A cavallo al Bois de Boulogne

“Le carrozze non si muovevano ancora. In mezzo alla lunga fila di coupé, numerosissimi al Bois, in quel dolce pomeriggio autunnale, scintillava di tanto in tanto il morso di un cavallo, l’impugnatura d’argento di una lanterna, i galloni di un lacchè seduto a cassetta. Qua e là, in qualche landò scoperto, spiccavano abiti femminili di seta o di velluto.”

Emile Zola – La Preda (1871)

Con le evocative parole di uno scrittore a me tanto caro vi porto nella Parigi di un altro secolo, al Bois de Boulogne, vasto parco situato nel XVI Arrondissement della capitale francese.
Là, lungo quei viali, si trovò un giorno anche una giovane donna: cappello, giacca, abito da perfetta cavallerizza, lei stringe le redini e sorride al fotografo che la ritrae.

E ritorniamo ancora al massimo rappresentante del naturalismo francese e ad un brano di un altro suo celebre romanzo che qui voglio riportare.
È una gioiosa baraonda, un fremito vitale, una tela dipinta con talento e pazienza:

“Quella domenica, sotto un cielo gonfio dei primi temporali di giugno, si correva, al Bois de Boulogne, il Gran Premio di Parigi.

Arrivavano carrozzini con ruote immense che al sole mandavano lampi di acciaio, cabriolet leggerissimi, delicati come strumenti di orologeria, che filavano tra un tintinnio di sonagli. Ogni tanto, passava un cavaliere e un’onda di pedoni correva spaventata in mezzo agli equipaggi. Il lontano rotolio delle carrozze, proveniente dai viali del Bois de Boulogne, si smorzava in un fruscio attutito; si sentiva soltanto il rumore crescente della folla: l’aria era piena di grida, di richiami, di schiocchi di frusta.”

Emile Zola – Nanà (1880)

Vita, voci e suoni, come sempre Zolà è un impeccabile ritrattista e sa restituirci l’atmosfera di quella Parigi che lui conosceva bene.
Ho scelto i suoi brani per accompagnare il racconto di questa fotografia che ho di recente acquistato: da sempre mi affascina Parigi e naturalmente la giovane cavallerizza ha subito attirato la mia attenzione.
Il ritratto è opera di Delton, fotografo parigino che si dedicava alle “photographie hippique” proprio al Bois de Boulogne, come si legge nell’angolo in basso a destra della mia fotografia e come ho poi avuto anche modo di verificare con alcune mie ricerche.
E così, in sella al suo elegante destriero, ecco Mademoiselle con i suo stivali, i piedi nelle staffe, la posa sicura e il sorriso luminoso.
Era un giorno di un tempo distante al Bois de Boulogne.

I talenti di Fortunata Bottaro

Questa è la storia di una donna dai molti talenti e per narrarla bisogna partire da Savona, luogo dove nel 1833 nasce la nostra Fortunata Bottaro.
Fortunata ha appena 10 anni quando, con la famiglia, si trasferisce a Genova, la bambina cresce in un ambiente agiato e non le mancano certo gli stimoli culturali: Fortunata ama appassionatamente gli studi nei quali si applica con fervore ed eccelle in maniera particolare.
Ha un fratello maggiore di nome Luigi, lui è sacerdote e cultore di studi umanistici, Luigi diventerà socio dell’Accademia di Filosofia Italica fondata nel 1850 da Terenzio Mamiani, insegnante di filosofia, cattedratico di logica e antropologia nell’ateneo di Genova e, a partire dall’anno 1859, anche giornalista.
Fortunata è una giovane donna con il talento per la scrittura, diverrà lei stessa affermata giornalista e scrittrice e nel 1862, all’età di 29 anni, insieme al fratello e al pubblicista Domenico Caprile, fonderà il mensile “La donna e la famiglia”.
La rivista ha un programma di “istruzione, educazione e ricreazione” e si avvale di firme di successo: tra i collaboratori ci sono Raffaello Lambruschini e Niccolò Tommaseo, amico caro di Fortunata.
La rivista riscuote molto successo tra il pubblico femminile genovese, su quelle pagine si trattano in maniera approfondita le diverse tematiche della questione femminile.
E così rifulge l’astro del talento di Fortunata Bottaro.

Con la rivista uscirà, a partire dal 1863, la strenna annuale “Letture femminili”.
E Fortunata volge lo sguardo verso nuovi orizzonti: nel 1868 infatti si trasferisce con il fratello a Parigi e nella Ville Lumière porta il suo talento e la sua cultura.
A Parigi fonderà “La femme et la famille”, edizione francese della sua apprezzata rivista.
L’opera principale scaturita dalla penna di questa donna così speciale è “La famiglia e la felicità”, testo nel quale la Bottaro illustra le sue teorie nel campo della pedagogia.
Un giorno, per caso, il destino mi ha fatto incrociare lo sguardo di Fortunata.
Mi trovavo ad uno dei soliti mercatini e stavo guardando delle fotografie francesi quando, ad un tratto, ho veduto lei.
A tergo della Carte de Visite una mano provvidenziale aveva scritto il suo nome, io allora non conoscevo la storia di Fortunata ma, con inspiegabile ottimismo, acquistai la fotografia con la speranza di trovare tracce di lei e della sua vicenda.
E così ho fatto la gradita conoscenza di Fortunata Bottaro e ho trovato diverse notizie su di lei in alcune pubblicazioni d’epoca.

