“Spegni la candela, non ho bisogno di vedere il colore dei miei pensieri.”
Emile Zola, Germinal
Jo Lab – Via dei Giustiniani 27 r – Genova
With a proper background women can do anything. (Oscar Wilde)
Giorni fa parlavo con la mia amica Viv, lei è un’appassionata lettrice di gialli e propone le interessanti recensioni delle sue letture sul suo blog Stravagaria che io seguo da tantissimi anni.
Eravamo in tema e mi è è venuto in mente di dirle:
– Ma ti ricordi quei gialli che in copertina avevano una specie di oblò all’interno del quale c’era un disegno?
– Certo che mi li ricordo! – Mi ha risposto subito lei.
A dire il vero penso che quelle copertine siano in un angolino della memoria di molti di noi, il caso ha poi voluto che io mi imbattessi in una selezione di quei gialli in esposizione su una bancarella della Fiera del Libro.
E la macchina del tempo mi ha portato subito indietro, a certe estati lontane.
Vi dico subito che io non sono mai stata un’appassionata di gialli, da anglofila ho sempre avuto un debole per l’ineffabile Miss Marple e quindi naturalmente ho letto alcune delle sue avventure così magistralmente imbastite dalla leggendaria Agatha Christie.
In famiglia, invece, il libro giallo era molto gettonato e particolarmente prescelto come lettura estiva.
Così, se penso alle nostre estati nella casa del mare, mi ritorna oltre al profumo degli eucalipti anche l’immagine di quei volumetti impilati uno sull’altro.
I gialli piacevano a mamma e papà, ricordo che li leggevano volentieri e così in casa ho un selezione di gialli che appartenevano a loro e che io non ho mai letto.
Lo stesso vale per la zia, credo di aver preso a prestito proprio da lei i volumi di Agatha Christie dei quali vi parlavo.
Il lettore più accanito, tuttavia, era lo zio, lui un giallo lo aveva sempre appresso.
Io all’epoca stavo volentieri tutta l’estate nella nostra casa del mare con gli zii, mentre i miei genitori rimanevano fino alla metà di luglio e poi se ne andavano a Fontanigorda.
Così tra le memorie di quei mesi estivi che sono stati i più belli della mia vita mi è rimasto anche il ricordo di mio zio che inforca la bicicletta e se ne va verso la spiaggia dove probabilmente lo troverò immerso nella lettura sotto l’ombrellone.
La zia seduta al suo fianco avrò di certo tra le mani un altro romanzo con trame gialle da esplorare, magari proprio quel “Dieci piccoli indiani” che susciterà la mia curiosità per quel titolo così originale.
Quando poi veniva il tempo di ritornare a Genova c’erano gli immancabili riti di fine stagione: si metteva via il materassino con il borotalco per non ritrovarlo tutto appiccicato l’anno successivo, si riponevano negli armadi gli asciugamani da spiaggia, i mazzi di carte venivano chiusi nel cassetto in attesa di nuove partite a scala quaranta o a macchiavelli.
Insomma, ogni cosa ritrovava il suo posto.
Alcuni di quei libri gialli restavano là, sul ripiano comò.
In attesa di nuovi lettori, per l’anno successivo, per una nuova estate.
Si chiudevano le finestre e si scendevano le scale, ci si incamminava così verso l’autunno e verso le altre stagioni che sarebbero venute.
Del tempo che fugge ognuno di noi conserva qualche frammento, a volte improbabile, eppure a volte ci coglie di sorpresa il fruscio di un libro sfogliato dal vento, una risata lontana e un fragore di onde di un’estate che non c’è più.
Questa è la storia di una fanciulla della quale si narra che sia stata molto desiderata.
Questa fanciulla abitava nella ridente località di Torriglia ed era talmente bella e seducente da avere moltissimi pretendenti e tutti avrebbero voluto sposarla, ma le cose poi andarono in diversa maniera.
Divenne così protagonista del seguente celebre e diffuso detto popolare genovese:
A l’é a bella de Torriggia: tutti a vêuan e nisciûn s’a piggia.
È la bella di Torriglia: tutti la vogliono e nessuno se la piglia.
Ma chi era la Bella di Torriglia?
Raccontano gli ottimi Nello e Ivana Ferrando nel loro volume dal titolo I proverbi genovesi edito da Sagep nel 1997 che la nostra eroina con tutta probabilità doveva essere la giovane Rosa Garaventa che visse fino all’anno 1868.
Rosa divenne talmente celebre che sul giornale umoristico “La Farfalla” fu pubblicato un suo ritratto accompagnato dalla seguente didascalia: “Regina di Torriglia accende i cuor / si chiama Rosa e un fior essa è tra i fior”.
