Camminando nel passato di Via Giovanni Tomaso Invrea

Ritorniamo a camminare nel passato, oggi la mia speciale macchina del tempo vi condurrà in Via Giovanni Tomaso Invrea, vibrante e ampia arteria cittadina che tutti noi abbiamo attraversato e che si estende dalla zona di Brignole fino a Piazza Alimonda, laggiù sullo sfondo si nota la bella Chiesa del Rimedio.
Via Giovanni Tomaso Invrea è una strada larga, con un bel marciapiede e una fila di lampioni della pubblica illuminazione per gran comodo e sicurezza degli abitanti.

E il cielo è blu su Via Giovanni Tomaso Invrea, camminando nel passato tutto poi si ammanta di una luce nuova.

Si esce e certo non si scordano a casa l’ombrello da passeggio e un cappello fastoso, certe dame si distinguono sempre per stile.
E quanti negozi ci sono in Via Giovanni Tomaso Invrea, li ho scoperti consultando come sempre la mia Guida Pagano del 1926.

Sarebbe complicato nominare tutte le botteghe ma sappiate che all’epoca c’erano ben nove commestibili, due latterie, macellerie e pollerie, diversi fruttivendoli, un pizzicagnolo, una sartoria, un parrucchiere e due calzolerie.
E non mancavano una bella e fornita merceria, un negozio di pellami, due rivendite di sali e tabacchi, nelle osterie si brindava alla bellezza della vita e le diverse vinerie tenevano i vini migliori.
Era un piccolo mondo con le sue botteghe e con le sue buone consuetudini.
Là dietro, sull’angolo di un palazzo, si nota una panciuta insegna e parrebbe riferirsi ad una bottiglieria e drogheria che certo sarà stata molto frequentata.


Ho naturalmente cercato tra le pagine della mia Guida e ho così scoperto che, nel 1926, lì si trovava la rivendita di vini del Signor Marradi, da un lato c’era poi la signora Adele con la sua stiratoria e dall’altro lato il sellaio Binelli.
E approfitto dell’occasione per mandare un caro saluto a tutti questi signori e dir loro che, se potessi, verrei a sbirciare nei loro negozi e sarebbe una bella emozione, scorgo da qui la Signora Adele che mi sorride annuendo comprensiva.

Ah, chissà se la dama con l’abito a balze era un’affezionata cliente della Signora Adele e affidava alle sue abili mani i suoi capi esclusivi ed eleganti.

I giorni di un altro secolo, a volte, appaiono un po’ appannati e inevitabilmente distanti: per fortuna ci sono i pali della pubblica illuminazione a rischiarare la via e anche il nostro viaggio nel tempo.

E il passato e il presente, in qualche maniera, si sovrappongono e ti ritrovi proprio davanti al palazzo dove un tempo c’era l’insegna della bottiglieria e drogheria.

E si cammina, in Via Giovanni Tommaso Invrea.
Con la paglietta calcata sul capo, con le gonne lunghe fino ai piedi oppure con le braghette al ginocchio e tutta la vita davanti.

Così, a volte, ci sembra quasi che tutti coloro che sappiamo immaginare in questo scorcio di Genova, in qualche maniera, siano ancora là, in Via Giovanni Tomaso Invrea, in un frammento di passato che un invisibile filo sottile unisce al nostro presente.

