Il mestolo vanitoso

C’era una volta un mestolo vanaglorioso che abitava, insieme a certi suoi simili, sopra ad uno specchio.
Era un delicato mestolo di vetro e condivideva così il suo destino con una serie di mestoli in porcellana con i quali, va detto, non andava tanto d’accordo.
A dire il vero quella era soltanto una sistemazione provvisoria allestita per la durata di un mercatino locale ma per il giovane mestolo vanitoso era la condizione ideale, infatti non faceva altro che rimirarsi tutto il giorno ripetendo:
– Oh, come sono bello ed elegante! Guardate che grazia, io mi distinguo sempre dagli altri, altroché!
– Adesso ricomincia! – Replicava il mestolo da salsiera che gli stava vicino.
– Eh, con i giovani ci vuole pazienza, ma lui me la fa proprio perdere tutta, santo cielo! – Sospirava l’antico mestolo da zuppiera che, dall’alto della sua esperienza, dispensava spesso perle di saggezza.
Il mestolo vanitoso, va da sé, non dava retta a nessuno, si dondolava per guardarsi meglio ed era tutto un sdilinquirsi in elogi alla propria beltà:
– Nessuno mi può eguagliare, questo è un fatto! La mia bellezza è indubitabile!
Insomma, quanto ci si metteva sapeva essere davvero fastidioso e petulante.
Tutti gli altri mestoli erano invece dei gran lavoratori, veri professionisti del settore, ognuno di loro aveva infatti contribuito ad allietare tavole imbandite nelle più svariate occasioni: c’era chi si era tuffato allegramente tra i tortellini in brodo, chi aveva servito salse delicate e chi aveva ospitato colorate macedonie.
L’unico che non aveva lavorato neanche un giorno della sua vita era lui: il mestolo vanitoso.

E sapete? Nessuno di loro lo avrebbe mai detto ma, da lì a poco, si sarebbe compiuto il loro destino.
Verso sera, infatti, passò da quelle parti una giovane donna proprietaria di un romantico ristorantino in campagna, era una sapiente cuoca e ed era venuta al mercatino in cerca di oggetti utili per le sue tavole per la festa di primavera.
Giunta in prossimità dello specchio, rimase colpita dai mestoli e fece subito la sua proposta al proprietario del banco:
– Li prenderei tutti, tranne quello! – E così dicendo indicò il mestolo vanitoso, poi proseguì spiegandosi, quasi rammaricata – è carino ma non è il mio genere e di una dimensione inadatta, non saprei come utilizzarlo!
Non vi dico come ci rimase il mestolo vanitoso, era offesissimo!
Tutti gli altri mestoli furono così venduti e prima di avventurarsi verso la loro nuova destinazione vennero impacchettati uno ad uno perché non si rompessero.
L’’ultimo ad essere fasciato fu il saggio mestolo da zuppiera che lapidario chiosò all’indirizzo del giovane vanitoso:
– A essere belli e presuntuosi senza saper far nulla non si arriva da nessuna parte, neanche sulla tavola della festa di primavera!

 

C’era una volta un piccolo ombrellino

C’era una volta un piccolo ombrellino da cocktail che non se la passava tanto bene.
Vantava un rutilante passato festaiolo e, memore di quei giorni gioiosi, spesso sospirava ricordando i tempi felici.
– Quanto ero giovane – andava ciarlando – era tutta un’altra storia! Ah, che bei tempi! Se ricordo quelle estati degli anni ‘80 non riesco a trattenere l’emozione!
– Oh, no, adesso ricomincia! – Sbottava infastidita sua sorella.
I due ombrellini avevano avuto un destino comune e avevano trascorso insieme tutta la vita.
Negli anni della loro gioventù erano capitati in un allegro locale della riviera ligure e per un bel pezzo se ne erano stati tranquilli riposti in un contenitore di vetro sul ripiano dietro il bancone del bar.
E da lì si vedevano tutte le cose del mondo: coppie di innamorati, famiglie numerose, turisti con sandali improbabili, dinamiche vecchiette e giovani sportivi.
E così da quel barattolo l’ombrellino si era fatto una certa esperienza ed era certo quindi di sapersi districare nelle faccende della vita.
Era poi arrivata una luminosa sera di agosto, la sera del destino, verrebbe da dire.
Il vaso venne aperto e l’ombrellino insieme a sua sorella venne appuntato su una fetta di limone:
– Eccoci, finalmente è il nostro turno! – Trillò tutto felice mentre planava in un bicchiere di frizzante analcolico.
La ragazza al quale era destinato quel cocktail fece un brindisi con le sue amiche, sorseggiò quella fresca delizia e poi, a fine serata, ripose i due ombrellini nella sua borsetta di paglia.
Infine li sistemò in un bicchiere pieno di perline collocato nella sulla libreria e lasciò lì per anni e anni senza più curarsi di loro.
L’ombrellino non era molto soddisfatto di quella condizione, sua sorella invece aveva fatto amicizia con la farfallina, le due si intendevano a meraviglia e si godevano la meritata pensione.

