Bogliasco: il Monumento ai Caduti di Gaetano Olivari

Camminando nella bella Bogliasco, in Piazza Trento e Trieste, si ammira un monumento eretto ai caduti e opera del professor Gaetano Olivari, stimato artista e autore di numerose sculture site nel Cimitero Monumentale di Staglieno.

La scultura bronzea venne inaugurata nel 1924 e si distingue per il senso del movimento delle due figure.

La rappresentazione della Vittoria Alata è così raffigurata mentre si china sul soldato che stringe tra le dita la bandiera.

C’è una grazia dolcissima nella gestualità della figura allegorica.

Il soldato così si abbandona tra le braccia di lei.

La mano nella mano, con lieve delicatezza.

Nel blu del cielo terso di Bogliasco.

Sul basamento sono collocate lapidi commemorative con i nomi dei caduti e dei morti in combattimento, dei dispersi e dei civili caduti per cause di guerra, vi è inoltre una lapide sul quale è riportato il bollettino della vittoria.

E così tra le belle case di Bogliasco e davanti a una suggestiva chiesetta si ammira l’opera di Gaetano Olivari che così narrò il dramma della guerra.

Il Monumento ai Caduti di Voltri di Vittorio Lavezzari

Questa è la storia di un monumento perduto opera di Vittorio Lavezzari, artista di grande talento e autore di numerose suggestive sculture site al Cimitero Monumentale di Staglieno.
Realizzato a metà degli anni ‘20 e collocato in Piazza Gaggero a Voltri, il monumento celebrava il sacrificio di molti giovani voltresi mai più ritornati alle loro case dopo la I Guerra Mondiale.

Nelle straordinarie immagini che completano questo post potete vedere il bozzetto originale dell’opera, una preziosità della quale è proprietario l’Ingegner Vittorio Lavezzari, nipote del celebre scultore e qui lo ringrazio per avermi contattata e per avermi inviato tutte le fotografie di questo post che mi permettono di mostrarvi il lavoro del suo illustre nonno.

Lavezzari effigiò nel bronzo la drammatica figura di un soldato che in una mano regge una tagliente spada e nell’altra uno scudo.

È una figura intensa e potente, carica di drammaticità e di tensione rese ancor più percepibili proprio grazie alla postura del giovane soldato.

Nel 1941 l’opera di Vittorio Lavezzari venne inclusa nella campagna “bronzo alla patria” durante la quale molti monumenti vennero rimossi e fusi, il loro bronzo fu utilizzato poi per realizzare armamenti.
Così Voltri perse il suo monumento ai caduti, al posto di esso oggi è ivi collocata una scultura astratta di un diverso autore.
Rimane sul basamento la firma di Vittorio Lavezzari e l’opera dello scultore ancora si ammira grazie a questo bozzetto.

Così si stagliava nel cielo di Voltri la tragica figura del soldato pensata e realizzata dall’ingegno di Vittorio Lavezzari.

Dettaglio da cartolina di proprietà di Vittorio Lavezzari

Sulla spiaggia della Foce: l’ultima onda

Era un tempo distante e loro erano là, sulla riva.
Giovani uomini, ragazzini, poco più che bimbetti.
In piedi, sui sassi, sulla spiaggia della Foce.
Scrutando l’orizzonte infinito e seguendo il ritmo dell’ultima onda, l’onda che porta con sé memorie e gioie trascorse.

Ed era forse come quando il mare monta e ruggisce, mescolando le sue inquietudini a quelle dei pensieri degli uomini e preannunciando una tempesta che implacabile si abbatterà sulla costa.

Loro erano là, con i cuori in balia dell’ultima onda.

Le mani in tasca, i cappellini messi per traverso, la maglietta a righe, il fido compagno a quattro zampe con il quale condividere ogni avventura.

E nessuno, in quel momento, avrebbe saputo dire che un giorno tutto sarebbe cambiato, sotto l’onda travolgente della modernità.

C’erano i panni stesi al vento, davanti alle case che guardavano il mare e c’era la chiesa dove ognuno snocciolava le proprie segrete preghiere.

Sulla spiaggia della Foce, davanti ai Bagni San Pietro.

I dettagli provengono tutti da un’unica cartolina di mia proprietà che venne spedita il 27 Agosto 1915, la destinataria era una certa Signorina Ida che all’epoca era in collegio ad Alassio.
Erano tempi davvero incerti, dal 24 Maggio 1915 l’Italia era entrata nella I Guerra Mondiale e onde ancor più minacciose si sarebbero rovesciate sulle vite e sui destini di tutti.
L’ ultima onda calma e quieta era invece ormai passata, dissolvendosi in spuma candida.
E loro erano là, sulla spiaggia della Foce.