Una cartolina per Miss Muriel

La cartolina per Miss Muriel venne spedita nell’inverno del 1926: era proprio il giorno di Santo Stefano e colui che la scrisse la inviò con lo scopo di porgere anche i suoi auguri per il nuovo anno.
Il mittente si chiamava George e si era ben sistemato qui nella Superba, dimorava infatti in una bella casa nella nostra Via Assarotti, naturalmente la sua cartolina è scritta in inglese.
Mr George, dunque, fu preso da una sorta di inevitabile nostalgia per Miss Muriel e così, per l’appunto, pensò bene di contattarla.
Ah George, a dire il vero non era poi così certo di essere rimasto impresso nella mente di Muriel e infatti glielo dice: non so se vi ricordiate di me, ma io penso spesso a quel periodo meraviglioso a Penzance.
E così, con poche parole cariche di rimpianto per il bel tempo andato, George ha suscitato la mia curiosità, figuratevi invece cosa avrà risvegliato nella mente di Miss Muriel!
La nostra eroina all’epoca si trovava a Londra, naturalmente sono subito andata a cercare le immagini dell’indirizzo riportato sulla busta e ho così trovato un’ampia strada pianeggiante, con un’infilata di edifici di mattoni rossi in stile vittoriano con le finestrelle bianche.
E naturalmente ho veduto lei: pallida, con la pelle chiara, Miss Muriel ha gli occhi di ghiaccio e i capelli molto sottili tendenti al rosso che porta raccolti sulla nuca, per leggere indossa certi piccoli occhialini.
Miss Muriel tiene saldamente tra le dita la cartolina di George e con lo sguardo segue quelle righe fitte scritte da lui.
Lui le racconta di aver trovato un buon lavoro in questo sunny south (il sud soleggiato) e tuttavia, non senza rammarico, aggiunge che molto spesso sente nostalgia per la sua cara Inghilterra.
Non so se poi Mr George e Miss Muriel si siano ritrovati, a me piace pensare che un giorno lui abbia attraversato la Manica e sia ritornato nella sua amata terra natale e insieme a Miss Muriel si sia goduto un soggiorno in Cornovaglia, nella loro cara Penzance.
Miss Muriel certo avrà avuto un bel cappello a tesa larga per ripararsi dal sole e sarà stata molto curiosa di sentire i racconti di George su quel sunny south che lui ben conosceva.
E forse, stringendo tra le dita quella cartolina di Genova, gli avrà domandato di mostrarle i dettagli di quella città a lei sconosciuta: la basilica di Carignano sullo sfondo, il porto, le colline della Superba.
Una suggestione in bianco e nero in una cartolina per Miss Muriel.

Un giorno in Piazza De Ferrari

Ritorniamo a camminare nel passato, con l’aiuto della mia macchina del tempo si può arrivare in una diversa stagione della nostra cara Piazza De Ferrari e la troveremo così perfettamente riconoscibile.
E ci sono delle vetture parcheggiate lì davanti, c’è chi chiacchiera amabilmente, un signore invece pare rallentare il passo per osservare incuriosito: che straordinaria novità l’automobile, uno se ne può andare in giro senza nemmeno bisogno di un cavallo!

E a tutti noi piacerebbe attraversare Genova su questi mezzi del tempo che fu, con mirabile lentezza e guardando il panorama.

In questo scorcio del nostro passato la vita ferve e ciascuno rimane intento nelle proprie faccende.
Un tale è chino sulla strada, completa certi lavori per il bene di tutta la comunità e ad osservarlo è un ragazzo con il grembiule bianco che incede lì accanto recando sulle spalle un pesante carico, più indietro si nota un frate devoto.
Ecco poi arrivare sprintoso il 271 e a me piacerebbe molto salire a bordo per un diverso viaggio nel tempo!

In questi frammenti di quotidiano catturati nella cornice di una cartolina ci sono sempre dettagli che ci lasciano con i nostri interrogativi ai quali non sappiamo dare risposte.
Ad esempio, chi è l’uomo che attraversa Piazza De Ferrari con una capiente cesta?
Che mestiere fa?
E dove si dirige con quel passo deciso?
Eccolo mentre passa davanti alle macchine, vorrei tanto sapere cosa porta con sé.

A volte tutto è chiaro e facilmente intuibile, a volte invece gesti e particolarità restano ammantati da un magnifico mistero che rende ogni cosa ancor più affascinante.
Era un giorno qualunque e fu così immortalato dal talento del fotografo Neer, era un giorno del nostro passato in Piazza De Ferrari.

Antica Farmacia Sant’Anna: una cartolina dal passato

Vi porto ancora in un luogo a me molto caro e sovente citato su queste mie pagine: l’Antica Farmacia Sant’Anna dei Frati Carmelitani Scalzi sita nella piazza omonima, nella nostra Circonvallazione a Monte, è un luogo dalle molte bellezze e come è noto vi si trovano speciali rimedi erboristici preparati in un moderno laboratorio avvalendosi di antiche ricette.

