Re Carlo I, Enrichetta Maria e i loro bambini raccontati da Van Dyck

È una famiglia reale e potrete incontrarla recandovi a visitare la mostra Van Dyck l’europeo allestita a Palazzo Ducale di Genova fino al 19 Luglio prossimo e curata da Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen.
Il sovrano d’Inghilterra Carlo I e la sua consorte Enrichetta Maria vennero così ritratti da Antoon Van Dyck tra il 1632 e il 1633, il dipinto fa parte della collezione del Castello Arcivescovile di Olomuc in Repubblica Ceca.

Ogni volta che osservo un quadro sorge sempre in me la curiosità di conoscere l’età delle persone ritratte: la percezione del tempo e dell’età, a mio parere, racconta molto di noi e di coloro che ci hanno preceduto.
E qui, in questo dipinto, il sovrano immortalato con solennità e con il nastro blu dell’Ordine della Giarrettiera, è un giovane di 33 anni.

Enrichetta Maria, con la sua grazia lieve, è una ragazza di appena 24 anni.
È figlia di Enrico IV di Francia e di Maria de’ Medici e il matrimonio, avvenuto nel 1625, è dapprima abbastanza complicato ma con il tempo i rapporti tra i due sposi diverranno più sereni e distesi.

Van Dyck, artista molto apprezzato dal sovrano, fu a lungo a Corte e oltre a diverse altre opere realizzò per il re questo ricercato dipinto come di consueto ricco di raffinati simbolismi.
Alle spalle del re ci sono i simboli del suo potere.

Un bracciale prezioso brilla sulla pelle diafana di Enrichetta Maria e tra le dita sottili di lei si nota un ramoscello di ulivo, emblema di pace.

E a unire due destini è una corona di alloro che rappresenta gloria e trionfi.

Un legame consolidato poi dalla nascita di diversi figli e anche da molti lutti, come sovente accadeva in tempi lontani.
Alla mostra è esposto il ritratto dei tre figli maggiori di Carlo I e Enrichetta Maria.
E Van Dyck. ancora con la suo impareggiabile maestria, ci racconta quell’infanzia dorata, l’opera risale al 1635 ed è parte della Collezione dei Musei Reali di Torino.

Il dipinto venne commissionato da Enrichetta Maria come dono destinato a sua sorella Cristina di Francia.
E in quel 1635 ecco i tre piccoli principini: Carlo ha cinque anni, Mary ne ha quattro e Giacomo ne ha appena due.

Il più grande dei tre salirà al trono con il nome di Carlo II.

Van Dyck pone accanto a lui un cane, simbolo della fedeltà alla corona.

La piccola Mary con il suo abito prezioso porta tra i boccoli biondi alcuni fiori che, come sempre si apprende alla mostra, rappresentano purezza e nuove alleanze.
Accanto a lei c’è Giacomo: anche lui diverrà re, sarà sovrano dopo la morte del fratello e sarà Re Giacomo II.

Il piccolino tiene tra le manine una mela simbolo della sua innocenza.

E nei dettagli si scorge tutta una ricchezza di pizzi, nastri, broccati e tessuti favolosi in una sontuosa e magnifica eleganza.
E un particolare suscita in me un senso di tenerezza: il piccolo Giacomo è in piedi su un gradino e così, con questo semplice trucchetto, con la dolcezza dei suoi due anni arriva a essere alto come sua sorella che ha il doppio della sua età!
Van Dyck pensava proprio a tutto, non c’è che dire.

A terra, sul tappeto dai contrasti blu e vermigli, giacciono alcune rose delicate e fragili proprio come sono caduche tutte le cose terrene.

Il Sovrano era un convinto sostenitore del diritto divino del re e durante il suo regno entrò presto in conflitto con il Parlamento inglese, seguirono anni tempestosi e difficili culminati con la Guerra Civile Inglese e con l’esecuzione del Re.
In questo frammento di vita fermato nel tempo dal talento di Van Dyck Re Carlo ed Enrichetta Maria sono ritratti in una bucolica quiete e nulla lascia prevedere le fosche ombre gli eventi futuri.
Tutto è armonia, grazia e bellezza.