Ma c’è anche una seconda candidata al titolo di bella di Torriglia: si tratta di una certa Clementina vissuta nel XVI Secolo e amata dal Conte Sinibaldo Fieschi di Lavagna.
E infine c’è una terza possibilità ma questa non è citata nel libro dei Ferrando.
Si tratterebbe della giovane Maria Traverso, nata nel 1818 e vissuta fino al 1902, la bella Maria è così raffigurata nel dipinto di Pietro Lumachi collocato sotto il portico di quella che fu un tempo la casa di Maria.
E se osservate la prospettiva è esattamente questa.
È la caratteristica Piazza Fieschi con le sue case colorate.
E chiunque sia stata la Bella di Torriglia possiamo provare a immaginare l’avvenente fanciulla che attraversa le strade del suo paese ammirata da tutti i suoi corteggiatori.
O forse non è mai davvero esistita la Bella di Torriglia, tuttavia la sua figura è ormai parte del nostro immaginario comune.
Ritornando ancora al celebre detto ecco altre varianti riportate nel volume Filastrocche genovesi e liguri di Beatrice Solinas Donghi edito da Sagep nel 2004.
Ritroviamo così l’ambita fanciulla, in queste rime però il detto assume un significato davvero del tutto differente:
A l’é a bella de Torriggia,
tutti a vêuan, nisciûn a piggia,
ma quando poi a s’é maiâ,
tutti orieivan aveila sposâ.
È la bella di Torriglia,
tutti la vogliono, nessuno la piglia,
ma quando poi si è maritata,
tutti vorrebbero averla sposata.
E ancora:
A bella de Torriggia cô çento galanti a l’é morta figgia.
La bella di Torriglia con cento pretendenti è morta signorina.
E per finire, un monito:
Dixe a figgia de Torriggia: chi vêu troppo, ninte piggia.
Dice la fanciulla di Torriglia: chi troppo vuole niente piglia.
Così la tradizione ha fatto pervenire fino a noi questo detto molto popolare che è ormai parte del nostro comune modo di parlare, ognuno di noi una volta nella vita di certo lo ha usato!
Se doveste andare in Val Trebbia e in particolare a Torriglia, località di villeggiatura molto amata dai genovesi, cercate una certa dimora dove un tempo abitò una certa fanciulla.
E così troverete lei: la Bella di Torriglia con la brocca in mano e il sorriso radioso, una fanciulla divenuta leggenda.
“In quelle estati che hanno ormai nel ricordo un colore unico, sonnecchiano istanti che una sensazione o una parola riaccendono improvvisi, e subito comincia lo smarrimento della distanza, l’incredulità di ritrovare tanta gioia in un tempo scomparso e quasi abolito.”
Fine d’agosto
Cesare Pavese (9 settembre 1908 – 27 agosto 1950)
“The earth had donned her mantle of brightest green; and shed her richest perfumes abroad. It was the prime and vigour of the year; all things were glad and flourishing.”
”La terra aveva indossato il suo manto di verde più luminoso; e spandeva i suoi profumi più intensi. Era il culmine e il vigore dell’anno; tutto era lieto e fiorente.”
Charles Dickens – Oliver Twist
“John era New York.
Pur non essendo newyorkese di nascita aveva tutte le caratteristiche e la mentalità dei cittadini della Grande Mela. Viveva la città in modo totalizzante. La attraversava sulla sua bici da corsa (spesso anche prendendo le vie contromano e rischiando di essere investito più volte al giorno), sui rollerblade, a piedi, in metropolitana. Come tutti i newyorkesi.”
E ripensando alle immagini di lui che venivano proposte dai giornali del tempo della sua gioventù, proprio così mi ricordo John Kennedy Jr: in sella alla sua bicicletta con gli immancabili occhiali da sole con le lenti scure.
Vivida e abilmente tratteggiata così emerge la figura del giovane Kennedy nella biografia intitolata John Kennedy Jr & Carolyn Bessette edita da Minerva e scritta da Ursula Beretta e Maria Vittoria Melchioni, la prima si è dedicata alla parte riservata a Carolyn, la seconda invece è autrice delle pagine dedicate a John.
Due esistenze, due percorsi che si intrecciano, un amore grande e una fine drammaticamente tragica.
John e Carolyn, la golden couple della famiglia reale americana: bellissimi, alla moda, protagonisti del loro tempo e simboli di un’epoca dorata.
