Via di Ravecca: l’edicola di San Giovanni Battista

È in una parte magnifica della città vecchia, a pochi passi da Porta Soprana ecco la nostra colorata e inconfondibile Via di Ravecca: salendo per questa antica strada si nota nel suo candore la bella edicola di San Giovanni Battista.

Là, sul muro di un vetusto palazzo, tra Vico Gattilusio e Via di Ravecca.

Così venne effigiato in tempi distanti il patrono della nostra città.

Ai piedi del Santo ci sono l’agnello e un serpente, un’antica iscrizione ci permette poi di stabilire che questa statua risale al lontano 1616.

E certo questo fu uno dei luoghi di lontane devozioni, percorrendo questa strada si ammira la bella immagine del Santo nella prospettiva di Via di Ravecca con i suoi panni stesi.

Nella splendida verticalità di questi caruggi dai colori caldi e vivaci.

Sui genovesi e su coloro che percorrono queste vie ancora vigila San Giovanni Battista.

E così si staglia sotto il cielo della Superba.

In questa strada antica, tra le finestre di una casa, così tra noi resta ancora l’edicola di San Giovanni Battista.

Il delizioso pane dei Kunkl: una storia di Genova

Questa è una storia che inizia in un giorno lontano e in un luogo distante: è una storia di successo, intuito e intraprendenza che si dipana per le vie della vecchia Genova.
E per raccontare da capo questa vicenda bisogna andare in Tirolo, a Neumarkt, in italiano nota come Egna.
Lassù, tra quelle maestose montagne, nasce il giorno 11 novembre 1813 Giovanni Martino Kunkl, in quel periodo il territorio di Egna è incluso nel Regno di Baviera ma, dopo breve, sarà unito all’Austria.
E proprio con il suo passaporto austriaco Giovanni Martino intraprende l’avventura della sua vita: siamo nel 1847 e Kunkl parte alla volta di Genova che diverrà la sua città di adozione.
Certo non sarà stato facile per un austriaco inserirsi in una città come la Superba che con gli austriaci, come ben sappiamo, aveva avuto un passato di contrasti politici.
Giovanni Martino però è un giovane di belle speranze, ha 34 anni e porta con sé la saggezza di una professione nella quale eccelle: Giovanni Martino è panificatore e porterà la sua sapienza nei caruggi di Genova, in particolare in quella Via Lomellini a me tanto cara.

Giovanni Martino non è solo, con lui ci sono la moglie Giuseppina e le prime tre figlie nate in Austria: Maria, Vittoria ed Enrichetta, a Genova vedranno poi la luce Anna e Stefano.
Restiamo in questi caruggi, qui dove Giovanni Martino inizia la sua fiorente attività, la prima traccia della sua presenza, naturalmente con riferimento alle Guide e ai Lunari di mia proprietà, è sul magnifico libro di Edoardo Michele Chiozza dal titolo Guida Commerciale descrittiva di Genova del 1874-75.
Qui il nostro Giovanni Martino viene annoverato come fabbricante di pane di lusso ad uso di Vienna e la sua attività si trova Via Lomellini 3.

Il tempo, poi fugge via veloce e, in un giorno fatale del 1877, Giovanni Martino Kunkl lascia le cose del mondo.
Naturalmente io sono andata a cercare traccia di lui nel nostro Cimitero Monumentale di Staglieno e così ho trovato il suo nome inciso nel marmo nella Galleria Inferiore a Ponente.
È una tomba semplice la sua, simile a quella di tanti genovesi del suo tempo che qui riposano.

A succedere a Giovanni Martino nella conduzione dell’impresa di famiglia sarà Stefano, il suo ultimo figlio.
Quando il padre muore, in quel 1877, Stefano è un giovane di 26 anni: dal padre ha appreso tutti i segreti del mestiere, custodendoli e mettendoli a frutto per il bene suo e della sua famiglia.
Ed è il nome di Stefano a comparire così tra le pagine dei libri e a rifulgere nel commercio della città.
Stefano ha talento, intuito e capacità imprenditoriale, espande l’attività con successo e lo troviamo citato sui lunari del Signor Regina del 1881 e del 1887 tra i fabbricanti di paste e galette e come proprietario di due negozi, il primo si trovava in Via Lomellini 61, nella parte alta della strada.

