Una magnifica eccezione

Come già ho avuto modo di dirvi, sono sbocciati ancora i miei amatissimi fiorellini rossi.

Mi tengono compagnia ormai da decenni, li seminai infatti moltissimi anni fa e loro, fedeli, tornano sempre a celebrare ogni nuova primavera.

Il loro nome è sparaxis e sono una vera gioia per gli occhi, sono fiori allegri e vivaci che a decine abbelliscono il terrazzo.

E vanno d’accordo con tutti, come si può ben notare: eccoli colti in chiacchiere con la fresia bianca e con la salvia odorosa.

Cotanta meraviglia proviene da sole due bustine giunte qui decenni fa: una per i fiori rossi e l’altra per i fiori bianchi.
Con il tempo, tuttavia, i fiori bianchi sono divenuti sempre più rari fino a quasi scomparire, mi viene da dire, ogni tanto ne spunta ancora qualcuno ma non accade ad ogni primavera.
Quest’anno, invece, ecco qui questa magnifica eccezione!

Non vi dico l’emozione di tutti noi sul terrazzo!

Ho poi visto che i fiori bianchi non erano soltanto due ma addirittura tre!
Come si dice? Tutto arriva a chi sa aspettare, qualche volta, anche certe fioriture che non mi aspettavo di rivedere!

E così la primavera, stagione prodiga di molte bellezze, è ancora più trionfante e gioiosa grazie ai miei amati fiori che sempre tornano a salutarmi.

Vico Cicala: un’antica testimonianza di fede

Vico Cicala è un breve caruggio che collega Sottoripa a Piazza San Pancrazio e prende il suo toponimo da un’illustre famiglia che distinse in tempi lontani, a dire il vero poi parrebbe un vicoletto di poco conto ma, come sappiamo, le antiche strade della Superba celano sempre meraviglie.

Così in Vico Cicala troviamo un antico sovrapporta in parte abraso, si nota che nelle parti laterali della lastra erano un tempo presenti figure oggi non più visibili.

Sono ben chiari invece i profili degli angeli così scolpiti a mani giunte.
E si notano, sopra di essi, due lettere: A B. Secondo l’uso del tempo le due lettere erano sicuramente le iniziali di colui che in tempi lontanissimi abitava in questa dimora.

Le stesse lettere sono visibili anche dall’altro lato, sempre sopra le due figure angeliche inginocchiate in devota preghiera.

Al centro le tre lettere IHS che rappresentano il trigramma di Cristo.

Così accade in queste antiche strade che discretamente racchiudono antichi misteri.

Così accade anche nel nostro Vico Cicala.

In quel tratto sovrastato da una magnifica geometria di cielo.

Là, dove un’antica dimora è custodita dal segno di Gesù.

Oltre la curva

Oltre la curva c’è la nostra Via XX Settembre.
Le vetrine, lo shopping, il passeggio.
Oltre la curva forse tutti vanno più di fretta, veloci e distratti.
Oltre la curva arriverà anche lei, con la sua calma, con il suo abito azzurro come il cielo e il suo velo oltre ogni moda.
Sotto i portici, con il suo passo deciso e fiducioso, oltre la curva.

Il mestolo vanitoso

C’era una volta un mestolo vanaglorioso che abitava, insieme a certi suoi simili, sopra ad uno specchio.
Era un delicato mestolo di vetro e condivideva così il suo destino con una serie di mestoli in porcellana con i quali, va detto, non andava tanto d’accordo.
A dire il vero quella era soltanto una sistemazione provvisoria allestita per la durata di un mercatino locale ma per il giovane mestolo vanitoso era la condizione ideale, infatti non faceva altro che rimirarsi tutto il giorno ripetendo:
– Oh, come sono bello ed elegante! Guardate che grazia, io mi distinguo sempre dagli altri, altroché!
– Adesso ricomincia! – Replicava il mestolo da salsiera che gli stava vicino.
– Eh, con i giovani ci vuole pazienza, ma lui me la fa proprio perdere tutta, santo cielo! – Sospirava l’antico mestolo da zuppiera che, dall’alto della sua esperienza, dispensava spesso perle di saggezza.
Il mestolo vanitoso, va da sé, non dava retta a nessuno, si dondolava per guardarsi meglio ed era tutto un sdilinquirsi in elogi alla propria beltà:
– Nessuno mi può eguagliare, questo è un fatto! La mia bellezza è indubitabile!
Insomma, quanto ci si metteva sapeva essere davvero fastidioso e petulante.
Tutti gli altri mestoli erano invece dei gran lavoratori, veri professionisti del settore, ognuno di loro aveva infatti contribuito ad allietare tavole imbandite nelle più svariate occasioni: c’era chi si era tuffato allegramente tra i tortellini in brodo, chi aveva servito salse delicate e chi aveva ospitato colorate macedonie.
L’unico che non aveva lavorato neanche un giorno della sua vita era lui: il mestolo vanitoso.

