Una bellezza da riscoprire in Vico Sauli

Ritorniamo a camminare nei caruggi, vi porto con me dalle parti di Canneto il Lungo, in queste strade della città vecchia è sempre opportuno alzare lo gli occhi e tentare di cogliere alcune bellezze che sarebbero da riscoprire.
E in Vico Sauli lo sguardo trova un magnifico altorilievo, purtroppo oscurato dallo scorrere tempo e ormai quasi difficilmente distinguibile.

Dovete proprio mettervi in una posizione favorevole e attendere la benedizione della luce, so bene che le mie modeste fotografie non rendono giustizia a questa scultura ma, ad oggi, è il meglio che sono riuscita a fare.
E dunque, per poter ancor meglio apprezzare le bellezze adombrate di Vico Sauli, ricorriamo a chi le ha vedute e descritte in tempi diversi e cioè gli storici Remondini che nella seconda metà dell’Ottocento si dedicarono a descrivere minuziosamente le edicole dei nostri caruggi.
E già allora, a quanto si legge nei loro preziosi scritti, era già difficile poter ammirare questo tondo devozionale, infatti gli storici ricordano che, nel passato, il vicolo non era così stretto e lì davanti c’era una piazzetta dalla quale la prospettiva era ben differente.

Le figure ritratte in Vico Sauli sono la Madonna con il Bambino, San Giovanni Battista e San Giovanni Evangelista.
È un delicato altorilievo di marmo bianco e grandioso, per usare proprio le parole dei Remondini.
Vi sono iscrizioni latine non più distinguibili, ai piedi delle figure si trovano un agnello e un’aquila che regge un libro.

Nella sua grazia e nella sua distanza la Vergine Maria tutto sovrasta stringendo a sé il piccolo Gesù.

Così si scorge questa bellezza da riscoprire, in Vico Sauli.

Facendo pochi passi si giunge poi in Piazza Sauli dove la luce accarezza i palazzi e i ricchi decori.
Spero che un giorno questa luce radiosa torni a illuminare il marmo bianco e le sacre figure effigiate in Vico Sauli.

Ricordi d’estate degli anni ’70

Quando arriva l’estate il pensiero, inesorabile, scivola nel passato per arrivare a quegli anni ‘70 che mi hanno regalato un patrimonio di ricordi straordinari e preziosissimi.
Noi bambini degli anni ‘70 eravamo semplici e ci divertivamo con poco: ci bastavano una corda per saltare, un elastico o una scatola di perline, la nostra creatività e la vivacità dell’infanzia facevano il resto.
Io ero una bambina felicissima, soprattutto non mi annoiavo mai, avevo sempre qualcosa da fare anche quando ero da sola e questa è una dote che credo di aver conservato nell’età adulta.
Noi bambini degli anni ‘70 desideravamo le cose fortissimo, non saprei come meglio dirlo.
Al martedì, a Fontanigorda, c’era il mercato con il banco dei giocattoli, i due signori che lo gestivano sono rimasti impressi nella mia memoria come i protagonisti di una bella fiaba, arrivavano di mattina presto e sulla piazza allestivano il loro banco con bambole, palloncini variopinti, bacchette magiche e coroncine d’argento per improvvisate fatine di campagna, palloni da calcio e racchette da volano.
E poi, come vi dicevo, noi bambini degli anni ‘70 desideravamo le cose fortissimo e non era mai scontato che poi le avremmo avute: questo forse, in qualche modo, ci ha insegnato ad essere persone migliori.
E allora, in un giorno qualunque di una di quelle estati, ci poteva capitare di volere da matti una semplice confezione di bolle di sapone e di chiederci se la mamma ce l’avrebbe comprata!
E non so descrivere la gioia che provavamo quando poi, alla fine, entravamo in possesso dell’oggetto dei nostri infantili desideri: a quel punto far le bolle di sapone diventava ancor più divertente, potete giurarci.
Quindi, noi che sapevamo desiderare le cose in quel modo fortissimo, naturalmente poi eravamo anche capaci di assaporare la gioia delle nostre piccole conquiste ed è una sensazione che non ho mai dimenticato.
Noi bambini degli anni ‘70 eravamo entusiasti, avventurosi e sempre in movimento.
E avevamo anche le nostre buone abitudini e le nostre debolezze: ad esempio, quei lecca lecca colorati e dolcissimi che ci piacevano tantissimo!
Sì, proprio quei lecca lecca ovali, un po’ trasparenti che se ne stavano tutti allineati nell’espositore in attesa delle nostre golose manine.
Ora, io non so dirvi se ad attirarmi fosse più il colore o il sapore ma io ho sempre avuto un debole per quello all’amarena, era buonissimo e di più non si poteva!
Qualche anno fa, a Fontanigorda, chiacchierando con una cara amica ricordavamo quegli anni e quella delizia succosa e lei, qualche giorno dopo ,si presentò da me con un regalo davvero speciale: i lecca lecca colorati!
Sì, un po’ più tondi di quelli là che mangiavamo da piccoli ma per il resto attraenti, gustosi e invitanti proprio come quelli della nostra infanzia.
E per qualche istante è stato come ritornare indietro ed essere ancora, imprevedibilmente, una bambina degli anni ‘70 in una bella e felicissima estate.

