Ricordi di Piazza Rossetti

I miei primi ricordi di Piazza Rossetti risalgono agli anni ‘70 e ai miei anni d’infanzia, da piccola infatti mi capitava spesso di recarmi in Piazza Rossetti in quanto la mamma andava da un medico che aveva il suo studio proprio in questa piazza della Foce.
Il dottore era come un amico di famiglia e lo ricordo come un uomo molto simpatico e particolare: quando veniva da noi a visitare la nonna mi suggeriva sempre di nascondere le carte delle caramelle sotto il tappeto, era il complice di piccoli misfatti!
E appunto aveva casa e studio in Piazza Rossetti.
In quei luminosi anni ‘70 poi a me quella piazza pareva molto moderna, molto americana e decisamente avveniristica.
Per dire, immaginavo che potessero passare da un momento all’altro lo Zio Bill con Buffy e Jody, i celebri protagonisti di Tre nipoti e un maggiordomo.
Ero infatti più che certa che, svoltato l’angolo di Piazza Rossetti, ci fosse là dietro la Park Avenue del telefilm, la fantasia dei bambini non ha confini e a me pareva tutto logico e molto plausibile.

In Piazza Rossetti c’è una fontana con l’acqua zampillante e in quegli anni là, quando andavo dal medico e guardavo fuori dalla finestra, mi sembrava di avere davanti un panorama grandioso e vasto e stupefacente ed era incredibile essere là, dentro a un telefilm!
A guardare la fontana dall’alto, poi, quanta meraviglia!

E poi, con il tempo, Piazza Rossetti l’ho vista in tante maniere diverse.
Tutti noi che siamo stati ragazzini a Genova negli anni ‘80 abbiamo memoria di certi pomeriggi trascorsi al Luna Park che era proprio lì di fronte e qualche volta, allora, siamo anche saliti sulla ruota panoramica e abbiamo visto quella Genova da lassù e non l’abbiamo mai dimenticata.

E poi ricordo Piazza Rossetti per gli aperitivi con le amiche e per la grande profumeria con tante vetrine, era una delle mie mete preferite quanto passavo da quelle parti.
E poi in questa piazza ha trovato posto una frequentata libreria, anche se io ricordo pure la sua prima sede che era nella vicina Via Ruspoli.
E insomma, il tempo passa e non si capisce nemmeno come succeda: un giorno sei bambina, nel salotto di casa tua, con te c’è un dottore brillante e gioviale che ti suggerisce di nascondere le carte delle caramelle sotto il tappeto.
Poi tutto diventa ieri, anche se non si comprende proprio come accada.
Il tempo fluisce, come l’acqua che scorre nella fontana di Piazza Rossetti.

Stella Nera – La Promessa

“Uscito dalla chiesa, Pietro attraversò Via Paleocapa e si infilò in Via Pia: diede un’occhiata veloce alle vetrine del cinema Astor dove i manifesti pubblicizzavano i prossimi film in arrivo. La percorse senza fretta, ammirando i palazzi che incombevano sulla stretta via con l’impiantito di pietre, i portali che risalivano al Medioevo. I negozi erano aperti, due vigili discendevano la via mentre il locale “Vino e Farinata” aveva la saracinesca alzata a metà. Giunse in Piazza della Maddalena, si fermò e si guardò intorno; sull’angolo di un palazzo c’era una statua della Madonna con un omino in ginocchio. Qualche anno prima era stato a Genova, ma Savona gli pareva di una pasta differente, una città con un volto che non riusciva mai a cogliere.”