Assenze

Talune assenze altro non sono che prepotenti presenze, palpabili, sentite e reali, questo è ciò che ho pensato accostando due fotografie che fanno parte della mia piccola raccolta.
Assenze, ricordi.
La prima fotografia ci mostra due fratellini, paiono diligenti e obbedienti, la bimba porta un bel fiocco tra i boccoli e tiene tra le mani un foglio.
E forse potrebbe quasi sembrare che i due abbiano scritto una bella letterina, una di quelle piene di parole affettuose e ingenue.
Forse.
Una lettera.
L’assenza.

Uno sguardo che li protegge e veglia su di loro.
Da lontano, ovunque.
Un’assenza che diviene reale.

Lei invece è una sposa e una giovane madre.
È una ragazza semplice ma credo anche fortissima e capace di affrontare le tempeste della vita.
Accenna un sorriso.
Salda, sicura, come crede sia giusto essere.

Accanto a lei il frutto del suo amore.
E il cappello del soldato: il capofamiglia, il padre, il marito, la sua assenza.
La mamma tiene la mano posata con amorevole cura sulla spalla della sua creatura.
E lì, inesorabile, l’assenza.

Il ricordo non ha bisogno di parole, la memoria freme nelle emozioni che restano e in quei legami eterni che nessuna assenza può spezzare.

Gabriële

Gabriële sente un fluido gelido attraversarle il corpo. Sa che non ignorerà quello sguardo, che il dado è tratto, che avrebbe dovuto andarsene in tempo, perché la notte era fin troppo intensa, le bocche si parlavano con troppa infatuazione. Sa che ormai non se ne andrà più. E Picabia si apre del tutto.

Versailles, 1908: Gabriële Buffet, ventisettenne pianista di talento, incontra l’uomo che segnerà per sempre il suo destino.
Lui ha pochi anni più di lei, il suo nome è Francis Picabia ed è un acclamato ed estroso artista parigino, per lui Gabriële abbandonerà la musica.
L’amore, l’arte e una sorta di insondabile sventatezza unirà queste due anime, la loro vita è narrata nel libro Gabriële di Anne e Claire Berest edito da Neri Pozza.
Le due autrici consegnano così al lettore una biografia appassionata dedicata alla loro bisnonna Gabriële che fu fatale musa ispiratrice e compagna del loro bisnonno Francis.
Picabia è turbolento, eccessivo, ama il brivido della velocità e le macchine rombanti, si crogiola negli eccessi, ha un animo inquieto e indomabile, è un uomo difficile ma è anche un pittore geniale.
E lei, Gabriële, non è una donna che rimane in disparte: è con lui protagonista della scena culturale, è intuitiva, lungimirante, indipendente, sarà lei ad ispirare Picabia nella sua svolta astrattista.

In quegli anni sfavillanti di avanguardie artistiche nasce infatti una nuova maniera di osservare il mondo e di narrarlo, fioriscono modalità espressive nuove e mai immaginate prima.
Compagni dei giorni di Gabriële e di Picabia sono altri artisti destinati a lasciare il segno come Marcel Duchamp, giovane favoloso e seducente con il quale Gabriele vivrà anche una vibrante storia d’amore o come il poeta Guillaume Apollinaire la cui figura trova ampio spazio tra le pagine di questo libro.
Lo sguardo va poi oltre la Francia, ho trovato particolarmente godibili le pagine dedicate al primo viaggio in America dei due protagonisti.
I due partono per una mostra d’arte che si terrà a New York, non hanno molti soldi e così sono costretti a prendere un posto in “terza classe cabina”, una via di mezzo tra la seconda classe e la terza classe dove viaggiavano gli emigranti.
E così, mentre la buona società si gode gli agi della prima classe, sul piroscafo La Lorraine i coniugi Picabia dividono la cabina con i letti a castello con altre due coppie, il malumore di Francis è palpabile, c’è anche il divieto di raggiungere le zone di pertinenza delle classi superiori.
E poi, a un certo punto, accade l’impensabile: una tempesta con onde alte fino a 20 metri sconquassa il piroscafo, a bordo si diffonde il panico ma per Picabia questa è l’occasione straordinaria per esplorare la nave, dato che il personale di bordo ha ben altro da fare che chiedere i documenti ai passeggeri.

