Le due contadinelle

Loro sono due piccole contadinelle dai lunghi capelli e dagli sguardi stupefatti.

Una porta un fazzoletto al collo, orecchini minuti e una collanina che pare di corallo, sul capo ha una serie di fiocchi lucidi e vezzosi.

Anche l’altra bimba ha un copricapo con un grande fiocco, poi sembra che ci siano delle decorazioni a forma di fiore, dalla sua collanina pendono tanti ciondolini.

Le due contadinelle stringono tra le dita fiorellini delicati.

E sono vestite di chiaro, hanno le calze bianche e le scarpette belle, ognuna indossa un grembiulino e ognuna porta un cestinetto sottobraccio.

Vennero ritratte nello studio del fotografo Erminio Zanollo, non penso di sbagliare nel sostenere che le due bimbe fossero mascherate per Carnevale.
Con questa dolcezza, loro erano le due contadinelle.

Chiesa di San Siro: aspettando l’Annunciazione

Entrando nella Chiesa di San Siro il visitatore ben informato volgerà immediatamente lo sguardo verso la navata destra dove, nella prima Cappella, è ospitato un magnifico dipinto di Orazio Gentileschi raffigurante l’Annunciazione.
Ma che succede? Come mai non sembra proprio tutto come al solito?

E infatti non lo è, cari amici!
Sì, perché il dipinto di Orazio Gentileschi si trova temporaneamente esposto ai Musei Reali di Torino ad una mostra dedicata all’artista che si protrarrà fino ai primi di maggio.

E così, visto che l’Arcangelo Gabriele e la Madonna sono momentaneamente fuori sede, diciamo così, nella Chiesa di San Siro è rimasta la loro stanza vuota.
Cè la tenda blu, il lenzuolo candido, la finestra a graticcio, tutto è pronto in attesa della Vergine Maria e dell’Angelo inginocchiato davanti a Lei.

Al dipinto di Orazio Gentileschi dedicai tempo fa questo articolo, trovo la temporanea soluzione veramente ingegnosa e gradevole, i miei complimenti a chi ha avuto questa bella idea.
E comunque c’è sempre una buona ragione per entrare in questo luogo che un tempo fu la Cattedrale dei genovesi.

Aspettando l’Annunciazione, nella Chiesa di San Siro.

Lontani tempi difficili e antiche targhe nella città vecchia

Nei tempi antichi e lontani le strade di Genova erano rese pericolose e insicure da stuoli di facinorosi che riempivano le cronache cittadine con prepotenze e misfatti.
I faldoni dell’Archvio di Stato sono pieni zeppi di denunce anonime di coloro che, esasperati, si rivolgevano alle autorità in cerca di aiuto e riponevano in cassette apposite i loro speranzosi biglietti e le lettere di denuncia.
La città vecchia, con le sue strade strette e tortuose, era martoriata da delinquenti che armati di archibugi, coltelli e armi di ogni tipo commettevano i peggiori delitti ai danni del prossimo.
I malfattori sovente riuscivano pure a farla franca, ricorrendo ad un astuto stratagemma: si rifugiavano in qualche luogo sacro, nelle chiese o in altri luoghi di pertinenza di esse.
Infatti, fin dai tempi lontani, i luoghi sacri godevano di immunità e chi si trovava al loro interno non poteva essere arrestato o perseguito.
Erano tempi duri e difficili nella Superba, in qualche modo bisognava cercare un rimedio.
E così intorno alla metà del ‘700, per un intervento del Papa e su richiesta del Governo venne tolta detta immunità a certi luoghi sacri della città.
Un malvivente che si fosse avventurato giù per Via Tommaso Reggio forse aveva in mente di riparare nel Chiostro dei Canonici?
Era accaduto tante volte, in tanti momenti diversi!

Eppure, un giorno, tutto cambiò e ancora oggi ne resta testimonianza.
Percorrendo infatti la citata Via Tommaso Reggio fermiamoci davanti all’ingresso del Chiostro dei Canonici di San Lorenzo.

Noterete che in alto a sinistra, sopra il portone, c’è una piccola targa di marmo.

Inutile strepitare e affannarsi! Se si entra qui dentro bisogna essere consapevoli delle conseguenze!

Eh già, è scritto ben chiaro: come da disposizione papale, questo luogo non gode immunità.

E quindi chi pensasse di sfuggire alla giustizia infilandosi nel Chiostro dei Canonici si sbaglia di grosso!

E ancora, scendiamo in altri caruggi, andiamo nel Chiostro della Chiesa delle Vigne.

Anche qui una piccola targa marmorea ricorda ancora l’antico provvedimento.

Accadeva molto tempo fa, nella Superba, città misteriosa e affascinante che nel suo intrico di vicoli ancora conserva la memoria di vicende lontane.

Genova, 1926: le favolose botteghe di Vico alla Chiesa delle Vigne

Ritornando a camminare nel passato andiamocene per caruggi e nel lontano 1926, a guidarci alla scoperta di alcune botteghe della città vecchia sarà come sempre la mia fidata Guida Pagano, impareggiabile mezzo per andare alla scoperta degli anni perduti.
E così, sotto una striscia di cielo racchiusa tra i palazzi di Vico alla Chiesa delle Vigne, inizia il nostro viaggio.