Una bella estate a Sampierdarena

Era una bella estate sulla spiaggia di Sampierdarena ed era un’estate di fratelli e sorelle, di abbracci e sorrisi.

Era una bella estate di grandi e piccini, una stagione da ricordare che certo a molti portò gioia e felicità.

Ed era un’estate di elegantoni in giacca e cravatta con la paglietta sul capo!

E la spiaggia era affollatissima, se guardiamo la fotografia nella sua interezza c’è da rimaner strabiliati.
Pensate a quante voci, a quante risate squillanti e a quanta spensieratezza!
Il panorama sullo sfondo non lascia dubbi: là sulla destra svetta la Lanterna e quindi siamo proprio a Sampierdarena a prendere il fresco.

Ed è anche un’estate di bellimbusti che magari fanno pure i galanti con le signorine.
Quello dietro a tutti è di certo un provetto nuotatore!

E poi è un’estate di costumi scuri e a pensarci adesso sembra quasi impossibile andare alla spiaggia così coperti.

E questa è anche un’estate di allegri burloni: come sempre c’è uno che fa le corna dietro alla testa di qualcun altro, è un grande classico!

E poi è tempo di sdraiarsi sui sassi con il costume a righe.

Ed è tempo di mani sulle spalle e di amicizie che saranno eterne: diventare grandi insieme fa tutta la differenza.

Ed è l’estate dell’orgoglio paterno, così si tiene il piccoletto bene in alto così che ci sia anche lui nella foto della sua prima estate.

Un’estate calda, luminosa e quieta, ingenua e senza pensieri, mentre l’onda batte sulla riva della spiaggia di Sampierdarena il tempo scorre lieve.

Ed è un’estate di giovani madri affabili e di bambini in cerca di avventure, è un’estate da sole negli occhi così per fare la fotografia ci si ripara con la mano come si può.

È un’estate di code, trecce e ricciolini, di corse a perdifiato e di tuffi spericolati.
È un’estate che è un nuovo inizio, una gaiezza ritrovata, un orizzonte da esplorare.

Con un cappellino in testa, un fiocchetto tra i capelli e tutta la vita davanti.
Sui sassi, in una bella estate a Sampierdarena.

Strada Nuova da un altro punto di vista

Splendida, grandiosa, regale, così è la nostra Via Garibaldi che io amo sempre chiamare ancora Strada Nuova come nei tempi passati.
Elegante, fastosa, straordinaria, diversa da tutte le altre vie genovese, strada di dimore nobiliari e di ricchezza.
Ancora più bella nella prospettiva unica che si coglie affacciandosi dalla finesta di Palazzo Tobia Pallavicino oggi sede della Camera di Commercio.
Uno spicchio di cielo, la luce e l’ombra il tricolore e la bandiera della Superba: questa è Strada Nuova, da un altro punto di vista.

17 Luglio 1910: la disavventura del povero Giuseppe

La disavventura del povero Giuseppe accadde in un caldo giorno d’estate ed è narrata con dovizia di particolari sul quotidiano Il Lavoro del 17 Luglio 1910.
Dunque, dovete sapere che questo signore originario di Pisa di lì a poco doveva imbarcarsi su un vapore diretto in America e così, mentre se ne andava su per Via Balbi incontrò un tale che, guarda caso, disse che pure lui doveva partire per l’America, che combinazione!