L’Antica Farmacia è inclusa tra le Botteghe Storiche della città ed è la più antica bottega di Genova che non ha mai cambiato proprietario: correva l’anno 1650 e i Frati Carmelitani già allora preparavano i loro medicinali.
E oggi vi si trovano anche ottime marmellate, cosmetici, liquori e molto altro ancora.

Per un felice caso fortunato sono riuscita ad acquistare un’antica cartolina della farmacia e questo luogo tanto amato è davvero sempre riconoscibile e fedele a se stesso, con i suoi antichi arredi e le sue belle sedie.

E dentro le vetrinette saranno stati riposti i libri, le bilance da farmacia e le preziose pozioni.

Un saggezza antica è custodita tra queste mura e ancora ai nostri giorni possiamo beneficiarne.

All’Antica Farmacia Sant’Anna, in quel tempo distante, c’era già la bella statua della Madonna a sovrastare il bancone.

E alzando lo sguardo, se vi recherete là, potrete così vederla.

In quei giorni di un secolo diverso altri frati vissero in questo convento e certo ci sarà stato un frate esperto di tutti i segreti della farmacia e dell’erboristeria simpatico come il mio caro amico Frate Ezio.

Così era in un tempo distante, in un frammento del passato dell’Antica Farmacia Sant’Anna.

Il delizioso pane dei Kunkl: una storia di Genova

Questa è una storia che inizia in un giorno lontano e in un luogo distante: è una storia di successo, intuito e intraprendenza che si dipana per le vie della vecchia Genova.
E per raccontare da capo questa vicenda bisogna andare in Tirolo, a Neumarkt, in italiano nota come Egna.
Lassù, tra quelle maestose montagne, nasce il giorno 11 novembre 1813 Giovanni Martino Kunkl, in quel periodo il territorio di Egna è incluso nel Regno di Baviera ma, dopo breve, sarà unito all’Austria.
E proprio con il suo passaporto austriaco Giovanni Martino intraprende l’avventura della sua vita: siamo nel 1847 e Kunkl parte alla volta di Genova che diverrà la sua città di adozione.
Certo non sarà stato facile per un austriaco inserirsi in una città come la Superba che con gli austriaci, come ben sappiamo, aveva avuto un passato di contrasti politici.
Giovanni Martino però è un giovane di belle speranze, ha 34 anni e porta con sé la saggezza di una professione nella quale eccelle: Giovanni Martino è panificatore e porterà la sua sapienza nei caruggi di Genova, in particolare in quella Via Lomellini a me tanto cara.

Giovanni Martino non è solo, con lui ci sono la moglie Giuseppina e le prime tre figlie nate in Austria: Maria, Vittoria ed Enrichetta, a Genova vedranno poi la luce Anna e Stefano.
Restiamo in questi caruggi, qui dove Giovanni Martino inizia la sua fiorente attività, la prima traccia della sua presenza, naturalmente con riferimento alle Guide e ai Lunari di mia proprietà, è sul magnifico libro di Edoardo Michele Chiozza dal titolo Guida Commerciale descrittiva di Genova del 1874-75.
Qui il nostro Giovanni Martino viene annoverato come fabbricante di pane di lusso ad uso di Vienna e la sua attività si trova Via Lomellini 3.

Il tempo, poi fugge via veloce e, in un giorno fatale del 1877, Giovanni Martino Kunkl lascia le cose del mondo.
Naturalmente io sono andata a cercare traccia di lui nel nostro Cimitero Monumentale di Staglieno e così ho trovato il suo nome inciso nel marmo nella Galleria Inferiore a Ponente.
È una tomba semplice la sua, simile a quella di tanti genovesi del suo tempo che qui riposano.