Le vicende che avete letto sono tratte dal “Dizionario biografico dei Liguri dalle origini al 1990” di William Piastra e scritte dalla Professoressa Marina Milan e anche dal volume “La stampa periodica a Genova dal 1871 al 1900” della medesima Professoressa Marina Milan che a lungo è stata Docente di Storia del Giornalismo alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Genova ed è una profonda conoscitrice della straordinaria storia di Fortunata Bottaro.
E così qui ringrazio di cuore la Professoressa Milan per l’aiuto che mi ha dato fornendomi i materiali da me consultati per raccontarvi questa bella vicenda, alla Professoressa Milan dedico questo mio piccolo omaggio a Fortunata Bottaro.
Fortunata Bottaro lasciò questo mondo il 13 Luglio 1893, la sua rivista invece venne pubblicata fino all’anno 1917.
Per una di quelle casualità che non saprei davvero spiegarvi, pochi giorni fa il destino ha nuovamente messo davanti ai miei occhi il nome di Fortunata.
Stavo percorrendo la Galleria Semicircolare del Cimitero Monumentale di Staglieno quando, scolpito nel marmo, ho veduto il nome di lei.
Sulla semplice lapide che protegge il suo sonno eterno si decantano le virtù dell’intelletto di questa scrittrice e giornalista, si elogiano la sua operosità, la sua sempre saggia e costante ricerca della verità.
E così io voglio ricordarla: qui riposa Fortunata Bottaro, educatrice sapiente.

La cattura dell’effimero

La mongolfiera raggiunse la lunghezza della catena e si fermò con uno strattone improvviso.
Cait aprì gli occhi. Il braciere ruggiva, la mongolfiera ondeggiava ancora nell’aria, il mondo era esattamente come lo aveva lasciato: Parigi in basso, il cielo in alto.

Eccola lassù Caitriona Wallace, a bordo della mongolfiera che dondola su Champs de Mars in un gelido mattino del 1886.
Caitrona, detta Cait, è una giovane vedova poco più che trentenne e proviene da Glasgow: a Parigi è giunta come chaperon di Alice Arrow e di suo fratello Jamie, due giovani scozzesi che Cait accompagnerà nel loro Grand Tour in Europa.
Così si apre la vicenda del romanzo La cattura dell’effimero di Beatrice Colin, un libro delizioso, vivace ed elegante pubblicato da Neri Pozza e Beat Edizioni.
Questa Parigi favolosa è una città in continuo mutamento e proprio su quella mongolfiera Cait conoscerà l’uomo che cambierà non solo il suo destino ma anche l’orizzonte della capitale francese: il suo nome è Émile Nouguier ed è il progettista della Tour Eiffel.
Nouguier è realmente esistito:  architetto e ingegnere civile, lavorò alla realizzazione di questa magnifica opera parigina.
L’imponente torre sarà visibile da tutta Parigi e sarà un’opera tanto straordinaria quanto effimera, infatti viene costruita in occasione dell’Esposizione Universale ma non si prevede che rimanga per sempre, ma solo per un definito arco di tempo:

Le cose belle erano ancora più belle quando non si riusciva a trattenerle? La torre non sarebbe durata a lungo: vent’anni. Paragonata ad altre strutture delle stesse dimensioni, era un battito di ciglia, un palpito del cuore, un fiore di ghiaccio.”

La torre è stupore, innovazione, modernità, la torre, come dice Émile Nouguier, è levità e aria, la torre sorgerà sotto i vostri occhi durante la lettura di questo romanzo.
E taluni la guardano con ammirazione, mentre certi illustri rappresentanti del mondo culturale e artistico parigino la osteggiano considerandola una bruttura indicibile.
Con stile e classe, la Colin vi porta in quella Parigi mirabolante con le sue eleganze e i suoi sfarzi, i suoi lati oscuri, i suoi mutamenti urbani e le umane debolezze dei suoi abitanti.
Tra le pagine del libro naturalmente incontrerete spesso anche Gustave Eiffel medesimo, d’altra parte i parigini sono stupefatti davanti all’idea della torre:

Dal primo giorno di scavi era un susseguirsi di carrozze che si accostavano al marciapiede di Quai d’Orsay per far scendere innumerevoli spettatori indiscreti, irritati, offesi. Uomini in bombetta passeggiavano piano lungo il cantiere o si fermavano sul bordo appoggiandosi al bastone da passeggio, in attesa di qualche accadimento. Le dame, le mantelle che ondeggiavano al vento come le penne su un’ala di corvo, affrettavano il passo coprendo il viso per proteggerlo dal fumo e dall’odore denso, inquietante e umido delle fondamenta.

In questa città palpitano gli intrecci avvincenti di queste vite: l’amore che sboccia tra Cait ed Émile reso complicato dalle differenze sociali, la leggerezza a tratti ingenua e a tratti capricciosa di Alice, le scapestrate avventure dell’inconcludente Jamie.
E le ombre del passato che oscurano la felicità, una serie di vicende secondarie e di personaggi che si muovono con disinvoltura nei diversi luoghi della capitale.
E questa città, questa Parigi favolosa e straordinaria, credo che l’autrice l’abbia studiata con attenzione e cura, trovo nella sua scrittura l’impronta dell’autenticità e la bellezza di saper evocare con vero talento un luogo e un’epoca lontana.
Non è frequente che mi appassioni di autori contemporanei ma questo romanzo mi ha letteralmente incantata, regalandomi qualche ora di autentico coinvolgimento in questa trama che troverei perfetta per la sceneggiatura di un film.
E così, come mai mi accade, ho cercato traccia dell’autrice per ringraziarla della magnifica esperienza di questa lettura e ho purtroppo scoperto che la Colin è mancata prematuramente nel 2019.
Sono stati pubblicati altri suoi due romanzi e li leggerò presto, sono certa che saranno altri viaggi emozionanti come questo.
Non potendo fare diversamente ringrazio da qui Beatrice Colin per la meraviglia della sua Parigi, per la sua Cait così appassionata, per il sogno della Tour Eiffel che diviene realtà sotto gli occhi meravigliati del lettore.
In questa Parigi che si svela come un incanto sfavillante tra le pagine di La cattura dell’effimero.