Savona, 1987: una città e i suoi misteri.
Tre amici, tre ragazzi che condividono l’esperienza dell’obiezione di coscienza.
Un dipinto del Bernini scomparso da molti anni, un uomo sparito di recente senza lasciar traccia e un enigma che si dipana tra le pagine di Stella Nera – La promessa, secondo volume di una trilogia scritta da Marco Freccero, il primo romanzo della serie si intitola Stella Nera – Le Luci dell’occidente e ve lo presentai tempo fa in questo post.
Torniamo così alle vicende intricate che hanno come scenario Savona e i suoi dintorni, va detto innanzi tutto che i personaggi restano impressi con le loro caratteristiche e le loro personalità: ho letto questo secondo volume a distanza di un anno dalla prima parte e ho riconosciuto i volti e caratteri come se li avessi incontrati l’altro ieri.
Marco Freccero si avvale di una bella scrittura asciutta e coinvolgente, efficace e piacevolmente priva di inutili ridondanze, ambienta inoltre le sue storie in uno scenario che ben conosce rendendo così la vicenda credibile, autentica e appassionante.
C’è un uomo scomparso, dicevo: è quel Leonardo Perrone che dopo essersi cacciato in un grosso guaio pare davvero essere svanito nel nulla.
E c’è un dipinto che tutti cercano da molto tempo, è un’opera di una bellezza unica e straordinaria sparita nel 1943 proprio a Savona: è l’Ecce Homo del Bernini sul quale tutti fantasticano, cercando di immaginarne i dettagli.

E c’è anche una scrittrice, una professoressa in pensione, lei ha scritto un libro sull’Ecce Homo del Bernini: un libro nel libro, pagine su pagine.
Il dipinto con il suo magnifico mistero, riconduce alle cupe vicende della II Guerra Mondiale e alla cieca crudeltà di quel tempo e qui risiede, a mio parere, il filo conduttore della trilogia.
In questa scrittura che si sostiene con magnifico equilibrio, in realtà, sullo sfondo, spicca un tema universale: la lotta tra il bene e il male.
E la ricerca della comprensione dei meccanismi dell’umano sentire, pur nell’impossibilità di trovare sempre una spiegazione.
E del resto così si legge tra le pagine di questo romanzo.

“Abbiamo a che fare con la creatura più folle dell’universo. L’uomo.”

Peccato, dolore, perdono, fede: sono argomenti che di volta in volta affiorano dalle pagine del romanzo, ritornando come interrogativi che travalicano la storia per condurre a inevitabili riflessioni:

“Ma si può ammirare la bellezza, amarla. E uccidere. Non è una magia, la bellezza.”

Quel dipinto poi pare essere la chiave di volta di tutta vicenda: pensate che c’è persino una persona che lo ha veduto!
E sa anche raccontarlo, descriverlo e ammaliare i suoi ascoltatori, non sarò certo io a guastarvi la sorpresa ma sappiate che quel quadro racchiude in sé la maestà della verità.
Scorrevole, avvincente e ricco di misteri, questo secondo episodio della trilogia di Marco Freccero pare traghettarci verso un esito che non sappiamo immaginare, l’autore infatti è un maestro del colpo di scena e sa tenerci abilmente con il fiato in sospeso.
Se desiderate anche voi immergervi nelle vicende di Stella nera vi rimando al blog di Marco Freccero, qui potete trovare tutte le informazioni per poter acquistare i volumi finora pubblicati in formato digitale o cartaceo.
Quando il romanzo giungerà alla sua conclusione ritroveremo anche la traccia di Leonardo Perrone?
E il dipinto del Bernini verrà finalmente rinvenuto?
Saranno forse Davide, Filippo e Massimo, i tre ragazzi obiettori di coscienza, a svelare un intrico che pare irrisolvibile?
Non ci resta che attendere che si calmino le acque, che scenda il vento e che la linea dell’orizzonte compaia finalmente chiara e netta.

“Alle spalle del padrone di casa una grande finestra si apriva sull’Isola di Bergeggi, mentre la superficie del mare spumeggiava. Contro il vetro si sfracellavano le gocce di pioggia scaraventate da un furioso vento di scirocco.”

