Una luce di speranza

Una luce di speranza filtra e si posa gentile sul volto assorto in mistica preghiera, sulle palpebre frementi, sulla mano posata sul petto che segue i battiti del cuore.

La figura femminile così ritratta è parte del monumento funebre della famiglia Viale posto nella quiete del Cimitero Monumentale di Staglieno, nella seconda galleria frontale a levante.
La scultura è opera di Samuele Pasquali che la ultimò nel 1934 ed è composta da tre figure femminili che a mio parere potrebbero rappresentare le tre Marie al Sepolcro di Gesù.

Il velo sul capo, l’ombra.

Quella luce di speranza invece illumina colei che si avvicina all’uscio, così l’ho veduta in una mattina di maggio.
E piano, con grazia, pare bussare su quella porta chiusa sull’ignoto.

Così restano, a guardia del sepolcro, le tre mistiche figure: colei che si trova a sinistra stringe al petto una croce, la figura a destra invece tiene in grembo un cestino colmo di pane e con la mano pare porgere uno di quei pani.

Il sole disegna i drappeggi di quel mantello, rischiara i tratti del volto in un gioco di luci e ombre.

Fidente attesa, preghiera, con il cuore e la mente rivolti a Dio.

E luce sul sorriso, sulle dita sottili e sulle ciglia leggere: la luce della speranza.

A Nino Grigis, caduto eroicamente sul Piave

Questo è il ricordo di un ragazzo, un giovane che dorme il suo sonno eterno all’ombra del Porticato Inferiore a Ponente del Cimitero Monumentale di Staglieno.
Nino aveva vent’anni, Nino adesso rimane, così effigiato, per sempre ragazzo e per sempre accolto da amorevoli mani.

Il monumento funebre, opera di Gaetano Olivari che lo realizzò nel 1924, custodisce anche le spoglie del padre Silvio e della madre Maria.

Olivari, con talento mirabile e acuta sensibilità, scolpì nel marmo una sorta di rappresentazione della Pietà, Ferdinando Resasco scrive inoltre che è proprio la Madonna a tenere tra le sue braccia Nino morente.
Così si richiama il dramma della guerra e il senso di smarrimento e il dolore di una madre che ha perduto il suo amato figlio.

Nino cadde eroicamente combattendo sul Piave in quel fatale 1918, incise sulla tomba ci sono le date che comprendono il breve corso della sua vita.
Eroico Nino, come sarà mai la faccia di un eroe?
Il volto di Nino è impresso su una fotoceramica posta sul monumento, lui era davvero proprio un ragazzo con la divisa: capelli scuri, fronte alta, occhi grandi.

Nino stringe in una mano una granata.

E accanto ai suoi piedi c’è il suo fucile spezzato.

L’indicibile dolore di colei che lo amava più della sua stessa vita è espresso nelle parole che potete leggere alla base del monumento:

Colpito a morte la pia madre soltanto ne raccolse e comprese l’ultimo palpito.

E lo strazio di questa madre si manifesta in quel gesto amoroso, la mano che delicatamente pare scostare l’elmetto dal capo di Nino, l’afflato della vita che abbandona quelle giovani membra.

Così si ricorda un giovane e il suo coraggio, qui riposa Nino Grigis, caduto eroicamente sul Piave.