Gli allumeurs de réverbères erano intenti ad accendere lampioni a gas lungo i grandi viali alberati e le vie con le loro lunghe aste. Le luci scintillavano come orbite dorate, in contrasto con lo splendore della crepitante illuminazione ad arco voltaico di Place de l’Opéra.

Pietro Lanza Principe di Trabia, Butera e Scordia: storia di un patriota siciliano

Questa è la storia di un patriota venuto da lontano.
Pietro Lanza, Principe di Trabia, Butera e Scordia, nacque a Palermo nel 1807 da Giuseppe Lanza Principe di Trabia e dalla nobile Stefania Branciforti.
Uomo ricco di ingegno e dalle molte attitudini, fin da giovane brillò negli studi e per i suoi talenti, appena ventottenne era già Pretore di Palermo.

In questo suo importante ruolo si distinse nella particolare circostanza dell’epidemia di colera che nell’estate del 1837 implacabile dilagò a Palermo.
Lanza, coraggioso e indomito, si prodigò in molti modi per la sua città e per la sua gente, narrano le cronache che in certi giorni di luglio il colera a Palermo arrivò ad uccidere mille persone al giorno.
Il giovane pretore, ligio al senso del dovere, rimase nella sua città e in aiuto ai suoi concittadini fino alla fine dell’epidemia.
Giunse così l’anno 1838 e Pietro Lanza, con la sua consorte Eleonora Spinelli Caracciolo, si recò a Parigi dove partecipò a corsi scientifici e a lezioni di scienze morali, alla Sorbona seguì le lezioni di diritto penale del celebre Pellegrino Rossi.

Uomo di legge e di scienze, Lanza pubblicò lavori storici sulla sua Sicilia.
Da Parigi sul finire di maggio raggiunse poi Londra e qui presenziò all’incoronazione della Regina Vittoria, in seguito andò in Belgio e poi in Svizzera.
Tornando a Palermo trovò al suo posto di questore un successore in quanto, per una serie di circostanze, pare che fosse stato ingiustamente esonerato dal suo incarico.
Lanza proseguì con immutato impegno nei suoi studi, si dedicò quindi all’amministrazione del ricco patrimonio di famiglia.
Giunse quindi il 12 gennaio del 1848, in quegli anni di fermento, si rinfocolò il fuoco dello scontento: sono i giorni della rivoluzione siciliana.
E tra coloro che prendono parte ai moti siciliani c’è anche lui, Pietro Lanza: quando il 25 Marzo 1848 viene proclamato il Regno di Sicilia Pietro Lanza prende il suo posto nella Camera dei Pari, a lui verranno in seguito affidati il Ministero della Pubblica Istruzione e dei Lavori Pubblici, in questo suo ultimo ruolo tra le iniziative delle quali si occupa con autentico fervore c’è anche la realizzazione della Via della Libertà a Palermo.

Fu ancora pretore della sua città e in seguito fu chiamato a far parte del Ministero Stabile e gli fu affidato il portafoglio degli Affari Esteri.
Il Lanza, tuttavia, non sapeva che i casi del destino e della politica lo avrebbero condotto lontano dalla sua isola: nel 1849, infatti, i Borboni riconquistarono la Sicilia e per Lanza e per tutti coloro che avevano preso parte alla politica del Regno di Sicilia si aprirono tristemente le porte dell’esilio.
Era un giorno di aprile del 1849 quando Pietro Lanza lasciò la sua Sicilia a bordo di un vapore della Marina Militare Inglese, non avrebbe mai più rivisto la sua terra natia.
Per qualche tempo rimase in Francia e poi, a partire dall’Ottobre del 1849, si stabilì a Genova.

Ebbe rapporti con le figure illustri del tempo, da Genova spesso si recava a Torino dove incontrava Cavour e coloro che gravitavano negli ambienti dell’emigrazione politica.
A Genova fece parte dell’Accademia di Filosofia Italiana fondata da Terenzio Mamiani, qui fu spesso in prima linea a fornire soccorso ai molti esuli come lui venuti da lontano.
Viaggiò molto durante gli anni del suo esilio e sempre curò l’amore per le lettere e per le scienze, Lanza fu anche autore di diverse pubblicazioni dove mostra il carattere del suo ingegno.
Fu durante uno dei suoi viaggi che trovò la fine: Pietro Lanza Principe di Trabia, Butera e Scordia soffriva di epilessia, durante un suo soggiorno a Parigi la sua malattia si aggravò e il 27 Giugno 1855 eglì esalò l’ultimo respiro.
Forse vi starete chiedendo cosa mi abbia spinto a scrivere la vicenda di questo patriota, figura non così nota alla maggioranza delle persone.
Io ho scoperto la vicenda di lui poco tempo fa e così mi sono premurata di cercare notizie sulla sua vita e le ho trovate in particolare nel volume Il Risorgimento Italiano Biografie Storico Politiche d’Illustri Italiani Contemporanei a cura di Leone Carpi pubblicato dall’Antica Casa Editrice di Francesco Vallardi nel 1886.
Le pagine dedicate al patriota siciliano sono state scritte dal Professor Salvatore Lanza di Trabia, in quelle righe si legge che Pietro Lanza riposa nella sua Palermo, nella tomba di famiglia.
Come comprenderete, è piuttosto improbabile che io riesca a ristabilire l’esatto corso degli eventi ma vorrei aggiungere qualche notizia e qualche considerazione che spiegherà cosa mi ha condotto sulle tracce di Pietro Lanza.
Qualche giorno fa, infatti, mi trovavo nella Chiesa della Santissima Concezione e Padre Santo, un luogo che racchiude innumerevoli storie del passato.