I miei 45 giri di Sanremo e ricordi sparsi degli anni ’70 e ’80

Ricordi.
Ricordi sparsi, un po’ appannati e a volte invece vivissimi.
Ricordi della nostra musica e dei 45 giri del Festival di Sanremo che si andavano a comprare nel rimpianto negozio di Ricordi, che gioco di parole!
Ora i 45 giri di quegli anni là sono un magnifico cimelio, così ne ho scelti alcuni dei miei per ritornare a quel tempo insieme a voi.
Erano gli anni ‘70, a quell’epoca lì avevamo le televisioni senza telecomando: a pensarci ora pare persino strano!
Io non rammento l’anno preciso in cui il telecomando divenne un oggetto di uso comune, ho invece una memoria perfetta di me bambina scocciatissima perché devo alzarmi dal tappeto per andare alla TV a cambiare canale.
Era il 1976, io avevo 10 anni, Felice Gimondi vinceva il giro di’Italia e la Regina Elisabetta regnava sul trono d’Inghilterra.
Di quel Sanremo conservo il 45 giri di quello che sarebbe diventato uno dei singoli più venduti dell’anno: Linda bella Linda dei Daniel Sentacruz Ensemble.
Venne poi il 1977, il 1 Gennaio andò in onda l’ultima puntata di Carosello, Jimmy Carter fu nuovamente eletto presidente degli Stati Uniti e la Regina Elisabetta era sempre sul trono d’Inghilterra, adorata regina, ci ha accompagnato per tutta la nostra vita!
Divago, lo so, è inevitabile.
Sanremo quell’anno fu presentato da Maria Giovanna Elmi e da Mike Bongiorno e sorrido tanto pensando alla biondissima fatina della TV amata da tutti noi bambini e all’allegria del nostro caro Mike.
Quell’anno a Sanremo trionfarono gli Homo Sapiens con la loro canzone Bella da morire, devo dirvi che me la ricordo ancora bene!
Oltre al 45 giri dei vincitori, quell’anno però mi aggiudicai anche Miele, il brano proposto dal complesso Il giardino dei Semplici.

Facciamo un salto in avanti, al 1980: fu l’inzio di un decennio per me straordinario, ripenso sempre con gioia a quel tempo là.
Quell’anno a presentare Sanremo c’era il fantastico Claudio Cecchetto, toccò di nuovo a lui anche l’anno successivo.
La vittoria fu conquistata da Toto Cutugno ma io comprai il 45 giri di Su di Noi di Pupo e sì, è una delle canzoni che ancora saprei cantare.
In quel 1980 ero già un po’ più grande e sul palco di Sanremo salì un gruppo che mi conquistò letteralmente: erano i Decibel con la loro Contessa, uno straordinario Enrico Ruggeri dalla chioma biondo platino e con gli occhiali scuri d’ordinanza ci affascinò tutti con quel suo brano; Chi sei contessa? Tu non sei più la stessa.
E infine ecco il 1981.
Lei fu indimenticabile.
Bellissima, con quei capelli lunghi e folti, la frangetta e gli occhi grandi, il viso perfetto.
E la voce, la voce di Alice, inconfondibile tra mille.
Quanti anni sono passati da allora? Più di quaranta, anche a scriverlo non sembra proprio vero.
La voce di Alice, le note e le parole della sua canzone Per Elisa accompagnarono i nostri giorni turbolenti, giovani, felici, complicati e a volte invece facilissimi e spensierati.
Erano quei giorni là, era la musica dei nostri 45 giri, quella che ancora risuona nei nostri ricordi.

Un panino alla spiaggia

Di tutti i ricordi del tempo d’estate questo è uno dei più belli.
Avrete anche voi memoria di certi sapori che erano i vostri prediletti in tempi diversi: ognuno ha la propria madeleine proustiana e a volte anche più di una.
Ecco, quando andavo al mare sulla riviera di ponente, in quella casa tanto rimpianta appartenente ai miei antenati, ogni tanto mi capitava di mangiare alla spiaggia.
La casa era sull’Aurelia, davvero a pochi metri dal mare, tornare a pranzare attorno a un tavolo era semplicemente un agio e un gradito momento di ristoro dalla calura estiva, il pranzo in spiaggia era invece una piacevole eccezione iniziata con i miei genitori e conservata da ragazzina con le mie amiche.
Ah, poi a dire il vero ricordo bene anche che alcuni andavano a mangiare nel ristorantino di uno stabilimento balneare dove servivano piatti di fumanti spaghetti con le vongole e all’epoca a me sembrava una scelta stravagante e particolare, chissà poi perché!
Io no, io mi portavo il mio amato panino con il pomodoro rigorosamente fasciato nella carta d’argento.