I due fecero un lungo tratto di strada insieme fino a quando si unì a loro pure un terzo individuo.
A questo punto, come racconta puntuale il cronista, si diressero tutti insieme verso il Cimitero di Staglieno ma durante la strada il primo dei due compari mostrò all’ingenuo Giuseppe una busta che a suo dire conteneva ben 22.000 Lire.
Fatto sta che il tale sostenne di aver paura di essere derubato e quindi pensò bene di nascondere il suo tesoretto sotto il ponte della ferrovia.
I tre ripresero quindi il cammino ma, dopo poco, il tale ci ripensò e infatti chiese a Giuseppe se poteva andare a recuperare la busta e Giuseppe acconsentì.
Il tizio però gli chiese di lasciare come garanzia il suo portamonete con 15 scudi d’argento e Giuseppe, anima candida e ingenua, consegnò fiducioso il portamonete e si diresse verso il ponte.
E sapete, quando recuperò la busta ci rimase con un palmo di naso perché si accorse che conteneva solo un fazzoletto e dei fogli di giornale.
Presto si precipitò in cerca dei due ma di loro, naturalmente, non c’era più traccia.
Il povero Giuseppe, tuttavia, non si si perse d’animo e il giorno dopo si recò alla Stazione Marittima e denunciò l’accaduto a un delegato di polizia.
Le autorità, indomite e attente, poco dopo individuarono al Ponte Federico Guglielmo i due truffatori che avevo teso il beffardo tranello al povero Giuseppe, tra i loro effetti personali trovarono anche un facsimile del biglietto di banca che avevano mostrato alla vittima e quei luccicanti 15 scudi d’argento.
Siccome si temeva che i due compari avessero messo a segno altri tiri simili i due vennero anche fotografati per poter essere identificati da eventuali altre vittime.
Il nostro Giuseppe recuperò le sue preziose monete e infine si imbarcò su quel vapore che lo condusse verso una nuova vita.
E io, leggendo questi fatti raccontati su quel quotidiano genovese, non posso fare a meno di domandarmi che destino abbia avuto l’ingenuo Giuseppe, partito per l’America dalla Stazione Marittima in un giorno di Luglio del 1910 con il suo borsellino con 15 scudi d’argento.

L’erba, il silenzio, il muovere dell’ombra

Soli, nel pianto tuo della mattina,
l’erba, il silenzio, il muovere dell’ombra
e gli steli del vento. Il tuo sollievo
è di vederti calma nell’attesa
ch’io giunga da lontano, il tuo riposo
è la speranza d’incontrarci a sera
per caso in un inverno.
Lasciarti per sparire,
per essere il tuo cielo dove guardi
senza rimorsi, avere il tuo rimpianto,
la tua memoria, le tue mani vuote…
Forse è più dolce piangermi che avermi.

Alfonso Gatto
Poesie d’amore – Mondadori (1973)

Fontanigorda – Giugno 2026

Piccoli genovesi e seggioloni di altri tempi

Ritorniamo nel passato e ancora incontriamo altri genovesini, sono due piccoletti deliziosi e se ne stanno belli comodi sul seggiolone.
Un’espressione attonita, gli occhi grandi, la carnagione delicata e appena pochi mesi vissuti nel mondo.

Con i piedini a martello, come si conviene a tutti quelli che ancora devono imparare a camminare.
Il poggiapiedi è troppo lontano, ancora non ci si arriva!

Così, sul seggiolone del fotografo Rossi, in una fotografia in formato cabinet.

Con queste recenti acquisizioni ora la mia piccola collezione annovera ben quattro seggioloni diversi, devo dirvi che ne sono molto fiera e soddisfatta.
Queste sono le fotografie che alcuni non desiderano conservare, altri invece sono onorati di poterle custodire.
E così ecco ancora un altro sveglissimo piccoletto sul seggiolone del bravo fotografo Sciutto. A dire il vero credo che sia una bambina ma non posso esserne certa!

Una vestina rifinita con un raffinato decoro a losanghe, i piedini scalzi e le manine saldamente aggrappate al vassoio.

Un visetto che racconta curiosità e voglia di crescere, gioia di vivere e ingenuità.
Sul seggiolone, con tutta la vita davanti.