L’ombrellino, invece, strepitava.
Voleva fare, andare in giro, vedere posti, conoscere persone, socializzare, divertirsi, aprirsi e poi richiudersi, roteare leggero e vanitoso come si addiceva a uno come lui.
E così ogni tanto si lagnava della sua situazione, mentre sua sorella e la farfalla parlottavano tra di loro quasi commiserandolo.
Passarono mesi e anni, non sapeva nemmeno più lui quanti, poveretto!
Che noia quella vita, dalla libreria vedeva sempre lo stesso panorama: scrivania, divanetto e poltroncine.
A stagioni alterne poi, accanto alla finestra, compariva l’albero di Natale con le lucine brillanti, era l’unico motivo di svago per il povero ombrellino che amava molto quelle atmosfere festose.
Ed era di nuovo quel periodo, freddo ma gioioso.
La ragazza di un tempo era diventata una signora e sotto il suo abete natalizio aveva riposto i regali per la sua nipotina, una bimbetta deliziosa e vivace.
C’erano per lei una scatola di mattoncini colorati, i pennarelli nuovi, diversi libri didattici e anche una celebre bambola bionda tanto desiderata.
Le manine strinsero felici tutti quei doni e poi lo sguardo vispo della bambina si posò sul ripiano della libreria e la piccina svelta si avvicinò, si mise un punta di piedi e afferrando l’ombrellino azzurro esclamò:
– Questo lo prendo io, zia, mi serve per la mia bambola!
La zia annuì sorridendo e l’ombrellino, tutto emozionato, comprese che finalmente lo attendevano nuove avventure.
È proprio vero – pensò tra sé e sé – a volte, quando meno te lo aspetti, la vita ti regala una seconda possibilità!

Il cappello a cilindro

C’era una volta un cappello a cilindro che, inavvertitamente, andò a finire sul banchetto di un mercatino dell’usato.
Dovete sapere che questo cappello a cilindro aveva dei trascorsi mondani ben considerevoli, era uno che aveva fatto la bella vita!
Serate danzanti, feste, ricevimenti fastosi, ogni occasione era buona per mettersi in mostra e il cappello al cilindro era sempre presente.
Un destino improbabile ed imprevisto lo aveva catapultato su quel banco del mercatino ed era stato sistemato con un certo buon gusto accanto a una seria bombetta.
La bombetta era un tipo rigoroso: da indefessa lavoratrice aveva passato anni e anni al servizio di un agente di cambio, con lui aveva frequentato gli Uffici della Borsa e tutte le banche della città e adesso, tutto sommato, pareva godersi il meritato riposo, anche se su un banchetto del mercatino.
Il cappello a cilindro, invece, non faceva altro che brontolare:
– Guarda un po’ cosa va a capitare a uno come me, io dovrei stare a Montecarlo oppure a Parigi, Londra, New York e invece eccomi qui attorniato da inutili carabattole!
La bombetta sospirò paziente e tutto attorno gli altri abitanti del tavolo si voltarono in direzione del cappello a cilindro.