Vico alla Chiesa delle Vigne è quel vicoletto che si snoda laggiù, tra le case alte, oltre Campetto.

E lo percorriamo insieme, non senza curiosità, perché il viaggio a ritroso nel tempo ci riserverà molte entusiasmanti sorprese.

Vedrete i negozi chiusi perché sono passata da queste parti in un giorno festivo, ai nostri tempi queste attività hanno naturalmente nuove destinazioni.
In questo anno 1926 ad accoglierci al civico 6 e 8 rosso è la signora Mary Mignanego, proprietaria di una fornitissima merceria dove mi perdo tra le scatole di bottoni, i nastri e le passamanerie.
La signora Mary sorride bonaria, è abituata alla clienti esigenti ed ha affinato ormai una certa pazienza.

Più oltre, sotto il cielo lucente della Superba, altre magnifiche botteghe attirano la mia attenzione.
Ci sono le tele raffinate della signora Isabella e le curiose chincaglierie del Signor Comparetti, una baraonda di ninnoli, statuine, specchi e porcellane deliziose, c’è da perdersi davanti alla vetrina!

E intanto eccoci arrivati in prossimità dell’ingresso laterale della Chiesa delle Vigne, abbiamo fatto appena pochi metri e già abbiamo veduto meraviglie!

Stiamo raggiungendo il secondo tratto del nostro vicoletto e lo sentite questo dolce sentore di gelsomino frammisto talco?
È una dolcezza delicata e di certo proviene dalla Profumeria Ligure che tiene in vetrina tutti quegli eleganti flaconi colmi delle sue ricercate fragranze.
Proverò un profumo alla violetta, una vera raffinatezza!

Le botteghe dei caruggi, una dopo l’altra, raccontano un mondo e coloro che lo abitano.

Al civico 22 rosso è tutto un trionfo di eleganze: questo è il regno dei Fratelli Garbarino che qui vendono i loro pregiatissimi tessuti.

E ancora ecco il negozio del Signor Dellepiane che vende biancherie ed è specializzato in corredi per neonato e abiti da comunione, la vicinanza della Chiesa è chiaramente un bel vantaggio e il negozio è un tripudio di pizzi e veli.

E così eccoci arrivati al termine del nostro vicoletto che sbuca in Piazza delle Vigne, da qui in poi inizia un’altra storia.

Qui svetta la magnifica Basilica che si affaccia in questa bella piazza genovese.

Siamo arrivati qui attraversando un caruggio modesto eppure ricco di tante vicende umane, reso allegro dalle voci dei commercianti e dei loro clienti, reso unico da quelle vetrine scintillanti e ricche di articoli particolari.

Camminando nel passato di Genova, in un giorno qualunque del 1926, in Vico alla Chiesa delle Vigne.

Scendendo per Via Lomellini

Scendendo per Via Lomellini, nel tempo d’inverno.
In uno dei miei posti cari, uno dei miei amati caruggi.
Scendendo per Via Lomellini, quando il freddo è pungente e implacabile.
E allora anche chi indossa la tonaca si munisce di caldi guanti e di un morbido cappello per difendersi dal vento gelido.
Scendendo per Via Lomellini, con fiducia e con passo sicuro, nel tempo d’inverno.

Quattro amici e un monumento

Sono quattro: quattro amici, secondo me, mi piace pensarli così.
Quattro cuori, quattro giovani uomini, quattro teste pensanti, quattro pagliette secondo la moda del tempo.
Seduti, tutti e quattro, su una panchina.
Con un giornale sulle ginocchia, per tenersi aggiornati.
Discutendo amabilmente di questo o quell’altro argomento, come si fa tra amici nel tempo del relax.
Quindi loro sono quattro amici.

E alle loro spalle c’è un celebre monumento, è la scultura di Giulio Monteverde dedicata al Duca di Galliera, oggi sita sulla rotonda di Carignano e all’epoca invece collocata nella zona della Stazione Marittima.
Là dietro, sullo sfondo, l’affascinante complesso del Miramare.
È un tempo lento, non lo disturba il fragore del traffico, tutto pare tranquillo e quieto.
È un istante perfetto: quattro amici e un monumento.

Una sera di pioggia

In una sera di pioggia la strada verso casa luccica e brilla.
Piove piano, lentamente e anche la città sembra come assonnata.

In una sera di pioggia scroscia l’acqua nella fontana e ticchettano discrete le gocce che cadono giù dal cielo, in un languido concerto invernale.

E certe luci brillanti e colorate mi ricordano in qualche modo le cartoline degli anni ‘70 e di un tempo che ho già vissuto.

In una sera di pioggia ondeggiano gli ombrelli e le attese si fanno impazienti, le luci dorate sfiorano il colonnato del Carlo Felice e la figura del Generale Garibaldi si staglia fiera come sempre.

In una sera di pioggia attraversando Strada Nuova tutto appare regale, splendente e straordinario.

