La salsa verde di casa mia

È una delle salse regine della tavola, un sapore che sa di festa e di pranzi in famiglia, la salsa verde è per me tutto questo e anche molto di più.
È complemento dell’elaboratissimo cappon magro, un piatto ricercato a base di pesce e verdure che non mancava mai a casa mia per il cenone dell’ultimo dell’anno, l’esperto del cappon magro era mio papà, sempre sapientemente coadiuvato dalla mamma che come lui era bravissima in cucina.
La salsa verde, poi, si accompagna anche alla cima o al bollito, a mio parere rende le carni ancor più appetitose.
Ovviamente io seguo la ricetta di mio papà e qui la riporto per voi proprio come lui l’ha scritta nel suo quaderno delle ricette, le dosi naturalmente possono variare a seconda della quantità di salsa che vi occorre.

Un mazzo di prezzemolo – 75 g di pinoli – 25 g di capperi – 3 acciughe salate – 2 tuorli di uova sode – 10 olive verdi – mollica di due panini inzuppati nell’aceto – 1 bicchiere d’olio – ½ bicchiere d’aceto – sale.

Per preparare la salsa verde secondo la tradizione si dovrebbe usare il mortaio, io in realtà uso il mixer.
Il procedimento è molto semplice, unite nel mixer le olive, le acciughe e i capperi, aggiungere i pinoli, il prezzemolo e le uova sode, aggiungete poi il pane precedentemente ammollato nell’aceto e ben strizzato, infine si aggiungono olio e sale.

Un quaderno delle ricette è molto di più che una raccolta di piatti squisiti, è anche una memoria, una nostalgia, un ritorno a una tavola imbandita e allegra.
E a tutto questo in questa particolare circostanza mi piace ricordare un’altra insolita casualità.
Sapete, ieri mi è venuta voglia di fare la salsa verde da accompagnare al pollo bollito, era da tanto che non la preparavo, così ho anche pensato di mettere qui la mia ricetta per voi.
E poi mi venuto in mente che avevo da qualche parte le fotografie già pronte e sono quelle che vedete in questo post.
Pensate, risalgono a un giorno di Agosto del 2016, le avevo fatte a Fontanigorda in una delle belle estati passate lassù con la mamma.
Insomma, avrei anche potuto fare qualche nuovo scatto degli ingredienti e della preparazione ma in realtà ho poi pensato che fosse proprio bello portare qui queste immagini casalinghe e imperfette e testimoni, in qualche maniera, di un tempo felice che mi piace sempre ricordare.
Questa è la salsa verde di casa mia, una vera bontà e per me anche molto di più.

Camminando nel passato vicino a Giuseppe Garibaldi

Ritorniamo a camminare nel nostro passato, in Piazza De Ferrari, all’ombra della fiera figura del Generale Garibaldi in sella al suo destriero.

Era la nostra piazza, è ancora la nostra piazza, cuore pulsante della Superba.

E la possiamo ammirare nell’artistica rappresentazione del brillante acquarellista Aurelio Craffonara che all’inizio del secolo scorso realizzò una serie di interessanti cartoline dai colori allegri e brillanti.
Le sue pennellate restituiscono la vibrante vivacità della vita, pare di camminare in quella folla frettolosa che così attraversa le strade della Superba.

In una perfetta armonia di colori è così raffigurato un frammento effimero di vita quotidiana.

Un’elegante giovane mamma trattiene il suo sguardo attento sui suoi frugoletti in questo dettaglio a dir poco meraviglioso che quasi ci consente di udire le voci cristalline dei piccini e di scorgere i sorrisi che possiamo soltanto immaginare.

È un istante perfetto veduto in un giorno lontano e a noi restituito in una cartolina che ci porta nel nostro passato.

San Francesco riceve le stimmate

San Francesco d’Assisi è il santo patrono della nostra Italia e la sua festività si celebra il 4 Ottobre, così lo ricordo con un suggestivo dipinto che potete ammirare nella Basilica di Santa Maria Assunta di Carignano.

In questa ampia chiesa uno degli altari è dedicato al poverello di Assisi effigiato nel dipinto denominato San Francesco riceve le stimmate e opera del pittore Giovanni Francesco Barbieri detto il Guercino.
Il quadro venne realizzato tra il 1640 e il 1650 e venne in seguito ampliato da Domenico Piola.

Ecco Francesco nel suo mistico immenso amore per Dio.