E sapete? Nessuno di loro lo avrebbe mai detto ma, da lì a poco, si sarebbe compiuto il loro destino.
Verso sera, infatti, passò da quelle parti una giovane donna proprietaria di un romantico ristorantino in campagna, era una sapiente cuoca e ed era venuta al mercatino in cerca di oggetti utili per le sue tavole per la festa di primavera.
Giunta in prossimità dello specchio, rimase colpita dai mestoli e fece subito la sua proposta al proprietario del banco:
– Li prenderei tutti, tranne quello! – E così dicendo indicò il mestolo vanitoso, poi proseguì spiegandosi, quasi rammaricata – è carino ma non è il mio genere e di una dimensione inadatta, non saprei come utilizzarlo!
Non vi dico come ci rimase il mestolo vanitoso, era offesissimo!
Tutti gli altri mestoli furono così venduti e prima di avventurarsi verso la loro nuova destinazione vennero impacchettati uno ad uno perché non si rompessero.
L’’ultimo ad essere fasciato fu il saggio mestolo da zuppiera che lapidario chiosò all’indirizzo del giovane vanitoso:
– A essere belli e presuntuosi senza saper far nulla non si arriva da nessuna parte, neanche sulla tavola della festa di primavera!

 

Al volante

Sono due amiche intrepide, allegre e sorridenti.
Sono elegantissime, con il busto che segna la loro vita sottile, indossano abiti di buon taglio e camicette candide, portano i gioielli minuti e raffinati.
E sfoggiano ricercati cappelli arricchiti da nastri, pizzi e applicazioni floreali.
Sono due amiche e una regge saldamente un volante, chissà dove le condurrà il viaggio della vita!

Di certo il tempo che verrà presenterà loro strade tortuose ma le due amiche sapranno percorrerle insieme, con coraggio e fiducia.
La fotografia risalente ai primi del ‘900 è opera di Luigi Guerra, fotografo milanese che per i suoi meriti artistici fu premiato con la medaglia d’oro all’Esposizione Internazionale del 1906.
La vettura a bordo della quale paiono ritratte le due giovani altro non è che un curioso artifizio d’antan e cioè una riuscita sagoma forse di cartone o magari di legno sapientemente dipinta, non crediate poi che tale stratagemma fosse esclusivamente riservato alle signorine, ho alcune fotografie di gagliardi giovanotti ugualmente immortalati nella medesima posa!
In questo caso a tergo della cartolina, sono riportate anche le nostalgiche parole in memoria di quel giorno felice e così si legge:

“Carissima Rita, ti rammenti di questo scherzo? Ci rassomiglia o no? A destra è un’amica ed a sinistra è la tua Maria che ricordandoti viene a portarti tante cose belle ed affettuosissime.”

E così, con tutta la gioia e l’entusiasmo della giovinezza, ecco qua Maria e la sua amica, a bordo della loro rombante automobile.

Via di Porta Soprana: nel segno di Gesù

Ritornando a camminare nella città antica ritroviamo ancora le tracce di un passato lontano e percorriamo insieme la nostra Via di Porta Soprana osservando i portoni e le antiche dimore.

Partiremo da qui, dal punto in cui si snoda il Vico dei Notari.

Sopra questo portone vi è la bella edicola dedicata alla Madonna Assunta della quale ho già avuto modo di parlarvi in questo post.

Si nota è anche un’iscrizione antica che rimanda a una certa saggezza, queste parole dovrebbero significare “un animo sereno è sufficiente”.

A poca distanza c’è un altro portone che ancora testimonia antichi fasti.

Tra decori floreali e splendide conchiglie si leggono le parole “A Patrem luminum” e la citazione latina proviene dalla Lettera di San Giacomo 1-17 e significa “dal Padre delle luci” ed è estratta dalla seguente frase: “ogni grazia eccellente, ogni bene perfetto, discendono dall’alto dal Padre delle luci”.

Sono come sempre numerose le testimonianze di fede nelle vie di Genova antica.

