La Madonna del Rosario di Daniello Solaro

Tra le molte rappresentazioni della Madonna presenti nella città di Genova questa è di certo una delle più armoniose e leggiadre.
E così si ammira una giovane mamma dai tratti angelici che tiene a sé il suo piccolino.

Le due figure sono dotate di particolare grazia e leggerezza, dolcissimo è il Bambino Gesù.

La magnificente statua rappresenta la Madonna del Rosario e venne realizzata dallo scultore Daniello Solaro sul finire del ‘600.
L’opera era un tempo collocata nella perduta Chiesa di Sant’Antonio Abate in Via Prè ed è ora posta nel cortile del Palazzo Arcivescovile di Genova.

L’iscrizione latina alla base della scultura si riferisce proprio alla traslazione della statua in questo luogo per volere del Cardinale Siri nel 1958.

È solenne e maestosa la figura eterea di Maria, colta in una gestualità dalla lievità straordinaria.

Con le sue dita sottili forse così tratteneva il Rosario.

Ai piedi di lei si librano in volo alcuni deliziosi putti.

E il marmo restituisce il prodigio di questa magnifica dolcezza.

Il manto sontuoso cade in morbidi drappeggi sulla figura di Maria e lei si erge regale, sovrana del cielo e della terra.

Con grazia e fermezza amorevole di giovane madre stringe così il piccolo Gesù.

La dolcezza è nei gesti, nei volti e negli sguardi ed è giunta fino a noi grazie al talento di un Daniello Solaro.

25 Settembre 1909: i fatti del giorno a Genova e in Liguria

Ritorniamo a camminare nel nostro passato con il più classico dei viaggi nel tempo e immergiamoci nella lettura del quotidiano Il Lavoro del 25 Settembre 1909 e nella cronaca minuta di quel giorno lontano.
Partiamo così dalla disavventura del Signor Bacigalupo che alle 18.30 del 24 Settembre si trovava alla guida della vettura pubblica nr 3 diretta da Piazza Acquaverde a Via Balbi quando, all’improvviso, il cavallo che trainava detta vettura si impennò e dandosi alla fuga andò a infilarsi nella vetrina di un parrucchiere con gran spavento degli avventori mentre contenitori e boccette di profumo esposti in vetrina andavano in mille pezzi!
Per fortuna il cavallo non ha riportato gravi ferite e tutto si è risolto senza problemi!

Ampio spazio è poi lasciato alle notizie che giungono dalla bella Varazze che è appena stata sconquassata da una tremenda alluvione che ha provocato grande devastazione.
E c’era gente che è stata sorpresa dall’acqua nelle proprie case o mentre mangiava all’Osteria, numerosi i gesti di coraggio come quello del giovane uomo che salvò una bambina che dormiva in una stalla sommersa dalle acque.
Grave danno hanno subito anche le campagne circostanti, il signor Persia ha raccontato al giornalista che anche il Cotonificio Ligure è stato gravemente danneggiato, grazie a Dio le persone al suo interno si sono tutte salvate e adesso uomini, donne e ragazzi sono al lavoro con i secchi per sgombrare lo stabilimento.

Tornando in città eccole le solite notizie sui soliti ignoti che hanno messo a segno i soliti tiri: a Ponte Parodi hanno sgraffignato 5 chili di grano, a casa di un tale in Via Madre di Dio qualcuno si è invece impossessato di soldi, preziosi e si è portato via pure 2 camicie e 2 tagli di stoffa.
Poi c’è la vicenda di due camerieri tedeschi che erano a Genova di passaggio e alloggiavano all’Albergo Croce di Ferro in Via Prè.
Uno dei due, verso sera, andò dal padrone dell’albergo e si fece dare la valigia del suo compagno al quale non restò altro che porgere denuncia, nella valigia c’erano tutti i vestiti e 250 marchi, caspita!