Accanto a loro, in questa sala di Palazzo Ducale, i loro tre primi figli.
Una famiglia idealmente riunita in occasione di una mostra straordinaria che alza il velo sull’aristocrazia di quel tempo vissuto da Van Dyck e del quale egli fu testimone e abile narratore.
Con il suo sguardo ci ha fatto conoscere i volti che ha incontrato, la grazia dei piccoli reali e la loro innocenza, portando anche noi in quel tempo che, grazie a lui, riusciamo ancora ad ammirare.

Il giovane armigero di Van Dyck

È un giovane favoloso e il suo sguardo magnetico travalica i secoli per giungere intatto fino a noi.
È un uomo prestante, vigoroso e fiero e i suoi tratti decisi ci sono stati tramandati dal talento di Antoon Van Dyck che ultimò questa sua opera attorno al 1626 durante il suo soggiorno genovese.

Il dipinto è parte della Collezione della Gemäldegalerie Alte Meister di Dresda e fino al 19 Luglio è esposto alla mostra Van Dyck l’europeo allestita a Palazzo Ducale di Genova e curata da Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen.
Il fascino di questa figura è poi anche accresciuto dall’alone di mistero che la circonda e negli enigmi che pongono agli studiosi domande alla quali trovare le giuste risposte.
Il giovane porta una scintillante armatura ma questa, come si apprende alla mostra, non pare risalire agli inizi del ‘600 ma sembra invece di fattura cinquecentesca.

Brilla l’elsa della sua spada, il prode è pronto a mostrare il suo coraggio.

Seducente e affascinante, porta i capelli lunghi ad una maniera, ancora una volta, non corrispondente al quel secolo nel quale Van Dyck realizzò il dipinto.
Ha i tratti ben definiti, labbra carnose, sguardo vivido e attento e sfoggia una baldanza eroica trasmessa dalla postura e dalla sua fierezza.

Una fascia di color rosso brillante è annodata sul suo braccio sinistro, in un gioco di vivaci contrasti.

Non conosciamo il nome di questo giovane e se invece sapessimo tutto a proposito di lui forse la sua figura acquisirebbe ancor più carisma?
Non saprei dirvelo ma so per certo che il giovane è affascinante come una rockstar.
E a proposito dell’enigmatica identità dell’armigero, la teoria prevalente riferisce che all’epoca del ritratto nella città di Genova si era soliti commissionare dipinti di “immaginari” antenati che dessero lustro a famiglie che ne avevano particolare necessità.
E forse l’ardito armigero poteva essere proprio uno di loro.
E mistero si aggiunge a mistero, in quanto di questo dipinto esistono diverse copie; ho letto che una di esse, ad esempio, si trova a Buckingham Palace ed è attribuita alla scuola di Van Dyck.

Le mie modeste fotografie non rendono certo giustizia a questo capolavoro, se andrete ad ammirarlo alla mostra vi renderete conto della sua assoluta bellezza che non so davvero descrivere a parole.
È un magnifico mistero dal fascino imperituro, è il giovane armigero dipinto da Van Dyck in un lontanissimo giorno vissuto nella nostra Genova.

I fratellini Giustiniani Longo e lo sguardo di Van Dyck

Sono tre fratellini e la loro grazia ingenua è stata catturata dal talento di Antoon Van Dyck che li ritrasse con maestria durante il suo soggiorno genovese tra il 1626 e il 1627.
Sono tre fratellini e appartengono a una nobile famiglia che diede alla Repubblica dogi, condottieri e notabili: loro sono Alessandro, Vincenzo e Francesco Maria Giustiniani Longo.

Il quadro fa parte della collezione della National Gallery di Londra ed è eccezionalmente esposto a Genova fino al 19 Luglio alla mostra Van Dyck l’europeo allestita a Palazzo Ducale e curata da Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen.
Si è a lungo erroneamente ritenuto che i tre bambini fossero membri della famiglia Balbi, in quanto l’opera apparteneva alla quadreria di questa nobile famiglia cittadina ma una straordinaria scoperta ha reso ai tre fratellini la loro vera identità.
Infatti Anna Orlando, storica dell’arte e curatrice di questa splendida mostra, ha compiuto un’appassionata e approfondita ricerca d’archivio che le ha consentito di riconoscere in questi visetti i tre fratellini Giustiniani Longo.
Committente dell’opera fu probabilmente il nonno Alessandro Giustiniani Longo, anch’egli ritratto da Van Dyck così come la sua consorte Leila.

