Il cielo di dicembre

Il cielo di dicembre non è mai uguale, è questa la stagione dei colori e dei tramonti straordinari capaci di togliere il fiato per la loro bellezza.
E così a volte, prima che il sole ci saluti, l’azzurro limpido sfuma nel toni vivaci dell’arancio.

Altre volte, invece, la luce dorata trafigge le nuvole e trionfa.

E poi il cielo si accende in un inarrestabile tumulto di nubi e di meraviglia.

In questo cielo di dicembre e di Genova a volte nuvole leggere vagano sovrastando l’orizzonte.

E poi un’effimera magia di rosso illumina ogni cosa.

A volte, poi, il cielo di dicembre incanta con sfumature più delicate che si riflettono sul mare che, per appena qualche istante, pare divenire rosa.

E una ad una si accendono le luci del porto e rischiarano la sera di Genova nel tempo di dicembre.

21 Maggio 1848: Vincenzo Gioberti a Genova

Ritorniamo ai tempi del fervore patriottico, ai giorni di primavera del 1848 durante i quali si attende con trepidazione un illustre visitatore: Vincenzo Gioberti.
Pensatore, teologo, sacerdote e patriota, Gioberti ricopre in quel momento l’incarico di Presidente della Camera dei deputati del Regno di Sardegna, è un protagonista del suo tempo e della nostra storia e in quelle ore genovesi l’imminenza del suo arrivo in città accende i cuori e riscalda gli animi.
È il 20 Maggio quando si riceve la conferma che egli giungerà ad ore nella Superba: si chiudono le botteghe, una fiumana di gente si dirige verso la porta dalla quale si crede che entrerà Gioberti, le mura della città si coprono di manifesti con la scritta Viva Gioberti!
Tutti rimangono ad attenderlo fino a tardi e il nostro infine si palesa a notte fonda: a bordo di una carrozza scortata dalla Guardia Nazionale giunge così all’Hotel Feder in Via al Ponte Reale.
E tutto attorno c’è un gran trambusto, la gente si accalca tra grida di giubilo, i genovesi alle finestre e ai balconi osservano con fiera partecipazione.

La mattina dopo lo aspetta ancora una folla e una calca di gente, Gioberti si affaccia più volte dal balcone della sua camera d’albergo e ringrazia i genovesi per la calorosa accoglienza, naturalmente egli riceve in modi diversi anche tutti gli onori dalle varie autorità cittadine.

Tra i suoi recenti trascorsi Gioberti annoverava anche l’esperienza del carcere: nel 1833 era stato infatti arrestato come cospiratore mazziniano e in quella circostanza aveva condiviso la cella con un certo Grondona.
Grondona, al tempo della visita genovese di Gioberti era Maggiore della Guardia Nazionale e così non mancò certo di palesarsi ai suoi occhi, riportando alla memoria di Gioberti quei giorni difficili: narrano le cronache che i due si abbracciarono, in un istante di autentica commozione.
La mattina di domenica 21 Maggio, dove aver partecipato alla messa, Gioberti si recò a compiere una visita particolare: andò infatti a trovare Maria Drago, madre di Giuseppe Mazzini e, anche se le visioni politiche di Mazzini e Gioberti certo non collimavano, l’incontro con l’anziana madre del patriota fu denso di commozione.

Casa natale di Giuseppe Mazzini
Museo del Risorgimento e Istituto Mazziniano

La sera del 21 Maggio in Piazza Caricamento gli venne poi tributato un ulteriore omaggio, la piazza è gremita di folla, l’orchestra e i cori del Teatro Carlo Felice offrono uno spettacolo straordinario e cantano per Gioberti il coro dell’Ernani cambiando alcune parole, invece di pronunciare a Carlo Magno Gloria intonano invece al Gran Gioberti Gloria.
Ho trovato notizie del soggiorno di Gioberti a Genova nel libro di Giovanni Monteleone Storia di un teatro: il Carlo Felice edito da Erga nel 1969, ulteriori diversi approfondimenti sono reperibili in altri testi più antichi e risalenti alla seconda metà dell’Ottocento.
Gioberti lasciò l’Hotel Feder la mattina del 22 maggio, incedendo tra due ali di rappresentanti della Guardia Nazionale.
Le campane suonavano a festa e nell’aria risuonavano i colpi di cannone, gran festa salutò l’illustre ospite.
Giunto a bordo del vapore Lombardo Gioberti volse il suo sguardo verso la costa, dove sventolavano le bandiere tricolori al ritmo della musica suonata dalle bande.
Così accadde in un giorno di maggio del 1848, sotto il cielo di Genova.