Qualcuno ha notizie di Flick? Lo avete visto da qualche parte?
Chi è Flick? È un barboncino bianco di sei mesi che si è perso in Via Cabella, chiunque lo vedesse abbia cura di consegnarlo al portinaio del civico 25, a casa lo aspettano con ansia!
Ah, a Sampierdarena un macellaio ha trovato un cappello da macchinista e lo ha consegnato alla camera del Lavoro.
Il giornalista sagace commenta: il proprietario supposto che non abbia smarrito anche la testa, sa dove trovarlo.
E infine ecco qualche appuntamento per il tempo libero, vorremo pure svagarci un po’!
Al Genovese inizia la stagione teatrale con Il trovatore di Verdi.
Al Lido d’Albaro sono in programma 2 rappresentazioni del trasformista Giuntini con tanto di spettacolo di fuochi d’artificio.
Per quanto mi riguarda ho già fatto la mia scelta, nella giornata del 26 Settembre è in programma una bella gita a Portofino.
Si parte alle 9 del mattino con il Piroscafo Australia e si torna a Genova verso le 16, i biglietti si comprano a bordo.
Tanti saluti a tutti, non mancherò di mandarvi una cartolina da Portofino.

Chiesa di San Giovanni di Prè: la Cappella della Madonna del Rosario

Vi porto ancora nei caruggi, nell’antica Chiesa di San Giovanni di Prè.
Questo luogo dalle molte suggestioni è parte del complesso della Commenda la cui costruzione risale al 1180: la Commenda accoglieva i pellegrini in viaggio verso la Terra Santa ed era ospedale per i più poveri della città.
Due sono le chiese che fanno parte di questo complesso, questa è la Chiesa Superiore, a tre navate e impreziosita dalla pietra nera.

Svetta nell’azzurro di Genova il fiero campanile di San Giovanni di Prè.

E al termine della navata sinistra della Chiesa trovate la Cappella dedicata alla Madonna del Rosario.

La statua lignea è attribuita alla scuola genovese e risale al XVIII Secolo e ha una sua radiosa bellezza.

E a racchiudere la statua è una raffinata cornice composta da degli ovali nei quali sono dipinti i Misteri del Rosario.

Questi Misteri del Rosario sono opera di Giovanni Battista Panario, artista vissuto nella seconda metà dell’Ottocento.

È leggiadra e aggraziata la figura di Maria che così tiene a sé il piccolo Gesù.

Questa luce illumina la dolce bellezza della Madonna del Rosario nell’antica Chiesa di San Giovanni di Prè.

Un antico portale in Via Prè

È un antico portale sito all’inizio di Via Prè, salendo lungo questa storica strada del nostro centro storico, lo troverete alla vostra sinistra.
Vetusto, consunto, vissuto come sono certi edifici che hanno veduto scorrere i secoli: c’erano quando la nostra modernità non era nemmeno immaginabile.
Al tempo delle dame e dei cavalieri, in un tempo più lento.
Sul sovrapporta si distinguono le parole in latino Ecce Agnus Dei che significano Ecco l’Agnello di Dio.
Alcune decorazioni sembrano poi abrase e consumate ma ancora si ammira il profilo fiero di uno dei custodi di questa dimora.

E altri due sono scolpiti ai lati del portone.

La pietra racchiude la storia.
In silenzio, tenace e viva, malgrado il tempo che scorre.

E così quando passate in Via Prè cercate il civico 8.

E soffermatevi ad ammirare un antico portale ancora oggi accarezzato dalla luce che filtra nei caruggi di Genova.

Via Prè: la grandezza di San Giorgio

Percorrendo l’antica Via Prè il nostro sguardo ritrova la grandezza di San Giorgio, le sue gesta eroiche sono così scolpite su un pregiato sovrapporta quattrocentesco in pietra nera.

È un’opera raffinata di un abile artista e merita di essere osservata nei sui minuti dettagli per apprezzarne la vera bellezza.
Ecco uno degli armati in posa severa, il suo scudo è riccamente scolpito.

Il Santo in sella al suo destriero trionfa inesorabile sul terribile drago.

Sull’altro lato si erge un altro soldato e sullo sfondo si nota il profilo di un castello.

La principessa è assorta in devota preghiera.

E colpiscono in particolare i ricchi dettagli delle armature e l’espressione solenne di questo volto.

Così la pietra diviene viva e restituisce una devozione molto sentita.
San Giorgio regge fiero lo scudo, la sua armatura e i finimenti del suo cavallo sono veri capolavori di raffinatezza.
E il pensiero ancora va all’ignoto scultore chino sulla pietra e intento a lasciare ai posteri la sua opera sublime.

