Tra le rose di Fontanigorda

E così ho camminato ancora tra le rose di Fontanigorda, là dove l’aria è fresca e pulita.

Le rose dai petali di velluto si stagliano contro l’azzurro.

E i boccioli timidi ancora devono sbocciare.

Rose fluttuanti, generose, leggere.

E profumate, splendide e deliziose, pronte ad accogliere la bella estate.

Le rose eleganti che sempre ho amato e veduto crescere e rifiorire.

Sontuose regine dei giardini e del tempo del sole.

Bianche si aprono una accanto all’altra.

Screziate nella loro magnificenza.

Gareggiano per grazia e beltà.

E alcune, più piccole, dondolano lievi nell’aria di giugno.

Odorose, regali, inimitabili.

Sono le belle rose della mia Fontanigorda, in questo tempo di sole e di luce.

Le botteghe di Via delle Grazie nel 1926

Oggi, signore e signori, si riparte briosi con la macchina del tempo che ci porta indietro fino al 1926 e sempre grazie alla mia Guida Pagano di quell’anno ce ne andremo a zonzo per le botteghe della nostra Via delle Grazie che scorre sinuosa tra altri caruggi dai toponimi suggestivi, qui vicino ad esempio si snodano il Vico delle Pietre Preziose e Vico delle Camelie, una poesia di nomi che davvero incanta.

In questo 1926 la nostra Via delle Grazie è un fermento di vita e di commerci, non potete immaginare quanti negozi ci siano!
Ebbene, soddisfo la vostra legittima curiosità e vi svelo che, nella Guida del 1926, solo in Via delle Grazie risultano 42 attività commerciali, è una cosa straordinaria!

E così, da queste parti, è un continuo andirivieni di gente e di trafelate massaie intente nelle loro compere.

Per amor di precisione vi ricordo che qui, sotto queste finestre, c’è una targa che rammenta al passante che questa fu la casa natale di Jacopo Ruffini intimo amico di Giuseppe Mazzini e patriota.

Oggi però non siamo in cerca dei padri della patria ma dei negozi frequentati dai genovesi e in Via delle Grazie non manca nulla: ci sono 8 negozi commestibili, numerose macellerie e pollivendoli, una drogheria, cinque parrucchieri. un calzolaio e una rivendita di carbone.
Insomma, Via delle Grazie è un piccolo mondo che basta a se stesso, non mancano poi le osterie che sono ben otto, ci sono le rivendite di liquori, i bar e troviamo anche una fiaschetteria.

Sapete che a volte nei nostri tempi moderni mi capita di girare per il centro e di domandarmi: e adesso la tal cosa dove la compro?
Ecco, in questo viaggio a ritroso tra le botteghe di cento anni fa questa cosa non accade!
In Via delle Grazie, come vi dicevo, infatti non manca nulla, c’è persino un delizioso negozio di confetti e ho scoperto una fornitissima merceria per il comodo delle madri di famiglia dei dintorni.

In questo magnifico saliscendi troviamo poi diverse latterie, di mattina consiglierei di fermarsi dal Signor Carrozzino che vende latte e caffè, è perfetto per la colazione!

Proseguiamo ancora con il nostro tour delle antiche botteghe, vi mostrerò ora il tratto che è stato di ispirazione per questo mio articolo.
Come avrete di certo intuito, con il passare del tempo ho preso a osservare la città con occhi diversi, mi capita così di scorgere le tracce di un passato che in qualche modo resiste ed è proprio ciò che è mi è accaduto attraversando Via delle Grazie.
Infatti osservando la decorazione marmorea al civico 17 rosso ho pensato che fosse la traccia di una vecchia bottega ed era necessario un viaggio nel tempo per scoprire di cosa si trattasse.

E così, giunti nel 1926, dietro il bancone di questo negozio sito al 17 rosso di Via delle Grazie ho trovato il viso bonario e sorridente del Signor Tirelli che qui vende commestibili e ottimi salumi, mi sarei volentieri fermata a chiacchierare con lui!

Di fronte c’è poi l’osteria del Signor Stradini che ai suoi clienti offre porzioni abbondanti e generose, sarei curiosa di provare i ravioli, a dirvela tutta!
Del resto, come già vi ho detto, la concorrenza qui è forte, ci sono tantissime osterie e ognuno può scegliere in base ai propri gusti.

Stranamente in quel 1926 non ho trovato alcuna notizia su civici rossi 21 e 23 ma, compiendo un ulteriore balzo nel tempo e consultando la Guida Pagano del 1936, ho scoperto che al 23 rosso in quell’anno c’era un fornito fruttivendolo.


