo brano; Chi sei contessa? Tu non sei più la stessa.
E infine ecco il 1981.
Lei fu indimenticabile.
Bellissima, con quei capelli lunghi e folti, la frangetta e gli occhi grandi, il viso perfetto.
E la voce, la voce di Alice, inconfondibile tra mille.
Quanti anni sono passati da allora? Più di quaranta, anche a scriverlo non sembra proprio vero.
La voce di Alice, le note e le parole della sua canzone Per Elisa accompagnarono i nostri giorni turbolenti, giovani, felici, complicati e a volte invece facilissimi e spensierati.
Erano quei giorni là, era la musica dei nostri 45 giri, quella che ancora risuona nei nostri ricordi.

Dicembre 1877: Adelina Patti al Teatro Paganini

Sono giorni di Dicembre del 1877 e la città è in fermento.
Si attende di assistere alle opere che vedranno come protagonista assoluta una stella di prima grandezza: è la cantante Adelina Patti, soprano di caratura internazionale che ha calcato i più importanti palcoscenici del mondo, da New York a Londra, da San Pietroburgo a Parigi, il nome di Adelina rifulge per il suo talento.
A Genova sarà in scena con la Traviata di Giuseppe Verdi e il Barbiere di Siviglia di Gioachino Rossini, il bravo corrispondente della Gazzetta Musicale di Milano del 23 Dicembre 1877 narra la serata in cui andò in scena l’opera verdiana, il palcoscenico prescelto è quello del Teatro Paganini che un tempo era in Via Caffaro.

I melomani affollano il Paganini, nei palchi c’è il fior fiore della buona società, la platea è gremita, non c’è una sedia vuota in tutto il teatro.
E poi ecco l’artista salire sul palcoscenico: la sua voce è incantevole, il suo canto armonioso.
Il pubblico è letteralmente incantato da lei, scrosci di applausi suggellano il successo della diva: lei è perfetta, meravigliosa, unica e coinvolgente, quando intona Amami Alfredo altri applausi accolgono i suoi virtuosismi.
Adelina è una magnifica Violetta, anche Verdi la adorava e ugualmente fa il pubblico di Genova che, quando cala il sipario, la acclama a gran voce.
Il critico della Gazzetta Musicale precisa che il pubblico genovese è in genere particolarmente esigente e severo ma la Patti manda tutti in delirio.
La applaudono, il teatro è un trionfo e lei viene chiamata per ben nove volte al proscenio, le dame sono tutte in piedi e sventolano i loro fazzoletti.
Adelina è idolatrata come una star e i suoi fans la attendono fuori dal teatro, c’è una ressa di gente e tutti si sporgono per ammirarla e per vederla una volta in più, lei che è una diva magnifica e così apprezzata!
E non è finita, il pubblico in delirio segue la vettura che conduce la cantante all’Albergo dove soggiorna: è il celebre Grand Hotel Isotta di Via Roma.

La via pullula di una folla acclamante, Adelina è come una rockstar.
Le voci si sovrappongono, gli applausi proseguono scroscianti e si fanno ancor più concitati quando ad un tratto una finestra si apre e appare ancora lei, Adelina sventola il suo fazzoletto e saluta il pubblico che la adora.

Collezionare antiche fotografie ci consente di incontrare sguardi e vicende di un tempo che non abbiamo vissuto.
Qualche giorno fa, per un caso del destino, ho acquisito una Carte de Visite dello Studio Calzolari di Milano nel quale è ritratta proprio Adelina Patti, la cantante al suo tempo così amata.
E allora ho voluto dedicarle questo ricordo, in memoria degli istanti dei suoi trionfi in quei giorni di dicembre a Genova.

18 Novembre 1911: Pietro Mascagni alla Stazione Marittima

Cadeva una leggera pioggia autunnale in quel pomeriggio di novembre del 1911 alla Stazione Marittima di Genova.
La luce iniziava ad essere più fioca e la folla trepidante si accalcava in quella calata dove giungevano le navi provenienti dalle Americhe.
Proprio là stava per attraccare il magnifico piroscafo Tomaso di Savoia sul quale viaggiava il maestro Pietro Mascagni con la sua compagnia composta da rinomati artisti di grande talento.
E immaginate la concitazione di quel giorno: come di consueto qui si assiepano intere famiglie, ci sono padri e madri di figli lontani che ritornano in patria, ognuno porta un’emozione nel cuore ed è difficile trattenere la commozione di quell’attesa.
Questa folla rumorosa, per l’occasione, comprende anche gli estimatori del celebre compositore: tutti vogliono vedere Mascagni, lo acclamano come una vera rockstar.
Ad accogliere il geniale artista ci sono anche i suoi famigliari, i figli di Mascagni non vedono l’ora di riabbracciare il papà.
E intanto, lentamente, il transatlantico si avvicina alla calata e coloro che sono a terra scorgono i volti noti di talentuosi cantanti e acclamati artisti.