E su un semplice portoncino è posto un piccolo medaglione marmoreo riportante le lettere IHS che rappresentano il trigramma di Cristo e sotto di esse le lettere A e M che unite formano il monogramma di Maria.

Sotto al cielo blu di Genova.

Fermiamoci poi davanti a un altro portone.

Qui troviamo ancora il trigramma di Cristo sotto al quale leggiamo ancora altre parole incise nel marmo che significano “Io sono il Signore” e rimandano a un versetto del Libro di Isaia.

Si desiderava la protezione dell’Altissimo, con la speranza che volgesse lo sguardo verso quelle case che custodivano il battito dei cuori delle persone amate.

E ancora ecco di nuovo il trigramma di Cristo.

Una commovente devozione tra le case colorate così ravvivate dalla luce del sole.

E poi, tra due finestre, l’immagine più cara: la figura dolce di Maria.

Abbiamo percorso appena pochi metri eppure i nostri occhi hanno trovato numerose tracce di un tempo distante che rimane tra noi, malgrado la nostra distrazione.

In una delle vie più antiche della Superba, all’ombra delle torri.
In Via di Porta Soprana, nel segno di Gesù.

Bentornata, primavera!

Bentornata primavera e benvenuti piccoli fiori celesti che sbocciate sul terrazzo in armonia con il cielo chiaro di Genova.

Nei vasi si sono aperte le tenere margherite.

Hanno dormito per diverse stagioni, così pazienti e ora si svelano in tutta la loro grazia.

Fanno capolino le timide violette.

Ed è un tripudio di colori e contrasti.

Tutto rinasce e si rinnova.

Fedeli sbocciano i miei amati fiorellini rossi.

E le piante grasse fanno la loro parte.

La primavera è allegra, vivace, semplice come le gioie autentiche.

È sgargiante e allo stesso tempo chiassosa e discreta.

Sbocciano le prime fresie tra i rami odorosi del rosmarino.

E le piantine nuove arrivate si guardano intorno timide e caute.

C’è un posto per tutti, al sole o all’ombra, a seconda delle preferenze.

Bentornata primavera, con le tue gioie e le tue inimitabili bellezze.

La festa del papà

Questo è un ritratto di famiglia e racconta la bellezza dell’armonia, da questi sguardi traspare un’autentica serenità che nulla sembra poter scalfire.
La mamma accenna quasi un sorriso e ha gli occhi luminosi e allegri, la bimba ritta tra i due genitori appare timida ma anche curiosa, ha un guizzo di vivacità che si manifesta malgrado la sua posa quieta.
La piccina è figlia unica e così è tanto coccolata dai suoi genitori, la mamma si diletta nel comprarle gli abiti più graziosi e la veste con cura e buon gusto.
Questa famiglia venne ritratta dal sempre bravo fotografo Achille Testa che, a mio personale parere, doveva avere un talento particolare nel cogliere le sfumature dei caratteri.
Questo padre, in particolare, ha colpito la mia attenzione per il suo atteggiamento bonario e benevolo, porta i baffi secondo la moda del suo tempo ma non ha quell’aspetto austero e distaccato che a volte mi è parso di notare in altre fotografie di suoi contemporanei.
Sembra una persona di buon carattere, gioviale, accogliente, incline all’ascolto e alla comprensione, un capofamiglia affidabile e solido, amorevole e affettuoso.
È un giovane uomo e, in quel momento della sua vita, padre di un’unica figlia tanto amata e vezzeggiata, la piccola è la luce dei suoi occhi.
E così, con questo ritratto di famiglia che viene da giorni lontani di Genova, auguro buona festa a tutti i papà.

Genova, 1926: la bottega dei Fratelli Canepa

Ritorniamo nel passato di Genova, siamo nel 1926 e ce ne andiamo a far compere nei nostri caruggi.
Un passaggio rapido di nuvole e il cielo turchese, sapete riconoscere il luogo nel quale ci troviamo?

Percorriamo un altro tratto di strada, dove ci sovrasta un magnifico incrocio di vicoli, uno di quei luoghi autentici della Superba.

Benvenuti in Canneto il Lungo, luogo amatissimo dai genovesi tutti, qui si coglie l’anima semplice e vera della città.
Botteghe e fastosi palazzi, quotidianità e grandiosità e una sapiente armonia.