Dunque, il mio panino con il pomodoro è semplicissimo da preparare, la mamma lo ha sempre fatto con una bella rosetta.
Il panino va tagliato a metà ed entrambe le parti vanno generosamente condite con sale, olio, aceto e origano, quindi va imbottito con delle belle fette di pomodoro succoso e maturo della Riviera di Ponente, una delle delizie della nostra regione.
Ecco, il panino è pronto, una vera bontà!
E poi quel gesto: le mani che stringono il pane reso più morbido dalla carezza gentile dell’olio, il sapore dell’origano, l’aria del mare, la bibita con la cannuccia presa al baretto, le chiacchiere, le risate e una piacevole e bellissima consuetudine che ricordo davvero con nostalgia.
Seguiva poi, immancabile, il gelato di rito.
Seguiva poi l’estenuante attesa delle canoniche interminabili ore prima del bagno e devo dire che noi bambini degli anni ‘70 sbuffavamo un po’ ma eravamo piuttosto disciplinati, alla fin fine.
Ora non ricordo quando per l’ultima volta ho mangiato quel panino ma è successo davvero un sacco di anni fa.
Ricordo benissimo il rito della preparazione: la cucina con il tavolo turchese, la finestra spalancata e il canto delle cicale, la borsa di paglia e le ciabattine di gomma.
E una sola semplice delizia: il mio fantastico panino con il pomodoro.

Caro diario

Anni interi, pagine e parole scritte sul diario.
Era una bella abitudine per noi che siamo state bambine negli anni ’70 e poi ragazzine negli anni ‘80, ricordo di aver sempre avuto un diario da scrivere, dalle scuole medie in poi l’ho fatto con una certa regolarità.
Caro diario.
A dire il vero se ci penso non so bene con quale intenzione io scrivessi, era semplicemente una cara consuetudine: era naturale confidarsi con le amiche e confrontarsi con loro ma malgrado ciò il diario era sempre lì e accoglieva sfoghi, speranze, resoconti, racconti di gite, di viaggi, di amori e di piccole gioie quotidiane.
I diari, manco a dirlo, li ho ancora tutti.
E ancora mi ricordo i nomi e i volti di tutti coloro di cui all’epoca scrissi, alcuni sono ancora amici cari che non se ne sono mai andati.
E poi nelle pagine dei diari ci sono interi scorci di vita, risate, giornate al mare, biglietti dell’autobus e del treno, canzoni che amavo cantare, immancabili cuoricini, fotografie e frasi memorabili.

Le pagine dei diari sono scritte con penne colorate che all’epoca erano anche profumate.
Tra le pagine dei diari ci sono appuntamenti mancati, progetti per il futuro, elenchi di cose da fare subito, domani, forse un giorno o magari chissà.
Tra le pagine dei diari ci sono pure le incomprensioni, le cose non dette, quelle che sarebbe stato meglio non dire e quelle che, a conti fatti, hai fatto proprio bene invece a tirare fuori.
Giorno dopo giorno, pagina dopo pagina, anni interi scritti a penna e mi ritrovo a constatare che adesso scrivere a mano è una cosa persino insolita, almeno per me, non ci sono più abituata.
I diari hanno un ritmo, una colonna sonora, una nostalgia, un loro particolare significato: ora magari non è più così ma lo avevano in quel momento lì in cui li abbiamo scritti.
Quindi se ne stanno in un cassetto e racchiudono un tempo diverso da questo.
Sui miei diari ho scritto, giorno per giorno, le mie esperienze londinesi.
Tra le pagine dei diari ci sono anche gli indirizzi, perché all’epoca si spedivano le cartoline.
Tra le pagine dei diari ci sono poi i numeri di telefono: quelli della mia città rigorosamente senza prefisso, vi ricorderete che all’epoca il prefisso era necessario solo per le interurbane, come dicevo era proprio un altro mondo, per l’appunto.
Come ho detto, non so proprio con quale intenzione allora scrivessi.
Però c’è ancora tutto: l’amica con le treccine e quel tipo là che scriveva canzoni, c’è musica e poesia, ci sono le diverse stagioni, i nuovi incontri, i ricordi, il tempo che poi svanisce e ancora non si sa come accada.
Ho scritto davvero tutto ed è là, tra le pagine dei diari.