L’altro negozio era invece in Via Roma.

Il segreto del pane delizoso e rinomato in tutta Genova risiedeva nella scelta accurata di ingredienti di prma qualità.
Stefano Kunkl, infatti, ogni estate si recava in Austria o in Ungheria per acquistare la farina da usare per il suo pane: la sua farina aveva un alto potere lievitante senza agenti aggiunti, in pratica era l’equivalente della manitoba.
Fu così che il segreto dei Kunkl portò loro il meritato succcesso, nel 1899 si aggiunse un ulteriore punto vendita, citato ovviamente nel Lunario del Signor Regina, in Via ai Quattro Canti di San Francesco.

Stefano, con il suo innato fiuto per gli affari, fu poi talmente abile da divenire, insieme al figlio Silvio, stimato fornitore della Real Casa: l’attività di famiglia sarà infatti denominata Panificio Reale Stefano Kunkl.
E in punta di piedi entriamo nell’ufficio di Stefano Kunkl: qui lo vediamo insieme al figlio Silvio.

Fotografia di proprietà delle eredi di Silvio Kunkl

Come specificato, la fotografia è di proprietà delle eredi di Silvio Kunkl e mi è stata inviata dall’Architetto Chiara Kunkl che un giorno è capitata casualmente su queste pagine e ha così generosamente condiviso con me questa magnifica storia di famiglia che vi racconto, la ringrazio anche da qui per questo, le molte informazioni da lei fornite e le immagini di famiglia, unite alle mie ricerche a Staglieno e tra le pagine delle guide, mi permettono di narrarvi questa vicenda.
Ecco ancora Stefano Kunkl: lui è al centro della foto vicino alla moglie Angela e tiene in braccio una nipotina.
Accanto a Stefano siede Silvia, la moglie di Silvio che è in piedi alle spalle di lei, insieme ad altri parenti.

Fotografia di proprietà delle eredi di Silvio Kunkl

E riporto qui una frase tratta dal documento trasmessomi da Chiara Kunkl, queste parole riassumono interamente lo spirito dei Kunkl e il senso del loro operare: si tramanda che Stefano Kunkl raccomandasse ai suoi figli di dividere l’utile di ogni anno in due metà uguali fra loro di cui la prima doveva essere accantonata e reinvestita nell’attività mentre la seconda doveva obbligatoriamente e interamente essere spesa al fine di ricordare a se stessi quali benefici potessero portare un anno di duro lavoro.

Fotografia di proprietà delle eredi di Silvio Kunkl

Tra le notizie inviatemi da Chiara Kunkl c’è anche un articolo di Edilio Pesce dedicato allo storico panificio con l’elogio delle michette e delle rosette deliziose, con il rimpianto per gli sfilatini che si acquistavano uscendo dalla messa in San Filippo Neri.
E certamente da Kunkl avranno fatto anche la focaccia!
Va inoltre anche ricordato che furono i Kunkl a introdurre a Genova i libretti, un tipo di pane molto apprezzato dalle nostre parti.
E continuiamo il nostro giro per Genova, in cerca dei luoghi di Stefano e Silvio Kunkl.
Già nel 1913 avevano un negozio al 110 rosso di Piazza Soziglia, all’epoca i mei antenati avevano un negozio in Campetto, chissà quante volte avranno comprato il pane dai Kunkl!

Il negozio in Via Lomellini fu spostato poi al numero 48 rosso.

Il Panificio era in Via della Maddalena 29, ecco qui l’edificio.

Un altro panificio era in Vico del Fornaro, il caruggio dal toponimo perfetto!