C’è chi saluta con la mano, lacrime di commozione rigano certi volti.
E Mascagni? Dov’è Mascagni?
Il piroscafo attracca e scendono le passerelle, iniziano le complesse operazioni previste per lo sbarco, c’è gente che vuole salire a bordo per riunirsi finalmente al proprio caro, l’attesa non sarà poi lunga ma tutto attorno c’è una certa confusione.
E Mascagni? Dov’è Mascagni?
Occhi curiosi cercano la sua figura e il suo volto quando ad un tratto una voce cristallina sovrasta le altre:
– Ecco Mascagni!
E così tutti si voltano nella direzione suggerita e lo vedono là, felice e sorridente, tra gli altri passeggeri.
E si levano urla di gioia:
– Papà, papà! – ripetono i figli ancora lontani.
E lui ricambia, manda baci e saluta tutti e ad un tratto la sua cagnolina lo vede da lontano e sfugge all’abbraccio di Emy, la figlia di Mascagni: la bestiola corre via e passando tra le gambe di un poliziotto si lancia verso il Maestro.

Pietro Mascagni
Immagine tratta dalla rivista Melodia – Nr 4 del 1923 di mia proprietà

Si ride, è davvero un momento festoso e felice.
Ad attendere il compositore non sono soltanto i fans e i componenti della sua famiglia, c’è anche una nutrita schiera di giornalisti e tra essi si trova colui che scrisse il suo articolo per Il Lavoro del 19 Novembre 1911, gli sono grata per aver tramandato la vicenda che posso così raccontarvi.
Ed eccolo Mascagni, fuma un sigaro ed è circondato dai suoi cari, al fratello raccomanda di prendere il pappagallo che ha portato dall’America per un amico e scherzando dice che sebbene il pennuto sia venuto or ora dal Brasile già canta in perfetto dialetto calabrese!
E infine si concede ai giornalisti.
Quanto tempo è stato lontano dall’Italia: la sua tournée è durata sette mesi e lo ha portato nelle più grandi città come ad esempio La Plata, San Paolo e Montevideo.
Sono terre di emigranti che hanno lasciato da lungo tempo l’Italia senza la certezza di poterla mai rivedere e Mascagni è un vero orgoglio nazionale, egli racconta commosso della calorosa accoglienza ricevuta.
A Buenos Aires non c’erano meno di 50.000 persone a dargli il benvenuto e per l’occasione la banda cittadina eseguì il suo Inno del Sole suscitando viva commozione.
E dovevate vedere il tripudio di gioia nella città di Rosario: Mascagni fu accolto con le strade imbandierate e piene di fiori.
Al giornalista che gli chiede se non abbia sentito nostalgia dell’Italia il nostro risponde che il suo espediente per scacciare la malinconia è tenere un schema preciso di ogni suo impegno, in questo modo si inganna il tempo con facilità.
Il rientro di Pietro Mascagni dall’America è nel segno della soddisfazione, egli porta con sé la memoria dei suoi sfolgoranti successi e dei teatri pieni di pubblico, il ricordo dei suoi trionfi e degli applausi al suo formidabile talento.
Nella Superba rimarrà per qualche giorno e soggiornerà all’Hotel de Gênes: accadde nel tempo di novembre del 1911 e sono certa che furono molti i genovesi che serbarono a lungo il caro ricordo di quel giorno in cui videro il Maestro Mascagni alla Stazione Marittima.

Non per un dio ma nemmeno per gioco

Il racconto di una vita e un libro che forse non ha nemmeno bisogno di presentazioni, coloro che amano Fabrizio de André e la sua musica certo hanno già questo volume in libreria proprio come me che nel 2000 comprai la prima edizione di questa biografia pubblicata da Feltrinelli.
Non per un dio ma nemmeno per gioco – Vita di Fabrizio De André è il titolo del libro scritto dal giornalista Luigi Viva e dedicato alla narrazione della vicenda umana e artistica del più amato cantautore genovese, le parole sono tratte da Un Medico, brano incluso nell’album Non al denaro non all’amore né al cielo.
Questo libro ha il pregio di essere arricchito da numerose interviste realizzate dall’autore tra il 1992 e il 1999 anno della morte di Fabrizio, al lettore viene così offerto un ritratto sincero e reale del celebre cantautore, è un racconto onesto e ben documentato che non sconfina mai nella scontata quanto inutile agiografia.
Ed è anche la voce stessa di Fabrizio a narrare la propria storia, in un inanellarsi di memorie personali, aneddoti e ricordi che ne restituiscono le ore e i giorni.