A succedere a Giovanni Martino nella conduzione dell’impresa di famiglia sarà Stefano, il suo ultimo figlio.
Quando il padre muore, in quel 1877, Stefano è un giovane di 26 anni: dal padre ha appreso tutti i segreti del mestiere, custodendoli e mettendoli a frutto per il bene suo e della sua famiglia.
Ed è il nome di Stefano a comparire così tra le pagine dei libri e a rifulgere nel commercio della città.
Stefano ha talento, intuito e capacità imprenditoriale, espande l’attività con successo e lo troviamo citato sui lunari del Signor Regina del 1881 e del 1887 tra i fabbricanti di paste e galette e come proprietario di due negozi, il primo si trovava in Via Lomellini 61, nella parte alta della strada.

L’altro negozio era invece in Via Roma.

Il segreto del pane delizoso e rinomato in tutta Genova risiedeva nella scelta accurata di ingredienti di prma qualità.
Stefano Kunkl, infatti, ogni estate si recava in Austria o in Ungheria per acquistare la farina da usare per il suo pane: la sua farina aveva un alto potere lievitante senza agenti aggiunti, in pratica era l’equivalente della manitoba.
Fu così che il segreto dei Kunkl portò loro il meritato succcesso, nel 1899 si aggiunse un ulteriore punto vendita, citato ovviamente nel Lunario del Signor Regina, in Via ai Quattro Canti di San Francesco.

Stefano, con il suo innato fiuto per gli affari, fu poi talmente abile da divenire, insieme al figlio Silvio, stimato fornitore della Real Casa: l’attività di famiglia sarà infatti denominata Panificio Reale Stefano Kunkl.
E in punta di piedi entriamo nell’ufficio di Stefano Kunkl: qui lo vediamo insieme al figlio Silvio.

Fotografia di proprietà delle eredi di Silvio Kunkl

Come specificato, la fotografia è di proprietà delle eredi di Silvio Kunkl e mi è stata inviata dall’Architetto Chiara Kunkl che un giorno è capitata casualmente su queste pagine e ha così generosamente condiviso con me questa magnifica storia di famiglia che vi racconto, la ringrazio anche da qui per questo, le molte informazioni da lei fornite e le immagini di famiglia, unite alle mie ricerche a Staglieno e tra le pagine delle guide, mi permettono di narrarvi questa vicenda.
Ecco ancora Stefano Kunkl: lui è al centro della foto vicino alla moglie Angela e tiene in braccio una nipotina.
Accanto a Stefano siede Silvia, la moglie di Silvio che è in piedi alle spalle di lei, insieme ad altri parenti.

Fotografia di proprietà delle eredi di Silvio Kunkl

E riporto qui una frase tratta dal documento trasmessomi da Chiara Kunkl, queste parole riassumono interamente lo spirito dei Kunkl e il senso del loro operare: si tramanda che Stefano Kunkl raccomandasse ai suoi figli di dividere l’utile di ogni anno in due metà uguali fra loro di cui la prima doveva essere accantonata e reinvestita nell’attività mentre la seconda doveva obbligatoriamente e interamente essere spesa al fine di ricordare a se stessi quali benefici potessero portare un anno di duro lavoro.

Fotografia di proprietà delle eredi di Silvio Kunkl

Tra le notizie inviatemi da Chiara Kunkl c’è anche un articolo di Edilio Pesce dedicato allo storico panificio con l’elogio delle michette e delle rosette deliziose, con il rimpianto per gli sfilatini che si acquistavano uscendo dalla messa in San Filippo Neri.
E certamente da Kunkl avranno fatto anche la focaccia!
Va inoltre anche ricordato che furono i Kunkl a introdurre a Genova i libretti, un tipo di pane molto apprezzato dalle nostre parti.
E continuiamo il nostro giro per Genova, in cerca dei luoghi di Stefano e Silvio Kunkl.
Già nel 1913 avevano un negozio al 110 rosso di Piazza Soziglia, all’epoca i mei antenati avevano un negozio in Campetto, chissà quante volte avranno comprato il pane dai Kunkl!

Il negozio in Via Lomellini fu spostato poi al numero 48 rosso.

Il Panificio era in Via della Maddalena 29, ecco qui l’edificio.

Un altro panificio era in Vico del Fornaro, il caruggio dal toponimo perfetto!