Non ci si sofferma mai abbastanza a lungo a leggere le lapidi di coloro che qui vennero accolti a riposare nel loro sonno eterno.
Una di quelle candide tombe accenna ad una storia, lascia la traccia di un uomo stimato e virtuoso.

Gli esuli mestissimi che furono compagni dei suoi giorni, nella città di Genova, con evidenza ebbero una parte nello scrivere per il loro sodale queste parole.
Sembrerebbe pertanto che, per un periodo, Pietro Lanza abbia riposato in questa chiesa, nel silenzio mistico di Padre Santo.

Per un caso i miei occhi hanno trovato il suo nome e allora ho voluto farlo riemergere e in qualche maniera farlo ritornare sotto la luce che rischiara le vie di Genova, città che nei suoi giorni di esule lo accolse e lo ospitò.
Così a voi porto il ricordo di lui: Pietro Lanza, Principe di Trabia, Butera e Scordia, ardente patriota siciliano.

Blanche e Claude

“Aveva gli occhi castani, grandi e luminosi, e Claude non era mai stato capace di resistere alla combinazione di capelli chiari ed occhi scuri. … Ma a fermargli il cuore non furono i colori della sconosciuta: fu il suo sorriso, così abbagliante, così spontaneo.”

Così avviene l’incontro fatale tra due creature destinate a condividere un percorso comune non certo privo di ostacoli: lui è il francese Claude Auzello e lei è l’americana Blanche Ross, protagonisti del romanzo Blanche e Claude di Melanie Benjamin edito da Neri Pozza.
È un giorno del 1923 e Claude, da vicedirettore dell’Hotel Claridge, accoglie l’ospite venuta da un lontano con le sue bizzarre idee: Claude si offre immediatamente di mostrarle la sua Parigi, quella città sarà poi lo scenario delle loro esistenze.
Claude Auzello e Blanche Ross sono due persone realmente esistite ma, come dichiara la stessa Benjamin, la loro vicenda viene proposta attenendosi alla realtà di fatti realmente accaduti e anche ricorrendo a divagazioni di fantasia.
Blanche e Claude, un amore tormentato e ricco di contraddizioni, due vite e un luogo prediletto: l’Hotel Ritz di Place Vendôme del quale Claude diviene direttore e che curerà con amorevole dedizione insieme alla sua Blanche divenuta sua moglie.
Ah, Blanche aveva sogni di gloria!
Lei era giunta a Parigi con il sogno di diventare una stella del cinema, ma poi le cose sono andate diversamente.
E così ecco Madame Auzello in quell’albergo esclusivo frequentato da Picasso, Cole Porter ed Hemingway, ormai quella sarà casa sua, sarà il posto del suo cuore, per tanti diversi motivi: il Ritz con i suoi lussi è culla che custodisce ed è un luogo prodigo di molte bellezze e gioie.

Blanche è diventata la regina del bar del Ritz e da allora non ha mai perso la corona.

Gli anni passano e si giunge a quel tetro 1940: è il tempo dell’occupazione tedesca e anche a Parigi le luci scintillanti si affievoliscono sotto le ombre cupe della storia.

Blanche è una donna volitiva, di carattere, è indipendente e caparbia, a volte i suoi comportamenti sono ragione di forte preoccupazione per Claude, tra loro non mancano i contrasti.
Claude, all’apparenza più cauto e riflessivo, si trova a gestire le relazioni con i tedeschi che occupano il Ritz così come altri alberghi parigini, sono tempi difficili e ardui.
Questa è anche una storia di amore e fratellanza, di sofferenze e speranze: ed è una storia di Resistenza, di fughe precipitose, di letali pericoli affrontati a testa alta e con coraggio, di esperienze segnanti e cariche di angoscia.
Melanie Benjamin ha una scrittura fluida e scorrevole, a mio parere si districa con abilità in tematiche non certo semplici da trattare, fa ampio uso dei dialoghi e questo rende il suo romanzo una piacevole lettura.
Si seguono, insieme a lei, momenti di storia vera: dagli echi dello sbarco in Normandia alla liberazione di Parigi, giorno dopo giorno, con gli occhi di Blanche e Claude.
L’autrice delinea con un certo talento caratteri e personaggi, pure quelli secondari restano impressi per le loro peculiarità, indugia inoltre volentieri nel presentarci personalità realmente esistite: da Coco Chanel alla Garbo, da Ernest Hemingway alla fatale Marlene Dietrich.
Blanche e Claude è un romanzo ma anche vita vissuta, i due piani di lettura paiono intersecarsi alla perfezione e i protagonisti si riscopriranno diversi da come credevano.
È una storia di giustizia e di amore per la libertà, tuttavia non sempre è una storia di felicità raggiunte, nello scenario drammatico degli anni della guerra si compiono tragicamente i destini di molte persone.
E chi resta ha il dovere di ricordare e di ricostruire, di procedere a passi incerti sulle macerie del passato volgendo lo sguardo al futuro, in qualche modo.

Al Ritz tornerà tutto come prima. Perché è questa la sua magia: far dimenticare l’ultima scena alla quale abbiamo assistito prima di entrare nella sua opulenza, anche se quella scena ci ha mostrato i lati peggiori dell’umanità.”