E in quel cielo inquieto si scorge la figura di un angelo.

E così tutto si compie, nella bellezza che restituisce l’intensità della figura di Francesco e della sua fede.

Con le braccia protese al cielo e lo sguardo fidente questo è San Francesco che riceve le stimmate.

Ancora sulla seggiolina con le frange del fotografo Giulio Rossi

La fotografia storica è sempre fonte di stupore, certe fortunate coincidenze permettono di conoscere meglio la maniera di approcciarsi ad una ritratto, alla realizzazione di un’immagine destinata a divenire un tenero ricordo.
Vi porto ancora nello studio del bravo fotografo Giulio Rossi, come ho avuto già modo di scrivere in passato in questo post, il talentuoso professionista spesso si avvaleva di una seggiolina con le frange sulla quale si accomodarono schiere di piccoli genovesi.
Su quella seggiolina ecco ancora una dolce creatura: i capelli castani, l’abitino a quadretti, gli occhi grandi e l’espressione timida.

Sulla seggiolina con le frange, poi, si sta seduti a questa maniera, secondo indicazioni del fotografo, naturalmente.
A gambe incrociate e con un braccio posato sul bracciolo, con una certa studiata rilassatezza.

Una posa non casuale e la ritroviamo in un diverso ritratto di un altro piccoletto.

Così, nel tempo d’infanzia, con le calzette bianche e gli scarponcini.

Con un cappellino con il pon pon, un grande fiocco bianco sul petto.

Sulla seggiolina con le frange del fotografo Giulio Rossi, con gli occhi spalancati sul domani e tutta la vita davanti.

Le memorie di Piazza Embriaci

Attraversando la nostra antica Via di San Bernardo, a un tratto, nella prospettiva di Vico dei Giustiniani, si scorge l’armonia di un’antica dimora appartenuta a Giulio Sale.

In questa zona avevano le loro case gli Embriaci e proprio a loro è dedicata la piazza che così conserva la memoria di antiche glorie genovesi.

Il palazzo si eleva così verso il cielo azzurro di Genova.

Varcando il portone si ammirano una balaustra e vetuste colonne marmoree.

Due attente figure custodiscono l’edificio sulla sommità del portone.

E tra loro una targa indica la grandezza degli Embriaci.
Il più valoroso di loro, il prode Guglielmo, fu eroe delle crociate e tornò vittorioso dalla Terra Santa, qui trovate la sua storia.
La targa rammenta la torre che ancora si lega alla figura del fiero Guglielmo sebbene recenti studi abbiano stabilito che la vera Torre degli Embriaci fosse a breve distanza, nella zona di Santa Maria in Passione.

Vi basta fare pochi passi e così vedrete la torre.
Sarebbe questa, secondo le più recenti teorie, la Torre dei de’ Castro famiglia al quale apparteneva Primo de’ Castro, fratello di Guglielmo Embriaco e suo compagno nell’impresa della Prima Crociata.

Salendo ancora potrete poi ammirare la svettante e antica torre testimone della gloria della Superba.

Sono le memorie di Piazza Embriaci, un angolino speciale nei nostri caruggi.

Prime foglie d’autunno

Sono le prime foglie d’autunno, sul finire di questo settembre che ancora pare uno scorcio prepotente d’estate.
Dondolano tra i rami ancora verdi, fremono di una sfumatura ramata, lievi e fragili, alcune già sono cadute al suolo, altre restano così sospese, come le cose incerte e non ancora sicure.
Sono le avanguardie di una stagione che lenta si risveglia, posando i suoi colori e i suoi profumi su ogni cosa, sono le prime foglie di un nuovo autunno.

Camminando nel passato di Via Sant’Ugo

Tic tac, tic tac!
Ripartiamo con la macchina del tempo che ci porta indietro nel passato della Superba, tra i curiosi passeggeri vedo già alcuni dei miei più affezionati compagni di viaggio che non si perdono neanche una di queste avventure a ritroso negli anni.
Cari amici, con il consueto brio e con una certa curiosità, planiamo nel passato di Via Sant’Ugo grazie a una mia bella cartolina spedita nel 1910.
Si sale allegramente in questa epoca a dire il vero poco trafficata.

Anni dopo, nello stesso tratto di questa via, ecco un autobus impegnare la salita.

Il tempo fluisce dolcemente in Via Sant’Ugo, due uomini se ne stanno a chiacchierare comodi sulla panchina, una signora incede con grazia e con il suo abito elegante.