E così oggi, nella nostra e nella loro Genova, sono tornati tre bambini che calcarono le stesse strade che anche noi attraversiamo.
Abbigliati con fasto principesco, indossano abiti impreziositi da broccati, pizzi, passamanerie, velluti e fili dorati.
Il più grande, Alessandro, sfoggia un’ingombrante gorgiera.

Ha un abito ricchissimo dalle finiture ricercate, in un contrasto potente di argento e rosso.

Regge il cappello piumato e alla vita porta una spada.

I boccoli biondi incorniciano il visetto paffuto del secondogenito Vincenzo che, con un gesto affettuosamente protettivo, tiene una mano posata sulla spalla del piccolo Francesco Maria.

Van Dyck con le sue sapienti pennellate ci racconta così un mondo e i suoi sfarzi sontuosi, Vincenzo indossa un abito scuro con gli alamari dorati, il piccolo di casa ha invece una veste dalla vivace tonalità di rosso.

E si coglie un’armonia perfetta nella gestualità e nei movimenti delle mani dei tre fratellini.

E c’è un’assenza che, silenziosamente, diviene presenza viva e memoria.
Sempre grazie alle minuziose ricerche di Anna Orlando è stato infine decifrato il messaggio che Van Dyck dipinse ponendo un fragile uccellino tra le ditina di Francesco Maria.
Quella creaturina è così raffigurata per rappresentare il quarto fratellino, il piccolo Luciano troppo presto deceduto ma mai dimenticato.
E l’assenza diventa presenza.

Simboleggiano il lutto anche i corvi scuri che occupano un gradino della scala.

Van Dyck consegnò ai posteri la memoria di tre bambini, posò su di loro il suo sguardo e li immortalò nella leggiadria dolcezza dell’infanzia.
Una studiosa ha saputo leggere questo dipinto in una maniera unica, restituendo così agli occhi del mondo i nomi e i volti di Alessandro, Vincenzo e Francesco Maria Giustiniani Longo.

La mostra allestita a Palazzo Ducale riunisce a Genova 60 capolavori di Van Dyck provenienti dai più importanti musei del mondo, in queste tele troverete molti bambini: sono nobili e figli di sovrani, sono angioletti e rappresentano a volte metafore di stagioni della vita, sono gioiosi putti che si librano leggeri nell’aria con sublime armonia.
E nella cornice della loro città, nel luogo che li vide nascere e muovere i primi passi sono tornati anche loro: i fratellini Alessandro, Vincenzo e Francesco Maria Giustiniani Longo.

Palazzo Ducale: la Cappella del Doge

Ricca, fastosa, mirabilmente decorata: così si svela agli sguardi la Cappella del Doge di Palazzo Ducale.
In origine era stata posta nella cappella una pala d’altare di Giovanni Battista Paggi realizzata nel 1603, nel 1729 venne collocata al suo posto la settecentesca Madonna con il Bambino di Francesco Maria Schiaffino.

Uno spazio raccolto, mistico e antico.

Una meraviglia sovrastata dagli affreschi realizzati da Giovanni Battista Carlone intorno al 1633, comprendenti al centro la magnifica Madonna Regina di Genova, angeli e figure di santi e martiri.

Un capolavoro di armonia da ammirare in ogni suo dettaglio.

Un luogo che esalta la grandezza della Repubblica nella raffigurazione di alcuni valorosi e celebri genovesi.

Ecco così il prode Guglielmo Embriaco alla conquista di Gerusalemme.

E qui lo vediamo trionfante, a Genova, mentre porge le ceneri di San Giovanni Battista condotte in patria dalla Terra Santa.

E poi ancora, la gloria di Colombo e la scoperta dell’America.