Sposi nel settembre 1996, morirono entrambi il 16 Luglio 1999 insieme a Laureen, sorella di Carolyn, quando il velivolo sul quale viaggiavano pilotato da John si inabissò nelle acque dell’Atlantico, in un tragico incidente che spezzò la loro giovinezza.
Sono passati 25 anni da allora e John e Carolyn restano figure dal fascino immutabile.
Il libro percorre gli istanti delle loro vite dall’infanzia fino alla loro tragica morte, proponendo aneddoti, memorie e frammenti del passato.
Nel caso di John, figlio del compianto presidente John Fitzgerald Kennedy e di Jacqueline Bouvier, molto è già noto ai più, appartenere a questa famiglia leggendaria lo espose sempre agli occhi indiscreti dei fotografi, John era sempre al centro dell’attenzione della stampa per le sue iniziative imprenditoriali, per i suoi amori, per le sue passioni.
E c’era abituato, Carolyn invece non lo era e da queste pagine emerge il ritratto di una creatura schiva e timida, una ragazza che non amava essere fotografata per strada e che mai concedette un’intervista.
Bellissima, bionda ed eterea, Carolyn Bessette lavorava da Calvin Klein ed è sempre stata una vera icona di stile: sempre perfetta, prediligeva uno look essenziale e sobrio e i suoi outfits, anche adesso, non sarebbero certo fuori moda.
Il libro narra di lei e della sua importanza nel mondo della moda, non la si definisce a caso un’influencer ante litteram.
Ripensando a lui e a lei nel tempo in cui le loro stelle ancora brillavano, ricordo di aver pensato sempre che lui sarebbe andato lontano e che avrebbe forse seguito le orme paterne, le righe del libro ne danno conferma.
“John era intensamente dedito a costruire il suo destino e aveva il potenziale per fare grandi cose. Incarnava una convergenza unica di fattori: era una persona buona e intelligente, nata si con un accesso straordinario al potere ma che deteneva un potere reale; era dotato di fiducia e di buona volontà – ereditate ma anche guadagnate. Per tutta la sua breve vita ha lavorato con diligenza per trasformare tutto ciò con cui era nato in qualcosa di valore. Sicuramente sarebbe stato presidente, ma c’erano anche altri lavori che avrebbe potuto svolgere bene.”
Tra le pagine di questo libro troverete molto di lui: la sua infanzia, il suo carattere spavaldo ed entusiasta, il legame con la madre, i progetti, le amicizie.
E ugualmente a Carolyn è dedicata metà del volume, nel disvelamento di una figura alla quale ci si affeziona facilmente, per la sua grazia e per la sua capacità di essere nel mondo, nel suo mondo, in una maniera straordinariamente unica.
Le due autrici, con le loro scritture scorrevoli e coinvolgenti, hanno così offerto al lettore una biografia ricca ed interessante, anche se a tutti noi piacerebbe poter cambiare il finale.
Il volume è elegantemente arricchito da un album fotografico con immagini magnifiche di John e Carolyn, questo è un libro da leggere riguardando a loro, a quel tempo trascorso, a ciò che è stato e a ciò che non è stato.
E come sottolinea l’autrice, stranamente non è noto a nessuno come si siano incontrati John e Carolyn.
“Ed è una cosa terribile e insieme meravigliosa.
Perché non avere un ricordo preciso del momento e della situazione esatta in cui Carolyn e John si sono conosciuti per prima volta appare come un trucco divino per liberare i due innamorati dalla necessità di tenere il conto dei giorni, dei mesi, degli anni e sottrarlo così alla condanna della durata del loro amore traghettandoli direttamente nel mito. Perché, se non è dato determinare un principio, allora non è possibile nemmeno che ci sia una fine.”
John e Carolyn restano così impressi nella nostra memoria: eternamente giovani, eternamente insieme.
“The books – the generous friends who met me without suspicion – the merciful masters who never used me ill! The only years of my life that I can look back on with something like pride… Early and late, through the long winter nights and the quiet summer days, I drank at the fountain of knowledge, and never wearied of the draught.”
“I libri – gli amici generosi che mi hanno accolto senza sospetto – i padroni misericordiosi che non mi hanno mai maltrattato! I soli anni della mia vita ai quali posso guardare indietro con una sorta di orgoglio… presto e tardi, durante le lunghe notti invernali e nei tranquilli giorni d’estate, ho bevuto alla fontana della conoscenza, senza mai stancarmi di quella bevanda.”
Wilkie Collins, Armadale
“Le donne dovrebbero avere un proprio club. Esattamente come gli uomini. Un posto dove poter trascorrere la notte, farsi recapitare i pacchi, scrivere lettere, fare telefonate, cenare… è esattamente ciò che ci serve.”