Dal passato al presente, in un solo battito di ciglia, come se mesi e mesi non fossero trascorsi.

Sono così i viaggi nel tempo, ti riportano nei luoghi che sai riconoscere e che sono contemporaneamente rinnovati e fedeli a se stessi.
Notate il palazzo in primo piano sulla destra.

È questo edificio che ancora ospita famiglie, speranze, sogni e progetti come in quel 1910.

E su questo palazzo è affissa lla targa che identifica il sestiere, una di quelle preziosità da tenere da conto con un certo riguardo.

Là sotto, all’epoca, c’erano delle frequentate botteghe come ad esempio la Drogheria Confetteria Sant’Ugo che si nota sulla sinistra nel dettaglio che segue.

All’epoca c’erano alberelli piccolini, ora le fronde maestose regalano ombra e là sotto ci sono ancora i negozi per gli abitanti del quartiere.

Il tempo è scandito dal suono degli zoccoli del cavallo, man mano che torniamo alla nostra realtà quel rumore si affievolisce.

L’immaginazione tuttavia in parte rimane là, in quel frammento di un giorno distante che abbiamo conosciuto camminando nel passato di Via Sant’Ugo.

Monumento Magoni Carenzo: il conforto dell’angelo

È questa un’opera magnifica che racconta lo struggimento e l’assenza.
Un angelo, con la sua indicibile grazia, così custodisce le anime dei defunti.

Questo è il monumento funebre della famiglia Magoni Carenzo realizzato nel 1898 da Giuseppe Navone e sito nel Porticato Inferiore a Levante del Cimitero Monumentale di Staglieno.

Una figura dolente rimane seduta sul sepolcro raccolta nel suo dolore.

Così affranta, appare quasi inconsolabile e sperduta.

La sua mano è posata sulla tomba.

Ha i fiori in grembo, al collo una catenina con una piccola croce.

E la creatura celeste la sovrasta, così la custodisce e la protegge.

Sulla tomba è anche scolpito uno stemma.

C’è un dialogo muto tra le due figure, è il linguaggio della consolazione, della fede e della speranza nella vita eterna.

Sulla tomba si leggono i nomi dei membri di questa famiglia che qui dormono il loro sonno perpetuo.
A una di loro, la piccola Armida, è dedicato un epitaffio commovente e struggente che narra lo strazio dei suoi poveri genitori.

Nell’arcano silenzio della tomba o diletti genitori abbiate il pianto e le preci della vostra Armida finché alla mistica aurora segua anche per lei un giorno senza tramonto.

Colpisce per grazia perfetta ed eterea bellezza l’angelo dal volto sublime incorniciato da morbidi boccoli.

Saldamente regge in una mano un libro e così veglia sulla fanciulla addolorata.

Fidente latore di speranza e conforto, nella pienezza dell’eternità.

Pesi e misure: i bilanciai di Genova nell’anno 1890

Ritornando a camminare nel passato andiamo in cerca di… equilibrio!
E sì, infatti, con l’aiuto del mio fido Lunario del Signor Regina del lontano 1890, andremo a cercare gli abili venditori di pesi, misure e bilance: signore e signori, ecco a voi i bilanciai della Superba nello scorcio di un secolo lontano.
Le botteghe sono concentrate nella città vecchia, i vicoli di Genova pullulano di artigiani e commercianti, nei caruggi si trova tutto ciò che occorre.
Il Signor Alterio ha così il suo negozio in Via Carlo Alberto, antico toponimo della nostra Via Gramsci, il Signor Cevasco sta invece in Via dei Giustiniani, c’è un bilanciaio in Piazza della Raibetta e uno in Vico dell’Oliva.
Poi c’è il Signor Giacomo Grasso che ha un negozio in Via dei Conservatori del Mare e uno in Sottoripa e in Sottoripa, compreso lui, ci sono in totale ben cinque bilanciai, la concorrenza è forte!
Continuiamo i nostri giri tra grammi, etti e chilogrammi!
In Vico Salvaghi ci accoglie il Signor Giuseppe Oliva mentre il Signor Poggi ci aspetta per mostrarci le sue bilance in Vico della Rosa.
Mi destreggio alla perfezione in queste strade genovesi, sono i miei caruggi e li conosco molto bene, potete fidarvi di me!
Ho una sola esitazione, cari amici: vorrei portarvi con me a scoprire il negozio del Signor Pietro Gibelli ma, sinceramente, solo in questo caso, ho qualche difficoltà!
Gli altri negozi li abbiamo visti tutti, non ne abbiamo saltato nemmeno uno, possibile che non riusciamo a raggiungere questo posto?
Riprendo tra le mani il mio Lunario e leggo l’indirizzo della bottega del Signor Pietro: Salita di Santa Lucia 2.
Qualcuno di voi ha idea di dove si trovi? Non ci arrendiamo, il Lunario ci sarà certo utile!
E infatti, nelle ultime pagine del volumetto trovo un breve stradario per i più distratti e forse anche per i viaggiatori nel tempo e da qui si scopre che, in questo 1890, Salita di Santa Lucia si trova nella zona di Portoria, tra Via Giulia e Vico di Morcento.
Sono queste le strade perdute di Genova, demolite per lasciar spazio a Via Settembre e alle vie circostanti.
Sono i luoghi che possiamo solo immaginare, cercando di viaggiare nel tempo in cerca di un antico negozio.
Tra pesi e misure, alla scoperta dei bilanciai di Genova nel lontano 1890.