E il drago si piega, così sconfitto, dal Santo.

Il sovrapporta è collocato sotto il civico 68 di Via Prè, il portone vetusto e vissuto contribuisce all’atmosfera dai toni leggendari ed eroici.
Come già ebbi modo di scrivere diverse volte in passato l’immagine del Santo veniva apposta sulle case dei capitani di galea che si erano distinti in battaglia per il loro coraggio guerresco.
E così, quando passate davanti a questa antica dimora, ricordate che qui un tempo visse un valoroso.

Nella nostra Via Prè, cuore antico di Genova.

Dove San Giorgio trionfante sconfigge il drago.

Francesco Moro detto il Baxaicò: un eroico popolano

Questa è la storia di un eroe del popolo, un fiero patriota al quale dobbiamo la nostra grata riconoscenza.
Uomo di semplice estrazione sociale, Francesco Moro nacque a Genova nel 1821 ed era un fervente seguace degli ideali di Giuseppe Mazzini.
Figura anche il suo nome tra coloro che furono coinvolti nei moti di Genova del 1857, l’insurrezione era stata organizzata in ogni dettaglio, come racconta lo storico Attilio Depoli nel libro L’emigrazione politica in Genova e in Liguria dal 1847 al 1857 volume III pubblicato dalla Società Tipografica Editrice Modenese nel 1957.
Sul finire di giugno doveva attuarsi l’impresa di Carlo Pisacane e da principio, secondo i piani di Mazzini, pare che i moti di Genova e Livorno dovessero verificarsi prima della spedizione di Pisacane alla volta del Sud.
Pisacane era di un’idea diversa, così si stabilì che appena si fosse avuta notizia a mezzo telegramma dell’avvenuto sbarco della Spedizione di Pisacane nelle terre napoletane sarebbero esplose anche le sommosse a Genova e Livorno, questo doveva avvenire nella notte tra il 28 e il 29 Giugno di quel 1857.
A Genova il fervore politico era alimentato e accresciuto nei circoli e nei comitati delle Società operaie, il pensiero mazziniano faceva battere forte i cuori e accendeva gli animi.
Come è noto, l’impresa di Pisacane terminò con l’eccidio di Sanza, con la morte di Pisacane e con l’arresto dei sopravvissuti, il moto di Genova nel frattempo non ebbe successo.
Si narra che, in quella notte prescelta, ci fosse un gran movimento dalle parti di Prè e in Via di Vallechiara, in quella zona e nei vicoli vicini c’erano anche i depositi di armi.
I fili del telegrafo tra Genova e Torino vengono troncati, i rivoltosi puntano ai forti, all’assalto di Forte Diamante risulta che ci siano una cinquantina di persone e tra di essi si dice che ci sia anche lui: Francesco Moro, detto il Baxaicò.

A leggere la sentenza del processo risalente all’autunno di quell’anno ci si accorge di quanto fosse variegata la compagine mazziniana.
La sentenza elenca tutti gli accusati, a quell’epoca 49 di loro sono già detenuti e fra di essi c’è Francesco Bartolomeo Savi giornalista, poeta ed insegnante, c’è il Marchese Ernesto Pareto, noto amico di Mazzini e c’è anche Miss Jessie White, definita sedicente letterata.
E poi c’è un popolo di ardenti patrioti: sono sarti, calzolai, ombrellai, caffettieri, orefici e falegnami.
Sono padri e figli dell’Italia, i loro nomi significano giovinezza e coraggio, alcuni di loro poi hanno dei soprannomi che raccontano il loro furore e così vorrei ricordarne alcuni:
Alessandro Gaggi, sarto di anni 23, detto l’Inferno.
Antonio Valla, facchino di anni 23, detto il Medaglia.
Carlo Banchero, oste di anni 19, detto Moschetta.
Noli Paolo di anni 19, fabbricante d’armoniche, detto Figlio della bella Manena.
Nomi che narrano di gioventù, sfrontatezza, patriottismo e grandezza d’animo.
E tra questi nomi lui: Francesco Moro, di anni 38, facchino, detto Baxaicò, detenuto già dal 2 Luglio.
Baxaicò in genovese vuol dire basilico e non sapete quanto mi piacerebbe conoscere la ragione di questo nome di battaglia!