Marzo 1913: le prodezze dell’aviatore Laurens

Era un giorno del 1913, i giornali cittadini avevano annunciato l’evento: l’aviatore francese Laurens sarebbe partito da Beaulieu con il suo idroplano la mattina del 4 Marzo per giungere a Genova e poi proseguire il suo volo verso Roma.
Ecco così i primi pochi curiosi ritrovarsi al Molo Galliera in attesa dell’intrepido aviatore: si notano due signore e una dama solitaria, una coppia di francesi, un giornalista, un fotografo e un operatore cinematografico.
Tutti scrutano il cielo e il mare ma nulla accade, l’arrivo di Laurens è previsto per le nove ma l’attesa sarà ancora molto lunga.
Dopo breve arrivano anche i Carabinieri e poi ancora altre poche persone.
Dovete sapere che queste belle notizie sono tratte da un articolo comparso sul quotidiano Il Lavoro del 5 Marzo 1913 e a tramandare la cronaca di quella giornata fu E. Eugenio Gandolfi.
L’autore precisa che a un certo punto si palesò un signore, con tanto di binocolo a tracolla, ad annunciare che Laurens sarebbe arrivato infine alle dieci.
Il gentiluomo che aveva dato la ferale notizia aveva usato la lingua francese con una certa qual solennità e gli venne così concesso maggior credito, in fondo quella poteva anche essere la lingua ufficiale dell’evento, diciamo così!
Tuttavia gli astanti fecero presto una sorprendente scoperta e qui lascio la parola all’esimio Gandolfi perché non saprei spiegarmi meglio di lui:

Ma quando la parlata gallica si mutò sulla lingua del signore in pretto genovese, uno del pubblico, un simpatico marinaio, che aveva dato molto credito alla notizia… francese si rivolse ai curiosi “ou l’è un zeneize!”con un accento così significativo che l’accreditata nuova in un attimo perdette ogni sua forza di affidamento.

Delusione e sconforto!
Arrivarono barcaioli, marinai, operai, c’è da dire che erano in in pochi ad aspettare Laurens e l’attesa infine si rivelò pure vana.
Il signore italo francese venne infatti a dire che Laurens era rientrato per un guasto, si seppe poi che si era fermato a Diano Marina.
Era già mezzogiorno e gli intervenuti così si avviarono mestamente sotto il sole cocente verso il primo tram, il nostro Gandolfi si avvalse invece dell’automobile della scuola Chaffeurs Pellegrini che lo portò fino a casa.
Verso le 13.30, poi, giunse la bella notizia che Laurens sarebbe arrivato davanti al Molo Giano.
Ecco di nuovo, all’incirca, lo stesso pubblico del mattino, non certo una folla trepidante ma comunque c’era un gruppetto di fedeli spettatori in attesa del tanto agognato arrivo dell’idroplano.
Un telegramma annunciò un altro intoppo: l’idroplano aveva avuto un guasto ed erano ormai quasi le quattro del pomeriggio.
Il brusio cresceva: che ne era stato di Laurens? Sarebbe veramente arrivato, alla fine dei conti, o era tutto uno scherzo?
L’attesa infine diede i suoi frutti, non troppo dolci, oserei dire.
Uso ancora le parole di Gandolfi:

E Laurens arrivò. E ce ne accorgemmo che già era visibilissimo. Il leggero vascello aereo brontolando correva correva verso la terra. Il biancore delle sue ali di tela si perdeva nel velo di tenebra che ricopriva già le acque. Una visione che poteva essere fantastica.”

La delusione però fu grande: Laurens si fermò a 100 metri dal Molo Lucedio e il suo idroplano fu trascinato al Molo Giano da due barcacce a vapore.


