Ricordando Margherita

Pensando a lei, bisogna tentare di immaginarla nei giorni della sua felicità.
È giovane Margherita: è figlia, sposa e madre.
Ed è amorevole, gentile e paziente, Margherita ha quattro bambini che sono la sua gioia e il suo respiro.
E nelle stanze della sua casa li vede crescere, mettere il primo dentino, li aiuta ad alzarsi esitanti sui piedini, li coccola e e li abbraccia, dolce mamma amorosa.
E canta la ninna nanna e muove un sonaglino davanti ai loro occhietti assonnati.
Lei è Margherita, ma come la racconti la fragile bellezza di una vita? E come la ricordi?
Pensando a lei, poi provate a immaginare il suo sposo e il suo indicibile dolore.
Perdere Margherita: no, non lo aveva certo mai previsto di rimanere su questa terra senza di lei.
Lui ha impresso nella mente il viso di lei, i suoi tratti gentili, la sua grazia femminea.
E in un giorno che non so, con tutta probabilità, il giovane vedovo consegnò al bravo scultore una fragile fotografia: è il ritratto di lei, della sua Margherita.
Per ricordarla ancora, per rivedere ancora quel suo viso giovane e delicato.

Il destino fu crudele con lei, Margherita ebbe poco tempo per godere delle sue gioie e per poter crescere i suoi quattro bambini.
Poche parole ci narrano di lei e della sua felicità perduta, la lapide evoca il senso di dilaniante smarrimento causato dalla sua prematura dipartita.
Margherita spirò a soli 28 anni il 9 Marzo 1891, colpita da una di quelle malattie che nella sua epoca non lasciavano scampo.
E le sue dolcezze svanite sono tutte lì, nelle parole incise in sua memoria.

Ho trovato il suo sguardo in un giorno di primavera, lei riposa nel Porticato Inferiore a Levante del Cimitero Monumentale di Staglieno.
Ho notato i suoi tratti dolcemente perfetti e mi sono detta che chissà quante cose ci sarebbero da raccontare su di lei, se solo il tempo non avesse posato il suo velo sui suoi giorni.
Così l’ho immaginata, io non so nulla di lei e ciò che ho scritto in questo post è solo una mia fantasia.
Eppure, pensando a Margherita, mi pare proprio di vederla mentre attraversa il lungo corridoio della sua casa, porta il bustino stretto e una gonna ingombrante.
In lontananza si sentono le voci allegre dei bambini, mentre la luce batte sulle finestre.

E Margherita si ferma davanti alla grande specchiera dove si riflette la sua immagine.
È una giovane donna, ha i capelli mossi perfettamente pettinati, gli orecchini piccoli, un fiocco che cade vaporoso sul suo petto e una camicia vezzosa con il colletto di pizzo.
E sono i giorni della sua giovinezza di figlia, sposa e madre.
E così io voglio ricordarti, cara Margherita.

Monumento Piantelli: la memoria dolente

È una sottile figura femminile e resta così posata con grazia a custodire sepolcro dove dormono il loro sonno eterno i membri della famiglia Piantelli.
Tiene le dita intrecciate, ad osservarla pare di udire il suo sospiro affannoso che accompagna il tempo del suo struggimento.

Il monumento è situato nella Galleria Inferiore a Levante del Cimitero Monumentale di Staglieno ed è la vivida rappresentazione del dolore e della tristezza suscitate dal senso di perdita.

Incisi nel marmo, là dove cade il drappo, l’anno di realizzazione dell’opera e il nome dell’artista che la scolpì, il talentuoso Giovanni Battista Villa che, come ricorda il Resasco, venne definito dai suoi contemporanei il poeta dello scalpello.

Lei resta, silente e abbandonata, nella sua desolata solitudine.

Porta la sua vezzosa borsina attaccata ad una cintura, secondo la moda dell’epoca.

E i suoi occhi racchiudono tutto il suo sentire, tutto il suo rimpianto, tutta la potenza del ricordo.
Le memorie paiono attraversare la sua mente per toccare il suo cuore e la sua anima.