Saint-Just. La vertigine della Rivoluzione

Questa è la storia di un uomo narrata spesso tramite le sue stesse parole.
Non è la biografia di un rivoluzionario, è piuttosto la ricerca del suo pensiero e delle sue azioni tramite la traccia che egli lasciò.
Saint-Just. La vertigine della Rivoluzione è il saggio di Stenio Solinas pubblicato da Neri Pozza e dedicato alla figura di uno dei più protagonisti del sanguinario regime del Terrore durante la Rivoluzione Francese.
Louis Antoine de Saint-Just frequenta la scrittura, è il mese di maggio del 1789 quando pubblica l’Organt, un poema in venti canti che è il riflesso del suo pensiero: di lì a poco avverrà la presa della Bastiglia e Saint-Just in quel tempo sarà ancora lontano da Parigi ma già imbevuto e partecipe degli ideali rivoluzionari.
Arriverà nella capitale francese e diverrà il più grande amico di Robespierre al quale lo unirà un profondo legame.
Lo storico Michelet definirà Saint-Just l’Arcangelo della Morte, la sua figura è anche ammantata dall’epica della bellezza, Solinas racconta anche dei suoi ritratti esposti al Museo Carnavalet che restituiscono l’immagine di un avvenente giovane che al lobo porta un orecchino.
E con sapienza Solinas offre al lettore anche uno sguardo su un altro aspetto che distingue l’epoca rivoluzionaria: la rivoluzione è anche l’epica della giovinezza.

Avversari e rivoluzionari di rado riescono a superare i 40 anni, l’autore presenta uno spaccato di quella società e induce così il lettore a riflettere su questo particolare aspetto.
Saint-Just stesso arriva a Parigi che è appena un ragazzo, il folle clima del terrore di quel tempo brucia vite ed ideali.
Come dicevo, il saggio non è una biografia, narra le intemperanze del protagonista e il ruolo che egli ebbe nella politica del tempo ma lo osserva in maniera mediata con uno sguardo particolare sulle sue azioni e sul suo credo.
Secondo la mia personale opinione questo testo prevede già una certa approfondita conoscenza degli eventi dell’epoca, l’autore per parte sua si muove con notevole dimestichezza tra le diverse tematiche inerenti la Rivoluzione Francese, non tralasciando rimandi a studi di epoche recenti e dotte citazioni.
Alcune pagine, poi, restituiscono appieno il furore della Rivoluzione come ad esempio quelle nelle quali si narra la seduta della Convenzione durante la quale si decide il destino di Luigi XVI e nel luogo nel quale tutto avviene la tragedia diventa spettacolo messo in scena dal pubblico presente in sala:

“…si mangiano gelati, arance, si bevono liquori, ci si scambia complimenti e saluti fra belle donne nel loro più charmant négligé e amici, ammiratori, spasimanti più o meno maturi.”

In questo clima cresce e si alimenta la passione politica di Saint-Just, interessante è il capitolo dedicato alla sua riorganizzazione e riforma dell’esercito.
Questo libro complesso e certamente particolare restituisce così il ritratto di una figura insolita osservato da un particolare punto di vista.
Eccolo il giovane Saint-Just: un giorno prima di essere condotto al patibolo si presenta alla Convenzione vestito con somma eleganza, come se dovesse partecipare ad una festa.
Resta su quella tribuna e non riesce a prendere la parola, i suoi nemici non gliela concedono ma, a differenza del suo amico Robespierre che strepita per difendersi, Saint-Just tace e affronta il destino con impassibile sangue freddo.
Sono 21 coloro che insieme a Saint-Just sono destinati al patibolo, la loro vista è lo spettacolo di un’umanità umiliata e dolente, coperta da vesti lacere e macchiate di sangue.
È la Place del La Concorde il luogo dell’esecuzione e Saint-Just andrà incontro alla morte ritto su un carro, con l’abito di camoscio e il gilet con un solo bottone allacciato a lasciar scoperto il petto.
È il 28 Luglio 1794, la lama implacabile della ghigliottina precipita giù e recide la testa di Louis Antoine de Saint-Just, all’epoca appena ventisettenne.
Così termina l’intensa vicenda terrena di un giovane che visse nella vertigine della Rivoluzione.

Una ragazzina di Parigi

La giovinezza è un soffio, leggero e fragile, differente a seconda dell’epoca nella quale si è predestinati a viverla.
Lei è appena una ragazzina, così composta e bene educata, le hanno insegnato la timidezza, la ritrosia e quel garbo che farà di lei una giovane donna dal fascino discreto.
Così ritratta, nel fiore dei suoi pochi anni, nello studio di un fotografo parigino sul Boulevard Bonne-Nouvelle.
Sul tavolino di legno al quale lei si appoggia è posto un cappellino di paglia con i fiori e potrebbe essere un accessorio di proprietà dello studio fotografico ma la ragazzina di Parigi potrebbe davvero portarlo un cappellino come quello!
La sua pelle è diafana, le sue dita sottili si posano con grazia sopra ad un libro.

Vanno di moda i tessuti rigati in questo tempo francese dei suoi giorni, forse il suo abito è celeste tenue, per lo meno io lo immagino così.
Lei è bionda, ha gli occhi grandi e chiari, i lineamenti delicati, labbra color ciliegia, piccoli orecchini ai lobi.
E chissà a cosa pensa, in quel frammento di tempo che ci restituisce il suo visetto dolce.