– Il solito arrogante! – Tintinnarono in coro i bicchieri di cristallo.
– Chissà chi si crede di essere! – Aggiunse la teiera del servizio buono, mentre le tazzine annuivano – Ne sono passati tanti come lui da queste parti!
Le porcellane di pregio tentavano in ogni modo di farsi notare dai passanti: non vedevano l’ora di trovare una nuova casa e di andarsene da quel tavolino, lontane dal cappello a cilindro.
Le posate d’argento se ne stavano in silenzio tutte vicine, i quadretti e la zuppiera parlottavano complici tra di loro.
Nel frattempo il tronfio cappello a cilindro andava blaterando in merito alle sue glorie passate e alla sua grandezza personale, snocciolando l’elenco delle esclusive località che aveva frequentato non mancando di descrivere gli incontri prestigiosi, le dame dagli abiti fantastici e le atmosfere indimenticabili.
Il mercatino era affollatissimo, c’era un gran viavai di gente e mentre le porcellane si sgolavano per attirare l’attenzione, la bombetta, modesta e ritrosa, se ne stava lì in attesa degli eventi.
Ad un tratto un giovane uomo si avvicinò al banco.
Le porcellane si fecero mute, la zuppiera trattenne a stento il respiro, i bicchieri di cristallo tintinnarono per l’emozione.
Il cappello a cilindro, come al solito, cercò di mettersi in mostra con la consueta sfrontatezza:
– Oh, questo gentiluomo elegante e alla moda fa proprio al caso mio, insieme faremo fortuna. Giovanotto, se vuole che le insegni le cose della vita nessuno saprà farlo meglio di me!
Il ragazzo era un brillante attore di teatro e si era fermato davanti al banco attratto da quella semplice bombetta, erano anni che ne cercava una e non gli pareva vero di averla trovata!
La prese con cura tra le mani, la rimirò per bene, chiese garbatamente il prezzo e dopo averla acquistata se ne andò con lei felice e contento.
E il cappello a cilindro? Ah quello ci rimase con un palmo di naso, come spesso accade a coloro che credono immeritatamente di valere più degli altri.

L’estate della Signorina Adele

La signorina Adele arrivava in spiaggia di mattino presto.
La signorina Adele si dilettava con la pittura ed era solita dipingere ad acquerello delicate marine oppure orizzonti in tempesta.
La signorina Adele era quasi quarantenne, faceva l’insegnante di lettere in un blasonato liceo torinese e ogni anno trascorreva un paio di settimane alla Pensione Maria nella ridente località della riviera di ponente che sempre aveva frequentato.
La Pensione Maria, con le sue tre scintillanti stelle, garantiva ai suoi ospiti camere linde con un modesto balconcino e una piccola e quieta spiaggia privata.
Si era a metà degli anni ‘70, Bruno Lauzi cantava Onda su onda, andavano di moda gli zoccoli con le zeppe, i bikini fantasia e i riccioli ribelli.
La Signorina Adele ogni mattina lasciava l’albergo con la sua borsa di paglia, i grandi occhiali da sole a celarle il viso, il copricostume a fiori.
La Signorina Adele amava fare le parole crociate e andarsene al largo con il pedalò, portava in dote una carnagione particolarmente chiara e così per non scottarsi metteva sempre la crema con protezione alta ma l’estate le lasciava comunque un velo di lentiggini sul viso.
La Signorina Adele era riservata, timida, salutava con il consueto garbo gli altri bagnanti della sua spiaggia; la Pensione Maria era a gestione famigliare e poteva contare su una clientela fedele, così naturalmente tutti si conoscevano e ogni anno ognuno raccontava i piccoli eventi del proprio quotidiano ed era una gioia ritrovarsi.
La Signorina Adele leggeva romanzi d’amore: si metteva lì sotto l’ombrellone e poteva starci fino a sera inoltrata, a volte arrivava persino il bagnino a ricordarle che era il caso di rientrare in albergo per la cena.
La Signorina Adele aveva un particolare vezzo: portava sempre un cappello di paglia.
Tra i suoi preferiti ce n’era uno sul quale erano appuntati dei boccioli di rosa e un altro sui toni del blu, arricchito da un velo celeste.
E così, di giorno o di sera, non mancava mai di indossare il cappello che le conferiva anche una misurata eleganza.