I talenti di Fortunata Bottaro

Questa è la storia di una donna dai molti talenti e per narrarla bisogna partire da Savona, luogo dove nel 1833 nasce la nostra Fortunata Bottaro.
Fortunata ha appena 10 anni quando, con la famiglia, si trasferisce a Genova, la bambina cresce in un ambiente agiato e non le mancano certo gli stimoli culturali: Fortunata ama appassionatamente gli studi nei quali si applica con fervore ed eccelle in maniera particolare.
Ha un fratello maggiore di nome Luigi, lui è sacerdote e cultore di studi umanistici, Luigi diventerà socio dell’Accademia di Filosofia Italica fondata nel 1850 da Terenzio Mamiani, insegnante di filosofia, cattedratico di logica e antropologia nell’ateneo di Genova e, a partire dall’anno 1859, anche giornalista.
Fortunata è una giovane donna con il talento per la scrittura, diverrà lei stessa affermata giornalista e scrittrice e nel 1862, all’età di 29 anni, insieme al fratello e al pubblicista Domenico Caprile, fonderà il mensile “La donna e la famiglia”.
La rivista ha un programma di “istruzione, educazione e ricreazione” e si avvale di firme di successo: tra i collaboratori ci sono Raffaello Lambruschini e Niccolò Tommaseo, amico caro di Fortunata.
La rivista riscuote molto successo tra il pubblico femminile genovese, su quelle pagine si trattano in maniera approfondita le diverse tematiche della questione femminile.
E così rifulge l’astro del talento di Fortunata Bottaro.

Con la rivista uscirà, a partire dal 1863, la strenna annuale “Letture femminili”.
E Fortunata volge lo sguardo verso nuovi orizzonti: nel 1868 infatti si trasferisce con il fratello a Parigi e nella Ville Lumière porta il suo talento e la sua cultura.
A Parigi fonderà “La femme et la famille”, edizione francese della sua apprezzata rivista.
L’opera principale scaturita dalla penna di questa donna così speciale è “La famiglia e la felicità”, testo nel quale la Bottaro illustra le sue teorie nel campo della pedagogia.
Un giorno, per caso, il destino mi ha fatto incrociare lo sguardo di Fortunata.
Mi trovavo ad uno dei soliti mercatini e stavo guardando delle fotografie francesi quando, ad un tratto, ho veduto lei.
A tergo della Carte de Visite una mano provvidenziale aveva scritto il suo nome, io allora non conoscevo la storia di Fortunata ma, con inspiegabile ottimismo, acquistai la fotografia con la speranza di trovare tracce di lei e della sua vicenda.
E così ho fatto la gradita conoscenza di Fortunata Bottaro e ho trovato diverse notizie su di lei in alcune pubblicazioni d’epoca.

Le vicende che avete letto sono tratte dal “Dizionario biografico dei Liguri dalle origini al 1990” di William Piastra e scritte dalla Professoressa Marina Milan e anche dal volume “La stampa periodica a Genova dal 1871 al 1900” della medesima Professoressa Marina Milan che a lungo è stata Docente di Storia del Giornalismo alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Genova ed è una profonda conoscitrice della straordinaria storia di Fortunata Bottaro.
E così qui ringrazio di cuore la Professoressa Milan per l’aiuto che mi ha dato fornendomi i materiali da me consultati per raccontarvi questa bella vicenda, alla Professoressa Milan dedico questo mio piccolo omaggio a Fortunata Bottaro.
Fortunata Bottaro lasciò questo mondo il 13 Luglio 1893, la sua rivista invece venne pubblicata fino all’anno 1917.
Per una di quelle casualità che non saprei davvero spiegarvi, pochi giorni fa il destino ha nuovamente messo davanti ai miei occhi il nome di Fortunata.
Stavo percorrendo la Galleria Semicircolare del Cimitero Monumentale di Staglieno quando, scolpito nel marmo, ho veduto il nome di lei.
Sulla semplice lapide che protegge il suo sonno eterno si decantano le virtù dell’intelletto di questa scrittrice e giornalista, si elogiano la sua operosità, la sua sempre saggia e costante ricerca della verità.
E così io voglio ricordarla: qui riposa Fortunata Bottaro, educatrice sapiente.

Giuseppe Costa: uno dei Mille di Garibaldi

Per ammirare questo splendido monumento bisogna salire in alto, lassù nel Boschetto Irregolare del Cimitero Monumentale di Staglieno dove riposano i patrioti, dove dorme il suo sonno eterno Francesco Bartolomeo Savi e dove si trovano le tombe dei genitori di Goffredo Mameli.
Salendo la scalinata, ad un tratto, ecco due creature così colme di grazia.

Scolpite nel bronzo da Antonio Besesti nel 1907, queste due figure si svelano nella beltà del gusto liberty di quell’epoca.