Tutte queste notizie sono presenti sui lunari del tempo, nel 1926 c’era un Panificio Kunkl anche in Via Frugoni, traversa di Via XX Settembre.
E sul Lunario del 1902 si trovano pure i numeri di telefono.
Per dire, il negozio di Via Lomellini aveva il numero 341 e a leggerlo ho pensato: ora chiamo e ordino un chilo di libretti!

La vita non era facile per nessuno, in quel tempo, come in tutte le famiglie anche i Kunkl ebbero i loro tragici lutti.
Come vi dissi da principio, Giovanni Martino Kunkl aveva avuto 5 figli.
La seconda figlia Vittoria morì a soli quattro anni e la terza, Anna, spirò appena ventunenne.
La primogenita Maria si sposò e lasciò questo mondo ad appena 24 anni, io ho trovato la sua tomba nella Galleria Inferiore a Ponente del Cimitero Monumentale di Staglieno.
È collocata in alto, questo rende difficile la lettura della lapide e allora, in memoria di lei, la riporto per intero.

A Maria Lanfranchi nata Kunkl
figlia e sposa affettuosa ed esemplare
che immatura morte rapiva
il 6 Aprile 1867
lo sposo e i suoi desolatissimi
quale attestato di affetto questa lapide consacrano

Stefano Kunkl morì nel 1913 e in seguito alla sua dipartita il figlio Silvio prese in mano le redini dell’Azienda e divenne presidente dell’Associazione Panificatori ed insegnante, tramandando così alle nuove generazioni i segreti per fare il pane.
A Staglieno ho trovato anche la tomba di Stefano Kunkl, egli riposa nella Galleria Frontale, accanto alla moglie Angiolina.
La loro tomba è opera dello scultore Luigi Orengo.

I viaggi nel passato rappresentano l’emozione di ritrovare i luoghi che non abbiamo veduto e di osservare i volti di coloro che non abbiamo conosciuto: eppure in qualche modo ci sembrano vivi e presenti, ci osservano da un’immagine in bianco e nero e si raccontano, con sincerità e verità.
Ringrazio ancora di cuore Chiara Kunkl per aver permesso a me e a voi questo percorso a ritroso sulle tracce di Giovanni Martino e della sua numerosa famiglia.
C’è ancora un piccolo tratto di strada da fare insieme, proprio là, in cima a Via Roma.
In quello slargo oggi denominato Largo Eros Lanfranco e un tempo noto come Largo di Via Roma.
È un giorno qualunque di un tempo distante: due eleganti genovesi passeggiano vicine, chiacchierano tra loro amabilmente.
Osservate con attenzione alle loro spalle e dietro al signore con la bombetta: si vede un negozio, non è del tutto visibile l’insegna ma se ne legge chiaramente una parte, S. Kunkl, spiccano in particolare i caratteri gotici.
Ecco qui il favoloso negozio di Via Roma più volte citato e ritrovato nelle guide, l’immagine è un dettaglio di una cartolina che di seguito trovate pubblicata interamente e appartiene all’amico Stefano Finauri che qui ringrazio.

La memoria e il ricordo sono ricchezze da custodire, raccontare certe storie significa far tornare tra noi sorrisi, sguardi e vite di un altro tempo.
E quando passate in Via Roma rammentatevi che là, accanto all’imbocco di Galleria Mazzini, un tempo si sentiva il profumo del pane fragrante dei Kunkl, memoria preziosa del passato della nostra Genova.

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Cose di Canneto il Lungo

A volte poi, in primavera, per le strade della città c’è una luce nuova.
Come una lievità di vento e di chiarore intenso nel cielo e nelle case che così delimitano l’azzurro, in quel tratto di Canneto il Lungo che da Salita Pollaiuoli conduce verso Vico dei Notari.
E questi sono i colori caldi della città vecchia, una di quelle prospettive amatissime di Genova.