Quell’anno alla Pensione Maria soggiornavano anche certe giovani donne inglesi.
E sulla spiaggia parlavano fitto tra di loro, erano spensierate e allegre, la Signorina Adele poteva udirle narrare di Brighton e della grande Londra con le sue vibranti lusinghe.
E così la signorina Adele, di solito schiva e ritrosa, fece amicizia con loro ed così ebbe modo di saperne di più di quei posti che la affascinavano.
Poi l’estate sfumò e venne un nuovo autunno.
Al celebre liceo torinese gli studenti rimasero stupefatti nello scoprire che la loro insegnante non sarebbe ritornata, ancor più si stupirono i proprietari della Pensione Maria quando l’estate successiva non videro Adele ritornare per le vacanze estive.
Passarono altre estati e altri autunni, nessuno la vide mai più nei luoghi che aveva sempre frequentato.
Molti anni dopo, in un giorno di giugno, un turista italiano a Londra si fermò ad ammirare le vetrine dell’atelier di un’artista situato in una trafficata strada di Pimlico, vi erano esposti dipinti di marine e orizzonti tempestosi con navi che sfidavano il loro destino.
L’avventore tuttavia rimase deluso di non poter visitare l’atelier, sulla porta era infatti affisso un cartello che recitava come segue: Adele M. Art Gallery -closed until 1st July.
A Brighton, quel giorno, il mare era davvero inquieto.
Una donna con un lungo abito bianco passeggiava sulla spiaggia e osservava il mare e l’orizzonte.
Aveva sul volto l’espressione appagata e serena, era felice, aveva avuto la vita che aveva sempre desiderato.
Teneva le braccia aperte e cantava una vecchia canzone di Bruno Lauzi, ad un tratto un colpo di vento le portò via il cappello di paglia e lei, senza esitare, corse a recuperarlo e se lo rimise sul capo.
Era uno dei suoi cappelli preferiti, sui toni del blu con i veli celesti, come le onde del mare.

Una storia di Natale

– Davvero tocca a me? – Domandò pensieroso.
– Sì, è stato deciso così, quest’anno è il tuo turno! – Gli venne risposto.
Non che volesse tirarsi indietro, anzi era emozionato: il compito gli pareva decisamente notevole e non era del tutto certo di esserne all’altezza ma non lo disse a nessuno.
Così prese il suo bagaglio e partì, attraversò le colline, costeggiò una verde vallata e giunse infine in un luogo a lui sconosciuto dove si mise in cerca di un posticino adatto a lui.
Non aveva mai viaggiato, quella città era vivace, trafficata, colorata, rumorosa, piena di persone e di voci, in ogni via e in ogni piazza aveva incontrato fiumi di gente, le strade erano illuminate a festa, i portoni ospitavano abeti decorati con le palline luccicanti.
Rimase meravigliato e stupefatto ma aveva un lavoro da portare a termine e lo avrebbe fatto con dedizione.
Oh, non era certo il primo ad essersi occupato di quella faccenda, altri lo avevano preceduto e sapeva bene che tutti si erano adoperati con cura e precisione, del resto era una questione della massima importanza.
Arrivò in un giardinetto e decise che quello sarebbe stato il posto perfetto, certo!
E così si mise all’opera, lavorò alacremente, dimentico di tutto ciò che accadeva attorno a lui.
Ogni tanto qualche passante si fermava a guardare incuriosito ma lui rimase sempre chino sul suo lavoro, senza mai distrarsi.
Poi, a tarda sera, terminò.
Era stanco ma soddisfatto, il risultato era esattamente come lui lo aveva immaginato.
Ed era stato talmente indaffarato con il compito assegnatoli da non accorgersi neppure che alle sue spalle si era radunato un gruppetto di bambini: erano lì seduti per terra uno accanto all’altro e ammiravano il frutto delle sue fatiche.
Voltandosi infine li vide: loro sorridevano allegri e anche il viso di lui si illuminò con un sorriso dolce.
La sua missione era quindi così terminata, era giunto il momento di rientrare alla base.
Piano si allontanò, mentre lentamente si affievolivano le voci gioiose di quei bimbetti che aveva incontrato.
Era felice, emozionato e colmo di gratitudine per essere stato, per quell’anno, l’angelo prescelto per fare il Presepe.