E così svettano, lungo il viale, davvero a pochi passi dalla tomba del nostro Giuseppe Mazzini, non certo per una scelta casuale.

La perfezione dei tratti, la dolcezza dei profili, il magnifico drappeggio dei manti, ogni dettaglio accresce il senso di armonia.

In questo luogo riposa un patriota con la sua consorte, qui si volle mantenere la memoria di un uomo che orgogliosamente faceva parte della schiera dei Mille e certo conobbe molti degli ardimentosi che come lui seguirono Garibaldi nella sua impresa.
E di lui si rammentano anche altre doti umane: Giuseppe Costa fu commerciante integerrimo, marito e padre affettuoso e nel suo cammino terreno lo accompagnò la moglie che si distinse per i nobili sensi e le virtù domestiche.
E così furono effigiati i due coniugi, di lui si legge proprio così: Giuseppe Costa dei Mille.

L’opera di Besesti è formidabile per grazia e bellezza: i visi accostati, i capelli raccolti, le spalle che restano scoperte.

E le dita che con lievità reggono un ramo di boccioli odorosi.

In ogni maniera si esaltano la grazia e la leggiadria.

Così queste figure silenti vegliano sull’eterno sonno di un valoroso e della sua sposa, nel luogo dove riposano i patrioti di Genova e coloro che fecero l’Italia.

A mani giunte

Così, nell’ombra, una dolce preghiera.
Le mani sono giunte, le palpebre restano socchiuse, il respiro pare fremere tra le labbra carnose.
Lei è una delle figure femminili che custodiscono l’eterno sonno della famiglia Casale, nell’ombra e nel silenzio.

La tomba è collocata in un luogo difficile e al momento non accessibile, si trova infatti quasi al termine della scala che conduce al Porticato Superiore a Levante da dove, comunque, potete ammirare la scultura.
Alcune di queste foto sono state scattate negli anni passati ed è così che si scorge nella sua beltà l’opera frutto del talento dello scultore Gaetano Olivari che la scolpì nel 1921.

La scultura trasmette, nel suo complesso, un senso di grazia e leggerezza, io vi leggo una ricerca della lievità che sembra, per il mio sentire, trovare la sua espressione in questa verticalità che interpreta in modo sublime il legame tra la dimensione terrena e quella celeste.

A mani giunte, mentre le ali degli angeli fanno da cornice.

La bellezza si svela in questi sguardi, nella purezza dei tratti di volti fanciulleschi, nella grazia dei gesti e nell’eterea armonia dei movimenti, si comprende in quest’opera che il linguaggio dell’arte si è lasciato ormai alle spalle certe convenzioni ottocentesche e trova una diversa maniera di esprimersi.
Se la vita è fragile e caduca, l’anima invece palpita per l’eternità e io credo di trovarla rappresentata nella figura al centro della scultura, non so se fosse questo il reale intento di Olivari ma è ciò che a me suggerisce l’osservazione di questa splendida opera.

I morbidi capelli cadono sulle spalle, in una preghiera che pare non terminare mai.

A mani giunte, nella grazia dei misteri inconoscibili.

Il delizioso pane dei Kunkl: una storia di Genova

Questa è una storia che inizia in un giorno lontano e in un luogo distante: è una storia di successo, intuito e intraprendenza che si dipana per le vie della vecchia Genova.
E per raccontare da capo questa vicenda bisogna andare in Tirolo, a Neumarkt, in italiano nota come Egna.
Lassù, tra quelle maestose montagne, nasce il giorno 11 novembre 1813 Giovanni Martino Kunkl, in quel periodo il territorio di Egna è incluso nel Regno di Baviera ma, dopo breve, sarà unito all’Austria.
E proprio con il suo passaporto austriaco Giovanni Martino intraprende l’avventura della sua vita: siamo nel 1847 e Kunkl parte alla volta di Genova che diverrà la sua città di adozione.
Certo non sarà stato facile per un austriaco inserirsi in una città come la Superba che con gli austriaci, come ben sappiamo, aveva avuto un passato di contrasti politici.
Giovanni Martino però è un giovane di belle speranze, ha 34 anni e porta con sé la saggezza di una professione nella quale eccelle: Giovanni Martino è panificatore e porterà la sua sapienza nei caruggi di Genova, in particolare in quella Via Lomellini a me tanto cara.