Ci sono anche 22 latitanti, il primo della lista naturalmente è lui, l’istigatore di tutte le rivolte e delle insurrezioni: Giuseppe Mazzini.

Monumento a Giuseppe Mazzini di Santo Saccomanno – Palazzo Tursi (Genova)

Francesco Moro, facchino da carbone, uomo che conosceva il valore della fatica e del lavoro, fu condannato per quei fatti a 20 anni di lavori forzati e a 10 anni di sorveglianza.
Scontò una breve parte della sua pena e lasciò il carcere a seguito dell’amnistia del 1859.
Da allora fu sempre in prima linea e partecipò a tutte le campagne fino al 1867, era stimatissimo da Garibaldi che lo teneva in grande considerazione.
E tra i volontari giunti a Marsala, al seguito del nizzardo c’era anche lui, Francesco Moro.
Il patriota lasciò le cose del mondo in un giorno d’autunno del 1874.

Egli riposa in un luogo particolare, all’ombra degli alberi nel Boschetto Irregolare del Cimitero Monumentale di Staglieno dove è eretta la stele in sua memoria.

Se salirete fin lassù, percorrendo la scalinata, cercate la tomba del più illustre genovese, quel Giuseppe Mazzini che con il suo pensiero guidò questi valorosi ed eroici patrioti.

La stele in memoria di Francesco Moro è stata collocata proprio qui, davanti al tomba di Giuseppe Mazzini, quel grande italiano del quale l’umile facchino era amico e seguace, i due dormono il loro sonno eterno così vicini.

Sul marmo sono incise molte diverse parole in memoria di Baxaicò.

E alcune di esse che potete leggere nella foto seguente furono dettate dal Generale Giuseppe Garibaldi in persona che, come già detto, nutriva grande stima per questo eroico uomo del popolo.

Un sasso lo ricorda, gli amici conservarono la sua memoria.
Anche noi siamo amici di Francesco Moro e di tutti coloro che furono messi in catene per il loro pensiero e per una certa idea di Italia.

Andando a Staglieno a rendere dovuto omaggio ai padri della patria troverete pensatori, militari, figure di rilievo e personaggi illustri, tra loro c’è anche Francesco Bartolomeo Savi che è a me tanto caro.
Andando a Staglieno a rendere il dovuto omaggio a Giuseppe Mazzini volgete lo sguardo anche verso colui che fu amico suo, suo sodale e suo compagno.
Lui era Francesco Moro, detto il Baxaicò, tipo glorioso degli eroici popolani.

Antiche vicende di Via Prè: i monaci di Sant’Antonio Abate e i loro maiali

Questa è una storia antica e per raccontarla bisogna andare in certi caruggi nella zona di Prè dove ancora si conservano le tracce di un antico passato.
Qui, in alcuni vicoli densi di storie lontane, si ritrova il filo di certe vicende narrate con dovizia di particolari dallo storico Federico Alizeri nella sua Guida Artistica della città di Genova risalente al 1846.
Narra l’Alizeri di certi religiosi Antoniani che avevano il compito di prendersi cura di coloro che erano afflitti dal fuoco di Sant’Antonio, malattia per la quale si richiedeva la protezione di Sant’Antonio Abate.
Bonifacio VIII sul finire del ‘200 concesse a questi religiosi di riunirsi in congregazione, essi portavano un abito bruno con una T azzurra sul manto e a loro era data la facoltà di questuare.
In seguito, nel 1398, Papa Bonifacio IX stabilì con una sua bolla che questi religiosi potessero chiedere l’elemosina con un campanello che potevano appendere al collo dei loro animali come ad esempio cavalli, buoi e maiali.
Dice sempre l’Alizeri che dalla bolla risulta che questi monaci coltivassero la terra e allevassero in particolare proprio i maiali.
C’erano così, anche a Genova, un monastero e un ospedale di Sant’Antonio e percorrendo il vico dedicato al santo troverete l’antico portale dell’abbazia.

In questo vicolo che si estende tra Via Balbi e Via Prè.