Giardini Pellizzari – San Nicola
Presepe del Movimento Rangers
per l’iniziativa solidale Natale che sia tale

C’era una volta un tappo di sughero

C’era una volta un tappo di sughero che amava soltanto il dolce far niente.
– Io non sono nato per faticare! – Ripeteva con voce stentorea mentre gli altri tappi lo guardavano allibiti – Nella mia famiglia nessuno ha mai lavorato, a noi si addicono le feste e la bella vita!
Bertrand era un pigro e viziato tappo di origine francese e con un certo tono altezzoso amava sottolineare che lui proveniva proprio dalla zona dello Champagne così come quel prezioso vino conservato nella bottiglia che egli custodiva.
– A quanto ne so – affermava sussiegoso – quelli come me sono destinati alle grandi occasioni, così è stato per mio padre e per i miei fratelli e così sarà anche per me!
– Noi invece siamo gente alla buona! – gli faceva eco la gretta della birra.
– Figurati noi! – replicava il tappo dell’olio sporgendosi dal ripiano della credenza mentre al suo fianco il tappo dell’aceto annuiva complice, quei due lì andavano da sempre d’amore e d’accordo e tutti lo sapevano.
Bertrand, invece, era aristocratico e solitario, in quella dispensa non aveva stretto amicizia con nessuno, il tappo del Barolo aveva cercato di attaccare bottone ma Bertrand lo trovava francamente un tipo troppo distante da lui.
Quello dei tappi era un mondo complicato e Bertrand era certo di distinguersi tra tutti gli altri.
Aveva le idee chiare sul suo futuro, lui attendeva soltanto il suo debutto in società e un bel giorno, a dicembre, finalmente giunse quell’istante tanto atteso.

Era Natale, attorno alla tavola riccamente imbandita sedevano i molti commensali, le fiammelle delle candele tremavano creando una calda atmosfera di serenità.
Bertrand si guardava intorno compiaciuto: la bottiglia nella quale abitava era stata posta nel cestello del ghiaccio accanto ad una fila di calici di cristallo i quali, a dire il vero, facevano un fracasso dell’accidente.
– State un po’ zitti! – li rimbrottò Bertrand – non riesco a sentire nulla!
Ma quelli, imperterriti, continuarono a tintinnare felici: c’era da comprenderli, in fondo uscivano pure loro solo per le feste e quindi il Natale era un momento memorabile.
Furono servite molte portate e infine, nell’allegria generale, giunse il momento di fare il brindisi: Bertrand non stava più nella pelle e anzi, ad esser proprio precisi, a breve non sarebbe stato più nella bottiglia!
Ogni ospite reggeva il suo bicchiere, con un gesto plateale il padrone di casa si apprestò ad aprire lo Champagne.
Bertrand trattenne il respiro, finalmente stava per essere il protagonista assoluto e infatti da lì a poco stoc… la bottiglia venne stappata e Bertrand saltò per aria esibendosi in un scenografico volo che lasciò tutti stupefatti.
E dovevate sentire il coro di voci:
– Evviva, evviva! Auguri, auguri!
Bertrand sorrideva tutto beato: quelle espressioni di giubilo si riferivano di certo a lui, su questo non aveva alcun dubbio.
Dopo cotanto spettacolare fragore il tappo planò a terra con leggerezza e nessuno parve più curarsi di lui.
Oh che delusione, mai avrebbe pensato di finire trascurato e abbandonato su un pavimento!
Lui era l’anima della festa, come potevano dimenticarsi di lui?
Passò ore e ore singhiozzando in totale solitudine e disperazione quando, al calar della sera, si sentì afferrare dalla mano della piccola Annina:
– Questo lo prendo io! – disse la bimba – sarà un perfetto guardiano per la mia casa delle bambole!
Con un pezzo di stoffa fece per lui una sorta di cappellino e una bella divisa e poi lo mise là davanti alla minuscola porticina.
Bertrand era incuriosito dalla sua nuova sorte, dentro a quella casa abitava una bamboletta biondina con tanti abitini di molti colori: custodirla era un compito gravoso e tra tanti tappi era stato prescelto proprio lui.
Da quel giorno così sentì il peso di una nuova responsabilità e con cura e attenzione restò sempre a guardia davanti alla casetta: lui che era famoso per la sua pigrizia e la sua indolenza aveva infine imparato la gioia di essere utile agli altri.