Eccolo, dunque, il funambolo, deambulare liberamente da un ponte all’altro. Il suo sguardo si perde nei corridoi e nei saloni vuoti che sembrano riflettersi all’infinito nelle specchiere.

Ed è un’emozione, una vertigine, un’esperienza che riserverà a Picabia un incontro sorprendente.
Intenso, vivace, ricco di aneddoti e di storie sapientemente ricostruite il libro di Anne e Claire Berest è un gioiello che luccica di quella luce ammaliante di un periodo artistico innovativo e favoloso.
C’è molta Parigi tra queste pagine, poi c’è molta Francia e ci sono le dolcezze della Svizzera e le sfide artistiche dei dadaisti nella cornice di Barcellona.
E spiccano i protagonisti di un’epoca come Isadora Duncan, Tristan Tzara ed Elsa Schiapparelli.
Inesorabile aleggia poi l’ombra cupa della guerra che oscura le vite e le ghermisce, lasciando il suo segno indelebile.
Il legame profondo ed intenso tra Picabia e Gabriële sarà destinato a sfilacciarsi malgrado ad unirli non sia solo l’amore per l’arte ma anche la nascita dei figli che, invece, sembrano essere quasi marginali nell’equilibrio di queste vite.
E anche quando Francis avrà una nuova compagna Gabriële sarà ancora lì, nelle trame della vita di lui.
Ho amato questo libro per la sua cifra di eleganza, per gli incontri imprevisti, per la scrittura appassionata e per l’affetto indulgente che le autrici rivolgono a Gabriële.
Uno spirito ribelle, una creatura che resta nella memoria sia per la sua forza che per la sua umana fragilità.

Sulla nave per la Francia Gaby sarà sola. Finalmente. Giorno dopo giorno, durante la traversata, si avvicinerà un po’ di più agli alberi e alla Svizzera, sognando di ritrovare la natura, di ritrovare se stessa nelle lunghe camminate, la cui spossatezza che ne deriva è salutare sopravvivenza. Ciò di cui ha voglia è una musica che si senta soltanto nella sua testa.

A Nino Grigis, caduto eroicamente sul Piave

Questo è il ricordo di un ragazzo, un giovane che dorme il suo sonno eterno all’ombra del Porticato Inferiore a Ponente del Cimitero Monumentale di Staglieno.
Nino aveva vent’anni, Nino adesso rimane, così effigiato, per sempre ragazzo e per sempre accolto da amorevoli mani.

Il monumento funebre, opera di Gaetano Olivari che lo realizzò nel 1924, custodisce anche le spoglie del padre Silvio e della madre Maria.

Olivari, con talento mirabile e acuta sensibilità, scolpì nel marmo una sorta di rappresentazione della Pietà, Ferdinando Resasco scrive inoltre che è proprio la Madonna a tenere tra le sue braccia Nino morente.
Così si richiama il dramma della guerra e il senso di smarrimento e il dolore di una madre che ha perduto il suo amato figlio.

Nino cadde eroicamente combattendo sul Piave in quel fatale 1918, incise sulla tomba ci sono le date che comprendono il breve corso della sua vita.
Eroico Nino, come sarà mai la faccia di un eroe?
Il volto di Nino è impresso su una fotoceramica posta sul monumento, lui era davvero proprio un ragazzo con la divisa: capelli scuri, fronte alta, occhi grandi.

Nino stringe in una mano una granata.

E accanto ai suoi piedi c’è il suo fucile spezzato.

L’indicibile dolore di colei che lo amava più della sua stessa vita è espresso nelle parole che potete leggere alla base del monumento:

Colpito a morte la pia madre soltanto ne raccolse e comprese l’ultimo palpito.

E lo strazio di questa madre si manifesta in quel gesto amoroso, la mano che delicatamente pare scostare l’elmetto dal capo di Nino, l’afflato della vita che abbandona quelle giovani membra.

Così si ricorda un giovane e il suo coraggio, qui riposa Nino Grigis, caduto eroicamente sul Piave.