E appare così fragile, dolente e affranta, così ostinatamente inconsolabile.
Il tempo è fermo, per lei, al tempo della sua perdita.

Smarrita, nella sua dolcezza gentile.
Perduta nei pensieri, nelle parole da ricordare, nelle immagini che si riaffacciano improvvise davanti al suo sguardo.

Così lei rimane, muta e dolente, custode di certe memorie e del suo dolore.

Vicino agli angeli

È accaduto in una luminosa mattina autunnale, mentre il sole filtrava illuminando le statue nel Porticato Superiore a Ponente del Cimitero Monumentale di Staglieno.
E lui era là, vicino all’angelo che custodisce il Monumento Casella, così lambito dalla luce radiosa.

Monumento Casella di Antonio De Barbieri

Presenza discreta e misteriosa, testimone del dolore eternamente vivo della giovane Virginia Aprile rimasta troppo presto vedova e priva del conforto del suo consorte.

Monumento Pienovi di Giovanni Battista Villa

Vicino agli angeli, in questa quiete.

Monumento Dufour di Santo Varni

Poi io mi sono allontanata, in cerca di altra bellezza e di altri squarci di luce e più tardi sono ancora ritornata sui miei passi.
E ritrovando così lo stesso tratto di porticato mi era parso, in un primo momento, che l’ospite dal passo lieve non fosse più in quel luogo.
E poi, osservando più attentamente, mi sono accorta che mi sbagliavo.

Monumento Casella di Antonio De Barbieri

Una breve frazione di tempo, ancora.

E di nuovo, poco dopo, eccolo accanto alla creatura celeste che vigila sul sonno eterno di Raffaele Pratolongo e dei suoi cari.
Così, vicino all’angelo.

Monumento Pratolongo di Giulio Monteverde

Silenzioso ed enigmatico, così è rimasto, in quel posto dove riposano tanti antichi genovesi, nella luce del Porticato Superiore a Ponente.

Monumento Parodi di Giovanni Battista Cevasco

Monumento Tassano: la dolcezza della carità

È un’opera magnifica scaturita dal geniale talento dello scultore Gaetano Olivari e collocata nel 1916 nel Porticato Semicircolare del Cimitero Monumentale di Staglieno.
La luce del sole filtra e piano sfiora i capelli setosi e le membra giovani di una ragazza e lambisce il volto di un antico genovese: questo è il Monumento Tassano.

In un gioco imprevedibile di luci ed ombre così si evidenziano i drappeggi dell’abito della fanciulla e la sua gestualità così armoniosa e perfetta.

Con grazia regge una ghirlanda di fiori odorosi pronti a sbocciare sui prati dell’eternità.

Dorme qui il suo eterno sonno il Cavalier Giovanni Battista Tassano, integerrimo commerciante e stimato benefattore, con lui riposa la figlia Eugenia.

Le mani sottili reggono i fiori con una grazia a dir poco incomparabile.

Questa figura femminile che si staglia leggiadra tra le colonne del Porticato rappresenta la Carità: Olivari la ritrasse nella sua perfetta venustà così intenta a curarsi di quei fragili boccioli che compongono la sua profumata ghirlanda.

Ha un’espressione amorevole sul viso, i lineamenti morbidi, i capelli cadono sulla sua schiena e sul suo petto.

E il sole la accarezza nella grazia di quel suo gesto eterno.

Così la sensibilità di Gaetano Olivari ha restituito ai nostri occhi la bellezza e la straordinaria dolcezza della carità.

Monumento Olivari: la grazia perfetta

È una scultura colma di grazia armoniosa, è opera dello scultore Gaetano Olivari ed è collocata nel Porticato Semicircolare del Cimitero Monumentale di Staglieno, in uno di quei luoghi dove la luce del sole si insinua lieve per poi svanire improvvisa.
Così accade, alle volte, ammirando il Monumento Olivari.

Si staglia nel chiarore la dolce figura femminile.