Ogni particolare del suo abbigliamento rimanda poi ad una certa ricercatezza che fa sicuramente pensare ad un’esistenza agiata e ricca di molti privilegi.
La ragazzina forse prende lezioni di piano e le sue note si perdono nell’aria fresca della Ville Lumière.
I suoi mezzi guanti di pizzo poi sono un capolavoro di raffinatezza e chissà da quale pregiato negozio parigino saranno usciti.
E guardate le maniche e la gonna ampia, l’insieme è assolutamente delizioso e però pensando a te, cara ragazzina di Parigi, mi chiedo se saprei raccontarti la bellezza di correre liberi in jeans e maglietta e non so cosa diresti tu, forse spalancheresti i tuoi occhi grandi colmi di stupore.

Il viso dolce di questa ragazzina è ancora davanti ai nostri sguardi grazie a quella magnifica invenzione della fotografia che, da quella Parigi del tempo, ha portato qui lei, la sua grazia, i suoi capelli biondi e i suoi guanti di pizzo.
La giovinezza è un soffio lieve e ha lo sguardo ingenuo di una ragazzina di Parigi.

Shakespeare and Company

“Poi venne uno specialista a dipingere il nome che avevo deciso di dare al negozio, Shakespeare and Company. Mi era venuto in mente una sera, a letto. Qualcosa mi diceva che il mio collega William – come lo chiamava la mia amica Penny O’Leary – guardava con occhio benevolo all’impresa: si aggiunga che i suoi libri si vendevano ancora molto bene.”

Benvenuti tra le mura di una leggendaria libreria parigina, la sua storia avvincerà tutti coloro che amano la lettura.
Ai giorni nostri nella capitale francese è tuttora celebre e molto ricercata la libreria situata sul Lungosenna che negli anni ‘60 ereditò il nome da questa precedente attività della quale la fondatrice Sylvia Beach narra le vicende in Shakespeare and Company edito in Italia da Neri Pozza.
È un libro elegante, scorrevole, ricco di aneddoti e di storie letterarie e sin dalle prime pagine si contraddistingue per una particolarità: si resta gradevolmente coinvolti dalla scrittura di Sylvia Beach ed è inevitabile provare per la sua persona un moto di spontanea simpatia.
Sylvia Beach è una giovane americana sognatrice e intraprendente: è il 1919 quando apre sulla Rive Gauche la libreria che chiamerà Shakespeare and Company, il negozio avrà due diverse sedi e quella definitiva sarà in Rue de l’Odéon.
Lei che sognava di avere una libreria francese a New York diventerà invece proprietaria di una libreria anglossassone a Parigi che sarà imprescindibile meta di intellettuali e scrittori, nel tempo in cui in America imperversa il proibizionismo Parigi diviene sognata e magnifica realtà.
Sylvia Beach mette tutto il suo cuore e la sua anima nella sua attività, non solo vende i libri ma li dà anche in prestito e certi famosi scrittori ne prenderanno tantissimi magari riportandoli dopo molto tempo come era solito un caro amico di Sylvia: James Joyce.

E Joyce è una delle personalità chiave dell’esistenza di Sylvia e dell’avventurosa vicenda di Shakespeare and Company: quando ancora tutti guardavano con diffidenza alle opere dell’autore irlandese è Sylvia Beach a pubblicare per prima il monumentale Ulysses.
Lei ha passione, lungimiranza, pazienza e spirito di iniziativa, è Sylvia a produrre persino due dischi nei quali James Joyce legge brani tratti dalle sue opere, queste registrazioni saranno in seguito conservate presso il Musée de la Parole di Parigi.
Nella sua appassionata esperienza di libraia Sylvia Beach entra così in contatto con i maestri della letteratura e della cultura tra i quali Ezra Pound, D. H. Lawrence, Ernest Hemingway, Thornton Wilder, Valery Larbaud e molti altri.
Nel libro delle sue memorie Sylvia riporta così alla luce episodi magnifici con il suo stile lieve e garbato, è come essere seduti in un salotto parigino ad ascoltare la voce di lei che narra, ad esempio, di Francis Scott Fitzgerald:

“Gli volevamo un gran bene, come tutti quelli che lo conoscevano, del resto. Con quei suoi occhi azzurri, quella sua generosa e folle imprevidenza, quel suo fascino di bellissimo angelo caduto passò come una visione luminosa e troppo fugace per Rue de l’Odéon, abbagliandoci per un momento.”

Con la stessa naturalezza Sylvia racconta che i fotografi ufficiali della sua bella compagnia erano Man Ray e la sua allieva Berenice Abbott, i loro ritratti tappezzavano le pareti di Shakespeare and Company.
E ancora, così scrive di un altro suo caro amico:

“Ebbi l’onore di conoscere Paul Valéry – incontrato nella libreria di Adrienne – e spesso, dopo aver aperto Shakespeare and Company, la gioia di vederlo entrare nel mio negozio per venirsi a sedere accanto a me, a chiacchierare e scherzare. Valéry scherzava sempre.”

Fino all’ultima pagina la libraia Sylvia Beach vi affascinerà con i suoi aneddoti, con le storie della sua vita, con i ricordi dei suoi incontri mai banali.
Se amate i libri e la letteratura adorerete questo volume, le pagine scorreranno e a voi sembrerà di essere a Parigi, accanto a Sylvia a chiacchierare con lei: proprio come faceva Paul Valéry nell’affascinante atmosfera di Shakespeare and Company.

L’opera

“La piazza, laggiù, con i marciapiedi immensi e la carreggiata vasta come un lago si colmava di questo flusso continuo, solcata in tutti i sensi dal brillio delle ruote, popolata di puntini neri che erano uomini: e le due fontane zampillavano ed esalavano un senso di fresco in quell’ardore di vita.
Claude gridò, tutto vibrante:
“Ah questa Parigi!… È tutta per noi, non dobbiamo far altro che prenderla!”

