La bambina di Gorizia

La bambina di Gorizia forse Genova non l’ha nemmeno mai veduta, ci è arrivata per un caso quando il mio sguardo ha incrociato il suo e così ho deciso di custodire la piccola Carte de Visite che ci ha tramandato la sua immagine.
La bambina di Gorizia visse in giorni lontani e in un luogo distante da qui, non saprei raccontarvi lo scenario della sua vita.
Ed eccola qua con il suo faccino paffuto, gli occhi grandi, i ricciolini morbidi.

E mi ha colpito il suo abito a righe!
I polsini e i bordi più scuri, tonalità diverse nelle righe e poi, se osservate bene, noterete che la bambina ha un grande fiocco sulla schiena.

Le calzine bianche, gli stivaletti con i bottoncini, i piedini incrociati.

Così la vediamo nella bella Carte de Visite del fotografo Giacomo Luzzatto di Gorizia.
Se ne sta buona buona seduta sulla poltroncina con le frange e io me la immagino mentre cammina, con il passo un po’ incerto, tenendo stretta la manina della mamma.

Nel tempo della tenerezza dell’infanzia, con quello sguardo stupefatto e quel visetto dolcissimo, con i suoi pochi anni e tutta la vita davanti.

Antica saggezza latina in Via Assarotti

Scendendo per la nostra Via Assarotti, scenografica arteria ottocentesca che da Manin conduce a Piazza Corvetto, vi capiterà di ammirare magnifici palazzi con elementi decorativi di gran pregio.
Uno di questi edifici è certamente il civico 46 davanti al quale vi invito a soffermarvi.

Sovrastano il portone alcune sculture e nel marmo si leggono parole che rievocano una certa antica saggezza.

Sulla sommità si nota una minacciosa testa leonina.

E poi ancora due fieri grifoni sono posti a guardia del portone, mentre due fanciulli reggono con cura un elaborato cartiglio.

In un sapiente gioco di simmetrie e di proporzioni perfette.

E là, a lettere dorate, spiccano le seguenti parole.
Labor
omnia vicit
MDCCCXCIII

Una frase che letteralmente significa:
Il lavoro
vinse ogni cosa
Anno 1893 (e questo è naturalmente l’anno di costruzione dell’edificio).

La parole in latino che luccicano d’oro sul marmo costituiscono l’incipit di un verso di un’opera del poeta Virgilio.
La frase per intero è la seguente:

“Labor omnia vicit improbus, et duris urgens in rebus egestas”
“L’aspro lavoro vinse ogni cosa, e il bisogno che incalza nelle avversità.”

Georgiche di Virgilio (Libro I, versi 145-146)

Morbidi boccoli incorniciano i visetti perfetti dei due fanciulli.

E ancora, un volto femminile è così effigiato nella cornice di un’armoniosa conchiglia.

Così, con questa leggiadra perfezione, l’antica saggezza del poeta Virgilio ancora viene rammentata su un portone della nostra Via Assarotti.

Alla finestra nei caruggi

Alla finestra nei caruggi che si fa di bello?
Si ammira il panorama, naturalmente, osservando la vita che scorre.

E a dire la verità, da principio mi pareva che alla finestra ci fosse una statuetta, ferma e immobile.

E invece no! Si trattava proprio di un sontuoso e curioso felino nel pieno esercizio delle sue funzioni di attento osservatore.

Poi, da certe finestre, sono numerosissime le distrazioni, non si sa quasi da che parte guardare!

Uno sguardo a destra, uno a sinistra, sempre con una certa cautela.

In uno scenario genovesissimo, nel cuore della città vecchia.

Così, alla finestra, nei nostri caruggi, con tanta bellezza, ammirando altre bellezze della Superba.

Senza tempo

Senza tempo, in Via XX Settembre.
Senza stagione che termina, senza incertezza.
Con passo lieve, fidente e sicuro, sotto i portici delle shopping.
Il saio, i sandali.
Senza moda, con lo sguardo all’eternità.
Senza tempo, semplicemente.

Tre fratellini diligenti

Sono tre fratellini diligenti, così ci viene tramandata la loro immagine in una bellissima Carte de Visite del fotografo Rossi.
Vestiti alla marinara, compunti e composti, di fronte a loro i quaderni aperti e poi anche tutta la vita davanti.

E di ognuno di loro, in qualche modo, mi pare di intuire qualche piega del carattere, qualche dettaglio di una personalità che emerge da una piccola fotografia.
Il bambino sulla sinistra è il più vivace, lo si comprende da una sorta di malcelata sfrontatezza, quel guizzo nello sguardo che fa di lui una figura assertiva e predominante.

Invece ecco qua colui che mi sembra il più timido.
È un ragazzino studioso, taciturno, riflessivo, aiuta sempre i fratelli nei compiti, è rassicurante e affidabile.

