Sono due piccole vele, in un viaggio misterioso.
Il porto, la Lanterna, le gru, un’ imponente nave portacontainer.
E poi due piccole vele bianche, avventurose e temerarie, cariche di sogni e di entusiasmi.
Sospinte dal vento, scivolano sull’azzurro in un tempo assolato d’estate.
Ogni viaggio, anche quando non è nostro, dona un riflesso d’immaginazione, una fantasia che per ognuno ha un profumo diverso.
Due piccole vele bianche, il mare e una meta dolce come una speranza.
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Verso Via di Fossatello
In una calda mattina d’estate, nei caruggi.
Mentre l’ombra si getta al suolo zigzagando tra la luce, una tonaca nera ondeggia leggera e colui che la indossa pare incurante della calura.
Passo dopo passo, con sicurezza, reggendo nella mano una valigetta scura.
Senza esitazione, una mattina di luglio, andando verso Via di Fossatello.
Una bellezza da riscoprire in Vico Sauli
Ritorniamo a camminare nei caruggi, vi porto con me dalle parti di Canneto il Lungo, in queste strade della città vecchia è sempre opportuno alzare lo gli occhi e tentare di cogliere alcune bellezze che sarebbero da riscoprire.
E in Vico Sauli lo sguardo trova un magnifico altorilievo, purtroppo oscurato dallo scorrere tempo e ormai quasi difficilmente distinguibile.
Dovete proprio mettervi in una posizione favorevole e attendere la benedizione della luce, so bene che le mie modeste fotografie non rendono giustizia a questa scultura ma, ad oggi, è il meglio che sono riuscita a fare.
E dunque, per poter ancor meglio apprezzare le bellezze adombrate di Vico Sauli, ricorriamo a chi le ha vedute e descritte in tempi diversi e cioè gli storici Remondini che nella seconda metà dell’Ottocento si dedicarono a descrivere minuziosamente le edicole dei nostri caruggi.
E già allora, a quanto si legge nei loro preziosi scritti, era già difficile poter ammirare questo tondo devozionale, infatti gli storici ricordano che, nel passato, il vicolo non era così stretto e lì davanti c’era una piazzetta dalla quale la prospettiva era ben differente.
Le figure ritratte in Vico Sauli sono la Madonna con il Bambino, San Giovanni Battista e San Giovanni Evangelista.
È un delicato altorilievo di marmo bianco e grandioso, per usare proprio le parole dei Remondini.
Vi sono iscrizioni latine non più distinguibili, ai piedi delle figure si trovano un agnello e un’aquila che regge un libro.
Nella sua grazia e nella sua distanza la Vergine Maria tutto sovrasta stringendo a sé il piccolo Gesù.
Così si scorge questa bellezza da riscoprire, in Vico Sauli.
Facendo pochi passi si giunge poi in Piazza Sauli dove la luce accarezza i palazzi e i ricchi decori.
Spero che un giorno questa luce radiosa torni a illuminare il marmo bianco e le sacre figure effigiate in Vico Sauli.
Una bella estate a Sampierdarena
Era una bella estate sulla spiaggia di Sampierdarena ed era un’estate di fratelli e sorelle, di abbracci e sorrisi.
Era una bella estate di grandi e piccini, una stagione da ricordare che certo a molti portò gioia e felicità.
Ed era un’estate di elegantoni in giacca e cravatta con la paglietta sul capo!
E la spiaggia era affollatissima, se guardiamo la fotografia nella sua interezza c’è da rimaner strabiliati.
Pensate a quante voci, a quante risate squillanti e a quanta spensieratezza!
Il panorama sullo sfondo non lascia dubbi: là sulla destra svetta la Lanterna e quindi siamo proprio a Sampierdarena a prendere il fresco.
Ed è anche un’estate di bellimbusti che magari fanno pure i galanti con le signorine.
Quello dietro a tutti è di certo un provetto nuotatore!
E poi è un’estate di costumi scuri e a pensarci adesso sembra quasi impossibile andare alla spiaggia così coperti.
E questa è anche un’estate di allegri burloni: come sempre c’è uno che fa le corna dietro alla testa di qualcun altro, è un grande classico!
E poi è tempo di sdraiarsi sui sassi con il costume a righe.
Ed è tempo di mani sulle spalle e di amicizie che saranno eterne: diventare grandi insieme fa tutta la differenza.
Ed è l’estate dell’orgoglio paterno, così si tiene il piccoletto bene in alto così che ci sia anche lui nella foto della sua prima estate.
Un’estate calda, luminosa e quieta, ingenua e senza pensieri, mentre l’onda batte sulla riva della spiaggia di Sampierdarena il tempo scorre lieve.