Tutte queste notizie sono presenti sui lunari del tempo, nel 1926 c’era un Panificio Kunkl anche in Via Frugoni, traversa di Via XX Settembre.
E sul Lunario del 1902 si trovano pure i numeri di telefono.
Per dire, il negozio di Via Lomellini aveva il numero 341 e a leggerlo ho pensato: ora chiamo e ordino un chilo di libretti!

La vita non era facile per nessuno, in quel tempo, come in tutte le famiglie anche i Kunkl ebbero i loro tragici lutti.
Come vi dissi da principio, Giovanni Martino Kunkl aveva avuto 5 figli.
La seconda figlia Vittoria morì a soli quattro anni e la terza, Anna, spirò appena ventunenne.
La primogenita Maria si sposò e lasciò questo mondo ad appena 24 anni, io ho trovato la sua tomba nella Galleria Inferiore a Ponente del Cimitero Monumentale di Staglieno.
È collocata in alto, questo rende difficile la lettura della lapide e allora, in memoria di lei, la riporto per intero.

A Maria Lanfranchi nata Kunkl
figlia e sposa affettuosa ed esemplare
che immatura morte rapiva
il 6 Aprile 1867
lo sposo e i suoi desolatissimi
quale attestato di affetto questa lapide consacrano

Stefano Kunkl morì nel 1913 e in seguito alla sua dipartita il figlio Silvio prese in mano le redini dell’Azienda e divenne presidente dell’Associazione Panificatori ed insegnante, tramandando così alle nuove generazioni i segreti per fare il pane.
A Staglieno ho trovato anche la tomba di Stefano Kunkl, egli riposa nella Galleria Frontale, accanto alla moglie Angiolina.
La loro tomba è opera dello scultore Luigi Orengo.

I viaggi nel passato rappresentano l’emozione di ritrovare i luoghi che non abbiamo veduto e di osservare i volti di coloro che non abbiamo conosciuto: eppure in qualche modo ci sembrano vivi e presenti, ci osservano da un’immagine in bianco e nero e si raccontano, con sincerità e verità.
Ringrazio ancora di cuore Chiara Kunkl per aver permesso a me e a voi questo percorso a ritroso sulle tracce di Giovanni Martino e della sua numerosa famiglia.
C’è ancora un piccolo tratto di strada da fare insieme, proprio là, in cima a Via Roma.
In quello slargo oggi denominato Largo Eros Lanfranco e un tempo noto come Largo di Via Roma.
È un giorno qualunque di un tempo distante: due eleganti genovesi passeggiano vicine, chiacchierano tra loro amabilmente.
Osservate con attenzione alle loro spalle e dietro al signore con la bombetta: si vede un negozio, non è del tutto visibile l’insegna ma se ne legge chiaramente una parte, S. Kunkl, spiccano in particolare i caratteri gotici.
Ecco qui il favoloso negozio di Via Roma più volte citato e ritrovato nelle guide, l’immagine è un dettaglio di una cartolina che di seguito trovate pubblicata interamente e appartiene all’amico Stefano Finauri che qui ringrazio.

La memoria e il ricordo sono ricchezze da custodire, raccontare certe storie significa far tornare tra noi sorrisi, sguardi e vite di un altro tempo.
E quando passate in Via Roma rammentatevi che là, accanto all’imbocco di Galleria Mazzini, un tempo si sentiva il profumo del pane fragrante dei Kunkl, memoria preziosa del passato della nostra Genova.

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Una romantica cartolina per Pasqua

È una cartolina francese dai toni confetto.
Rosa tenue, con quel bordo frastagliato e color oro, racchiude il dolce romanticismo di due innamorati.
Occhi negli occhi, vicini e sorridenti.
Sbocciano i fiori di pesco e si schiudono le uova, i piccoli pulcini fanno così il loro timido ingresso nel mondo.
È una romantica cartolina per questo giorno e così auguro Buona Pasqua a tutti voi!