Ha il capo coperto, tiene gli occhi chiusi e le sue labbra paiono fremere nella preghiere, i boccoli le cadono morbidi sul suo petto.

A mani giunte, nel suo mistico silenzio.

È una fanciulla eterea e sottile come un giunco, la sua bellezza è pura e angelica, boccioli odorosi si aprono ai lati della sua figura e così lei rimane, a custodia del sepolcro.

Ritta e assorta, nella curva decisa del porticato.

Il suo volto di ragazza è velato da sincera tristezza, la sua espressione è imbronciata, pare che la sua mente sia attraversata da memorie, parole e ricordi lontani.

E il sole accarezza il suo abito e i suoi tratti, la luce rischiara il suo bel viso e quella sua grazia perfetta frutto del talento di Gaetano Olivari.

Una luce di speranza

Una luce di speranza filtra e si posa gentile sul volto assorto in mistica preghiera, sulle palpebre frementi, sulla mano posata sul petto che segue i battiti del cuore.

La figura femminile così ritratta è parte del monumento funebre della famiglia Viale posto nella quiete del Cimitero Monumentale di Staglieno, nella seconda galleria frontale a levante.
La scultura è opera di Samuele Pasquali che la ultimò nel 1934 ed è composta da tre figure femminili che a mio parere potrebbero rappresentare le tre Marie al Sepolcro di Gesù.

Il velo sul capo, l’ombra.

Quella luce di speranza invece illumina colei che si avvicina all’uscio, così l’ho veduta in una mattina di maggio.
E piano, con grazia, pare bussare su quella porta chiusa sull’ignoto.

Così restano, a guardia del sepolcro, le tre mistiche figure: colei che si trova a sinistra stringe al petto una croce, la figura a destra invece tiene in grembo un cestino colmo di pane e con la mano pare porgere uno di quei pani.

Il sole disegna i drappeggi di quel mantello, rischiara i tratti del volto in un gioco di luci e ombre.

Fidente attesa, preghiera, con il cuore e la mente rivolti a Dio.

E luce sul sorriso, sulle dita sottili e sulle ciglia leggere: la luce della speranza.

A Nino Grigis, caduto eroicamente sul Piave

Questo è il ricordo di un ragazzo, un giovane che dorme il suo sonno eterno all’ombra del Porticato Inferiore a Ponente del Cimitero Monumentale di Staglieno.
Nino aveva vent’anni, Nino adesso rimane, così effigiato, per sempre ragazzo e per sempre accolto da amorevoli mani.

Il monumento funebre, opera di Gaetano Olivari che lo realizzò nel 1924, custodisce anche le spoglie del padre Silvio e della madre Maria.

Olivari, con talento mirabile e acuta sensibilità, scolpì nel marmo una sorta di rappresentazione della Pietà, Ferdinando Resasco scrive inoltre che è proprio la Madonna a tenere tra le sue braccia Nino morente.
Così si richiama il dramma della guerra e il senso di smarrimento e il dolore di una madre che ha perduto il suo amato figlio.

Nino cadde eroicamente combattendo sul Piave in quel fatale 1918, incise sulla tomba ci sono le date che comprendono il breve corso della sua vita.
Eroico Nino, come sarà mai la faccia di un eroe?
Il volto di Nino è impresso su una fotoceramica posta sul monumento, lui era davvero proprio un ragazzo con la divisa: capelli scuri, fronte alta, occhi grandi.

Nino stringe in una mano una granata.

E accanto ai suoi piedi c’è il suo fucile spezzato.

L’indicibile dolore di colei che lo amava più della sua stessa vita è espresso nelle parole che potete leggere alla base del monumento:

Colpito a morte la pia madre soltanto ne raccolse e comprese l’ultimo palpito.

E lo strazio di questa madre si manifesta in quel gesto amoroso, la mano che delicatamente pare scostare l’elmetto dal capo di Nino, l’afflato della vita che abbandona quelle giovani membra.