Bilancia dell’Antica Farmacia Sant’Anna dei Frati Carmelitani Scalzi

Ricordi del mio quartiere

Ogni volta che scendo da Via Piaggio mi vengono in mente cose del passato, è inevitabile!
Una curva, ancora un’altra curva, arrivo così alla scalinata che porta a Via Paride Salvago e là, in quella prospettiva a me ben nota, c’è una parte di mondo perduto che però, a volte, pare tuttora esistente.
Parlo di tanti anni fa, all’epoca ero piccola, la mamma aveva la 500 e si andava comodamente a Castelletto in macchina e non c’era nessun problema di parcheggio!
In seguito la 500 venne sostituita da una 126 rossa ma, malgrado il cambio di vettura, quello là era comunque un altro mondo.
La mamma all’epoca insegnava catechismo in parrocchia, quindi lasciava la sua macchinetta nello spazio davanti alla chiesa e lì c’era anche un fruttivendolo, molti di voi lo ricorderanno!
Poi tornando verso casa, spesso ci si fermava in quel breve tratto di Via Paride Salvago dove si trovavano alcuni negozi che con la mamma frequentavamo sempre.
Laggiù, sotto il palazzo beige che si nota nella foto sottostante v’erano un macellaio e un pollivendolo, mi pare di ricordare vagamente che i due erano fratelli, purtroppo non ho nessuno a cui chiedere conferma ma questo è ciò che rammento.

Più in là c’era un fornito fruttivendolo e ho memoria di essermi fermata molte volte a far compere da lui, dopo qualche metro c’era poi la tabaccheria e cartoleria che si è in seguito trasferita in Corso Firenze.
In quel tratto di Via Paride Salvago c’era anche una parrucchiera dove credo di aver fatto le mie prime meches.
E poi ce n’era anche un’altra, un po’ più in su, erano le due parrucchiere di questa zona e ci incontravi le signore che poi prendevano il 76 e si servivano in quell’altro negozietto nel quale eri appena stata tu e così via, il quartiere alla fine era come un piccolo mondo a sé.
In questo nostro universo in salita tra scale e creuze c’era anche il fornitissimo bar latteria nella curva di Via Piaggio, uno di quei negozi che ti risolvevano qualunque dimenticanza.
C’era tutto, dalle marmellate inglesi alla briosissima Perlier nella bottiglia di vetro verde, c’erano i surgelati e i vini per la cena dell’ultimo minuto, quel negozio era veramente un’ancora di salvezza e a un certo punto in tempi abbastanza recenti, con gran dispiacere di tutti noi, lo abbiamo perso.
Il tempo scorre, le cose cambiano, comprendo che non si può pretendere che tutto resti immutato.
Era meglio prima? Magari no, nel mio piccolo, sinceramente, a me pare di sì.
Era più facile, era più immediato, era più nostro, ora mi sembra sembra tutto più dispersivo ma forse è soltanto una mia personale sensazione.
Rimangono intatti e dolcissimi i ricordi del mio quartiere, i posti dove ci si incontrava, la bellezza della vita semplice che ho sempre apprezzato e poi quei giri su e giù, con la mamma.
Con la 500 o la 126, in un tempo che non potrò mai dimenticare.