 

Carignano: a casa di Giuseppe Verdi

Giuseppe Verdi visse a Genova, in certi anni della sua vita, diversi sono i luoghi che ancora rammentano la sua presenza.
Così vi porterò in uno di questi posti, davanti ad una dimora che lo ospitò e dove il già celebre e stimato compositore giunse grazie ad un suo caro amico: l’ingegnere Giuseppe De Amicis, cugino del più famoso scrittore Edmondo e flautista dilettante.
Della loro profonda amicizia si legge ampiamente nel volume “Giuseppe Verdi – Le lettere genovesi” a cura di Roberto Iovine e Raffaella Ponte edito dall’Istituto Nazionale di Studi Verdiani di Parma nel 2013, da questo interessante libro sono tratte le notizie che trovate in questo articolo.
De Amicis era sempre disponibile per il Maestro, lo aiutava nelle piccole incombenze, si occupava per lui di certe commissioni ed era sempre pronto a risolvergli i problemi.
Verdi d’altra parte si rivolgeva a lui per sbrigare le più svariate faccende, ad esempio in una lettera del 1 Novembre 1881 il compositore riferisce che ci si sarebbe una questione da risolvere per Lorito, il pappagallo di famiglia:

“Mia moglie desidererebbe che la gabbia di sua eccellenza Lorito venisse ridipinta. … Dunque quando andate all’omnibus allungate un po’ la strada e dite allo spegazin della casa di colorire questa gabbia.”

E De Amicis, solerte, premuroso e affidabile, si assunse il compito richiesto.
Fu sempre l’attento amico a procurare a Verdi una lussuosa dimora: trovò per lui un appartamento a Palazzo Sauli, magnifica costruzione di proprietà della marchesa Pallavicino e sita in Via San Giacomo sul colle di Carignano, una zona elegante, verde e salubre.
Ed eccone uno scorcio in una cartolina della mia collezione dove si vede un tratto di Via Corsica.

Verdi si dimostrò entusiasta di questa sistemazione, quella zona all’epoca era chiaramente meno fitta di edifici e costruzioni e il nostro, sempre in una sua missiva, disse che si trovava d’incanto in quel palazzo: gli piacevano l’appartamento e la vista, aggiunse che contava di viverci per 50 inverni.
Era la primavera del 1867, poco dopo il Consiglio Comunale di Genova concesse a Verdi la cittadinanza onoraria della città.
Inoltre, in quella dimora in Carignano, Verdi aveva il vantaggio di avere come vicino di casa un caro amico: il direttore d’orchestra Angelo Mariani che abitava nella zona delle mezzerie mentre Verdi aveva affittato il piano nobile.

Immagine tratta dalla rivista L’Illustrazione Popolare del 13 Gennaio 1884
(copia di mia proprietà)

Il passato, a volte si sovrappone al presente.
O forse resta, a tratti offuscato e a tratti più chiaro, forse ci sembra di poterlo ancora intuire nell’eleganza di un’antica costruzione, nella bellezza di uno stile che ancora incontra il nostro gusto.

E così accade, camminando in questo bel quartiere genovese.
Prima di giungere in Carignano Verdi era solito soggiornare al celebre Hotel Croce di Malta, a Palazzo Sauli rimase fino al 1874, in seguito si trasferì nel fastoso Palazzo del Principe Doria.

La scelta di vivere a Genova pare fosse legata al genuino desiderio di sfuggire alla mondanità milanese e tuttavia, come si legge nel già citato volume, sembra che Verdi non amasse troppo il vento che sferza il colle di Carignano e che questo sia stato uno dei motivi del suo successivo trasloco.

Camminando nel presente restano, a volte, le tracce di un magnifico passato.
E là, nella nostra Via Corsica, si incede quasi a ritmo di musica, sulle note composte da un celebre italiano che certo merita di essere ricordato: in un tempo lontano qui visse Giuseppe Verdi.

Buon 1° Aprile!