Giovanni Martino non è solo, con lui ci sono la moglie Giuseppina e le prime tre figlie nate in Austria: Maria, Vittoria ed Enrichetta, a Genova vedranno poi la luce Anna e Stefano.
Restiamo in questi caruggi, qui dove Giovanni Martino inizia la sua fiorente attività, la prima traccia della sua presenza, naturalmente con riferimento alle Guide e ai Lunari di mia proprietà, è sul magnifico libro di Edoardo Michele Chiozza dal titolo Guida Commerciale descrittiva di Genova del 1874-75.
Qui il nostro Giovanni Martino viene annoverato come fabbricante di pane di lusso ad uso di Vienna e la sua attività si trova Via Lomellini 3.

Il tempo, poi fugge via veloce e, in un giorno fatale del 1877, Giovanni Martino Kunkl lascia le cose del mondo.
Naturalmente io sono andata a cercare traccia di lui nel nostro Cimitero Monumentale di Staglieno e così ho trovato il suo nome inciso nel marmo nella Galleria Inferiore a Ponente.
È una tomba semplice la sua, simile a quella di tanti genovesi del suo tempo che qui riposano.

A succedere a Giovanni Martino nella conduzione dell’impresa di famiglia sarà Stefano, il suo ultimo figlio.
Quando il padre muore, in quel 1877, Stefano è un giovane di 26 anni: dal padre ha appreso tutti i segreti del mestiere, custodendoli e mettendoli a frutto per il bene suo e della sua famiglia.
Ed è il nome di Stefano a comparire così tra le pagine dei libri e a rifulgere nel commercio della città.
Stefano ha talento, intuito e capacità imprenditoriale, espande l’attività con successo e lo troviamo citato sui lunari del Signor Regina del 1881 e del 1887 tra i fabbricanti di paste e galette e come proprietario di due negozi, il primo si trovava in Via Lomellini 61, nella parte alta della strada.

L’altro negozio era invece in Via Roma.

Il segreto del pane delizoso e rinomato in tutta Genova risiedeva nella scelta accurata di ingredienti di prma qualità.
Stefano Kunkl, infatti, ogni estate si recava in Austria o in Ungheria per acquistare la farina da usare per il suo pane: la sua farina aveva un alto potere lievitante senza agenti aggiunti, in pratica era l’equivalente della manitoba.
Fu così che il segreto dei Kunkl portò loro il meritato succcesso, nel 1899 si aggiunse un ulteriore punto vendita, citato ovviamente nel Lunario del Signor Regina, in Via ai Quattro Canti di San Francesco.

Stefano, con il suo innato fiuto per gli affari, fu poi talmente abile da divenire, insieme al figlio Silvio, stimato fornitore della Real Casa: l’attività di famiglia sarà infatti denominata Panificio Reale Stefano Kunkl.
E in punta di piedi entriamo nell’ufficio di Stefano Kunkl: qui lo vediamo insieme al figlio Silvio.

Fotografia di proprietà delle eredi di Silvio Kunkl

Come specificato, la fotografia è di proprietà delle eredi di Silvio Kunkl e mi è stata inviata dall’Architetto Chiara Kunkl che un giorno è capitata casualmente su queste pagine e ha così generosamente condiviso con me questa magnifica storia di famiglia che vi racconto, la ringrazio anche da qui per questo, le molte informazioni da lei fornite e le immagini di famiglia, unite alle mie ricerche a Staglieno e tra le pagine delle guide, mi permettono di narrarvi questa vicenda.
Ecco ancora Stefano Kunkl: lui è al centro della foto vicino alla moglie Angela e tiene in braccio una nipotina.
Accanto a Stefano siede Silvia, la moglie di Silvio che è in piedi alle spalle di lei, insieme ad altri parenti.