Semplicemente Genova, come sempre l’ho conosciuta.

Per me magnifica quando splende il sole ma ugualmente unica e affascinante in una sera di pioggia.

Monumento Venzano: la memoria dolente

Una quiete silenziosa scende sulle figure marmoree che adornano le tombe del Cimitero Monumentale di Staglieno.
Un gesto, un ricordo, una memoria.
Questo è il monumento funebre di Giuseppe Venzano, abbiente commerciante genovese, la scultura è opera di Domenico Paolo Valle ed è collocata nel Porticato Inferiore a Ponente.

Una figura femminile, solenne e imponente, traccia a lettere bronzee le date fatali che delimitano l’esistenza terrena del defunto.

Il suo manto copre le sue fattezze e ai piedi di lei è posato il caduceo, il bastone alato sul quale sono attorcigliati due serpenti e simbolo del commercio.

Sulla sommità del monumento è collocata una figura angelica che regge un medaglione con il profilo del compianto Venzano.

Il Monumento è stato restaurato lo scorso anno grazie all’Associazone AFIMS (American Friends of Italian Monumental Sculpture) presieduta dallo scultore Walter Arnold che è un grande estimatore dei capolavori di Staglieno.
Osservando i dettagli del monumento prima dell’intervento di restauro, risulta evidente quanto ne abbia beneficiato l’opera di Valle.

C’è un’altra figura che dimessa rivolge i suoi pensieri al defunto: è una fanciulla malinconica, seduta a terra in una sorta di doloroso abbandono.

Ho avuto occasione di passare a Staglieno mentre i restauri erano in corso e così ho veduto emergere il chiarore del marmo libero dalla sporcizia lasciata dallo scorrere del tempo.

E anche i tratti di lei, lentamente, si sono svelati nella loro autentica grazia.

Per poi riacquisire questa dolcezza affranta e questo candore.

I lunghi capelli cadono sulla schiena della figura intenta a lasciare ai posteri memoria di Giuseppe Venzano.

L’angelo dalle ali frementi pare invece avere le chiome smosse da lieve vento.

E la fanciulla, silente e assorta, custodisce la memoria dolente.

E reca una corona di fiori fermata da un nastro.

Mentre il tempo terreno, fatalmente, si è fermato.

E una mano gentile traccia ogni singola lettera, ogni singolo numero.

In ricordo di Giuseppe Venzano che qui dorme il suo eterno sonno.

Le trombette di Achille Testa

Ritornando nel nostro passato vi porto ancora una volta nello studio del bravo fotografo Achille Testa, uno dei più talentuosi nel ritrarre i più piccini cogliendo il loro candore e il loro naturale stupore.
Achille Testa nel suo studio genovese custodiva un tesoro di accessori come giochi, bambole, animaletti, un leggendario cavallino di legno e molto altro ancora, mi immagino il suo capiente armadio colmo di oggetti da utilizzare per le sue fotografie.
E tra le altre cose Achille Testa aveva anche alcuni strumenti musicali come le trombette.
Quindi ecco qui un piccoletto con un grande cappello calcato sul capo, gli occhi sgranati di meraviglia e la trombetta tra le mani.

Lui invece si chiama Enrico e anche lui stringe una trombetta, Enrico è un po’ più grandicello, è biondino e se ne sta obbediente a farsi ritrarre dal bravo fotografo.

Poi c’è una bimba e anche lei regge la sua trombetta sulla quale è attorcigliata una graziosa passamaneria.

È la musica di un tempo lontano e risuona come una memoria da non dimenticare.

E anche sulla terza trombetta si nota una delicata passamaneria.

Tre bambini è ognuno con la sua trombetta.
Ecco la piccina in piedi sul divanetto con il suo abitino bianco rifinito di pizzi delicati e il sorriso timido.

Enrico con la frangetta bionda e lo sguardo che cerca il futuro.

E poi il più piccino di tutti, con giacca pesante coi bottoni lucidi, un cappello importante e un morbido cuscino sul quale sedersi.
Una trombetta tra le manine e tutta la vita davanti.

Il tempo delle primule

Il tempo delle primule giunge nei giorni del freddo e porta una ventata di allegria, è uno dei preludi più dolci di primavera.
Le piccole primule sono semplici e leggiadre e quando ti trovi davanti un’intera distesa di vasetti è difficile scegliere: si vorrebbe comprarle tutte, tutte hanno una bellezza particolare.
Petali grandi e colorati, orlature deliziose, contrasti delicati.
Il tempo delle primule mi ricorda sempre che essere così semplici è una virtù rara e straordinaria e se a volte sembra persino improbabile che questa sia riconosciuta come una dote, resto sempre dell’opinione che la propria semplicità vada tenuta da conto.
Il tempo delle primule è così un momento di magnifica transizione, per i pensieri e per i giorni che scorrono.
E così, dovendo scegliere, ho portato con me diverse sfumature di primule dai colori vivaci e accesi.

Le ho sistemate in due vasi diversi e le ho messe davanti alla finestra della mia camera, mi fanno pensare all’imminente arrivo della primavera e alla bellezza della semplicità.