Stella Nera – Le luci dell’Occidente

Perché le cose non vanno mai per il verso giusto, e saltano sempre su come i grilli quando corri nei campi d’estate? Pensi che sia tutto a posto e invece in cinque minuti ti capita di tutto.”

Sono parole tratte da Stella Nera – Le Luci dell’Occidente, l’avvincente romanzo del savonese Marco Freccero, scrittore indipendente e anche autore di un interessante blog che leggo da molti anni.
Una trama che conquista, i sottili fili di una storia che si seguono con curiosità, una vicenda che si dipana nel 1987 a Savona.
E là, nella città della Torretta, la morte improvvisa di una signora tedesca suscita un certo scompiglio.
Chi è la Signora Jutta? Quali tenebrosi misteri si celano nel suo passato?
Ci sono poi tre giovani: Filippo, Massimo e Davide sono obiettori di coscienza e condividono questa scelta di vita occupandosi anche dei bambini di un doposcuola.
Sono personaggi realistici e azzeccati, delineati dal loro autore in maniera onesta e sincera, forse leggendo le loro vicende potrebbe capitarvi, come è successo a me, di riconoscere in loro ragazzi che tutti noi abbiamo incontrato proprio in quegli anni ‘80.
Sono giovani che nutrono alti ideali e sogni anche piccoli, a volte poi si perdono anche in amare disillusioni, questa del resto è anche una storia di ricerca di bellezza e verità, di amicizia e vicinanza e davvero non è difficile affezionarsi ai tre ragazzi.
Più complicata e complessa è la figura dell’attempato Leonardo Perrone, lui vive solo lì accanto alla signora Jutta e finisce che va a cacciarsi in un pasticcio bello grosso, perché le cose non vanno mai per il verso giusto, ricordate?
Qui ci sono di mezzo certi libri misteriosi, un prezioso e sconosciuto quadro del Bernini, un sacco pieno di fotografie e un passato che emerge sinistro e ancora ritorna a far paura e a terrorizzare.


E poi ancora, ecco un’altra protagonista, è la città di Savona:

“… settembre aveva fatto il suo ingresso con giornate ancora calde. Verso sera, nell’ora che precedeva il tramonto, la luce inondava le vie della città, colpiva i piani alti dei palazzi del centro ottocentesco sino a far apparire i vetri delle finestre in fiamme.”

Così si mostra Savona svelata nelle sue strade antiche, nei suoi vicoli, nei suoi chiaroscuri e nella sua quotidianità: è lo scenario perfetto di questo romanzo, è una città luminosa e accogliente, a tratti sorpresa anche in quella lenta stanchezza che talvolta caratterizza i piccoli centri.
Questo poi è anche il romanzo di un’epoca e vi riporta in molte diverse e riuscite maniere in quegli anni ‘80 e nelle sue attese, nelle sue speranze e in quelle visioni di futuro che io ricordo.
Marco Freccero è un autentico amante della scrittura e della lettura, si diletta con i buoni libri e sul suo canale Youtube presenta i suoi autori preferiti spaziando da Dickens a Graham Greene, dalla letteratura americana a quella scandinava fino al suo amato Dostoevskij.
È evidente che il suo scrivere è frutto di una personale ricerca intellettuale e si rinforza anche grazie a queste belle frequentazioni, oltre alla trama e all’intreccio del romanzo io ho apprezzato la scrittura asciutta saggiamente priva di inutili artifici barocchi e ridondanze, è originale, credibile e rispecchia appieno una realtà.
Il romanzo si legge in un soffio, ha un finale che stupisce e, come di rado mi capita, mi dispiace averlo finito, se ci fossero state altre 200 pagine me le sarei godute volentieri.
Per fortuna la storia è destinata a continuare, il romanzo è il primo di una serie, pertanto io attendo il seguito con impaziente curiosità.
Se anche voi desiderate scoprire il mondo di Stella Nera in questo post di Marco Freccero troverete le diverse possibilità per acquistarlo.
Finirete dritti in quegli anni ‘80 e vi accorgerete che quell’epoca aveva un ritmo più lento, suoni che adesso paiono nostalgie.
E troverete una certezza, in poche semplici parole: il senso di vera giustizia è luce, salvezza e speranza.
Lo sa pure Leonardo Perrone che, in fondo, forse non è poi così sprovveduto.