Oltre a lui a parlare sono coloro che condivisero il suo cammino tra i quali la prima moglie Puni, Cristiano, Dori Ghezzi, Fossati, Reverberi, Mauro Pagani, Venditti, Villaggio e De Scalzi, è impossibile elencare tutti coloro che hanno dato un contributo fondamentale alla realizzazione di questo volume.
Dall’infanzia all’età adulta, seguendo i percorsi a volte spericolati di Fabrizio, le gioie, i tormenti, gli amori e le insicurezze, gli esordi e i momenti di gloria, i giorni bui del rapimento e la ritrovata serenità, l’amore mai sopito per la Sardegna che egli scelse come luogo in cui vivere.
A Genova aveva deciso di ritornare poco prima che il suo tempo finisse per sempre, come si sa pensava di trasferirsi in una casa in quel Porto Antico dove noi andiamo sempre a guardare il tramonto, oggi la via che conduce all’Isola delle Chiatte si chiama proprio Via al Mare Fabrizio De André.
Genova lo ha sempre amato, Genova lo rimpiange: spesso ci domandiamo come lui avrebbe cantato i tempi che non ha veduto, ci chiediamo in quale modo avrebbe interpretato i fatti e le vicende che non ha vissuto.
Nel libro di Luigi Viva conosciamo Fabrizio bambino, in casa lo chiamano Bicio ed è un tipo vivace, è interessante e approfondita tutta la parte nella quale si presenta la sua famiglia di origine.
E c’è tanta Genova nella sua formazione, c’è tanta Genova nei suoi sguardi, nei ricordi degli amici di Via Piave o della gente dei caruggi, c’è l’amore per la musica e il senso di ribellione che farà di Fabrizio l’artista che noi amiamo.
La cifra di valore di questo libro è nella sua schiettezza, Viva guarda all’essenziale, lasciando spazio alla commozione e certo anche al rimpianto per la persona e per l’artista ma sempre tenendo presente il desiderio di volerne dare un ritratto reale.
Tra i molti aneddoti narrati mi hanno colpita alcuni istanti condivisi con Luigi Tenco e le zingarate fanciullesche con l’amico Villaggio, non svelo nulla e vi lascio così il piacere della lettura.
Non ho mai letto altri libri dedicati a Fabrizio, ho già trovato lui in queste pagine e a la sua voce concluderà questa mia breve recensione, in questi nostri tempi rumorosi e in tanti modi disordinati le sue parole tratte dal libro di Luigi Viva possono essere una raccomandazione che va oltre il tempo che Fabrizio ha vissuto.

“È importante parlare solamente quando si ha qualcosa da dire.”
Fabrizio De André intervista del 16 Gennaio 1999 su Rai Due

Boccadasse: una targa per Luigi Tenco

Era nato in Piemonte ma già da bambino venne a vivere nella Superba, il compianto Luigi Tenco legò così il suo nome alla città di Genova.
Artista complesso, cantautore e compositore, Tenco è tra coloro che vengono ricordati come i rappresentanti della Scuola Genovese come Fabrizio De André, Umberto Bindi, Bruno Lauzi, Gino Paoli, Giorgio Calabrese e i fratelli Reverberi.
Sono diversi i luoghi genovesi che egli frequentò, il suo nome riconduce sempre al levante cittadino: Tenco visse a Nervi e alla Foce, abitò anche nella zona di Recco.
Di recente a Genova si è voluto ricordare il suo talento con una targa posta in un luogo magico ed evocativo, davanti al blu di Boccadasse.

Boccadasse (11)

Dovrete scendere giù da Via Aurora, la bella creuza che dalla chiesa conduce alla caratteristica spiaggia di sassi del borgo.

Strada semplice e bella, tante volte percorsa, nel tempo d’estate luce vivida e gloriosa la rischiara.