Andiamo avanti con fiducia, la nostra meta è il fornitissimo negozio dei Fratelli Canepa, abili commercianti che hanno cura della loro clientela.
Qui tutti vengono accolti con un sorriso e con disponibilità: i Fratelli Canepa hanno una bella macelleria al 18 rosso di Canneto il Lungo.
E sapete, all’epoca la concorrenza doveva essere notevole, da quanto risulta dalla mia Guida Pagano dell’anno 1926.
Su queste pagine infatti si legge che in quell’anno in Canneto c’erano altre nove macellerie e quindi le massaie che andavano in giù per far compere avevano una bella scelta, ah sì!
Di conseguenza i negozianti dovevano essere abili nel fidelizzare la propria clientela, secondo me i Fratelli Canepa lo sapevano bene!

Ogni volta che cammino in centro ormai osservo la città vecchia in altra maniera, certo tracce e piccoli indizi anche insignificanti che possano in qualche modo condurmi nel passato.
E così, notando un antico negozio sono andata a cercare notizie di questa bottega del tempo passato e vi ho portato ancora una volta con me, nel magnifico negozio dei Fratelli Canepa in Canneto il Lungo.

Nostra Signora della Provvidenza in San Torpete

Questa è un’antica storia di fede e per narrarla bisogna andare indietro nel tempo.
Siamo nel 1810 e, a seguito della soppressione del Monastero di Nostra Signora della Misericordia sotto la regola di S. Brigida, le pie monache vengono destinate ai monasteri rimasti, la Madre Abbadessa si ritira con alcune sorelle nel Monastero dell’Incarnazione.
La Madre porta con sé una sacra effige di Maria, una statua che le è molto cara e che la religiosa decide di affidare a una donna devota di sua conoscenza perché se ne prenda cura, la sua intenzione è tornare a riprendere la statua al momento del rientro nel vecchio monastero.
Purtroppo questo evento tanto auspicato non si verificò e il Monastero, su decreto napoleonico, fu affidato a Padre Ottavio Assarotti che lì realizzò il suo Istituto Sordomuti.
Così occorreva trovare una giusta sistemazione per la sacra immagine di Maria, venne così deciso di donarla alla Chiesa di San Torpete: la statua fu quindi consegnata al Rettore Niccolò Gandolfo che le diede il titolo di Madre della Divina Provvidenza.

La sacra effige in un primo tempo trovò posto su uno degli altari minori, in seguito si stabilì di esporla solo in occasione del giorno della sua festa e di ritirarla per il resto del tempo.
Accadde, tuttavia, un fatto particolare che viene narrato con dovizia di particolari dagli storici Remondini che hanno tramandato i vari dettagli di questa vicenda che qui vi narro.
Si legge infatti che uno dei patroni della Chiesa si ammalò gravemente e domandò di pregare davanti alla sacra immagine e così avvenne, le cronache riferiscono che le sue suppliche non rimasero inascoltate e l’uomo riacquistò la buona salute, da allora la statua non venne più mossa dall’altare maggiore.

Gli autori descrivono ancora altre testimonianze di alcune suore che ricevettero grazie e buona salute.
La statua tuttavia, presentava una problematica: era infatti di un materiale non ammesso per le immagini sacre e così, per evitare che ne venisse impedita l’esposizione, nel 1854 il successore di Gandolfo fece realizzare da Giovanni Battista Drago una statua lignea identica all’originale e la scambiò cautamente, come scrivono i Remondini, con la statua antica che venne così ritirata.
La statua antica tuttavia non fu messa da parte, di lei si prese cura il viceparroco che la portò nella sua casa venerandola ogni anno in maniera devota.
La statua realizzata da Giovanni Battista Drago è oggi collocata sopra l’ingresso principale della Chiesa.

San Torpete è una bella Chiesa genovese, uno dei gioielli dei nostri caruggi.

E così si affaccia su Piazza San Giorgio.

E nella fastosa nicchia decorata si ammira la statua lignea realizzata da Giovanni Battista Drago.
Maria è regale e indossa un abito ricco e sontuoso.

Tiene un braccio destro disteso mentre con il sinistro indica il cielo.

Nella mia ricerca relativa a questa bella statua ho anche fatto una piacevole e inaspettata scoperta che riguarda un luogo a me molto caro.
Infatti, la suggestiva statua lignea che ritrae San Giacomo Maggiore e sita nella Chiesa di Fontanigorda è opera di Giovanni Battista Drago.

I fili delle storie sono intessuti in trame misteriose e ogni disvelamento contiene, in qualche maniera, una nuova storia che rimane impressa nel ricordo.
Oggi i miei passi vi hanno condotto con me nell’antica Chiesa di San Torpete dove si ammira la statua di Nostra Signora della Provvidenza.