L’avventura era terminata, Laurens era amareggiato, il suo compagno di viaggio Schneider la prese con maggior filosofia.
Laurens invece era proprio triste e deluso, gli erano mancati l’arrivo trionfale e gli applausi, la giusta ricompensa che aveva a lungo immaginato.
L’aviatore si fermò all’Hotel Bristol, sarebbe rimasto qualche giorno per le necessarie riparazioni del suo mezzo e promise così di fare un volo sulla città e sul porto.
E la promessa fu mantenuta: come si legge su Il Lavoro del 7 Marzo 1913, il programma prevedeva che Laurens partisse dal Molo Giano per sorvolare il mare davanti al Lido d’Albaro, l’appuntamento era per le ore 17 del 6 Marzo 1913.
E questa volta il pubblico si assiepò dal Molo Giano a Corso Aurelio Saffi in trepidante attesa del magnifico volo di Laurens.
L’aviatore ricevette i primi applausi già mentre si avvicinava al suo vascello volante, ad accompagnarlo nel suo volo c’era anche il viceconsole di Francia.
E partì, si alzò leggero sull’acqua mentre le sirene dei vapori presenti suonavano rumorose, volò oltre il Lido d’Albaro e dopo aver virato fece un altro giro, infine virò verso il Molo Giano e scese in acqua.
La folla entusiasta si levò in applausi scroscianti e quell’evento rimase forse nella memoria di molti per lungo tempo.
Accadde a Genova, in un giorno di marzo del 1913.

Ieri e oggi: sguardi sul Porto di Genova

Di recente mi è capitato di trovarmi dalle parti di San Benigno, dalle parti del Porto di Genova con i suoi traffici e le sue navi.
In questa prospettiva spiccano le diverse sfumature di blu, i colori vivaci dei traghetti e del tempo delle vacanze.

E poi il pensiero trova altri sguardi di un’epoca diversa.
I moli, le merci, gli alberi delle navi, le vele, i Magazzini del Cotone, i camalli e le loro voci, le fatiche e il salmastro che brucia sulla pelle, i volti riarsi dal sole.
Le case alle quali tornare, dopo una giornata di lavoro nel Porto di Genova.

La luce.
La ruota panoramica e il tempo dello svago.
I tramonti, le panchine sulle quali sedersi, i viaggi sui quali fantasticare mille volte.

Il tempo e i suoi suoni diversi.

Uno sguardo verso il presente con le sue dolcezze, alcune parti del nostro porto operoso fanno davvero parte del nostro quotidiano.

Uno sguardo verso il passato e verso l’anima di questa città e suo cuore battente: il Porto di Genova.

Luce all’orizzonte

Un’inquietudine di nuvole gonfie di pioggia nel cielo d’argento.
E il mare scuro, profondo, silenzioso.
Una nave, le gru del porto di Genova.
Un tempo incerto, freddo e tempestoso.
E là, in lontananza, una luce brillante all’orizzonte.

Arcobaleno di novembre

Stamattina aprendo la finestra ho guardato il mare e ho pensato tra me e me: il mare oggi ha proprio il colore della pioggia.
E poi ho pensato che forse avrei visto anche un arcobaleno e poi, voltando lo sguardo verso la Madonnetta, ho trovato davanti a me un effimero prodigio di luce.

Un arcobaleno leggero e lieve.

Si perdeva confuso tra il grigio delle nuvole.

Vicino al campanile, nel cielo di novembre.

Allora ho di nuovo guardato verso il porto e ho ancora pensato che il colore del mare oggi è quello della pioggia: metallico, cupo, inquieto.

Mentre il mio arcobaleno mattutino lentamente svaniva infine è arrivata la pioggia.

Tre sfumature di Genova

Sono tre sfumature di Genova e di settembre e le ho vedute ieri, dal mio terrazzo.
Sono tre sfumature di Genova e la prima è un tono delicato di celeste sfiorato dal sole che così dona al mare accenti di madreperla.

All’ora del tramonto, si è aggiunta una perfetta nota di rosa, tenue e romantica.

E poi una dopo l’altra si sono accese le luci del porto e tutto luccicava d’argento in una dolce sera di Genova così radiosa nelle sue incantevoli sfumature.

Vento e mare di settembre

E improvviso, di mattina, è arrivato il vento.
Settembre, a Genova, ha questi colori intensi, resi ancor più vivaci dalla forza del vento che spazza via le nuvole e si svaga nell’infinito e verso l’orizzonte.
E così il mare di settembre e di Genova è così blu.

Restano le navi in attesa della loro partenza.

E il vento gioca, ruzzola, canta.
E se guardi il mare tra le case vedrai, in una mattina di settembre, le onde che si increspano mentre una barchetta intrepida rientra il porto.

E le imbarcazioni lasciano scie come curve candide e frizzanti.