Ed è un’estate di giovani madri affabili e di bambini in cerca di avventure, è un’estate da sole negli occhi così per fare la fotografia ci si ripara con la mano come si può.
È un’estate di code, trecce e ricciolini, di corse a perdifiato e di tuffi spericolati.
È un’estate che è un nuovo inizio, una gaiezza ritrovata, un orizzonte da esplorare.
Con un cappellino in testa, un fiocchetto tra i capelli e tutta la vita davanti.
Sui sassi, in una bella estate a Sampierdarena.
Strada Nuova da un altro punto di vista
Splendida, grandiosa, regale, così è la nostra Via Garibaldi che io amo sempre chiamare ancora Strada Nuova come nei tempi passati.
Elegante, fastosa, straordinaria, diversa da tutte le altre vie genovese, strada di dimore nobiliari e di ricchezza.
Ancora più bella nella prospettiva unica che si coglie affacciandosi dalla finesta di Palazzo Tobia Pallavicino oggi sede della Camera di Commercio.
Uno spicchio di cielo, la luce e l’ombra il tricolore e la bandiera della Superba: questa è Strada Nuova, da un altro punto di vista.
17 Luglio 1910: la disavventura del povero Giuseppe
La disavventura del povero Giuseppe accadde in un caldo giorno d’estate ed è narrata con dovizia di particolari sul quotidiano Il Lavoro del 17 Luglio 1910.
Dunque, dovete sapere che questo signore originario di Pisa di lì a poco doveva imbarcarsi su un vapore diretto in America e così, mentre se ne andava su per Via Balbi incontrò un tale che, guarda caso, disse che pure lui doveva partire per l’America, che combinazione!
I due fecero un lungo tratto di strada insieme fino a quando si unì a loro pure un terzo individuo.
A questo punto, come racconta puntuale il cronista, si diressero tutti insieme verso il Cimitero di Staglieno ma durante la strada il primo dei due compari mostrò all’ingenuo Giuseppe una busta che a suo dire conteneva ben 22.000 Lire.
Fatto sta che il tale sostenne di aver paura di essere derubato e quindi pensò bene di nascondere il suo tesoretto sotto il ponte della ferrovia.
I tre ripresero quindi il cammino ma, dopo poco, il tale ci ripensò e infatti chiese a Giuseppe se poteva andare a recuperare la busta e Giuseppe acconsentì.
Il tizio però gli chiese di lasciare come garanzia il suo portamonete con 15 scudi d’argento e Giuseppe, anima candida e ingenua, consegnò fiducioso il portamonete e si diresse verso il ponte.
E sapete, quando recuperò la busta ci rimase con un palmo di naso perché si accorse che conteneva solo un fazzoletto e dei fogli di giornale.
Presto si precipitò in cerca dei due ma di loro, naturalmente, non c’era più traccia.
Il povero Giuseppe, tuttavia, non si si perse d’animo e il giorno dopo si recò alla Stazione Marittima e denunciò l’accaduto a un delegato di polizia.
Le autorità, indomite e attente, poco dopo individuarono al Ponte Federico Guglielmo i due truffatori che avevo teso il beffardo tranello al povero Giuseppe, tra i loro effetti personali trovarono anche un facsimile del biglietto di banca che avevano mostrato alla vittima e quei luccicanti 15 scudi d’argento.
Siccome si temeva che i due compari avessero messo a segno altri tiri simili i due vennero anche fotografati per poter essere identificati da eventuali altre vittime.
Il nostro Giuseppe recuperò le sue preziose monete e infine si imbarcò su quel vapore che lo condusse verso una nuova vita.
E io, leggendo questi fatti raccontati su quel quotidiano genovese, non posso fare a meno di domandarmi che destino abbia avuto l’ingenuo Giuseppe, partito per l’America dalla Stazione Marittima in un giorno di Luglio del 1910 con il suo borsellino con 15 scudi d’argento.
Piccoli genovesi e seggioloni di altri tempi
Ritorniamo nel passato e ancora incontriamo altri genovesini, sono due piccoletti deliziosi e se ne stanno belli comodi sul seggiolone.
Un’espressione attonita, gli occhi grandi, la carnagione delicata e appena pochi mesi vissuti nel mondo.
Con i piedini a martello, come si conviene a tutti quelli che ancora devono imparare a camminare.
Il poggiapiedi è troppo lontano, ancora non ci si arriva!
Così, sul seggiolone del fotografo Rossi, in una fotografia in formato cabinet.
Con queste recenti acquisizioni ora la mia piccola collezione annovera ben quattro seggioloni diversi, devo dirvi che ne sono molto fiera e soddisfatta.