Fotografia di proprietà delle eredi di Silvio Kunkl

E riporto qui una frase tratta dal documento trasmessomi da Chiara Kunkl, queste parole riassumono interamente lo spirito dei Kunkl e il senso del loro operare: si tramanda che Stefano Kunkl raccomandasse ai suoi figli di dividere l’utile di ogni anno in due metà uguali fra loro di cui la prima doveva essere accantonata e reinvestita nell’attività mentre la seconda doveva obbligatoriamente e interamente essere spesa al fine di ricordare a se stessi quali benefici potessero portare un anno di duro lavoro.

Fotografia di proprietà delle eredi di Silvio Kunkl

Tra le notizie inviatemi da Chiara Kunkl c’è anche un articolo di Edilio Pesce dedicato allo storico panificio con l’elogio delle michette e delle rosette deliziose, con il rimpianto per gli sfilatini che si acquistavano uscendo dalla messa in San Filippo Neri.
E certamente da Kunkl avranno fatto anche la focaccia!
Va inoltre anche ricordato che furono i Kunkl a introdurre a Genova i libretti, un tipo di pane molto apprezzato dalle nostre parti.
E continuiamo il nostro giro per Genova, in cerca dei luoghi di Stefano e Silvio Kunkl.
Già nel 1913 avevano un negozio al 110 rosso di Piazza Soziglia, all’epoca i mei antenati avevano un negozio in Campetto, chissà quante volte avranno comprato il pane dai Kunkl!

Il negozio in Via Lomellini fu spostato poi al numero 48 rosso.

Il Panificio era in Via della Maddalena 29, ecco qui l’edificio.

Un altro panificio era in Vico del Fornaro, il caruggio dal toponimo perfetto!

Tutte queste notizie sono presenti sui lunari del tempo, nel 1926 c’era un Panificio Kunkl anche in Via Frugoni, traversa di Via XX Settembre.
E sul Lunario del 1902 si trovano pure i numeri di telefono.
Per dire, il negozio di Via Lomellini aveva il numero 341 e a leggerlo ho pensato: ora chiamo e ordino un chilo di libretti!

La vita non era facile per nessuno, in quel tempo, come in tutte le famiglie anche i Kunkl ebbero i loro tragici lutti.
Come vi dissi da principio, Giovanni Martino Kunkl aveva avuto 5 figli.
La seconda figlia Vittoria morì a soli quattro anni e la terza, Anna, spirò appena ventunenne.
La primogenita Maria si sposò e lasciò questo mondo ad appena 24 anni, io ho trovato la sua tomba nella Galleria Inferiore a Ponente del Cimitero Monumentale di Staglieno.
È collocata in alto, questo rende difficile la lettura della lapide e allora, in memoria di lei, la riporto per intero.

A Maria Lanfranchi nata Kunkl
figlia e sposa affettuosa ed esemplare
che immatura morte rapiva
il 6 Aprile 1867
lo sposo e i suoi desolatissimi
quale attestato di affetto questa lapide consacrano

Stefano Kunkl morì nel 1913 e in seguito alla sua dipartita il figlio Silvio prese in mano le redini dell’Azienda e divenne presidente dell’Associazione Panificatori ed insegnante, tramandando così alle nuove generazioni i segreti per fare il pane.
A Staglieno ho trovato anche la tomba di Stefano Kunkl, egli riposa nella Galleria Frontale, accanto alla moglie Angiolina.
La loro tomba è opera dello scultore Luigi Orengo.