Agli antoniani, poi, fu concesso dal Senato anche un altro peculiare privilegio.
Infatti si stabilì che a questi religiosi era permesso nutrire un certo numero di maiali e le bestiole potevano scorrazzare libere e beate per la città.
Per la precisione si trattava di tre scrofe, un verro e venti porcellini che si distinguevano per l’anello al labbro superiore e e per il marchio con il segno della gruccia a Tau di Sant’Antonio.
Tuttavia i religiosi, con il tempo, smisero di rispettare alla lettera le diverse prescrizioni ricevute e questo creò un certo inatteso scompiglio per le strade della Superba: c’erano sempre più maiali che se ne andavano serafici per i caruggi.
E, così chiosa sempre l’Alizeri:

“… i porci mal conosciuti vagavano confusamente per la città con gran noia de’ cittadini ed impaccio dei beccai e dei pizzicagnoli.

Questi maiali, naturalmente, sgranocchiavano tutto quel che trovavano in giro e non facevano certo complimenti!
E sempre partendo da Via Prè raggiungiamo il Vico Inferiore del Roso che si trova a pochi metri da Vico di Sant’Antonio.
Qui, su un’antica lastra in pietra, spicca la figura di Sant’Antonio Abate.

E là, accanto, a lui si nota, appunto, la sagoma di un maiale.

Tra le usanze degli abati di Sant’Antonio, inoltre c’era, anche quella di mandare alla famiglia Doria, nel giorno della vigilia di Natale, un maiale “tutto adorno e imbacuccato di foglie d’alloro” tra le grida di giubilo del popolo festante.
L’omaggio veniva così offerto per ringraziare la nobile famiglia in quanto quattro gentildonne dei Doria solevano recarsi ogni anno all’Abbazia, nel giorno di Santa Lucia, portando in dono uno scudo d’argento.
Con il tempo l’usanza di regalare il maiale si perse e così un bel giorno ai Doria venne l’idea di chiedere come mai quel gradito dono non arrivava più e i religiosi risposero che pure loro non avevano più ricevuto denari sonanti dai Doria.
Fu così che le due parti si accordarono e decisero di ripristinare le buone vecchie usanze e fino alla fine del ‘700 i Doria ricevettero così il loro gradito dono.

Via Prè

La faccenda dei maiali, con il tempo, prese una brutta piega.
Gli animali continuavano a vagare indisturbati per la città, causando danni a cittadini e ai negozianti.
E giunse così un giorno ferale, si era a metà del ‘700.
Ecco un corteo di illustri senatori, i Serenissimi incedono la dovuta solennità in Via ai Quattro Canti di San Francesco quando, ad un tratto, si ritrovano tra i piedi il solito branco di maiali.
Ci volle del bello e del buono perché i senatori si cavassero d’impaccio mettendosi in salvo ma alla fine riuscirono a darsela a gambe, reggendo le regali vesti imbrattate senza ritegno dai suddetti suini.


Via ai Quattro Canti di San Francesco

A seguire le autorità presero i dovuti provvedimenti, i Padri del Comune rinnovarono un decreto che era già stato pubblicato nei secoli precedenti: chiunque aveva la facoltà di impadronirsi dei maiali che se ne andavano a zonzo per la Superba e non c’era l’obbligo di restituirli.
Si levò, naturalmente, il prevedibile mugugno dell’Abate Basadonne che fece ricorso per un’indennità e alla fine ricevette la somma di 172 Lire annue e come conclude l’Alizeri “con questo pare che si spegnesse la consuetudine de’ porci vaganti”.

Sant’Antonio Abate è il protettore degli animali e anche dei macellai e dei salumai, la sua festività si celebra il 17 Gennaio.
La figura del Santo si staglia nella bella edicola in Vico del Rosario della quale ebbi modo di scrivere tempo fa in questo post.

E al Santo è dedicato l’Oratorio sito in Vico sotto le Murette.

La memoria di lui e degli Antoniani rimane ancora per le antiche strade di Genova.

Giocando nel passato nei caruggi di Genova

Sono tracce del lontano passato e noi non possiamo conoscere i nomi di coloro che le scolpirono sulle pietre antiche di Genova ma quei segni sono ancora ben visibili in certi luoghi del nostro quotidiano e vederli regala un senso di sorprendente stupore.
I disegni che vi mostrerò li ho trovati per caso andando a zonzo per caruggi e guardandomi intorno, l’unico del quale già conoscevo l’esistenza è quello che si trova su un gradino della cattedrale, tutti gli altri invece li ho veduti senza neppure cercarli.
Accadde un giorno, molto tempo fa, mentre mi stavo recando nella bella e raccolta chiesetta dedicata ai Santi Cosma e Damiano.