“Certe cose sono più forti di tutte le prigioni del mondo.”

I miei treni

I treni: i miei non sono stati poi così tanti, non ho mai fatto lunghi percorsi in treno ma alcuni di quei viaggi però li ricordo ancora, proprio come se li avessi fatti ieri.
Inizio dell’estate: alla Stazione Principe mi attende il treno che mi porterà nella mia casa del mare sulla Riviera di Ponente.
E siamo negli anni ‘80, si viaggia leggeri, in ogni senso: porto un borsone con qualche abitino colorato, i sandali luccicanti d’argento per andare a ballare, i costumi da bagno, magliette e calzoncini corti.
Viaggiavo guardando il mare e le spiagge che si susseguivano una dietro l’altra, gli scogli, le stazioni, Albenga, Alassio, Laigueglia e così via.
Tiravo giù il finestrino, mi piaceva tanto l’aria in faccia e il panorama che scorre rapido ed erano gli anni ‘80, era davvero tutto diverso ed era un altro mondo.
E poi scesa dal treno alla stazione del mio amato paese delle vacanze andavo dritta alla solita latteria dove bevevo sempre il frappè alla fragola, una delizia.
Non esiste al mondo un frappè così buono, ne sono sicura.
Ricordo viaggi in treno condivisi con amiche care, borse di paglia, risate, zainetti, riviste e musiche che girano nel walkman.
Ricordo corse su per le scale delle stazioni, biglietti conservati qua e là e poi usati come segnalibri, ricordo persino l’orario dei treni con la copertina gialla.
Ricordo per lo più i treni di Riviera, nelle diverse stagioni.
Ricordo i treni di città, presi per coprire percorsi brevi e ogni volta, come in una filastrocca, mi ritrovo a ripetere i nomi delle stazioni: Sturla, Quarto dei Mille, Quinto al Mare, Nervi.

Ricordo i treni persi, una delle metafore più comuni della vita.
Ricordo quel viaggio breve, ed ero già più grande.
Ricordo quel treno in particolare che mi portava in un località del ponente dove trovavo una persona a me molto cara.
Ricordo quella stazione di arrivo, i binari, la biglietteria, l’edicola dei giornali.
Le caramelle alla menta, all’epoca le avevo sempre in borsa.
E poi.
Ricordo la bellezza di ritrovarsi, l’abbraccio, le parole scambiate, i sorrisi.
Non si dimentica quella cosa lì, mai.
Ritrovarsi.
Dopo un viaggio in treno.
Ti immagini?
Pensa come sarebbe se si potesse fare di nuovo.
Come una magia.
Pensa.
Un biglietto.
Un viaggio.
E ritrovarsi, ancora.
Non sono nemmeno mai più tornata in quella stazione e in quella città.
Pensa.
Le caramelle alla menta.
I tuoi occhiali da sole con le lenti scure.
Le canzoni di Venditti.
Pensa come sarebbe se si potesse fare di nuovo.