E prima di giungere al termine della tipica mattonata guardate indietro, verso il muretto dove ci sediamo a gustare un gelato o a guardare il mare in tempesta e le sue onde inquiete.
Si dice che quel mare sia stato fonte di ispirazione per Luigi Tenco e qui è stata appunto affissa la targa in memoria di questo artista troppo presto scomparso.

Con le parole di una sua canzone, con le sue note in sottofondo.
In ricordo di Luigi Tenco, davanti al blu di Genova.

Pensieri sparsi e colori del 17 Marzo

Il profilo della costa, i contorni della nazione.
Lo stivale: l’Italia ha questa forma, lo sappiamo fin dalle elementari.
La freschezza degli agrumi di Sicilia, le fragranze delle erbe aromatiche, i diversi profumi di una terra generosa.
Dante Alighieri, Alessandro Manzoni, Luigi Pirandello.
Blu intenso, Mediterraneo.
Le lunghe spiagge sabbiose oppure gli scogli.
Le isole sferzate dal vento, i traghetti delle vacanze, le foto ricordo su Ponte Vecchio o in Piazza San Marco.
Carlo Pisacane, Giuseppe Mazzini, Goffredo Mameli e Giuseppe Garibaldi.
Leonardo Da Vinci. E poi mi viene in mente quel film, proprio quello là. Non ci resta che piangere. Troisi e Benigni. Un fiorino.
Le Repubbliche Marinare.
Rischiatutto, il Corriere dei Piccoli e a letto dopo Carosello.
Raffaello, Michelangelo e Sandro Botticelli.
La costiera amalfitana, le Cinque Terre, il Monte Bianco, la Valle dei Templi.
Quei giorni perduti a rincorrere il vento, a chiederci un bacio e volerne altri cento.
Le Camicie Rosse. I Mille. Lo scoglio di Quarto.
Il Colosseo, l’Arena di Verona, il Duomo di Milano, la Mole Antonelliana, Il Maschio Angioino.
La Lanterna, anche lei, mia amata.
In un mondo che non ci vuole più il mio canto libero sei tu.
Il colore del cielo, sembra che non sia proprio così ovunque si vada.
Giuseppe Verdi, Giacomo Puccini, Gioacchino Rossini.
La 500, gli anni ‘60 e il boom economico.
I ragazzi del ‘99.
I ragazzi che avevano il Ciao.
Quelli che hanno fatto la guerra del 15/18, quelli del Carso.
Quelli che andavano su quelle montagne, i partigiani.
Quelli che sono tornati.
Quelli che invece non hanno compiuto vent’anni.
Quegli altri che non hanno mai vissuto una guerra e forse non sanno quanto sono fortunati per questo.
E voi, quando vedete un tricolore a cosa pensate?
Io a tante cose diverse, ne ho scritte qui alcune in ordine sparso, è impossibile parlare di noi in una scarna paginetta e fare pure un elenco esaustivo delle nostre eccellenze nel mondo dell’arte, della cultura, della storia e della musica.
E sono davvero tanti i motivi che rendono unica e speciale la nostra bella Italia.
Avrete poi notato che ho aggiunto anche alcune note molto lievi: siamo anche questo, siamo le nostre canzoni, siamo i luoghi che amiamo e siamo le nostre memorie.
E siamo la nostra storia, anche se a volte sembra che ce ne dimentichiamo.
Oggi è il 17 Marzo, oggi è l’anniversario dell’Unità d’Italia e io ho pensato di ricordarlo così, in modo forse insolito.
E voglio concludere con l’incipit di una canzone patriottica di un altro tempo: la cantavano con fierezza i ragazzi di quell’Italia ancora da fare, al tempo dei moti del 1848.
E la ricorderete anche voi, ne sono certa, queste sono le sue prime parole.

È la bandiera di tre colori
sempre è stata la più bella!
Noi vogliamo sempre quella,
Noi vogliam la libertà!