Buon 1° Aprile, cari amiche e cari amici!
Vi porto questo augurio con una curiosa cartolina francese del passato che fu inviata, molti anni fa, ad una certa dama di Avignone.
E guardando la cartolina mi è venuto naturale immaginare Madame nel suo grazioso salotto con il prezioso cartoncino tra le mani dove si legge un gentile augurio e cioè queste parole: che il dolce aprile che fa nascere i fiori porti la felicità nella tua casa.
Inoltre chi inviò questa corrispondenza aggiunse di suo pugno un suo scherzoso pensiero che recita all’incirca così: il pesce arriva un po’ prima del 1° aprile, ma puoi conservarlo per quella data.
Eh sì, cari lettori, questa romantica e leziosa cartolina rimanda a primaverili atmosfere settecentesche ma, se osservate con attenzione, nel cestino colmo di fiori e vezzosamente bordato da un lucido nastro trova posto un bel pesce d’Aprile perfetto per questa data.
E così, come di certo fece Madame quel giorno ad Avignone, sorrido divertita anch’io.
Buon 1° Aprile a tutti voi!

Una cartolina da Rondanina

I monti accolgono Rondanina, nell’abbraccio caloroso della valle che protegge le sue case, i suoi abitanti, il loro sonno, il loro lavoro.
Le cime degli alberi ondeggiano, a volte sconquassate dal vento e da un temporale improvviso che poi rapido svanisce lasciando il posto al sereno e ad un chiaro arcobaleno che attraversa il cielo.
Il verde è acceso nel tempo d’estate, le galline scorrazzano nei cortili e gli animali sono al pascolo, si taglia la legna per l’inverno, la si mette da parte per le notti gelide e le giornate brevi.
Le stagioni in questi luoghi hanno ancora tutti i loro colori naturali e se vivi in una città, invece, accade che tu non ti accorga del loro variare.
L’autunno ha i toni caldi della terra e degli alberi che arrossiscono, l’inverno bianco ha il cielo di ghiaccio, la primavera ha le note tenui dei primi fiori, l’estate sboccia in un trionfo di tinte.
Così è anche a Rondanina.

In un tempo diverso, più distante, lento e laborioso, anche allora, i monti racchiudevano il piccolo paese dell’alta Val Trebbia e i suoi cuori palpitanti.
Si lavorava negli orti, con fatica e sudore.
Si faceva il fieno, su certi sentieri sassosi passavano certe minuscole anziane signore con monumentali balle di fieno caricate sulla schiena, da bambina rammento di averne vedute anche io, a Fontanigorda.
Si saliva lassù, lungo quei vertiginosi tornanti, magari a dorso di mulo.
C’erano certi attrezzi ingombranti, nelle cucine.
Si raccoglievano le erbe profumate, si sfornava il pane fragrante, si preparavano ottimi ravioli, magari in certe particolari circostanze.
Ogni gesto, ogni istante della giornata era regolato sui ritmi della natura e delle stagioni.
Era una vita più semplice, più difficile, più lenta e complicata, più laboriosa, era la storia di uomini e donne con profondi legami con la loro terra.
E c’erano poche case, a Rondanina.
Tendine bianche alle finestre, tovaglie a quadretti e mele selvatiche per fare la marmellata.
Lungo i sentieri, ai margini del bosco in questa stagione spuntavano i crochi e le prime primule, come ancora adesso accade in quei luoghi.
I tetti rossi del paese brillavano al sole, il campanile segnava le ore, i galli cantavano al levar del sole.
E tutto seguiva il ritmo naturale dell’universo.
Era un tempo che ho immaginato così, impigliato nel bianco e nero di un’antica cartolina della nostra Rondanina.

Il linguaggio dei francobolli

L’amore romantico e tormentato, l’amore felice e corrisposto: l’amore, in qualunque modo, trova sempre parole emozionanti per esprimersi.
E in quell’altro tempo distante e più lento del nostro le parole d’amore venivano affidate alle lettere e a talune cartoline a volte sdolcinate.
L’amore, poi, cerca a volte un modo per raccontarsi solo alla persona che si ama, l’amore vuole rimanere segreto e nascosto e certe parole sono destinate soltanto a chi fa battere forte il cuore.
E così ecco l’intrigante linguaggio dei francobolli: ogni francobollo assumeva un diverso significato a seconda di come veniva applicato.
E allora, ad esempio, il francobollo rovesciato significava ti aspetto, posizionato in un diverso modo voleva dire ti penso.
E poi pensami.
E mille baci.
E poi speranza.
E ancora.
L’amore, semplicemente l’amore, al tempo delle cartoline e dei francobolli.