La prima rosa

Accadde in un giorno di aprile e colse tutti di sorpresa come un fatto davvero straordinario.
Alle prime luci dell’alba, mentre il sole diffondeva il suo vivido chiarore, l’oleandro sempre mattiniero esclamò stupefatto:
– Oh caspita, presto, presto! Tutti svegli! Presto, è ora di alzarsi!
Il rosmarino si stiracchiò indolenzito, la maggiorana si levò di soprassalto e il basilico pigro sbadigliò.
Le lavande affabili si profumarono per l’occasione, ci tenevano molto a distinguersi dagli altri fiori.
Le viole distesero per bene i loro petali colorati e si rimirarono con attenzione, erano tipe vanitose e non volevano certo sfigurare.
L’alloro la prese con filosofia, per così dire, era avvezzo ormai da tempo agli eventi di un certo spessore.
I gerani curiosi si sporgevano dai vasi per cercare di vedere meglio ma avevano davanti le alte orchidee petulanti che continuavano ad agitarsi per quell’evento memorabile.
Ne nacque così un’accesa discussione ma a sedare gli animi come sempre accorse la verbena che aveva davvero la capacità di calmare chiunque, a volte in suo aiuto arrivava anche la camomilla che pure era nota per le sue doti di mirabile pazienza.
Il cactus si girò dall’altra parte brontolando e continuò a dormire, era un tipo dal carattere spinoso e di tutte queste cerimonie poco gli importava!
Le tenere margherite osservavano commosse e intenerite, del resto erano note a tutti per il loro cuor d’oro.
Incerte dondolavano le fresie e le bocche di leone trillavano entusiaste.
Il sole brillava, le rondini volteggiavano nel cielo chiaro e i piccoli insetti ronzavano sulle corolle.
E tutti gli sguardi, colmi di sincera ammirazione, rimasero ad ammirare il miracolo della vita e della bellezza che sempre si rinnova: timida e delicata era così sbocciata la prima rosa.

Questa è davvero la prima rosa di questa primavera sul mio terrazzo.
Si è aperta ieri, con questa dolcezza.
Ho pensato che meritasse un gioco di fantasia e un benvenuto particolare, spero così che vi sia piaciuto salutarla in questo modo insieme a me.