Queste sono le fotografie che alcuni non desiderano conservare, altri invece sono onorati di poterle custodire.
E così ecco ancora un altro sveglissimo piccoletto sul seggiolone del bravo fotografo Sciutto. A dire il vero credo che sia una bambina ma non posso esserne certa!
Una vestina rifinita con un raffinato decoro a losanghe, i piedini scalzi e le manine saldamente aggrappate al vassoio.
Un visetto che racconta curiosità e voglia di crescere, gioia di vivere e ingenuità.
Sul seggiolone, con tutta la vita davanti.
C’era una volta una bella merceria
C’era una volta una bella merceria e si trovava in una delle strade del mio quartiere, ad esser precisi era in Corso Solferino.
E c’è stato un periodo, parecchi anni fa, in cui passavo sempre a fare acquisti in certi negozi di quella via e tra gli altri andavo anche in quella bella merceria.
Ora, non posso dire di essere stata un’affezionata cliente perché questa zona non è proprio vicina a casa mia, però ricordo di essere stata diverse volte in quel negozio.
Era, come vi dicevo, una bella merceria, uno di quei negozi dove si comprano la biancheria, le calze, i pigiami e le camicie da notte che se ne stanno richiusi nelle loro scatole.
Poi da qualche parte ci saranno stati scomparti con bottoni, cerniere, automatici, forbici, nastri, elastici, gros-grain di svariati colori e chissà che altro.
Le mercerie sono un mondo straordinario, secondo me!
Rammento così di aver fatto qualche acquisto in quella bella merceria e soprattutto mi ricordo la signora che c’era dietro il bancone, devo a lei la memoria cara di quel posto perché lei era un signora molto garbata, esile e minuta, abbastanza avanti negli anni, sapete, mi ricordo che aveva quella particolare pacata gentilezza che non si usa più, mi è proprio rimasta impressa.
Poi, un giorno ho trovato il negozio chiuso, direi ormai parecchio tempo fa.
È un peccato che spariscano le mercerie, ci servono pure sempre le calze, i pigiami e anche i bottoni e le cerniere e soprattutto i sorrisi delle signore gentili come si usava una volta, vero?
Io penso di sì, ecco.
Mi sembra sempre che i piccoli negozi facciano in qualche modo parte del nostro quotidiano, sono i posti dove ci ricordiamo anche di noi pur essendoci stati soltanto qualche volta, preservarli è prezioso per tutti noi.
L’altra mattina passavo da quelle parti e, come già mi era successo in passato, ho notato l’insegna del negozio.
Così mi sono fermata a fotografarla, è pur sempre un modo per ricordare che c’era una volta una bella merceria.
Una signora ghiandaia
È questo il tempo nel quale più spesso si incontra da queste parti la signora ghiandaia e io, quando mi imbatto nella sua regale figuretta, resto sempre in ammirata contemplazione.
La signora ghiandaia, con le sue piume che dal beige sfumano nell’azzurro, è una creatura particolarmente elegante e penso, tra l’altro, che ne sia ben consapevole.
Inoltre, come già più volte ribadito su queste pagine, io sono la fortunata proprietaria di un certo numero di piume di ghiandaia raccolte con pazienza ai margini del bosco a Fontanigorda, sui prati e sui sentieri e, come è ovvio che sia, generosamente donate da altre ghiandaie.
La piumetta più piccina è quella con maggior presenza di azzurro ma non mi dispiacerebbe averne anche altre, naturalmente!
E quindi, cara signora ghiandaia, se sorvolando il mio terrazzo volesse essere così cortese da far cadere tra le piante una delle sue sgargianti piume sarò felice di aggiungerla alla mia già notevolissima raccolta della quale vado molto fiera.
Amici, in caso di gradite novità da parte della signora ghiandaia, naturalmente sarete i primi saperlo!
Il segno di Gesù in Vico Gibello
Come sempre attraversando i nostri caruggi ci si imbatte nelle tracce di un’antica devozione e questo accade anche nel nostro Vico Gibello.
Qui, su un sovrapporta in parte celato da uno degli imprendibili giochi di luci e ombre genovesi, si nota il segno di Gesù.
Ai due lati stemmi racchiusi da foglie e al centro le tre lettere IHS che indicando il nome di Gesù.
C’è sempre, anche nei luoghi inattesi, qualcosa che ci riporta indietro, verso ciò che siamo stati e che ha costruito la nostra storia.
E allora, imboccando Vico Gibello da Via San Lorenzo, volgete lo sguardo alla vostra sinistra.
Così, ancora una volta, i vostri occhi troveranno il segno di Gesù.






