Alle sue spalle le caravelle con le quali ha affrontato il suo lungo viaggio.

Di particolare grazia e e bellezza è la Madonna scolpita dallo Schiaffino.

Eterea, leggera, tiene a sé con dolcezza il suo Bambino.

Un angelo con le mani devotamente incrociate sul petto volge lo sguardo verso Maria.

Ai piedi di Lei un piccolo putto regge un cartiglio dove si leggono le parole “et rege eos”, governali, parole che si riferiscono al titolo di Regina di Genova attribuito alla Madonna nella prima metà del ‘600.

Le stesse parole si leggono nell’altro cartiglio sorretto dal piccolo Gesù nell’affresco della volta.
È un trionfo di angeli, una gioia di semplice devozione e dalla dolcezza particolare.

E pregano devoti e affabili i quattro Santi protettori della Superba: San Giorgio, San Giovanni Battista, San Bernardo e San Lorenzo.

In una fantasmagoria di colori e figure diverse che vi lasceranno ammutoliti ad ammirarle.

Tra antichi strumenti musicali e dolci melodie.

E ancora, ecco alcune eccelse figure alle quale i genovesi sono devoti.
Ad esempio, ecco la Beata Maria Vittoria De Fornari Strata.

E poi Santa Caterina Fieschi Adorno.

In un’armonia perfetta e celestiale.

Nella Cappella del Doge, sotto lo sguardo amorevole di Maria.

La fontana di Piazza De Ferrari come ai vecchi tempi

Nei giorni scorsi, passando a De Ferrari, i genovesi avranno di certo notato qualcosa di diverso nella nostra amata fontana.
Per qualche ragione a me ignota erano infatti disattivati i getti laterali e la fontana, in qualche maniera, mi è sembrata come ai vecchi tempi, mi ha ricordato com’era negli anni della mia adolescenza, prima che venissero aggiunti quei getti laterali e fossero fatte le ulteriori modifiche.
A mio parere era, passatemi il termine, una fontana genovesissima per carattere, stile ed essenzialità.
E così l’ho riveduta, da dietro i vetri di Palazzo Ducale.

Con il solo getto centrale, certo non molto vigoroso, io lo ricordo molto più vivace di così.
E non è proprio identica a com’era però mi ricorda molto la fontana del passato!

Ormai noi siamo da tempo abituati a vedere la fontana alla nuova maniera: più impegnativa, più scenografica, forse più moderna.
Noi genovesi le siamo comunque affezionati e non potrebbe essere diversamente.

Però, secondo me, molti di noi custodiscono nel cuore una nostalgia neanche tanto segreta per la vecchia fontana davanti alla quale si facevano ritrarre i nostri nonni e i nostri genitori, la fontana che era al centro della piazza, pensata per esserne il fulcro e il cuore battente.

E quale emozione ritrovarla!
Così semplice, prima di sovrastrutture e riconoscibile: è la fontana di De Ferrari.

Ed è un po’ come vivere contemporaneamente il nostro presente e il nostro vicino passato.

Guardando verso il cuore della città e verso la nostra fontana: una fontana genovesissima.

Palazzo Ducale: le statue dei Doria

Grandiose, imponenti e monumentali, le statue dei Doria erano il simbolo della grandezza e della gloria.
Le statue magnifiche rappresentano due figure di valore per Genova e per la sua storia e sono oggi collocate sul ballatoio al termine dello scalone interno di Palazzo Ducale.
Sulla sinistra si erge la figura fiera dell’Ammiraglio Andrea Doria, opera di Giovanni Andrea Montorsoli e realizzata nel 1540.

Sull’altro lato è invece effigiato Giovanni Andrea Doria, nipote di Andrea e anch’egli prode condottiero e protagonista della Battaglia di Lepanto.
La statua venne scolpita da Taddeo Carlone nel 1601.

Le sculture monumentali restituiscono l’immagine ideale dei due illustri genovesi come eroici e prestanti condottieri con la loro luccicante armatura.

Una fierezza antica e densa di molti significati simbolici.

In anni lontani le due statue erano collocate sui due piedistalli marmorei posti a lato dello scalone principale di Palazzo Ducale in Piazza Matteotti.