I viaggi nel passato rappresentano l’emozione di ritrovare i luoghi che non abbiamo veduto e di osservare i volti di coloro che non abbiamo conosciuto: eppure in qualche modo ci sembrano vivi e presenti, ci osservano da un’immagine in bianco e nero e si raccontano, con sincerità e verità.
Ringrazio ancora di cuore Chiara Kunkl per aver permesso a me e a voi questo percorso a ritroso sulle tracce di Giovanni Martino e della sua numerosa famiglia.
C’è ancora un piccolo tratto di strada da fare insieme, proprio là, in cima a Via Roma.
In quello slargo oggi denominato Largo Eros Lanfranco e un tempo noto come Largo di Via Roma.
È un giorno qualunque di un tempo distante: due eleganti genovesi passeggiano vicine, chiacchierano tra loro amabilmente.
Osservate con attenzione alle loro spalle e dietro al signore con la bombetta: si vede un negozio, non è del tutto visibile l’insegna ma se ne legge chiaramente una parte, S. Kunkl, spiccano in particolare i caratteri gotici.
Ecco qui il favoloso negozio di Via Roma più volte citato e ritrovato nelle guide, l’immagine è un dettaglio di una cartolina che di seguito trovate pubblicata interamente e appartiene all’amico Stefano Finauri che qui ringrazio.

La memoria e il ricordo sono ricchezze da custodire, raccontare certe storie significa far tornare tra noi sorrisi, sguardi e vite di un altro tempo.
E quando passate in Via Roma rammentatevi che là, accanto all’imbocco di Galleria Mazzini, un tempo si sentiva il profumo del pane fragrante dei Kunkl, memoria preziosa del passato della nostra Genova.

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Gesù nella luce

Così accade, in un istante effimero donato alla sguardo in una mattina di primavera al Cimitero Monumentale di Staglieno.
Il sole glorioso attraversa la galleria e rischiara la mano di Gesù alzata verso il cielo e così accarezza il suo viso bello, il sole illumina i suoi capelli, le sue membra e il suo sorriso.

La statua fu scolpita da Giuseppe Navone per il monumento Carrega, risale al 1914 e si trova nella seconda galleria frontale a levante.
Ed è una luce mistica e meravigliosa a illuminare Gesù, in uno dei misteri magnifici e sorprendenti che ti lasciano ad ammirare questa bellezza.
Così si svela, semplicemente, Gesù nella luce.

L’angelo e l’attesa

Così, in questo silenzio.
Sotto al porticato, nella quiete del Cimitero Monumentale di Staglieno.
Le grandi ali aperte, la mano sotto il mento.
E la grazia fanciullesca, la lievità dei gesti, le labbra frementi, il viso bello e delicato, lo sguardo rivolto verso l’infinito e l’eternità.
Tra l’ombra e la luce radiosa, nel suo intenso mistero, l’angelo e l’attesa.

Monumento Oberti di Luigi Orengo
Settore B Porticato Trasversale al Semicircolare

10 Marzo 1872: uno scialle a quadretti per Giuseppe Mazzini

Fu un giorno funesto per coloro che amavano la libertà, fu una data che entrò a far parte della storia d’Italia: era il 10 Marzo 1872.
A Pisa, in casa di Pellegrino Rosselli e Janet Nathan, figlia della mazziniana Sarah, sotto il falso nome di George Brown si nasconde il nostro Giuseppe Mazzini e questo sarà il suo ultimo giorno di vita: Mazzini muore lasciando un vuoto incolmabile tra coloro che lo amano e seguono i suoi ideali.
Grandiose saranno le esequie per questo figlio di Genova così amato e tormentato, Mazzini tornerà nella sua città e riposerà il suo sonno eterno al Cimitero Monumentale di Staglieno dove ancora adesso ci rechiamo a rendergli il dovuto omaggio.

In quei suoi ultimi istanti, circondato dall’affetto dei suoi sodali, un calore lo accolse e lo confortò.
Nei giorni della sua malattia, a scaldare il suo cuore e il suo corpo fragile fu una cosa a suo modo sacra e tanto cara a Mazzini: uno scialle di panno di lana a quadretti bianchi e neri, in quello scialle era stato avvolto Carlo Cattaneo, morto nel 1869.
Mazzini aveva conservato gelosamente quello scialle e quello scialle avvolse anche lui nelle sua malattia e nell’istante dei suo addio.
Ai nostri giorni quel cimelio è esposto al Museo del Risorgimento Istituto Mazziniano di Genova e dalla legenda si apprende che quel panno coprì anche la salma di Maurizio Quadrio il 14 Novembre 1876.