A pronunciare queste parole è Florence Jaffray “Daisy” Harriman, socialite ed esponente del bel mondo nell’anno 1902 in cui ha inizio questa appassionante storia.
A Daisy è stato negato un pernottamento al Waldorf Hotel in quanto lei era priva di accompagnatore e così alla nostra intraprendente eroina è balzata in mente questa idea peculiare: fondare a New York un club per sole donne.
Con piglio ed iniziativa raccoglie attorno a sé le dame dell’alta società, tra loro ci sono molte suffragette e paladine dei diritti delle donne e della tutela dei più sfortunati, con loro Daisy si lancia in un’avventura straordinaria in nome dell’indipendenza e dell’autonomia femminile.
Questa è la storia narrata nel volume dal titolo Il circolo delle donne a Manhattan di Shelley Noble e pubblicato da tre60.
Si tratta di un romanzo storico nel quale si mescolano personaggi di fantasia e figure realmente esistite come la stessa Daisy Harrimann che fu molto attiva nel campo delle riforme, delle leggi sul lavoro minorile e ricoprì anche diversi incarichi diplomatici.
Daisy fondò davvero il circolo delle donne: il leggendario Colony Club narrato nel libro della Noble.
Ad affiancarla in questo progetto grandioso è Elsie de Wolfe, celebre attrice realmente esistita e nota per il suo particolare buon gusto in fatto di arredamento: Elsie de Wolfe è stata la prima interior designer della storia e grazie alla sua decantata raffinatezza e alle sue dote non comuni diverrà l’arredatrice d’interni del Colony Club.
La realizzazione del Colony Club viene affidata ad un architetto di grido di nome Stanford White, un personaggio eccentrico e molto in voga a quell’epoca.
C’è poi una terza figura femminile attorno alla quale ruota gran parte della vicenda del club: il suo nome è Nora Bromley ed è una giovane architetto di umili origini.
Nora è una ragazza ostinata, caparbia, fiera, una che sfida le ingiustizie e tenta in ogni modo di salvaguardarsi in un mondo nel quale gli uomini sono spesso prevaricatori e arroganti.
E così, quando si trova a lavorare alla corte di Stanford White, le tocca sopportare una serie di sgarbi e prepotenze che lei cerca di affrontare al meglio e saranno proprio il suo talento e la sua tenacia ad aprirle la strada verso l’affermazione personale e a garantirle amicizie autentiche.
Oltre alle protagoniste principali si muovono, sullo sfondo, diverse figure femminili secondarie, ogni personaggio costituisce un riflesso del variegato universo femminile: la mamma e la sorella di Nora delle quali lei deve prendersi cura, l’amica e collega che le offre supporto e aiuto, le segretarie dell’ufficio e poi tutte le brillanti dame del Colony Club.
La trama si snoda essenzialmente intrecciando i progressi nella realizzazione del Club e le vicende di autodeterminazione delle protagoniste e non manca, quasi sul finale, un inatteso colpo di scena che spariglia le carte rendendo la vicenda più complessa e intricata.
Il circolo delle donne a Manhattan è un romanzo scritto con garbo ed eleganza, una gradevole lettura che scorre piacevolmente ed è facile affezionarsi a queste donne e alla loro lotte appassionate, le signore del Colony Club si interessano delle persone meno fortunate e non esitano ad unirsi alle operaie tessili in sciopero per i loro diritti.
E noi osserviamo queste donne da questo tempo e guardiamo a loro con ammirazione, per quella loro forza e per la lungimiranza delle loro idee.
“È proprio per questo motivo che abbiamo bisogno di un club del genere; un luogo in cui discutere le nostre idee apertamente, esprimere le nostre opinioni – in modo rispettoso, naturalmente – e magari imparare a pensare in modi diversi. Dialogare, discutere e poi andare là fuori e agire.”
“La tua casa, essendo il luogo in cui tu leggi, può dirci qual è il posto che i libri hanno nella tua vita, se sono una difesa che tu metti avanti per tener lontano il mondo di fuori, un sogno in cui sprofondi come in una droga, oppure se sono dei ponti che getti verso il fuori, verso il mondo che t’interessa tanto da volerne moltiplicare e dilatare le dimensioni attraverso i libri.”
Italo Calvino – Se una notte d’inverno un viaggiatore
Books are the quietest and most constant of friends; they are the most accessible and wisest of counsellors, and the most patient of teachers.
I libri sono gli amici più silenziosi e costanti; sono i consiglieri più accessibili e saggi, e gli insegnanti più pazienti.
Charles W. Eliot The Happy Life
Libreria Feltrinelli – Genova