Fu il furore giacobino del 1797 a decretare la loro distruzione: le statue vennero infatti abbattute e decapitate dalle rivolte di quei giorni ardenti.
In seguito, in un primo tempo, i busti privi di teste e arti vennero conservati nel Chiostro di San Matteo che era la Chiesa gentilizia dei Doria, furono poi trasferiti nel Museo di Sant’Agostino.
A partire dal 2010, dopo un accurato restauro, hanno ritrovato questa nuova collocazione all’interno di Palazzo Ducale.

E sebbene le statue siano state così gravemente danneggiate è tuttora percepibile quel senso di grandezza e di gloria che gli artisti desideravano rappresentare.

Così tutti noi le possiamo ammirare, nella nobile cornice del palazzo che fu dimora dei dogi genovesi e che oggi è sede museale: qui si custodisce anche la grandiosa bellezza delle statue dei Doria.

Genova, 1667: la disavventura di Alessandro Montemerlo

Accadde nel lontano 1667, a incorrere in uno sfortunato incidente fu uno stimato uomo di legge di nome Alessandro Montemerlo.
Dunque, è un luminoso giorno di gennaio e il nostro si decide a uscir di casa per fare una bella passeggiata per le strade della Superba e in quell’occasione eccolo fare un fatale incontro.
Sul suo cammino, infatti, si imbatte in due Magnifici e cioè due nobiluomini di sua conoscenza, uno dei due rimarrà ignoto l’altro invece risponde al nome di Carlo Pallavicino.
L’uomo di legge gode della stima dei due nobili che restano a discutere amabilmente con lui e poi si pongono uno a sinistra e l’altro a destra del Montemerlo e così proseguono la passeggiata insieme a lui.
Oh, molti li videro passeggiare insieme così schierati!
E noi non sappiamo di quali argomenti parlarono ma di certo il Montemerlo doveva sentirsi molto onorato di tale considerazione e così se ne ritornò alla sua casa ben più che soddisfatto.
Come dicevo, la faccenda non passò certo inosservata: occhi attenti scrutavano tutto ciò che accadeva in città!
E difatti, poco tempo dopo, il Magistrato degli Inquisitori inviò ai Serenissimi Collegi una nota abbastanza dettagliata nella quale si specificava che il Montemerlo era stato visto in giro con due Magnifici ed era particolarmente deprecabile che il Montemerlo avesse accettato il posto d’onore tra i due nobili violando una precisa regola disposta proprio dai Serenissimi Collegi.
Il rapporto circolò nella regale dimora di Palazzo Ducale e giunse naturalmente alle orecchie del Doge, all’epoca Cesare Durazzo.
E insomma, i Senatori avevano questa grana da risolvere perché si diceva che sarebbe stato necessario infliggere un castigo esemplare a quel Montemerlo che aveva infranto una disposizione così chiara!

Infine ci pensarono parecchio su e alla fine si dispose di redarguire duramente il Montemerlo, attribuendo la sua mancanza a una sorta di sventatezza, il reo venne anche ammonito in maniera molto efficace in modo che in futuro si ricordasse bene come doveva comportarsi.
Finì così il curioso incidente narrato con dovizia di documentazione dal giornalista e scrittore Giovanni Ansaldo in un articolo pubblicato su Il Raccoglitore Ligure del 1933 e incluso nel volume L’occhio della Lanterna edito da De Ferrari Editore nel 1993.
Dopo aver narrato l’aneddoto Ansaldo fa alcune precise considerazioni che gettano una diversa luce su un fatto apparentemente così di poco conto.
Innanzi tutto, scrive Ansaldo, è da notare che il solo Montemerlo fu chiamato in causa, i due Magnifici che lo avevano messo in quel pasticcio non furono minimamente sfiorati dai provvedimenti degli inquisitori.
L’Ansaldo considera poi la particolare diffidenza nei confronti degli uomini di legge e pone l’accendo sull’esito di tutta la vicenda: tanto rumore per nulla, in fin dei conti!
L’insolita disposizione del 1662 che vietava ai nobili di dare la dritta a un dottore in legge altro non era che una delle tante forme di vessazione e una di quelle disposizioni create ad arte da un’oligarchia che cercava in ogni modo di tener saldo il proprio potere.
Il tempo muterà le cose, la gloria dei Dogi infine svanirà.
Del Montemerlo non se ne sentì più parlare ma, come saggiamente chiosa l’Ansaldo, imbattendosi di nuovo nei Magnifici il Montemerlo se ne sarà stato accuratamente alla larga, su questo non c’è alcun dubbio.