Mentre il vento ancora agita la riva, le vele, i pensieri e il mare di settembre e il porto della Superba.

Cesare Pavese a proposito di Genova

“Certo, quando gli raccontavo cos’è il porto di Genova e come si fanno i carichi e la voce delle sirene delle navi e i tatuaggi dei marinai e quanti giorni si sta in mare lui mi ascoltava con gli occhi sottili.”

La luna e i falò

Cesare Pavese (9 settembre 1908 – 27 agosto 1950)

Piero Tafur: descrizione di Genova nel 1435-1436

Questo è il diario di bordo di un viaggiatore, lo scrittore spagnolo Piero Tafur che vide Genova nel 1435-1436 e la descrisse lasciando ai posteri la memoria di ciò che vide e lo impressionò.
Il brano in questione è riportato in lingua originale con traduzione a fronte nel preziosissimo libro “Genova medievale vista dai contemporanei” della Professoressa Giovanni Petti Balbi e edito da Compagnia dei Librai.
Incontriamo così il nostro viaggiatore che giunge nella Superba via mare da Savona e pare lasciarsi affascinare dal panorama:

“… ce ne andammo lungo la riviera di Genova che sono 40 miglia fino alla città, la cosa più bella al mondo a vedersi: a chi non la conosce sembra che sia tutta una città tanto è popolata e ricca di case.”

L’ingresso nel porto della città è reso gradevole da una buona accoglienza, la prima meta del nostro Piero è il Santuario di Coronata, egli scrive di aver promesso di recarsi là durante una minacciosa tempesta che li aveva sorpresi durante la navigazione.
E così, da insolito turista di un secolo tanto lontano, il nostro visitatore descrive Genova in una maniera che sappiamo riconoscere:

… tutte le case sono torri di quattro o cinque piani ed anche più; le strade sono strette e molto difficili gli ingressi…”

E se la terra è povera e non così prodiga dei suoi frutti i genovesi hanno dalla loro parte un forte senso della laboriosità e se ne vanno in giro per il mondo procurandosi tutto ciò che a loro occorre.
Luccica nel porto della città la fida Lanterna che guida i naviganti, il nostro nomina anche l’antica Torre dei Greci che serviva ad agevolare l’ingresso nel porto.
Tutto questo, scrive l’autore, è stato realizzato con grande dispendio di denaro.

Joinville – Ingresso del Porto di Genova
Opera esposta alla Mostra La Città della Lanterna a Palazzo Reale di Genova

Il viaggiatore scrive inoltre che a Genova ci sono molte ricche e belle chiese e non manca certo di citare la Cattedrale di San Lorenzo e il Sacro Catino in essa custodita, la reliquia portata dalla Terra Santa dal nostro Guglielmo Embriaco ricorre spesso nelle memorie degli antichi visitatori.

Di Genova e della sua gente scrive ampiamente il nostro Piero Tafur e sottolinea l’industriosità e l’abilità nell’acquisire ricchezze e conquiste, cita Chio, Metellino, la città di Famagosta e Pera.
Le donne di Genova sono poi molto virtuose ed attente, di rado le vedove si sposano nuovamente e se lo fanno è con grande vergogna.
Molte sono le lotte che Genova dovette affrontare, il nostro narra di conoscere le vicende di Opizzino di Alzate  avvenute proprio mentre Tafur era in città e dice anche di aver veduto il carcere della Malapaga.
E più di tutto, a colpire l’attenzione dello straniero è il carattere dei genovesi: dice che essi sono molto industriosi e hanno pochi vizi, la loro tempra è data anche dalla terra in cui vivono.
Inoltre sottolinea che, sebbene siano ricchissimi, sono gente con un buon senso della misura e cercano di evitare gli eccessi del lusso oltre il consentito, ben consci che altrimenti dovrebbero pagare delle belle somme e qui l’autore si riferisce alle antiche leggi suntuarie in vigore nell’antica Repubblica, tali leggi andavano appunto a tassare i lussi.
Genova di gente di mare e di fieri condottieri, così descrive i genovesi Piero Tafur, così la gente di questa città rimase impressa nella sua memoria:

“È gente molto potente sul mare; soprattutto le sue carrache sono le maggiori del mondo e se non fosse per i grandi dissidi che fa tempo antico hanno avuto ed hanno oggi tra di loro, il il loro dominio si sarebbe esteso di più nel mondo.”