Ecco lo splendore di Parigi e su di lei lo sguardo di Claude Lantier, lui è il protagonista del romanzo L’Opera di Emile Zola che fu pubblicato nel 1886 e che rappresenta il quattordicesimo volume del ciclo dei Rougon-Macquart.
Il ciclo dei Rougon-Macquart si compone infatti di venti romanzi nei quali Zola delinea un formidabile ritratto corale dei vari componenti di una medesima famiglia secondo i dettami del naturalismo.
E così per il lettore affezionato il nome di Claude Lantier non è nuovo: Claude è figlio della sventurata Gervaise Macquart, protagonista di L’Ammazzatoio, suo fratello si chiama Étienne ed è l’eroico e idealista minatore di Germinal, la sua sorellastra per parte di madre è invece Anna Coupeau detta Nanà, una ragazza che ha scelto la via del denaro facile.
Claude è anche già apparso tra le pagine di Il ventre di Parigi ma è nelle righe di questo romanzo a lui dedicato che si delinea il suo carattere e la sua figura.
La storia si incentra sul mondo più familiare a Emile Zola: Claude è un pittore, i suoi amici sono architetti, scultori e scrittori, egli così si muove nel mondo della cultura e dell’arte, non va dimenticato a tal proposito che Emile Zola frequentava abitualmente gli artisti del suo tempo, su tutti apprezzava in modo particolare Edouard Manet ma conobbe anche Renoir, Cezanne, Monet e molti altri.
Tra queste pagine si ritrovano così Zola stesso e i suoi sodali, tra gli amici di Lantier ad esempio c’è anche un certo Sandoz, un romanziere che intende scrivere la storia di una famiglia e delle vicissitudini dei suoi membri, in questa figura si riconosce chiaramente Zola medesimo.
Nel complesso del romanzo emerge inoltre che allo scrittore francese interessa approfondire il senso della ricerca del compimento di un’opera, sia essa letteraria oppure frutto di talento nella pittura.

E così conosciamo il suo Claude Lantier che è un artista incompreso e incompiuto, un uomo difficile, taciturno, ombroso e introverso, a volte sa esaltarsi oltre misura per la propria ambizione e più spesso è invece incapace di vedere un orizzonte, a volte si mostra egoista ma sempre aspira a compiere la sua grande e assoluta opera.
Accanto a lui c’è Christine, compagna, moglie e musa, il loro amore nasce da un incontro fortuito, Christine è una fanciulla poco ambiziosa e lascerà il suo lavoro da lettrice presso una ricca signora solo per seguire il suo Claude:

Ah, quella letture che non finivano mai quanto pesavano alla ragazza!
Se avesse avuto un mestiere suo con quanta gioia avrebbe tagliato vestiti, appuntato cappellini, arricciato petali di fiori!

Lei ama intensamente Claude e sente per lui un affetto talmente profondo da superare quello che la legherà al loro figlio sfortunato e sofferente di una grave malattia, il crudele destino di quel bambino farà palpitare di rimorsi il cuore della sua povera madre.
Christine è la modella di suo marito ma diverrà persino gelosa di quell’altra lei ritratta da Claude sulla tela, l’arte è la sua rivale e Christine ne è consapevole, quando arriverà a supplicare Claude di mettere da parte la sua ricerca artistica e di dedicarsi alla loro comune felicità lui le risponderà duro:

“Io non voglio essere felice, io voglio dipingere.”

In queste poche parole c’è tutta l’essenza di Claude, il suo desiderio di successo mai appagato, la sua sete di riconoscimento, il suo timore per il fallimento.
Nelle pagine del romanzo lo vediamo aggirarsi in un luogo dove viene esposto un suo quadro e lo cogliamo mentre dubbioso cerca di carpire i giudizi dei visitatori per rimanerne fatalmente deluso.
Claude non è mai soddisfatto dei suoi dipinti incompiuti e sempre ritorna a ritoccarli e a rivederli in un faticoso e perenne torturarsi alla ricerca della perfezione.
Se leggerete questo romanzo vi troverete davanti a un dipinto di Claude dal titolo Plein Air, le figure ritratte suscitano nel pubblico ilarità e scandalo, il modo di dipingere di Claude non è compreso e anzi è travisato, riga dopo riga poi vi accorgerete che Zola per il quadro di Claude si ispirò chiaramente alla celebre Colazione sull’erba di Manet.
Arte ed eterna ricerca della propria identità, tuttavia, non sempre coincidono con il raggiungimento della felicità, è ben evidente che Claude non appartiene alla schiera dei vincitori.
Il racconto della vicenda umana di Claude Lantier così si compie, nello scenario favoloso di questa Parigi scintillante, fonte di sogno e delusione, di illusione e di bellezza mai raggiunta.

“Parigi lo aveva riafferrato fino al midollo, con violenza: e nella fiamma alta di questa fornace ritrovava come una seconda giovinezza, un entusiasmo, un’ambizione, un desiderio di vedere tutto, fare tutto, conquistare tutto.

Quando attraversava Parigi scopriva quadri ovunque, l’intera città con le sue strade, i vicoli, i ponti, gli orizzonti colmi di vita, si diramava in una serie d’immensi affreschi, che giudicava sempre troppo angusti, inebriato dall’idea di quelle sue opere colossali.”