Un’estate al mare

La canzone è proprio quella e a cantarla era Giuni Russo, artista unica e mai dimenticata.
Erano gli anni ’80 e Un’estate al mare sarebbe rimasta a lungo la colonna sonora di certe serate sulla spiaggia, tutti abbiamo cantato i passaggi di quella canzone, nessuno di noi però è mai riuscito ad eguagliare i gorgheggi di Giuni, la sua potenza vocale era davvero impareggiabile.
Erano le estati lontane dalla scuola, io avevo una borsa di paglia con due manici e a tormentarmi era sempre un dubbio: è meglio l’olio di cocco o quello alla carota?
E sai che la camomilla schiarisce i capelli?
Sì, regala un tono dorato alle ciocche!
E tra l’altro, molti anni dopo, ti chiederai come facessi a fare il bagno in mare per metterti poi a prendere il sole con i capelli intrisi di sale, a ripensarci non si riesce a capire!
All’epoca poi, quando andavo a prendere il sole sugli scogli in mezzo al mare, a volte mi mettevo in testa un fazzoletto verde acido, devo dire che quel colore con l’abbronzatura stava a meraviglia.
E avevo anche un cappello di paglia comprato proprio nel paese delle mie vacanze, mi ricordo che sceglierlo fu parecchio complicato, mi piacevano diversi modelli e alla fine ne presi uno abbastanza particolare: è un cappello da esploratore, niente di meno.
Ora, se un po’ mi conoscete saprete già cosa sto per scrivere.
Dunque, la borsa che usavo per la spiaggia vive una dignitosa maturità e da molti anni ospita le scatole con le lucine dell’albero di Natale, mai avrebbe pensato di avere un destino simile!
Il fazzolettino verde è ripiegato in un cassetto e anche il cappello da esploratore se ne sta in un angolino della casa senza disturbare.
E quando viene l’estate, lo ammetto, io mi sorprendo sempre a canticchiare la canzone di Giuni Russo, per me è la memoria dolce di estati felici.
All’inizio di questa nuova stagione, poi, mi è capitato di ritrovarmi a curiosare su una bancarella al Porto Antico.
C’erano in vendita cappelli di paglia di tutti i tipi e ne ho provati parecchi, per qualche istante mi è parto di tornare indietro nel tempo e di essere di nuovo in quel negozio dove trovai il mio cappello da esploratore.
E c’erano la sedia azzurra da bagnino, un salvagente, una collana colorata.
E il sole caldo, nl tempo dei tuffi.
C’era tutto, davvero.
E in sottofondo soltanto per me c’era la suadente voce di Giuni che intonava ancora una volta le rime mai scordate di Un’estate al mare.

Dieci canzoni di Fabrizio De André

C’è solo una maniera per ricordarlo, anche se in realtà nessuno lo ha dimenticato mai.
Ascoltare la sua voce, il suono della sua chitarra e le sue canzoni.
Così è rimasto sempre tra di noi Fabrizio De André, con la potenza eterna delle sue parole e con le sue note.
Eppure lui mi manca, mi manca il suo racconto dei nostri giorni, molto spesso mi chiedo come canterebbe certe realtà che stiamo vivendo e che lui non ha veduto.
Oggi è il 18 Febbraio, oggi è il suo compleanno e allora ho scelto per voi dieci canzoni di Fabrizio.
Non è stato semplice selezionarne soltanto dieci, sono tra quelle che io amo di più e ve le propongo senza la pretesa di volervele spiegare, solo per condividere con voi le emozioni che lasciano certe note e certi accordi.
Quella sua dolcezza in Amore che vieni, amore che vai:

Quei giorni perduti a rincorrere il vento,
a chiederci un bacio e volerne altri cento,
un giorno qualunque li ricorderai,
amore che fuggi da me tornerai.

E anche allo stesso modo in La canzone dell’amore perduto e nella sua Ave Maria.
E poi Genova nelle sue canzoni, nessuno per noi ha saputo metterla in note meglio di lui: Genova è Creuza de mä, Genova è Bocca di Rosa, Genova è Via del Campo.


Da ragazzina poi ricordo di aver cantato spesso Il testamento di Tito, forse è una delle prime canzoni di De André che ho imparato a memoria perché alcuni miei amici la suonavano con le loro chitarre.
Il pescatore, noi di Genova ogni volta che vediamo un tramonto sul mare e qualcuno che regge fiducioso una canna da pesca pensiamo subito alla canzone di Fabrizio, siamo gente fatta così.
E ancora, Fiume Sand Creek:

Sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso
Il lampo in un orecchio nell’altro il paradiso 

E di tutte le canzoni del mondo ne esiste una sola capace di farmi sentire ogni volta un brivido sempre identico ed è una canzone di Fabrizio De André.
È un testo dedicato agli ultimi, alla pietà umana, alla fragilità degli uomini e alla caducità della vita.
Recitativo (due invocazioni e un atto di accusa) tratto da Tutti Morimmo a Stento.
Non si può neppure definire una canzone, è una poesia di parole intense e vi invito ad ascoltarla, la trovate qui.
Sentiamo la sua voce e allora è come se lui fosse ancora qui.
Buon compleanno Fabrizio, grazie di aver parlato anche a noi.