9 Maggio 1915: sui prati di Cesino

È un giorno di primavera di un tempo distante, non è un periodo qualsiasi.
È il 9 Maggio 1915 e sono ore cruciali per tutta la nazione, questo tempo precede di poco l’entrata in guerra dell’Italia.
Pochi giorni prima, il 5 Maggio, a Quarto si è svolta l’inaugurazione del monumento ai Mille opera dello scultore Eugenio Baroni, protagonista della cerimonia è Gabriele D’Annunzio, le sue parole infiammano gli animi, il Vate sottolinea la necessità dell’Italia di prendere parte al conflitto.
E la vita continua, malgrado tutto.
Si cerca la quiete nella frescura della campagna in fiore, sui prati di Cesino.
Ed è il 9 Maggio 1915, è una luminosa domenica.
Per mia curiosità ho cercato sui quotidiani dell’epoca quali fossero le iniziative per quel giorno di festa e ho trovato su Il Lavoro del giorno 8 Maggio il programma di una maggiolata in montagna organizzata da un’Associazione Escursionistica.
Ecco qua la tabella di marcia: ritrovo alle 5.45 a Caricamento e partenza alla volta di Pontedecimo in tram, prosecuzione quindi alla volta di Mignanego, in programma ci sono vari divertimenti come la corsa nei sacchi e i balli campestri.
Il ritorno è previsto passando per Paveto, Cesino e ancora Pontedecimo.
Queste persone ritratte nella mia fotografia avranno preso parte alla piacevole escursione?
Non so dirvelo, eppure in quella domenica tutti loro si sono ritrovati sui prati di Cesino.
Si sfoggiano sorrisi garbati, con un ombrellino ci si ripara dal sole, si indossano abiti severi chiusi con file di bottoni.

È una gita di famiglia, si direbbe.
E intanto gli steli d’erba ondeggiano al vento, di mattina la chiara rugiada imperla i prati, sbocciano le pratoline e minuti fiorellini spuntano tra i prati.
Ronzano le api e le prime farfalle passano lievi di corolla in corolla.
E la vita continua, malgrado tutto.
E mancano appena pochi giorni a quella fatidica data: il 24 Maggio 1915 l’Italia entra in guerra.
A immortalare questa storica data sarà anche un celebre canto patriottico che inizia così: il Piave mormorava calmo e placido al passaggio dei primi fanti il 24 maggio.
E la vita continua, malgrado tutto.
E il 9 Maggio 1915, sui prati di Cesino, a 15 giorni da quella storica data, si cerca la bucolica pace campestre.
Con il cappello con i fiori, la camiciola leggera e il sorriso incerto ma tuttavia speranzoso di una madre che guarda al suo futuro.
Accanto a lei il marito e il figlio, è una famiglia unita in un tempo fragile.

È così imprevedibile la vita, ti sorprende in certi istanti e mentre li stai vivendo tu non sai neanche immaginare che saranno unici e memorabili, forse a segnarli e a renderli tali saranno anche gli eventi storici e i fatti che ancora devono accadere.
La vita continua, malgrado tutto.
E tu semplicemente vivi, nella maniera migliore che puoi, aspettando il tempo della gioia e della vera tranquillità.
Sui prati di primavera, come quel 9 Maggio 1915 a Cesino.

Da un diario genovese del passato: la Grande Guerra

Ancora memorie, una nuova pagina tratta dal diario di Francesco Dufour.
E ancora si parla di una delle imprese di famiglie: i grandi velieri e le tempeste del primo conflitto mondiale.

Il periodo della Grande Guerra fu per la nostra famiglia ricco di eventi tremendi.
I rifornimenti militari facevano lavorare intensamente le concerie, il valore dell’estratto aumentava e con esso i benefici.
Noleggiammo molti velieri oltre i nostri, molti di essi furono silurati dai tedeschi.
Dopo le prime perdite i velieri furono rimorchiati sotto costa fino a Gibilterra, fra i primi ad essere silurato fu il Roberto da noi noleggiato: portava un carico che ci avrebbe dato il beneficio di un milione.
Un altro bellissimo, il Regina Pacis di 3800 tonnellate, fu silurato quasi subito.
Dopo quattro giorni il capitano ritornò da Nizza e ci raccontò piangendo che davanti alle Isole Hyères un sottomarino si era affiancato alla nave e aveva intimato all’equipaggio di imbarcarsi sulle scialuppe.

Amerigo Vespucci (9)

Amerigo Vespucci

Ricordo di aver sentito che un altro capitano era venuto in scagno a salutare i principali prima della partenza, poche ore dopo lo vedevano di ritorno: raccontò di essere stato silurato di fronte a Voltri, l’equipaggio era stato salvato dai pescatori ed il capitano aveva preso il tram nr 1 per tornare a Genova.