Il denaro: ascesa e caduta di Aristide Saccard

“Appena solo, Saccard fu preso dal rumoroso vocio della Borsa che sembrava l’ostinato rombo della marea crescente. […] Di quattro angoli, dalle quattro strade, il torrente delle carrozze e dei pedoni affluiva sempre più rapido, in un traffico inestricabile, mentre il passaggio degli omnibus aumentava il disordine, e le carrozze dei procuratori degli agenti di cambio, in fila, sbarravano il marciapiede quasi da un capo all’altro del cancello. Ma gli occhi di Saccard si fissavano sui gradini più alti, dove sfilavano le redingote, in pieno sole.”

Frenesia, tumulto, voci tonanti, sete di successo e di quella ricchezza che fa sentire onnipotenti e sovrani del mondo: questo traspare dalle pagine del romanzo Il denaro, magnifico diciottesimo volume del ciclo dei Rougon-Macquart scritto da Emile Zola nel 1891.
Ritroviamo ancora Aristide Saccard, lo scaltro speculatore già protagonista del romanzo La preda ma questa ulteriore opera è del tutto differente dalla prima per intreccio, complessità ed intensità.
Questa è una superba storia di cupidigia e di brama di possesso, è la vicenda di una spericolata speculazione finanziaria che vede Saccard come primo attore assoluto mentre attorno a lui si affolla una babele di personaggi e ad ognuno di essi Zola assegna un ruolo sulla scena, sono talmente numerosi che è praticamente impossibile raccontare brevemente la trama nel suo complesso, si rischierebbe di far torto a qualcuno.
Emerge qui lo straordinario talento dello scrittore francese nel tratteggiare un’impressionante miriade di figure minori e di comprimari fondamentali per la struttura del romanzo, in questo risiede una delle forze distintive di Zola: egli mostra al lettore un mondo intero con le sue debolezze e i suoi peccati da scontare.
Ed ecco quindi Saccard con il suo grandioso progetto di costituire la Banca Universale, lui ha mire persino in Asia, la sua sete di potere non conosce confini e al suo cospetto finiscono così i parigini con i loro risparmi, sono tanti a mettersi nelle mani di Saccard sperando in questo modo di arricchirsi.

Lui è persuasivo, arrogante e incapace di arrendersi, con la sua furia trascina con sé anche gli innocenti e i puri di spirito che nelle cose del mondo restano sempre, in qualche modo, impigliati in certe losche vicende.
Straordinarie sono certe figure femminili come ad esempio la Principessa di Orviedo, ormai vedova ha ereditato dal marito un patrimonio immenso accumulato con le peggiori astuzie: Zola definisce il principe un inappuntabile bandito moderno che aveva fatto i soldi al luminoso sole della Borsa a scapito della povera gente.
E così la Principessa di Orviedo, per espiare le colpe del suo orrido consorte, si riduce a vivere in umili stanzette e dona i suoi beni ai poveri, fonda l’Opera del Lavoro e cerca così di fare in modo che quel denaro immondo porti bene e e felicità ai più sfortunati.
Nella sua corsa al successo Saccard incontra poi una donna che sarà sua compagna: Madame Caroline ha appena 36 anni eppure i suoi capelli sono già candidi.
Non bella, ha un portamento regale e una sorta di fascino aristocratico, Zola non manca di sottolineare che Saccard è più basso di lei e quasi le invidia quella sua corporatura robusta.
In una sorta di incomprensibile ingenuità, travolta quasi dalla passione per Saccard, la giovane Caroline si lascia coinvolgere nelll’affare della Banca Universale eppure non sembra così sprovveduta e a Saccard dice queste parole:

“Cercate di calpestare meno persone possibile, e soprattutto non calpestate nessuno di quelli che amo.”

Gli ingranaggi di questo sistema feroce stritolano vite e speranze, il denaro obnubila, contamina, fa perdere il senno, regala la gloria ma fa anche precipitare nell’abisso: in contrasto con la figura di Saccard Zola pone il giovane Sigismond che è  discepolo di Marx e crede fermamente in una società diversa e nel riscatto degli oppressi.
Tutto attorno questa Parigi frenetica del Secondo Impero brilla radiosa, mirabili sono le descrizioni di un’epoca e delle sue sfide, Zola è autore di pagine indimenticabili e nei suoi romanzi più complessi, come ad esempio questo, emergono il suo talento e la sua capacità di indagare nell’animo umano.
Nella folla dei molti personaggi che abitano queste pagine incontrerete una figura sinistra: è una donna goffa e corpulenta, Madame Méchain traffica in losche attività, raccatta a destra e a manca azioni di fallimenti e titoli deprezzati e li tiene in quella sua grande borsa di cuoio nero che si porta sempre appresso.
Gira con il cappello viola calcato sulla testa, sgraziata e gonfia, con la faccia rossa, Madame possiede pure un terreno sul quale sorgono delle catapecchie che affitta a dei miserabili e non si fa certo scrupolo a buttarli fuori quando questi non pagano l’affitto.
Del resto una sola cosa è importante anche per lei: il denaro.
I soldi e la ricchezza, linfa vitale della gente come Saccard:

Il denaro è il concime su cui cresce l’umanità di domani.

E tra queste miserie dello spirito, resta un interrogativo che l’autore attribuisce a Madame Caroline, questi sono i suoi pensieri mentre si appresta ad iniziare una nuova vita.
C’è una bellezza senza tempo in queste parole e forse davvero Emile Zola ha lasciato ad ognuno dei suoi lettori il compito di trovare la risposta:

“Al di là del fango, delle tante vittime travolte e schiacciate, di quell’abominevole sofferenza che ogni passo in avanti costa all’umanità, non c’è una meta oscura e lontana, qualcosa di superiore, di buono, di giusto, di definitivo, verso cui andiamo, senza saperlo e, che ci gonfia il cuore dell’ostinato bisogno di vivere e di sperare?”