Più in giù, nel tratto che scende verso il mare, certe figure attente sempre vegliano sul coloro che percorrono Canneto.
Hanno grazia, bellezza, i loro sguardi vengono da lontano e sono proiettati al di là del tempo.

E il sole filtra, cade tra le case, illumina la vertigine di questi palazzi.

Sul civico 37 poi, si legge un’antica iscrizione.
Queste parole sono tratte dalla Bibbia e precisamente dal Salmo 85 e significano: la giustizia e la pace si baciano.
Anche semplicemente passeggiando si finisce sempre per trovare qualche spunto di riflessione.

Mentre il sole gioca ancora, mette in fuga l’ombra e abbraccia le antiche case della Superba.

E sopra i tetti e sopra le ardesie passa qualche nuvola leggera ma sempre e ancora trionfa l’azzurro sopra le cose di Canneto il Lungo.

Uno di quei giorni di marzo

It was one of those March days when the sun shines hot and the wind blows cold: when it is summer in the light, and winter in the shade.

Era uno di quei giorni di marzo in cui il sole splende caldo e il vento soffia freddo: quando è estate nella luce e inverno nell’ombra.

Charles Dickens – Great expectations


Via di Ravecca

Le vicende di Vico Domoculta

Ritorno a parlare dei nostri vicoletti genovesi e oggi vi porto in un breve caruggio del quale, a prima vista, si potrebbe pensare che ci sia poco da dire.
In realtà ogni luogo che rimanda al nostro passato si ricollega a storie forse oggi dimenticate ma spesso affascinanti da scoprire.
E dunque eccoci in Vico Domoculta, un vicoletto che collega Via San Sebastiano a Via XXV Aprile.

Il toponimo rimanda al Medioevo e, come egregiamente spiega il magnifico Amedeo Pescio, con il termine Domoculta ci si riferiva ad una regione coltivata posta fuori dalle mura.

Scesi fino all’innesto con Via XXV Aprile soffermiamoci a leggere la targa e noteremo che un tempo il nome di questa via era Vico del Cetriolo.
Sempre grazie a Pescio scopriremo infatti che l’esistenza di questo breve vicoletto si deve alla realizzazione nel 1825 di Via Carlo Felice, strada oggi nota appunto come Via XXV Aprile.
Prima di quell’anno, infatti, c’era un unico vicolo che aveva inizio dalla nostra Via Luccoli: il Vico dell’Arancio.
Dalla realizzazione di Via Carlo Felice il Vico dell’Arancio rimase tagliato a metà: la parte inferiore mantenne l’antico toponimo che ancora conserva, la parte superiore invece venne denominata Vico del Cetriuolo.

E dunque, direte voi, come si legge sulla targa il caruggio venne in seguito chiamato Vico Domoculta e la storia può considerarsi finita.
Eh no, cari amici, la vicenda è un po’ più complicata ed io mi sono divertita molto a scoprirla dapprima sulle pagine di un antico Lunario e poi nel centro della mia città.
Proseguo così il mio racconto: dovete sapere che c’era una volta un Vico delle Figlie denominato in seguito Vico delle Belle Figlie del quale ci parla lo storico Francesco Podestà nel suo volume Il colle di Sant’Andrea in Genova e le regioni circostanti edito nel 1901.
Scrive appunto il Podestà che il particolare toponimo si doveva al fatto che tramite quel vicoletto si arrivava all’Ospedale degli Incurabili che all’epoca ospitava solo figlie.
In seguito, scrive sempre l’autore, quel vicolo cambiò ancora nome e venne denominato Vico Domoculta, per ricordare quell’antica regione che un tempo attraversava.
Ora guardiamo insieme la cartina di Genova del 1902 che è tratta dal mio Annuario Genovese Lunario del Signor Regina di quell’anno.
Osserviamo insieme questo spicchio di Genova: a destra Via Roma, poi Via San Sebastiano e a sinistra Via Carlo Felice (la nostra attuale Via XXV Aprile) e tra queste ultime due vie si notano in successione tre caruggi: Vico del Cetriuolo, Vico Spotorno e Vico Domoculta.