Il più piccolo dei tre è il cocco di casa, bello come un cherubino osserva il mondo con meraviglia con i suoi occhioni azzurri spalancati sul futuro e con quel broncio che lo rende indimenticabile.

Sono tre fratellini diligenti, così ritratti nel tempo della loro infanzia, nell’età dei sogni e delle piccole felicità.

Esposizione Italo-Americana del 1892: fiori e profumi per Cristoforo Colombo

Nel giorno di Colombo e della sua straordinaria avventura, ritorniamo nel 1892, anno nel quale, in occasione dei 400 anni della scoperta dell’America, nella città natale del navigatore si tenne la grandiosa Esposizione Italo-Americana che comprendeva diversi eventi e manifestazioni che si dipanarono nel corso di diversi mesi dell’anno.
Questi fatti sono narrati con dovizia nel volume Cronache della Commemorazione del IV Centenario Colombiano edito a cura del Municipio in quel lontano 1892 e proprio da queste pagine emerge quanto sto per raccontarvi.
Ad aprire le numerose celebrazioni fu la prima festa colombiana che si tenne nello scenario incantevole del palazzo un tempo appartenuto ad Andrea Doria.

Nella fastosa cornice della magnifica dimora, in quei giardini che fronteggiano il mare della Superba, il Comizio Agrario allestì la Settima Esposizione Nazionale Italiana Floro-Orticola.
Intervennero tutte le principali autorità cittadine e anche un “numeroso stuolo di signore, la cui bellezza fiorente e lieta gareggiava col profumo e con le gaie tinte dei fiori.”

L’Esposizione venne inaugurata nel primo pomeriggio dal Marchese Gian Maria Cambiaso che, con solenne autorità e in qualità di presidente del Comizio Agrario, tenne il discorso di apertura.
Dopo di lui parlarono il prefetto Municchi e il Sindaco di Genova Barone Andrea Podestà, entrambi lodarono la grandezza di Colombo e la sua fierezza marinara, celebrata così nella dimora dell’Ammiraglio Andrea Doria.
Dopo i discorsi di rito, la folla degli ospiti scese nei fastosi giardini ad ammirare le magnifiche collezioni floreali, ad ornare il fronte mare era stato realizzato anche un porticato progettato dall’Architetto Luigi Rovelli.

Era un trionfo di anthurium e orchidee, c’erano piante e fiori di diverse specie, una meraviglia di gerani proveniva dalla Villa Pratolongo di San Martino d’Albaro e agavi e araucarie erano invece dei Fratelli Villa di Cornigliano Ligure.
Particolarmente ammirate furono le collezioni di rose del Cavalier Oneto.

Gli espositori provenivano da diverse parti d’Italia, ad abbellire lo scenario erano le serre in ferro della ditta Rey di Torino e Villa di Milano, c’era anche un sistema di riscaldamento fornito dalla ditta Zolla di Torino.
E oltre ai fiori freschi si ammiravano mazzi di fiori recisi, delicate corbeilles e corone, piante e piante essiccati adatti come ornamento per gli appartamenti.
La Società Ortolani e Coloni del Bisagno e il Signor Catto esposero una ricca collezione di ortaggi.
Fu un evento riuscitissimo che diede il via alle grandi celebrazioni che in quell’anno si tennero nella Superba.
Erano i giorni della favolosa Esposizione Italo-Americana del 1892 e nell’aria limpida di Genova si spandeva il profumo dei fiori in onore di Cristoforo Colombo.

Pigrizia fontanigordese

Ogni volta che passo a Fontanigorda mi imbatto sempre in qualche straordinario felino.
Sono gatti liberi, avventurosi o indolenti, sanno godersi la bellezza del luogo e i suoi doni.
In anni e anni di vacanze a Fontanigorda ho visto gatti in ogni luogo: nei giardinetti e sulle ringhiere dei terrazzini, sui bordi delle fontane e davanti alle porte dei negozi.
Sui muretti, sui dondoli, nei vasi di ortensie.
E nei boschi, negli orti, nei frutteti.
Ho visto gatti piccini, mamme premurose, gatti villeggianti e gatti autoctoni.
E in quest’ultima visita a Fontanigorda non ho mancato il consueto incontro con i fantastici felini, ora che l’autunno avanza la quiete della campagna è il loro regno.
Uno di loro, nero come la notte e fiero come una pantera, se ne stava pigramente adagiato su uno zerbino.
Mi ha riservato uno sguardo ed è rimasto immobile, nella sua postazione, nella tranquillità della sua adorata pigrizia fontanigordese.

In fondo a Via XX Settembre

Camminando ancora nel passato ci ritroviamo in fondo a Via XX Settembre o più precisamente nel primo tratto di Via Cadorna percorso così da alcuni amici.
Una sobria eleganza, i soprabiti sottobraccio, i sorrisi franchi e aperti in un momento così semplicemente condiviso.