La Domenica delle Palme

E venne la Domenica delle Palme.
In questo giorno si celebra l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, ad accoglierlo fu una folla festante che agitava rami di palma e così questa festività viene celebrata con le palmette e con i rami d’ulivo che vengono benedetti in occasione di questa solennità religiosa.
E in un tempo lontano di Genova erano certe infaticabili donne ad intrecciare le palme: le loro dita si muovevano rapide e nodose, cariche di una sapienza antica e di instancabile dedizione.
In un giorno distante, in Piazza Nuova, così era denominata nel passato la nostra Piazza Matteotti.
E c’erano loro: due donne, davanti a Palazzo Ducale.
Ed ecco l’ulivo della Liguria che cresce sotto il sole radioso e sulle fasce coltivate e curate dal lavoro dell’uomo, in quei luoghi di Riviera sospesi tra terra e mare.
Due donne, hanno i capelli bianchi e i visi solcati da rughe, sono abbastanza in là negli anni eppure non trovano riposo, si affaccendano indefesse e senza sosta.
E ascoltano le voci di quella Genova antica che vive attorno a loro e della quale fanno parte, testimoni di un tempo destinato a svanire e a rimanere memoria rimpianta e lontana.
Ho trovato questa fotografia in uno di quei mercatini dove il passato ancora rimane sotto i nostri sguardi per svelarsi ancora e ancora ad occhi desiderosi di scoprire e di ritornare a quelle epoche mai vissute.
Così ho portato qui le due donne con il loro ulivo e le loro palme così sapientemente intrecciate, in quest’epoca che non è loro e nella quale guardiamo a quel passato come ad un tesoro di tradizioni da riscoprire e da custodire.
A tutti voi buona Domenica delle Palme.

Andando verso la primavera

Andando verso la primavera, l’orizzonte è così, celeste e sereno.
Le giornate sono sempre più lunghe, un piacevole tepore fa schiudere i fiori dalle tinte vivaci.
I visi sono più allegri, andando verso la primavera si è come animati dal desiderio di luce e di relax e di giornate da trascorrere all’aria aperta.
E così, andando verso la primavera, anche le scale sembrano meno faticose e tutto ci appare più lieve, più semplice e così dolcemente primaverile.

La forma della meraviglia

Oggi vi porterò con me a visitare una mostra straordinaria allestita negli spazi del Palazzo Ducale di Genova fino al 10 Luglio 2022.
La forma della meraviglia – Capolavori a Genova tra 1600 e 1750 è la mostra dedicata al barocco, stile che lasciò la sua notevole impronta in questa città grazie a talenti come Van Dick, Bernardo Strozzi, Rubens e Puget: le opere di questi ed altri artisti sono esposte in questa mostra magnifica curata da Jonathan Bober, Piero Boccardo e Franco Boggero.
Io non sono certo un critico d’arte e ho pensato di portarvi alla scoperta di questi capolavori semplicemente sul filo delle mie sensazioni, seguendo il mio gusto personale, mostrandovi alcune opere o soltanto certi dettagli, non nell’ordine cronologico nel quale sono disposte.
E così vado ad iniziare e vi presento due bimbetti già promessi sposi: loro sono Battista Chiavari e Banetta Raggi, così ritratti da Giovan Bernardo Carbone nel 1650.

Questi dipinti sono ricchi di fioriture e boccioli e certamente anche di simbologie ad essi correlate, vi si trovano poi molti animali, ai piedi di Banetta c’è infatti un bel pappagallo.

I bambini effigiati in queste tele hanno sguardi che restano impressi: il piccolo Filippo Cattaneo con i suoi abiti raffinati venne così immortalato da Antoon Van Dyck nel 1623.