Siamo qui, in questo tratto di Genova, nel cuore della città.

E se percorrete Via XXV Aprile noterete che, salendo verso De Ferrari, sul lato sinistro incontrerete la nostra Vico Domoculta che un tempo era Vico del Cetriuolo e poi Vico Spotorno, non ci sono altri caruggi tra Via XXV Aprile e Via San Sebastiano.
Provate però ad osservare meglio gli ultimi due palazzi della via e noterete che c’è uno spazio tra i due edifici.

E guardate meglio da vicino: sembra proprio la dimensione di un dignitoso caruggio genovese, qui doveva trovarsi l’antico Vico Domoculta.
Ora quello spazio è di pertinenza di uno dei due palazzi e non è più una via percorribile, ospita invece certi locali di una banca.
Ed ecco come si sfiorano i tetti dei due edifici.

Andiamo ancora dall’altro lato e osserviamo con attenzione i due palazzi da Via Roma: si nota chiaramente che quello spazio poteva davvero essere un vicoletto.

E così, seguendo gli indizi trovati su una vecchia cartina di Genova sono giunta alle mie conclusioni che di seguito riassumo.
C’era un tempo Vico Domoculta che prima si chiamava Vico delle Belle Figlie.
In un’epoca che io non conosco e per ragioni a me sconosciute si decise di chiudere questo vicolo nella maniera che oggi conosciamo.
Un po’ più in giù, verso Fontane Marose, c’era quell’altro vicoletto che era noto come Vico del Cetriuolo ed era la prosecuzione dell’antico Vico dell’Arancio, si pensò così di mutarne il nome e di denominarlo Vico Domoculta, come quell’altro caruggio che non c’era più.
Certe tracce si perdono e il tempo posa il suo velo sulle vie del passato: seguire gli indizi e per quanto possibile ritrovare certi luoghi perduti è per me sempre un’esperienza emozionante.
Quando passate da quelle parti ricordatevi che per osservare il cielo sopra Vico Domoculta dovrete fermarvi là, dove quei due edifici si incontrano sotto l’azzurro di Genova.

La Madonna della Misericordia in Via San Lorenzo

Vi basterà percorrere la nostra via San Lorenzo e ad un tratto la vedrete, la statua di Maria è collocata sull’angolo dell’edificio che si trova alle spalle della nostra cattedrale.
È la Madonna della Misericordia, accolta e custodita in questa edicola bella e finemente decorata.

Così la scorge, nella prospettiva della via.

Così si svela, adornata con ricchezza, tra gli sguardi degli angeli.
Inginocchiato davanti a c’è Lei il Beato Botta raccolto in una devota preghiera.

Questa immagine di Maria doveva essere molto venerata dai genovesi del passato, la scritta ai piedi della statua rimanda infatti al lontano 1787 e si riferisce all’indulgenza plenaria di 40 giorni concessa dall’Arcivescovo Giovanni Lercari a coloro che avessero recitato un Padre Nostro e un’Ave Maria davanti a questa immagine della Madonna.

La statua è sovrastata, con mistica leggerezza, da un volo magnifico di angioletti.

Così si mostra, in questa luce chiara, la Madre di Dio.
Se passate in Via San Lorenzo alzate lo sguardo, troverete la delicata bellezza della Madonna della Misericordia.

Finestre e geometrie di Genova

E queste sono finestre e geometrie di Genova e piccole felci e piantine nei vasetti, sul davanzale, tra le persiane che si affacciano su una creuza.

E poi una facciata color mattone e una ringhiera che sa farsi panciuta e divenire accogliente riparo.

Finestre, persiane verdi come boschi fitti di foglie e cuscini rossi stesi e rami di alberi spogli che si specchiano nel vetro.