Le Figurine Liebig: vecchie chiese celebri

Ritornando a camminare nel passato riprendiamo il viaggio con le suggestioni delle Figurine Liebig che, come sempre, ci portano a scoprire meraviglie.
Questa serie, come al solito parte della collezione di mia nonna, risale al 1910 ed è interamente dedicata alle antiche chiese celebri.
La nostra prima tappa e nel nord Europa, a Trondheim, città norvegese dove è situata l’antica e imponente cattedrale costruita a partire dal 1070 e utilizzata per la consacrazione dei sovrani norvegesi.
E nella nostra figurina notiamo il corteo per l’incoronazione di Olaf che venne poi beatificato nell’anno 1164 e riposa nella cripta.

Spostiamoci ora nella bella Parigi, davanti alla celebre e magnifica Cattedrale di Notre-Dame.
Si legge sul dorso della figurina che Re Carlo VII, quando ancora la Francia era sotto il dominio inglese, andava spesso a pregare per la salvezza della Francia proprio in questa chiesa.
Scacciati poi i forestieri grazie all’eroica Giovanna d’Arco ecco il Re che esce da Notre-Dame circondato dal clero e dalla folla festante.

E andiamo a Mosca di fronte alla Cattedrale di San Basilio e la nostra figurina rievoca un’antica tradizione del giorno di Pasqua durante il quale i fedeli sono soliti fare doni ai più poveri.

Austera e magnifica si staglia nel cielo londinese l’Abbazia di Westminster, la prima pietra di questo edificio venne posata nel lontano 1065.
E qui sono rappresentati alcuni londinesi intenti in una conversazione proprio davanti a Westminster.

Andiamo ora in Austria: è un giorno del 1711 e si trasporta con solennità la campana destinata alla famosa Cattedrale di Santo Stefano.

Il nostro viaggio attraverso l’Europa ci porta infine in Germania, nella città di Colonia.
La costruzione della grande Cattedrale ebbe inizio nel 1248 e proseguì nel corso dei secoli, l’opera venne infine inaugurata nel 1880 alla presenza di Guglielmo I.
Da una nazione all’altra e da una cattedrale all’altra abbiamo compiuto anche questo viaggio entusiasmante e ricco della poesia delle Figurine Liebig.

C’era una volta una bella merceria

C’era una volta una bella merceria e si trovava in una delle strade del mio quartiere, ad esser precisi era in Corso Solferino.
E c’è stato un periodo, parecchi anni fa, in cui passavo sempre a fare acquisti in certi negozi di quella via e tra gli altri andavo anche in quella bella merceria.
Ora, non posso dire di essere stata un’affezionata cliente perché questa zona non è proprio vicina a casa mia, però ricordo di essere stata diverse volte in quel negozio.
Era, come vi dicevo, una bella merceria, uno di quei negozi dove si comprano la biancheria, le calze, i pigiami e le camicie da notte che se ne stanno richiusi nelle loro scatole.
Poi da qualche parte ci saranno stati scomparti con bottoni, cerniere, automatici, forbici, nastri, elastici, gros-grain di svariati colori e chissà che altro.
Le mercerie sono un mondo straordinario, secondo me!
Rammento così di aver fatto qualche acquisto in quella bella merceria e soprattutto mi ricordo la signora che c’era dietro il bancone, devo a lei la memoria cara di quel posto perché lei era un signora molto garbata, esile e minuta, abbastanza avanti negli anni, sapete, mi ricordo che aveva quella particolare pacata gentilezza che non si usa più, mi è proprio rimasta impressa.
Poi, un giorno ho trovato il negozio chiuso, direi ormai parecchio tempo fa.
È un peccato che spariscano le mercerie, ci servono pure sempre le calze, i pigiami e anche i bottoni e le cerniere e soprattutto i sorrisi delle signore gentili come si usava una volta, vero?
Io penso di sì, ecco.
Mi sembra sempre che i piccoli negozi facciano in qualche modo parte del nostro quotidiano, sono i posti dove ci ricordiamo anche di noi pur essendoci stati soltanto qualche volta, preservarli è prezioso per tutti noi.
L’altra mattina passavo da quelle parti e, come già mi era successo in passato, ho notato l’insegna del negozio.
Così mi sono fermata a fotografarla, è pur sempre un modo per ricordare che c’era una volta una bella merceria.

Re Carlo I, Enrichetta Maria e i loro bambini raccontati da Van Dyck

È una famiglia reale e potrete incontrarla recandovi a visitare la mostra Van Dyck l’europeo allestita a Palazzo Ducale di Genova fino al 19 Luglio prossimo e curata da Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen.
Il sovrano d’Inghilterra Carlo I e la sua consorte Enrichetta Maria vennero così ritratti da Antoon Van Dyck tra il 1632 e il 1633, il dipinto fa parte della collezione del Castello Arcivescovile di Olomuc in Repubblica Ceca.