E lì accanto a lui si nota un fido cagnolino.

Un altro simpatico amico a quattro zampe si trova in un diverso dipinto dal soggetto biblico.

Giovan Andrea De Ferrari
Abramo e i tre angeli (1650) – dettaglio

Il barocco è colore, vitalità e vivacità.
Le creature del cielo e della terra affollano questi quadri grandiosi con smagliante vividezza in una meraviglia di toni accesi e di sfumature che evocano episodi e mondi lontani.
Ecco l’entrata degli animali nell’arca di Noè dipinta da Jan Roos tra il 1630 e il 1638.

E insieme ci sono anatre, polli, lepri e cani.

E ancora pappagalli dalle piume sgargianti.

E un gatto incuriosito e diffidente spunta tra certe stoviglie.

E ancora, ecco la carovana dipinta dal Grechetto tra il 1635 e il 1637: è un’esplosione di colori, di vita, di suoni che pare persino di poter sentire.
Ed è una vera baraonda di conche capienti e cestini di vimini, tra pecore, uccelli, paperette ciarliere e mucche.

Lo spettacolo della meraviglia, per me, è nella capacità di saper ritrarre la quotidianità restituendola agli occhi dell’osservatore con la sua autentica complessità.

Domenico Piola e Stefano Camogli
Mercato (1650 circa)

E ammirando nel dettaglio questo mercato in un angolo ci sono due grossi tacchini.

E posati al suolo giacciono i doni della terra.

La natura, poi, vive e palpita anche negli abissi marini: questa è la mano del dio del mare colma di perle e sospesa sulle conchiglie.

Bartolomeo Guidobono
Nettuno (1690-1700) – dettaglio

E quanti bambini popolano queste opere meravigliose!
È giocoso e impertinente il piccolo Cupido che così copre gli occhi Ercole.

Bernardo Strozzi
Ercole, Onfale e Cupido (1620)

La dolce tenerezza dell’infanzia è poi ben rappresentata dalla maestria di Anton Maria Maragliano, a seguire vi mostro appena un dettaglio della sua Madonna Immacolata.

C’è poi un quadro che mi ha letteralmente rapita per grazia e bellezza, per la vividezza dei colori, per gli sguardi amorevoli dei santi, per quel manto turchese di Maria e per la perfetta armonia di gesti.

Lorenzo De Ferrari
Madonna del Rosario e Santi (1726/1730)

Ed è colma di eterea dolcezza l’Immacolata Concezione di Filippo Parodi proveniente dalla Chiesa di Santa Maria della Cella.

Questa magnifica mostra così ricca di suggestioni si snoda in un percorso sapientemente narrato che vi consente di scoprire il contesto nel quale quelle opere vennero realizzate, in quell’epoca così prodiga di mirabili talenti.

Interessanti ed esaustivi sono i pannelli che vi introducono alle opere.

Grazia, femminilità e bellezza palpitano nella grandiosa tela nella quale sono raffigurate le Danaidi, opera di Valerio Castello e risalente al 1655 circa.

C’è poi una deliziosa bimbetta davanti alla quale mi sono trattenuta davvero a lungo, lei ha davvero pochi anni e una grazia regale, il quadro nel quale è ritratta si intitola Fanciulla in veste di Flora e fu dipinto da Giovan Enrico Vaymer nel 1715.

La piccola regge un lembo del suo ricco abito nel quale sono deposti piccoli fiori odorosi.

E tra le dita dell’altra mano tiene un ramoscello.

È aggraziato, armonioso e magnifico questo universo svelato in questi capolavori del barocco in mostra a Palazzo Ducale.
Come detto, vi ho mostrato appena alcuni dettagli e c’è davvero molto altro che vi affascinerà in questa esposizione che include opere dalla bellezza sublime.
Questo percorso vi regalerà lo stupore davanti ad ogni sguardo innocente, davanti ad ogni sorriso appena accennato e davanti ad ogni fragile fiore sorretto dalle dita di un bimbo.

Bernardo Strozzi
Agostino Doria giuniore (1619 circa)