Ombre di caruggi e fili da stendere, luci accese e vite che puoi immaginare.

E ancora, tendine bianche, stanze nascoste, musiche che non puoi sentire e ciclamini in boccio.

E una finestra che non crederesti vera, nella città vecchia, il disegno di una curva in un palazzo da una lunga storia.

E riflessi, nuvole fluttanti nell’azzurro, finestre sotto il cielo di Genova, in un gioco di magnifiche geometrie.

La Madonna di Piazza Lavagna

E ancora vi porto con me per caruggi, ritorniamo nella bella Piazza Lavagna, spesso inondata di sole e di magnifica luce.
In Piazza Lavagna certi alberi con la bella stagione si coprono di fiori e i colorati panni stesi aggiungono ancora note di allegria.

Sopra ad un portone, in un tratto di questa ampia piazza, in una nicchia si trova un scultura in marmo.
Si distinguono inoltre due iscrizioni latine Lux orta est iusto e Regina Mater Serenissimae protege nos, la prima è il verso di un salmo e significa la luce è sorta per il giusto, la seconda invece significa Regina Madre Serenissima proteggici.

Lei ci protegge, noi avremmo invece dovuto proteggere meglio la sua immagine, infatti la statua di Maria è mancante della testa, restano comunque le sue mani amorose, materne e affabili.
La scultura rappresenta la Madonna con il Bambino e San Giovanni Battista.

E così si staglia, in questa luce vivace, in un istante di vita quotidiana fatta di sole, di vento, di panni stesi attorcigliati sulle corde e semplicemente di vita.

Il suo è lo sguardo che non c’è, il sorriso che devi immaginarti, con la certezza che aveva la sua dolcezza materna e gentile.

Così rimane, in un tratto di Piazza Lavagna a Madonna con il Bambino e San Giovanni Battista.

Cose di Salita dell’Oro

E sono cose di Salita dell’Oro, un caruggetto breve che unisce Via Cairoli a Via Lomellini.
Già c’è quella poesia lì, la poesia dei nomi di certe vie di Genova, qui in pochi metri troverete il Vico dell’Argento e il Vico del Piombo.
Metalli e caruggi e la bellezza di questi palazzi che ritrovano nuovo splendore dopo certi restauri.
C’è tanta vera Genova in questi vicoletti e nella vertigine assoluta di questi edifici.

Un caruggio che così si perde in una prospettiva autenticamente genovese semplice, antica, in ombra ma a volte improvvisamente inondata dal sole.
Persiane gialle e verdi, un’armonia di colori e sfumature.

E luce e e aria frizzante e azzurro intenso della Superba.

Una corda, i panni stesi, note pastello e toni caldi: sono cose di Salita dell’Oro, una di quelle sinfonie genovesi che ti fanno innamorare della Superba.

La Madonna della Misericordia in Vico dietro il Coro di San Cosimo

È un’antica immagine di Maria e ancora resta là, nel marmo, in uno dei nostri amati caruggi.
Percorrendo Vico dietro il Coro di San Cosimo potrete così ammirarla, si trova sopra il muro di un’antica casa, a pensare a quante persone sono passate là sotto si può forse anche immaginare quante preghiere e quante suppliche si siano levate verso la bella immagine di Maria.
Quante parole, nel corso dei tempi.

È bella e aggraziata la Madonna della Misericordia, il suo sguardo amoroso si posa sul beato Botta assorto in preghiera ai piedi di Lei.

La scultura è arricchita dal trigramma di Gesù e dal trigramma di Maria, si incontrano spesso quelle lettere intrecciate nei vicoli della città vecchia.

Qui, dove sempre si ritrova l’anima vera di Genova, la sua essenza e il suo autentico spirito.

Qui, dove il cielo sovrasta questi caruggi da secoli abitati dai genovesi.

In Vico dietro il Coro di San Cosimo dove lo sguardo ancora ritrova la bella Madonna della Misericordia.