Così si ricorda un giovane e il suo coraggio, qui riposa Nino Grigis, caduto eroicamente sul Piave.

I talenti di Fortunata Bottaro

Questa è la storia di una donna dai molti talenti e per narrarla bisogna partire da Savona, luogo dove nel 1833 nasce la nostra Fortunata Bottaro.
Fortunata ha appena 10 anni quando, con la famiglia, si trasferisce a Genova, la bambina cresce in un ambiente agiato e non le mancano certo gli stimoli culturali: Fortunata ama appassionatamente gli studi nei quali si applica con fervore ed eccelle in maniera particolare.
Ha un fratello maggiore di nome Luigi, lui è sacerdote e cultore di studi umanistici, Luigi diventerà socio dell’Accademia di Filosofia Italica fondata nel 1850 da Terenzio Mamiani, insegnante di filosofia, cattedratico di logica e antropologia nell’ateneo di Genova e, a partire dall’anno 1859, anche giornalista.
Fortunata è una giovane donna con il talento per la scrittura, diverrà lei stessa affermata giornalista e scrittrice e nel 1862, all’età di 29 anni, insieme al fratello e al pubblicista Domenico Caprile, fonderà il mensile “La donna e la famiglia”.
La rivista ha un programma di “istruzione, educazione e ricreazione” e si avvale di firme di successo: tra i collaboratori ci sono Raffaello Lambruschini e Niccolò Tommaseo, amico caro di Fortunata.
La rivista riscuote molto successo tra il pubblico femminile genovese, su quelle pagine si trattano in maniera approfondita le diverse tematiche della questione femminile.
E così rifulge l’astro del talento di Fortunata Bottaro.

Con la rivista uscirà, a partire dal 1863, la strenna annuale “Letture femminili”.
E Fortunata volge lo sguardo verso nuovi orizzonti: nel 1868 infatti si trasferisce con il fratello a Parigi e nella Ville Lumière porta il suo talento e la sua cultura.
A Parigi fonderà “La femme et la famille”, edizione francese della sua apprezzata rivista.
L’opera principale scaturita dalla penna di questa donna così speciale è “La famiglia e la felicità”, testo nel quale la Bottaro illustra le sue teorie nel campo della pedagogia.
Un giorno, per caso, il destino mi ha fatto incrociare lo sguardo di Fortunata.
Mi trovavo ad uno dei soliti mercatini e stavo guardando delle fotografie francesi quando, ad un tratto, ho veduto lei.
A tergo della Carte de Visite una mano provvidenziale aveva scritto il suo nome, io allora non conoscevo la storia di Fortunata ma, con inspiegabile ottimismo, acquistai la fotografia con la speranza di trovare tracce di lei e della sua vicenda.
E così ho fatto la gradita conoscenza di Fortunata Bottaro e ho trovato diverse notizie su di lei in alcune pubblicazioni d’epoca.

Le vicende che avete letto sono tratte dal “Dizionario biografico dei Liguri dalle origini al 1990” di William Piastra e scritte dalla Professoressa Marina Milan e anche dal volume “La stampa periodica a Genova dal 1871 al 1900” della medesima Professoressa Marina Milan che a lungo è stata Docente di Storia del Giornalismo alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Genova ed è una profonda conoscitrice della straordinaria storia di Fortunata Bottaro.
E così qui ringrazio di cuore la Professoressa Milan per l’aiuto che mi ha dato fornendomi i materiali da me consultati per raccontarvi questa bella vicenda, alla Professoressa Milan dedico questo mio piccolo omaggio a Fortunata Bottaro.
Fortunata Bottaro lasciò questo mondo il 13 Luglio 1893, la sua rivista invece venne pubblicata fino all’anno 1917.
Per una di quelle casualità che non saprei davvero spiegarvi, pochi giorni fa il destino ha nuovamente messo davanti ai miei occhi il nome di Fortunata.
Stavo percorrendo la Galleria Semicircolare del Cimitero Monumentale di Staglieno quando, scolpito nel marmo, ho veduto il nome di lei.
Sulla semplice lapide che protegge il suo sonno eterno si decantano le virtù dell’intelletto di questa scrittrice e giornalista, si elogiano la sua operosità, la sua sempre saggia e costante ricerca della verità.
E così io voglio ricordarla: qui riposa Fortunata Bottaro, educatrice sapiente.