L’albero paziente

C’era una volta un albero noto per la sua pazienza: quando nel bosco si parlava di lui erano tutti concordi, quell’albero era accomodante e di buon carattere, nessuno lo aveva mai sentito lamentarsi.
Eppure anche lui avrebbe avuto le sue buone ragioni per farsi sentire, tra i suoi vicini fracassoni c’era ad esempio una famiglia di petulanti civette e quando di notte attaccavano a cantare non c’era verso di chiudere occhio!
L’albero taceva e sopportava stoicamente.
Non si era nemmeno mai lagnato con gli scoiattoli che in certe giornate di sole facevano su e giù sul suo tronco, mai si sarebbe poi messo a discutere con i ricci, quelli non erano tipi con i quali affrontare argomenti spinosi, era meglio soprassedere.
L’albero era schivo e tollerante e tuttavia, malgrado fosse così solitario e anche un po’ timido, in certi periodi dell’anno attorno a lui si affollava una moltitudine di personaggi: le ghiandaie planavano intrepide sui suoi rami e poi se ne stavano lì a cianciare per un tempo infinito.
E l’albero paziente rimaneva in silenzio.
La volpe una volta aveva detto di aver sentito l’albero sospirare, era rimasta così ferma immobile in attesa di qualche altra reazione ma nulla, non era accaduto più nulla!
Era poi sopraggiunta anche una giovane faina e le due bestiole, ai piedi dell’albero, si erano messe a questionare sul famigerato sospiro che la volpe andava ripetendo di aver sentito mentre la faina scuoteva la testa e sosteneva di non saperne niente!
L’albero paziente restò in silenzio ad aspettare che quelle benedette creature finalmente se ne andassero.
Erano così certi giorni dell’anno, l’estate poi portava gioia ed allegria, l’albero non l’aveva mai confidato a nessuno ma lui era veramente felice quando il piccolo paesino si popolava di villeggianti e la strada si riempiva di bambini e lui se ne restava là, sempre in silenzio, a guardarli correre e giocare.
Ah, quello era davvero il suo diletto preferito!
E se non fosse stato un tipo così riservato qualche volta avrebbe anche voluto dire qualche parola a quei bimbetti scatenati che gli passavano davanti ogni giorno.
E che emozione vederli crescere e diventare grandi, alcuni di loro li conosceva ormai bene.
E poi il caldo finiva e molti di quei piccini ritornavano in città, lentamente avanzava l’autunno, cadevano le foglie, l’aria si faceva più frizzante e fresca, le giornate divenivano ogni giorno più corte.
E come sempre tutto mutava, così è l’avvicendarsi delle stagioni.
Accadde poi un fatto in un giorno di dicembre: c’era un bel cielo azzurro e terso, il sole brillava e l’albero se ne stava tranquillo a godersi quel piacevole tepore.
Passarono in quell’istante alcuni visitatori venuti da lontano, l’albero non li conosceva, non li aveva mai visti prima ma sentì chiaramente che parlavano di lui e udì una voce femminile esclamare:
– Ma guarda che sterpi, che rami spogli!
L’albero paziente non se ne curò, non se la prese e come sempre non disse nulla, attese che tutti se ne andassero.
Non gli importava niente di quello che dicevano di lui: in cuor suo sapeva molto bene che la neve sarebbe caduta e poi sarebbe tornata la primavera e infine sarebbe rifiorita la calda estate.
E i suoi rami si sarebbero di nuovo ricoperti di gemme e di foglioline verdi, i bambini con le loro biciclette e le loro risate sarebbero ritornati e una nuova felicità sarebbe sbocciata ancora.
E lui era un albero paziente e sapeva aspettare.

Le avventure di una forchettina

C’era una volta una forchettina d’argento che si annoiava.
Negli anni della sua giovinezza aveva avuto anche lei i suoi momenti di gloria, ancora ricordava con emozione quel giorno lontano in cui era stata donata come regalo di battesimo.
– Oh, che bella questa forchettina! – dicevano tutti – veramente deliziosa e raffinata!
E lei, tutta fiera di se stessa, si beava di quei graditi complimenti.
Erano passati molti anni da quel giorno e da allora la piccola ambiziosetta era andata a vivere su un tavolino di legno e sapete come vanno le cose del mondo?
Non è semplice andar d’accordo con tutti, in particolar modo se il tuo mondo è un tavolino!
E infatti la forchettina bisticciava di continuo con il coltello, lui era un tipo dalle battute taglienti e la prendeva sempre in giro.
A sedare gli animi ci pensava il cucchiaino che era piuttosto accomodante, il cucchiaino da zucchero era capace di addolcire anche i caratteri più difficili.
La forchettina però era in qualche modo inconsolabile: si sentiva trascurata e dimenticata.
La padrona di casa le passava accanto senza degnarla di uno sguardo, per non dire poi degli altri abitanti del tavolino, erano tutti dei tipi particolari.
Il ditale non la salutava nemmeno, il colino da tè era irrimediabilmente timido e non osava spiccicare parola, il portasigarette sapeva solo il francese e la lattiera era un’anima semplice e riservata.
Sospirava annoiata la forchettina ma un bel giorno si sentì afferrare all’improvviso da piccole mani bambine.
– Che succede? Aiutatemi! – Strillò la forchettina ma purtroppo nessuno la sentì.
La bimba che la stringeva tra le mani la rimirò bene e poi, non sapendo cosa farsene, la posò con distrazione tra i rami dell’albero di Natale.