Ogni volta che osservo un quadro sorge sempre in me la curiosità di conoscere l’età delle persone ritratte: la percezione del tempo e dell’età, a mio parere, racconta molto di noi e di coloro che ci hanno preceduto.
E qui, in questo dipinto, il sovrano immortalato con solennità e con il nastro blu dell’Ordine della Giarrettiera, è un giovane di 33 anni.

Enrichetta Maria, con la sua grazia lieve, è una ragazza di appena 24 anni.
È figlia di Enrico IV di Francia e di Maria de’ Medici e il matrimonio, avvenuto nel 1625, è dapprima abbastanza complicato ma con il tempo i rapporti tra i due sposi diverranno più sereni e distesi.

Van Dyck, artista molto apprezzato dal sovrano, fu a lungo a Corte e oltre a diverse altre opere realizzò per il re questo ricercato dipinto come di consueto ricco di raffinati simbolismi.
Alle spalle del re ci sono i simboli del suo potere.

Un bracciale prezioso brilla sulla pelle diafana di Enrichetta Maria e tra le dita sottili di lei si nota un ramoscello di ulivo, emblema di pace.

E a unire due destini è una corona di alloro che rappresenta gloria e trionfi.

Un legame consolidato poi dalla nascita di diversi figli e anche da molti lutti, come sovente accadeva in tempi lontani.
Alla mostra è esposto il ritratto dei tre figli maggiori di Carlo I e Enrichetta Maria.
E Van Dyck. ancora con la suo impareggiabile maestria, ci racconta quell’infanzia dorata, l’opera risale al 1635 ed è parte della Collezione dei Musei Reali di Torino.

Il dipinto venne commissionato da Enrichetta Maria come dono destinato a sua sorella Cristina di Francia.
E in quel 1635 ecco i tre piccoli principini: Carlo ha cinque anni, Mary ne ha quattro e Giacomo ne ha appena due.

Il più grande dei tre salirà al trono con il nome di Carlo II.

Van Dyck pone accanto a lui un cane, simbolo della fedeltà alla corona.

La piccola Mary con il suo abito prezioso porta tra i boccoli biondi alcuni fiori che, come sempre si apprende alla mostra, rappresentano purezza e nuove alleanze.
Accanto a lei c’è Giacomo: anche lui diverrà re, sarà sovrano dopo la morte del fratello e sarà Re Giacomo II.

Il piccolino tiene tra le manine una mela simbolo della sua innocenza.

E nei dettagli si scorge tutta una ricchezza di pizzi, nastri, broccati e tessuti favolosi in una sontuosa e magnifica eleganza.
E un particolare suscita in me un senso di tenerezza: il piccolo Giacomo è in piedi su un gradino e così, con questo semplice trucchetto, con la dolcezza dei suoi due anni arriva a essere alto come sua sorella che ha il doppio della sua età!
Van Dyck pensava proprio a tutto, non c’è che dire.

A terra, sul tappeto dai contrasti blu e vermigli, giacciono alcune rose delicate e fragili proprio come sono caduche tutte le cose terrene.

Il Sovrano era un convinto sostenitore del diritto divino del re e durante il suo regno entrò presto in conflitto con il Parlamento inglese, seguirono anni tempestosi e difficili culminati con la Guerra Civile Inglese e con l’esecuzione del Re.
In questo frammento di vita fermato nel tempo dal talento di Van Dyck Re Carlo ed Enrichetta Maria sono ritratti in una bucolica quiete e nulla lascia prevedere le fosche ombre gli eventi futuri.
Tutto è armonia, grazia e bellezza.

Accanto a loro, in questa sala di Palazzo Ducale, i loro tre primi figli.
Una famiglia idealmente riunita in occasione di una mostra straordinaria che alza il velo sull’aristocrazia di quel tempo vissuto da Van Dyck e del quale egli fu testimone e abile narratore.
Con il suo sguardo ci ha fatto conoscere i volti che ha incontrato, la grazia dei piccoli reali e la loro innocenza, portando anche noi in quel tempo che, grazie a lui, riusciamo ancora ad ammirare.