Tutta questa pioggia

Tutta questa pioggia mi ricorda che c’è stato un altro tempo nel quale mi piaceva indossare gli stivali di gomma.
Era l’epoca della scuola, forse ero agli inizi delle superiori e i miei stivali di gomma erano blu.
Gli stivali di gomma sono ovviamente perfetti per saltare nelle pozzanghere ma vanno anche molto bene per camminare sotto la pioggia incuranti di ogni cosa.
Certo, devi indossare calzettoni belli spessi, altrimenti con gli stivali di gomma il freddo si sente eccome!
La perfetta tenuta da pioggia, secondo me, comprendeva anche la classica cerata gialla e io ne avevo una anche se in realtà credo di averla indossata proprio poche volte.
Tutta questa pioggia mi ricorda che in altri anni c’era un magnifico negozio di ombrelli in Via Cairoli: aveva belle vetrine con articoli eleganti e tra l’altro, fatto straordinario, gli ombrelli li riparavano pure e a dirlo adesso sembra proprio strano.
Tutta questa pioggia mi ricorda anche che ad un certo punto ho acquistato il mio primo ombrello trasparente e quello lì era per me proprio un modo speciale di guardare il mondo.
Tutta questa pioggia mi ricorda pure che in quegli anni della scuola non rinunciavamo mai ai nostri giretti in centro, è chiaro che in primo luogo andavamo da Futura: era il negozio più amato da noi ragazzini degli anni ‘70 e ‘80 e l’ho nominato più di una volta su questo blog, Futura era il paradiso delle gommine profumate, dei temperini, degli adesivi, dei quadernetti, delle borsine di stoffa, delle penne di tutti i colori e non solo.
Da lì in genere me ne andavo ai grandi magazzini di Piccapietra e il mio reparto preferito era sempre quello della profumeria ma poi mi piaceva anche guardare i capi di abbigliamento, la cancelleria e le cose belle per la casa.
Un giretto da Croff? Sempre!
E uno sguardo alle vetrine di Quattro Passi? Sempre!
Mi piaceva seguire la moda ma già allora amavo i libri e anche le mie librerie erano sotto i portici: una era la magnifica Liguria Libri e Dischi, quanto tempo ho trascorso tra quegli scaffali!
E poi andavo sempre alla Di Stefano, quella di Via Ceccardi era la mia preferita e aveva anche un intero reparto dedicato solo ai libri in lingua straniera: subito all’ingresso c’era una scaletta che conduceva a questa zona stipata di romanzi inglesi, vocabolari, volumi di poesie e viaggi bellissimi.
E continua a scendere tutta questa pioggia, ogni tanto il sole si fa largo tra le nuvole e illumina le pozze d’acqua.
E io gironzolo ancora per la mia Genova mentre affiorano i colori, leggeri e luminosi come certi ricordi.

Un treno alla Foce

– Ti ricordi che là c’era quel locale con il vagone del treno?
– Eccome, impossibile dimenticarlo!
– Guarda, c’è ancora!
C’è ancora?
Chi l’avrebbe detto, è davvero passato tanto tempo e molti anni dopo, affacciandomi da Via Nizza e guardando verso la prospettiva di Via Casaregis, grazie ad un’amica ritrovo per puro caso un posto dove sono stata molte volte.
Sorpresa e stupore, le lancette dell’orologio vanno all’indietro.
Certo, il locale da allora ha cambiato nome.
E poi quando ci andavamo noi avevamo nel portafoglio le mille e le diecimila lire, era proprio un altro tempo, se si arrivava in ritardo ad un appuntamento tra l’altro non c’era proprio modo di avvisare: ricorderete che c’è stato un periodo molto distante in cui nessuno di noi aveva un telefono in tasca.
E malgrado questo ce l’abbiamo fatta comunque a mantenere amori, amicizie, legami più o meno importanti o profondi.
In quel tempo lì, in quegli anni vivaci e turbolenti, certe volte avrei anche voluto avere i capelli arancioni come Cindy Lauper e mi sarebbe piaciuto sfoggiare quel suo trucco esagerato, del resto lei cantava per noi le nostre canzoni, diciamo che a modo nostro anche lei era una di noi.
Dunque, all’epoca amavo andare in quel locale della Foce che era in parte allestito nel vagone di un treno.