Su uno degli scalini della chiesa spicca un disegno a tutti noi molto famigliare, alcuni attribuiscono a questa forma significati legati al mondo dei Templari, io mi limiterò a cogliere il senso ludico di questo disegno: a Genova viene detto tela, in altre città è noto con altri nomi e non è poi così difficile immaginare i bambini di un altro tempo seduti sui gradini di una bella chiesa intenti a dilettarsi con questo gioco.

Spostiamoci quindi in San Lorenzo, maestosa cattedrale della Superba.

Osservate bene i suoi gradini bianchi e neri, anch’essi riservano sorprese.

Il medesimo disegno è stato così tracciato sulla pietra antica.

Avvicinatevi poi al fiero leone posto a guardia della Cattedrale.

Alle sue spalle ecco ancora il solito quadrato.

Passiamo poi nella piccola e raccolta piazzetta di San Giovanni Vecchio attigua a San Lorenzo.

E ancora su uno di quei gradini laggiù ecco una traccia del nostro passato.

Girovagando nella città vecchia capita di trovare tracce del tempo lontano che suscitano la nostra meraviglia, ho poi scoperto che ne esistono davvero moltissime in giro per Genova ma come vi dicevo ho voluto mostrarvi soltanto i disegni che ho trovato da sola e per caso.
Se doveste trovarvi dalle parti di Via Prè fate bene attenzione, proprio in questo punto dove è presente questa balaustra.

Là, in quel tratto più vicino alla Chiesa di San Sisto, ecco ancora un segno tracciato in tempi lontani.
E sembra di immaginare mani bambine, risate e occhi luccicanti per la bellezza di un semplice gioco nei caruggi della nostra Genova.

Gente dei caruggi

È un frammento del passato e riporta ai nostri sguardi istanti di vite, sorrisi ed emozioni.
È un giorno qualsiasi nella Piazza dei Truogoli di Santa Brigida che si trova tra la scenografica Via Balbi e la popolosa Via Prè e questo è solo uno degli scatti che verrà utilizzato per le cartoline.
Questo scorcio genovese sarà infatti tante volte riprodotto come immagine caratteristica di Genova e oggi, ai nostri occhi, resta come una sorta di quadro inimitabile nel quale tentiamo di intuire ciò che non possiamo vedere.
Quanta, vita, quanti respiri!
Si chiamano forse Pietro, Maddalena, Baciccia e Marietta, affollano queste strade che profumano di mare, di pane, di fatica ma anche di gioia di vivere.
Il cappellino messo traverso, una mano sul fianco, uno sguardo di sfida, un sorriso appena accennato.
Le mamme tengono in braccio i più piccolini, i più grandicelli conoscono una certa libertà, sono bambini svegli e indipendenti.

È gente dei caruggi, se queste persone potessero parlarci dello loro vite staremmo ad ascoltare il loro racconto e forse sarebbe difficile per noi immaginare una quotidianità come questa.
Alcuni restano seduti sul gradino davanti alla porta di casa, c’è chi esce fuori dalla sua bottega e chi invece si affaccia alla finestra.

E come sempre, come in ogni giorno di questo tempo lontano, c’è un’affaccendata baraonda attorno al lavatoio.
Ognuno arriva con la conca dei panni e con un pezzo di sapone, sono braccia forti a sfregare con vigore nell’acqua gelata, una di quelle fatiche che pare quasi impossibile anche solo immaginare.
Poi, appena per un istante, questa frenesia si ferma e gli sguardi si rivolgono tutti verso il fotografo.
Accade così, grazie alla magia di quella magnifica invenzione che è la fotografia: queste vite restano impresse sulla carta e la loro immagine ritorna davanti ai nostri sguardi.