Sono soltanto tre coppie di amici che trascorrono una giornata in allegria.
Le signore hanno tutte la pettinatura alla moda e certe borsettine a dire il vero poco capienti.
E non è questa l’unica mia fotografia nella quale sono ritratte coppie a passeggio in questo tratto del centro di Genova, presumo quindi che nei dintorni ci fosse un fotografo pronto ad immortalare certi momenti di una giovinezza felice.

Sulla destra si notano i mezzi pubblici e un ciclista intento a pedalare, sullo sfondo si vede la prospettiva di Via XX Settembre.

Era un giorno lontano, forse un giorno d’autunno.
Il futuro sembrava lieve e carico di promesse, mentre sei amici camminavano vicini, in quel tratto di Via Cadorna.

Tornando a Loco

Salendo a Fontanigorda con la corriera ho dovuto fare una breve tappa a Loco, paesino a me tanto caro sito a pochi chilometri da Fontanigorda.
E così, tornando a Loco, mi sono venute in mente come sempre tante cose del passato, questi luoghi per me sono ricchi di memorie.

Quando ero piccola e ci si avvicinava a Loco, si faceva il gioco di sempre: vediamo chi è il primo che riesce a vedere Fontanigorda.
Eh sì, perché fermandosi lungo la strada, ad un tratto volgendo lo sguardo verso i monti si vede la mia bella Fontanigorda così dolcemente adagiata nel verde.

E poi a Loco scorre gioioso il Trebbia, meta prediletta dei pescatori come mio papà.

Acque chiare, fresche e semplici come questa valle.

Sotto il ponte e tra i cespugli, così fluisce il Trebbia.

In una quiete di prati, montagne e alberi e orti.

Mentre certe nuvole candide e leggere solcano il cielo.

Ancora sbocciano le rose in certi giardinetti.

E tutto è armonioso, semplice e perfetto.

Una panca di legno, una corda con i panni stesi, l’annaffiatoio vicino alla soglia.

Non è distante Fontanigorda, è proprio lassù, tra i castagni e i noccioli.

Ancora si percorre questo tratto di strada, lasciandosi alle spalle le casette colorate.

E si attraversa il ponte sul Trebbia.

E si osserva la piccola e accogliente Loco, nella dolcezza dei colori della Val Trebbia.

La salsa verde di casa mia

È una delle salse regine della tavola, un sapore che sa di festa e di pranzi in famiglia, la salsa verde è per me tutto questo e anche molto di più.
È complemento dell’elaboratissimo cappon magro, un piatto ricercato a base di pesce e verdure che non mancava mai a casa mia per il cenone dell’ultimo dell’anno, l’esperto del cappon magro era mio papà, sempre sapientemente coadiuvato dalla mamma che come lui era bravissima in cucina.
La salsa verde, poi, si accompagna anche alla cima o al bollito, a mio parere rende le carni ancor più appetitose.
Ovviamente io seguo la ricetta di mio papà e qui la riporto per voi proprio come lui l’ha scritta nel suo quaderno delle ricette, le dosi naturalmente possono variare a seconda della quantità di salsa che vi occorre.

Un mazzo di prezzemolo – 75 g di pinoli – 25 g di capperi – 3 acciughe salate – 2 tuorli di uova sode – 10 olive verdi – mollica di due panini inzuppati nell’aceto – 1 bicchiere d’olio – ½ bicchiere d’aceto – sale.

Per preparare la salsa verde secondo la tradizione si dovrebbe usare il mortaio, io in realtà uso il mixer.
Il procedimento è molto semplice, unite nel mixer le olive, le acciughe e i capperi, aggiungere i pinoli, il prezzemolo e le uova sode, aggiungete poi il pane precedentemente ammollato nell’aceto e ben strizzato, infine si aggiungono olio e sale.

Un quaderno delle ricette è molto di più che una raccolta di piatti squisiti, è anche una memoria, una nostalgia, un ritorno a una tavola imbandita e allegra.
E a tutto questo in questa particolare circostanza mi piace ricordare un’altra insolita casualità.
Sapete, ieri mi è venuta voglia di fare la salsa verde da accompagnare al pollo bollito, era da tanto che non la preparavo, così ho anche pensato di mettere qui la mia ricetta per voi.
E poi mi venuto in mente che avevo da qualche parte le fotografie già pronte e sono quelle che vedete in questo post.
Pensate, risalgono a un giorno di Agosto del 2016, le avevo fatte a Fontanigorda in una delle belle estati passate lassù con la mamma.
Insomma, avrei anche potuto fare qualche nuovo scatto degli ingredienti e della preparazione ma in realtà ho poi pensato che fosse proprio bello portare qui queste immagini casalinghe e imperfette e testimoni, in qualche maniera, di un tempo felice che mi piace sempre ricordare.
Questa è la salsa verde di casa mia, una vera bontà e per me anche molto di più.