Ora non ricordo esattamente cosa mi piacesse mangiare in quel posto e per la verità, se vi ricordate, in quel periodo della nostra vita eravamo soliti mangiare cose incredibili ad orari impossibili e poi dormivamo come sassi. Eh.
Di quel posto là mi ricordo che era molto gettonato e ricordo anche di aver fatto lunghe disquisizioni e chiacchiere seduta proprio in quel vagone del treno.
A dirla tutta, a volte ho l’impressione che allora mi sembrasse tutto molto complicato e invece, forse, era tutto molto più semplice e noi non lo sapevamo.
E riguardo a certi luoghi mi pare di avere un certo genere di memorie non proprio definite, sono certa che capiti anche a voi.
Non sono esattamente sequenze di immagini, di parole e di eventi precisi: sono frammenti in cui ti rivedi e sei ancora una volta la persona che sei stata in un tempo diverso.
Porti la tua gonna preferita, le giacche con le spalline che poi passeranno di moda, le scarpe con la zeppa e il lucidalabbra lucente.
E rivedi certe cose di te e di altre persone che conoscevi: un sorriso, un movimento, c’è una musica in sottofondo, forse è una canzone di Ivano Fossati.
E ci sono le cassette da ascoltare in macchina, il finestrino giù, le rotelle di liquirizia in borsa, gli esami da preparare, le magliette corte, le amiche, i progetti, i jeans con la cerniera sulle caviglie e tutto il tempo che deve ancora venire.
Dopo aver trascorso una serata in quel posto là dove andiamo a sederci nel vagone di un treno.

Quando prendevamo il vecchio autobus arancione

Quando prendevamo il vecchio autobus arancione le attese alle fermate erano un po’ impazienti, non certo perché i mezzi pubblici tardavano: eravamo noi, piuttosto, ad avere fretta.
Fretta di vivere, di andare, di incontrare quelli della nostra compagnia di amici e di perdere tempo a modo nostro, a quell’età in effetti il valore del tempo è tutto diverso.
E a quanto sembra su quegli autobus là si entrava solo dalla porta posteriore e le altre due porte erano riservate alle uscite: io questo particolare lo avevo scordato, me ne sono accorta quando ho visto a De Ferrari uno di quei mezzi d’antan di smagliante color arancio.
E a dire tutta la verità neanche mi ricordo come fossero precisamente gli autobus che prendevamo le prime volte che uscivamo da soli, ecco.
Però una cosa la so molto bene: la buona educazione esige che i più giovani cedano il posto a sedere e questa cosa a noi l’avevano insegnata e ripetuta infinite volte e così noi rispettavamo le regole, eccome!
Quando prendevamo quegli autobus là alle volte ci si incontrava lungo il percorso.
In questo quartiere usavamo il 30 o il 33, come alcuni ricorderanno una di queste due linee terminava la sua corsa davanti a Brignole e chissà perché io resto convinta che anche l’attuale 36 che ha rimpiazzato le due precedenti faccia capolinea lì.
Non c’è verso, ogni volta che sono sul 36 finisco sempre per constatare con un certo stupore che il l’autobus prosegue allegramente la sua corsa fino in Piazza Merani, caspita!
Quando prendevamo l’autobus arancione mica era così, proprio per niente.

Quando prendevamo l’autobus arancione di norma avevamo sulle spalle uno zainetto.
E il walkman in tasca, la musicassetta girava e noi ascoltavamo all’infinito l’ultimo album dei Duran Duran.
E inoltre portavamo anche quegli orrendi scaldamuscoli di lana, a pensarci adesso erano veramente terrificanti, per non parlare poi delle giacche con le spalline.
Quando prendevamo quegli autobus là scendevamo a delle fermate che oggi non esistono più: ad esempio a Corvetto, davanti al fioraio, per capirci.
Ed era perfetto per noi: così facevamo prima ad andare da Futura, uno di quei negozi dove ho passato ore, ore ed ore.
Tutti i genovesi della mia generazione hanno memoria di quello scrigno di tesori dove compravamo penne, matite e gomme profumate, adesivi e temperini di plastica, portamonete, stilografiche, borse di stoffa, diari e quaderni, gadgets dai colori pastello, io ho ancora impressa nella mente quell’atmosfera.
E poi, quando prendevamo l’autobus arancione, nessuno poteva trovarci: mica avevamo un telefono in tasca, non so mica dirvi se fossimo più sfortunati!
E tra di noi c’era anche qualcuno che aveva un fantastico Ciao, che invidia per quelli che disponevano di due ruote per muoversi!
E insomma, era proprio tutta un’altra musica.
A volte, in qualche circostanza particolare, di recente mi è capitato di vedere quel vecchio autobus arancione di un tempo diverso.
E così, non per caso, mi sono ritrovata a canticchiare qualche vecchia canzone dei Duran Duran.