Voltri (2)

Voltri

Questi sono i velieri silurati in soli 3 mesi nel 1916: Saturnino, San Francesco, N. S. della Guardia.
Parecchi velieri furono requisiti dallo Stato, le assicurazioni raggiungevano un quarto del valore, finita la guerra incominciò la lotta con il Fisco.
Complessivamente perdemmo 18 navi.
Verso il principio degli anni ’20 l’Argentina proibì l’esportortazione del legno di quebracho ed impose l’estrazione nel territorio dello stato.
Si cercarono dei succedanei, altri legni esotici (tisero, campeccio da Marocco) poi ci si rivolse al legno di castagno.
L’attività dei navigli dei Dufour continuò ancora per qualche anno, navigando anche per conto terzi poi nel 1929 l’ultima nave fu venduta per la demolizione.

Finì così un’epoca, la memoria di quelle vicende è scritta sulle pagine preziose di questo diario, testimone di tempi gioiosi e di tempi difficili.

Nave Italia (12)

Genova, 1915: saluti marini

Estate, tempo di spiaggia.
Un ricordo per chi è lontano, soldato di guerra nel 1915.
Si chiamava Agostino e in una trincea ricevette questa cartolina, solo due parole l’accompagnano: saluti marini.
Tu sei distante ma i tuoi cari pensano a te e ti mandano i loro sorrisi.

Mare 1915 (1)

E tra queste persone ritratte sul bagnasciuga c’è una giovane mamma accoccolata per terra dietro al suo piccolino.

Mare 1915 (2)

Scroscia il mare di Liguria, un gozzo guadagna il largo.

Mare 1915 (3)

E in questo scorcio d’estate c’è un ragazzino che porta la mano alla faccia, forse gli è andata l’acqua nel naso mentre nuotava, succede a tutti i bambini.
Alle sue spalle una fanciulla con un fazzoletto in testa, lo mette per ripararsi dal sole.
E poi il giovanotto con il costume scuro, lui è un provetto nuotatore!

Mare 1915 (4)

E loro, i più piccini, sono sempre numerosi in queste immagini del passato e ci ricordano che la storia dell’umanità si ripete sempre allo stesso modo.
I bambini, in ogni epoca, hanno sguardi ingenui, incerti e fiduciosi.

Mare 1915 (5)

I bambini di questa epoca indossano magliettine a righe e se ne stanno seduti sui sassi abbozzando timidi sorrisi.

Mare 1915 (6)

E c’è anche lei, la ragazzina di buona famiglia, io giurerei che la signora alla sua sinistra è la nonna mentre colei che sta ritta alla sua destra potrebbe essere la governante.
E insomma, la ragazzina vorrebbe correre libera, non le piace affatto starsene sulla spiaggia così coperta, ha anche il cappellino in testa.

Mare 1915 (7)

Bambini.
Pensano, sognano, immaginano.
Imbronciati, quasi seri, uno strizza un po’ gli occhi a causa del sole.

Mare 1915 (8)

Bambini.
Sei sei il più timido anche se resti quasi nell’ombra ti va bene così, poi come sempre ti metti vicino al tuo amico, quello più sfrontato.

Mare 1915 (9)

Quattro generazioni di donne.
Una matriarca dall’aspetto fiero, parrebbe indossare un abito di pizzo, tiene le mani sulle spalle di una bimbetta in un gesto protettivo.
Al centro dell’immagine c’è un’acerba adolescente: è una che parla poco lei, abbassa lo sguardo ritrosa.
Accanto a lei un fiore di bellezza, una giovane dai tratti dolci, a mio parere è molto sicura del suo fascino: ha scelto l’abito con la cintura e il colletto a pois e il cappellino di paglia con i fiorellini, è perfetta!

Mare 1915 (10)

E d’altra parte, chi ha detto che la vanità è donna? Non è affatto vero!
Il provetto nuotatore è molto fiero di se stesso, ho l’impressione chi si piaccia molto, mentre la giovane mamma che gli è accanto è una creatura semplice e diretta, il suo sorriso racconta di lei e della sua maniera di stare nel mondo.

Mare 1915 (11)

Sulla spiaggia, tutti insieme, con lo sguardo rivolto verso il futuro, in tempo di guerra.

Mare 1915 (12)

In questi volti di un tempo distante c’è qualcosa di noi.
Siamo stati anche questi, su una spiaggia, sui sassi.
Con i bambini in braccio, tutti insieme, una grande famiglia in un giorno d’estate.

Mare 1915 (13)

Era il 1915: saluti marini dalla spiaggia di Genova.

Mare 1915 (14)