Questa cara cosa che univa uomini affini per credo ed ideali viene anche citata nel testamento di Agostino Bertani riportato all’interno del volume Agostino Bertani e i suoi tempi di Jessie White Mario.
Il panno era infatti in possesso di Bertani ed egli lo destinò ad un altro patriota caro amico di Mazzini e di Bertani medesimo, queste sono le parole del testamento:

“Lascio all’amicissimo mio Adriano Lemmi, di Livorno, abitante in Firenze, Via della Scala N° 50, od a Roma, Via Nazionale N° 54, la cassetta che è nel mio salotto in Genova, di vari legni americani, contenente il panno che avvolse C. Cattaneo e G. Mazzini malati e morti, affinché egli, patriotta inarrivabile e mai chiassoso, lo conservi e lo faccia conservare da’ suoi figliuoli, caro pegno di dolore, e ricordo di ammirazione ed esempi da seguirsi per il bene della patria nostra.”

 5 giugno 1885 – Agostino Bertani

Busto di Giuseppe Mazzini Opera di Santo Saccomanno
Museo del Risorgimento Istituto Mazziniano di Genova

In questo 2022 ricorrono i 150 anni dalla morte di Giuseppe Mazzini.
Patriota fervente, fiero e indomito figlio della Superba e dell’Italia, Mazzini fu uno dei migliori pensatori e cittadini che questa nazione abbia mai avuto.
Lo ricordo, sempre con immutato affetto e con la fierezza di essere sua concittadina, vado molto orgogliosa di poter dire: sono genovese, come Giuseppe Mazzini.
Lui, celebre e compianto figlio di questa città e dei suoi caruggi, venne ritratto da Davide Dellepiane in quegli ultimi momenti di vita.
Lascio le cose terrene e lasciò anche la sua eredità di pensieri e parole, una ricchezza autentica per noi.
Era il 10 Marzo 1872 e ad avvolgere le membra stanche di Mazzini era uno scialle a quadretti bianchi e neri,

Davide Dellepiane – Mazzini sul letto di morte
Museo del Risorgimento Istituto Mazziniano di Genova

Monumento Lanata: angeli nella luce

Sono quattro angeli, insieme custodiscono l’eterno sonno dei componenti della famiglia Lanata, ricchi commercianti che fecero fortuna nella lontana America.
Il monumento funebre, realizzato nel 1873 dal talentuoso scultore Giuseppe Benetti, è collocato nel Porticato Superiore a Ponente del Cimitero Monumentale di Staglieno e si contraddistingue per la ricchezza di marmi e di decorazioni raffinate.
I quattro angeli spiccano poi per la loro grazia armoniosa, così vigilano nei pressi del sepolcro e recano i simboli della Passione di Cristo.
Il primo angelo a partire da sinistra stringe in una mano la corona di spine.

Così egli tiene il capo reclinato sulla spalla dell’angelo al suo fianco che regge la croce e tiene lo sguardo fisso verso il cielo.

Ho ammirato molte volte la bellezza di queste figure, i due angeli posti sul lato destro così appaiono nella prospettiva del porticato, in un quieta ombra, tra i colori tenui dei fiori.

E poi, un giorno, ho veduto la loro beltà esaltata da uno di quei momenti effimeri e straordinari donati dal sole che improvviso accarezza i volti e i manti drappeggiati.
E l’angelo con la coppa è rimasto avvolto in questa luce radiosa e brillante che ha illuminato le sue labbra carnose, i suoi boccoli, la sua ala ampia e fremente.

In questo chiarore, nel mistico splendore e nel silenzio.

E poi l’ombra piano è svanita e la luce ha lambito anche l’altra figura angelica e le sue dita che reggono i chiodi, i capelli che lunghi cadono sulle sue spalle, i lineamenti perfetti e decisi, le palpebre socchiuse e questa grazia assoluta.
Nella loro beltà e nel loro mistero così restano, frementi nelle loro preghiere, gli angeli nella luce.