Giuseppe Costa: uno dei Mille di Garibaldi

Per ammirare questo splendido monumento bisogna salire in alto, lassù nel Boschetto Irregolare del Cimitero Monumentale di Staglieno dove riposano i patrioti, dove dorme il suo sonno eterno Francesco Bartolomeo Savi e dove si trovano le tombe dei genitori di Goffredo Mameli.
Salendo la scalinata, ad un tratto, ecco due creature così colme di grazia.

Scolpite nel bronzo da Antonio Besesti nel 1907, queste due figure si svelano nella beltà del gusto liberty di quell’epoca.

E così svettano, lungo il viale, davvero a pochi passi dalla tomba del nostro Giuseppe Mazzini, non certo per una scelta casuale.

La perfezione dei tratti, la dolcezza dei profili, il magnifico drappeggio dei manti, ogni dettaglio accresce il senso di armonia.

In questo luogo riposa un patriota con la sua consorte, qui si volle mantenere la memoria di un uomo che orgogliosamente faceva parte della schiera dei Mille e certo conobbe molti degli ardimentosi che come lui seguirono Garibaldi nella sua impresa.
E di lui si rammentano anche altre doti umane: Giuseppe Costa fu commerciante integerrimo, marito e padre affettuoso e nel suo cammino terreno lo accompagnò la moglie che si distinse per i nobili sensi e le virtù domestiche.
E così furono effigiati i due coniugi, di lui si legge proprio così: Giuseppe Costa dei Mille.

L’opera di Besesti è formidabile per grazia e bellezza: i visi accostati, i capelli raccolti, le spalle che restano scoperte.

E le dita che con lievità reggono un ramo di boccioli odorosi.

In ogni maniera si esaltano la grazia e la leggiadria.

Così queste figure silenti vegliano sull’eterno sonno di un valoroso e della sua sposa, nel luogo dove riposano i patrioti di Genova e coloro che fecero l’Italia.

A mani giunte

Così, nell’ombra, una dolce preghiera.
Le mani sono giunte, le palpebre restano socchiuse, il respiro pare fremere tra le labbra carnose.
Lei è una delle figure femminili che custodiscono l’eterno sonno della famiglia Casale, nell’ombra e nel silenzio.

La tomba è collocata in un luogo difficile e al momento non accessibile, si trova infatti quasi al termine della scala che conduce al Porticato Superiore a Levante da dove, comunque, potete ammirare la scultura.
Alcune di queste foto sono state scattate negli anni passati ed è così che si scorge nella sua beltà l’opera frutto del talento dello scultore Gaetano Olivari che la scolpì nel 1921.

La scultura trasmette, nel suo complesso, un senso di grazia e leggerezza, io vi leggo una ricerca della lievità che sembra, per il mio sentire, trovare la sua espressione in questa verticalità che interpreta in modo sublime il legame tra la dimensione terrena e quella celeste.

A mani giunte, mentre le ali degli angeli fanno da cornice.

La bellezza si svela in questi sguardi, nella purezza dei tratti di volti fanciulleschi, nella grazia dei gesti e nell’eterea armonia dei movimenti, si comprende in quest’opera che il linguaggio dell’arte si è lasciato ormai alle spalle certe convenzioni ottocentesche e trova una diversa maniera di esprimersi.
Se la vita è fragile e caduca, l’anima invece palpita per l’eternità e io credo di trovarla rappresentata nella figura al centro della scultura, non so se fosse questo il reale intento di Olivari ma è ciò che a me suggerisce l’osservazione di questa splendida opera.

I morbidi capelli cadono sulle spalle, in una preghiera che pare non terminare mai.

A mani giunte, nella grazia dei misteri inconoscibili.