– E ora cosa ci faccio qui? – Borbottò la forchettina.
Quell’albero era davvero un altro mondo: era un luccicchio di oro sfavillante, la forchettina ne era ammaliata.
Ogni sera poi le luci si accendevano e diffondevano un caldo chiarore tra i rami fitti, era veramente meraviglioso!
E per un certo periodo la forchettina fu persino felice di quella sua nuova sistemazione ma a lungo andare iniziò a provare una certa nostalgia: voleva tornare là, sul tavolino.
E si sorprese nel sentire la padrona di casa che la cercava:
– Ma quella forchettina d’argento dove è finita? È sempre stata qui, qualcuno di voi l’ha spostata?
La piccola posata smarrita intanto si sgolava invano e cercava di attirare l’attenzione.
Pensò anche di chiedere consiglio al cavallino ma lui non fece altro che dondolarsi avanti e indietro, nella più totale incertezza.

Intanto, sul tavolino, si diffuse la notizia della sparizione della forchettina.
La lattiera, materna e affabile, era in apprensione, persino il coltellino finì per ammettere che sentiva la mancanza della sua amica, la campanella tintinnava tra i singhiozzi tutta scossa per l’accaduto.
Nel frattempo la forchettina cercò di darsi da fare e pensò di chiedere aiuto al pavone ma quello si voltò dall’altra parte, fece la ruota e non si degnò di risponderle.

Non andò meglio con il trenino che pure si dichiarò disponibile a nuove esperienze e ad una momentanea trasferta sul tavolino.
Tentò la partenza per più di una volta ma non ci fu niente da fare, era impigliato al ramo dell’albero e non riuscì a liberarsi.

Il destino della forchettina pareva segnato ma il giorno della vigilia di Natale la padrona di casa vide tra gli aghi dell’abete la piccola posata e con pronta decisione l’afferrò esclamando:
– Ecco dove era finita! Ora la rimetto al suo posto!
E di nuovo la sistemò sul tavolino dove sempre era stata e dovevate vedere che feste le fecero tutti per il suo ritorno!
Persino il ditale salutò la forchettina, il portasigarette farfugliò qualcosa in francese e il coltellino se ne uscì fuori con una delle sue solite battute.
La forchettina era felice come non mai, ne aveva di cose da raccontare ai suoi amici ma la sua gioia più grande era proprio essere tornata là, dove tutti la conoscevano e dove sempre aveva vissuto.
E sapete come vanno le cose del mondo?
Alla fin fine, soprattutto a Natale, nessun posto è come la propria casa, anche se questa per taluni è soltanto un tavolino!

Una bellezza leggendaria

Era vanitosa e ingenuamente vanesia, ormai quelli che le stavano intorno non ci facevano quasi più caso.
Quando iniziava con la faccenda della parentela importante tutti si defilavano e cercavano di far cadere l’argomento.
Buoni a nulla e gente da poco, ecco cosa siete! – diceva lei – Voi non siete affatto in grado di mettervi a discutere con una come me, ve li sognate i miei quarti di nobiltà!
E attaccava con la solita solfa della lontana parente francese, una cugina di suo padre che faceva parte del bel mondo e dell’alta società.
La cugina francese era sofisticata, di gran classe e molto ammirata, era un’autentica celebrità, inimitabile per stile ed eleganza.
E poi, in certi periodi dell’anno, la sua incomparabile allure veniva ancor più esaltata.
Nessuna era come lei: raffinata, affascinante e misteriosa, una protagonista del jet set.
La sua parente, diceva lei, era una bellezza leggendaria.
Ma vedete? – Concludeva sempre così i suoi lunghi discorsi – a me sembra proprio di non aver nulla da invidiarle. Del resto il sangue non è acqua e noi due ci assomigliamo come due gocce d’acqua, non sembra anche a voi?
E tutti attorno a lei annuivano e le davano ragione e dicevano che sì, erano davvero identiche, era l’unica maniera per farla smettere di cianciare!
E allora lei sorrideva soddisfatta, gongolandosi in quella sua puerile vanità di credersi uguale alla Tour Eiffel.