Poi, istante dopo istante, il tempo scorre, svanisce, muta e tuttavia sembra quasi impossibile credere di non averla veduta davvero quella folla di popolo nella Piazza dei Truogoli di Santa Brigida.
È sempre stata lì, tra la ringhiera e la discesa, sotto l’immagine della Madonna ospitata nella bella edicola e tra le mura di case antiche dai colori caldi.

È sempre stata lì questa gente dei caruggi, sotto alla gioiosa confusione di fili da stendere e lenzuola sospinte dal vento vivace di Genova come vele avventurose in mezzo al mare.
Chi spedì la cartolina soggiornava all’esclusivo Grand Hotel de Genes in Piazza De Ferrari, lo si evince dal timbro posto a tergo, la cartolina fu spedita a Londra.
Gli occhi di questo viaggiatore si posarono su persone come queste, il suo sguardo trovò la prospettiva di questi vicoli e in un certo modo lo colpì, infatti nel testo vergato dalla sua mano egli chiede ai destinatari cosa ne pensino di questo scorcio caratteristico e così tipicamente genovese, un souvenir di Genova che certo rimase impresso.
Ancora adesso, ogni volta che passo dalla Piazza dei Truogoli di Santa Brigida, mi sento quasi come quel viaggiatore, mi resta nello sguardo il suo medesimo stupore.
E vorrei fermarmi, ascoltare queste voci, lasciar raccontare la vita a questa gente dei caruggi.

Chiesa di San Sisto: alla scoperta della Sala Regia

Vi porto ancora con me nella suggestiva Chiesa di San Sisto in Via Prè, nel cuore della città vecchia.
Questa piccola chiesa cela molte appassionanti storie, ad essa sono legate le vicende di un fabbro, di un celebre veneziano e di due temibili vecchiette.
Qui c’è una cappella dedicata a Maria Bambina e ogni 8 Settembre, giorno della Natività della Madonna, dalla piccola chiesetta parte una devota processione che è un rito caro alla gente di Genova.
Qui ci sono sempre nuove storie magnifiche da scoprire ed è ciò che mi è accaduto proprio pochi giorni fa quando mi sono fermata a chiacchierare con Don Rinaldo, il parroco di San Sisto che ha davvero a cuore la sua parrocchia e i suoi fedeli.

Don Rinaldo mi ha così accompagnata su per un scaletta e in certi locali dove sono esposti paramenti e arredi sacri della Chiesa di San Sisto.

Con questa grazia, tra due antichi candelabri, è esposta una statua di Gesù Bambino.

Questa prima stanza conduce, con mio stupore, ad un secondo locale noto come Sala Regia.
Dovete infatti sapere che la Chiesa di San Sisto è vicina al nostro Palazzo Reale, oggi museo statale, un tempo di proprietà della famiglia Balbi e in seguito dei Durazzo, l’edificio divenne poi la Reggia dei Savoia.
La Sala Regia era così direttamente raggiungibile tramite un passaggio aereo che ancora esiste e che la collegava a Palazzo Reale, il passaggio conduceva poi direttamente al Ponte Reale, ora non più esistente, che univa il Palazzo dei Savoia direttamente alla Darsena.

E così durante i loro giorni genovesi i Savoia accedevano con agio e comodità alla piccola stanza che si affaccia su presbiterio, la tribuna fu realizzata da Domenico Tagliafichi circa a metà del XIX secolo.
La finestra si apriva e i Reali, senza essere veduti o disturbati, potevano così assistere alle messe e alle funzioni religiose.

Una volta ritornati in Chiesa potrete così facilmente individuare quella finestrella illuminata e aperta, è e la prima in alto a destra nell’immagine sottostante.

Ecco così ancora una nuova affascinante scoperta in questa caratteristica chiesa dei caruggi, ringrazio Don Rinaldo per avermi mostrato la Sala Regia e vi invito ad ad andarla ad ammirare con i vostri occhi, avrete così occasione di apprezzare le molte altre bellezze di San Sisto.

Desidero infine mostrarvi un’altra particolarità che troverete in questa Chiesa in questo tempo di Natale.
Là, sulla balaustra antistante l’altare, è posta una dolcissima effige del Bambino Gesù.

È ai piedi della Croce sulla quale poi Egli morì, è il racconto vero del significato del Natale e della venuta al mondo di Gesù, così rappresentata nella nostra bella Chiesa di San Sisto.