Quando attraverso queste strade, ripensando a come erano e a come non le ho mai vedute, per qualche istante mi pare di ritrovarmi anche io tra la baraonda di massaie e di cuoche, con i bambini che sgattaiolano da tutte le parti e tra la gente del porto che va a ritemprarsi in una delle tante osterie.
Ci sono i volti sorridenti, quelli rabbuiati, si scorgono le fatiche di ognuno e le speranze che si coltivano sotto questo cielo.

È un tempo sul quale gli anni hanno posato un velo, è un tempo che è trascorso, questa era la nostra Via delle Grazie nel 1926.

Maddalena Penitente di Antonio Canova

Tra le molte opere che si possono ammirare nei nostri Musei di Strada Nuova una è molto suggestiva e particolare: è la Maddalena Penitente ultimata da Antonio Canova nel 1796, l’opera è esposta a Palazzo Bianco.
Ultima proprietaria di questa magnifica scultura fu Maria Brignole Sale De Ferrari, Duchessa di Galliera, prodiga e munifica benefattrice della città di Genova alla quale donò i suoi palazzi che ora sono musei cittadini e le opere in essi conservate come appunto il capolavoro di Canova.

È bella e sensuale Maddalena ma al tempo stesso è inquieta, mesta e desolata, assorta nella sua penitenza e nell’espiazione dei suoi peccati.

Tiene tra le mani un crocifisso e resta a terra, a supplicare il perdono divino.

Una corda le cinge la vita, i capelli incorniciano il volto affranto, la croce si posa sul teschio posto accanto a lei.

La mirabile opera di uno dei più talentuosi artisti si trova in una collocazione che ne esalta appieno la bellezza e la grazia, se visiterete Palazzo Bianco anche voi resterete per lungo tempo ad ammirarla.

Tra luce e ombra, nel fitto di un mistero insondabile, questa è la grazia della Maddalena Penitente di Antonio Canova.

Ad ali spiegate

È bastata solo qualche ora trascorsa ieri nella mia Fontanigorda per ritrovare, ancora, la grazia delle prime farfalle.

Un’armonia perfetta sui fiori selvatici e liberi.

Un incantevole equilibrio che sempre e ancora mi meraviglia.

Sono i nuovi inizi, è il tempo del caldo e del cielo terso.

Ad ali spiegate, con leggerezza.

Il giovane armigero di Van Dyck

È un giovane favoloso e il suo sguardo magnetico travalica i secoli per giungere intatto fino a noi.
È un uomo prestante, vigoroso e fiero e i suoi tratti decisi ci sono stati tramandati dal talento di Antoon Van Dyck che ultimò questa sua opera attorno al 1626 durante il suo soggiorno genovese.

Il dipinto è parte della Collezione della Gemäldegalerie Alte Meister di Dresda e fino al 19 Luglio è esposto alla mostra Van Dyck l’europeo allestita a Palazzo Ducale di Genova e curata da Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen.
Il fascino di questa figura è poi anche accresciuto dall’alone di mistero che la circonda e negli enigmi che pongono agli studiosi domande alla quali trovare le giuste risposte.
Il giovane porta una scintillante armatura ma questa, come si apprende alla mostra, non pare risalire agli inizi del ‘600 ma sembra invece di fattura cinquecentesca.

Brilla l’elsa della sua spada, il prode è pronto a mostrare il suo coraggio.

Seducente e affascinante, porta i capelli lunghi ad una maniera, ancora una volta, non corrispondente al quel secolo nel quale Van Dyck realizzò il dipinto.
Ha i tratti ben definiti, labbra carnose, sguardo vivido e attento e sfoggia una baldanza eroica trasmessa dalla postura e dalla sua fierezza.

Una fascia di color rosso brillante è annodata sul suo braccio sinistro, in un gioco di vivaci contrasti.

Non conosciamo il nome di questo giovane e se invece sapessimo tutto a proposito di lui forse la sua figura acquisirebbe ancor più carisma?
Non saprei dirvelo ma so per certo che il giovane è affascinante come una rockstar.
E a proposito dell’enigmatica identità dell’armigero, la teoria prevalente riferisce che all’epoca del ritratto nella città di Genova si era soliti commissionare dipinti di “immaginari” antenati che dessero lustro a famiglie che ne avevano particolare necessità.
E forse l’ardito armigero poteva essere proprio uno di loro.
E mistero si aggiunge a mistero, in quanto di questo dipinto esistono diverse copie; ho letto che una di esse, ad esempio, si trova a Buckingham Palace ed è attribuita alla scuola di Van Dyck.

Le mie modeste fotografie non rendono certo giustizia a questo capolavoro, se andrete ad ammirarlo alla mostra vi renderete conto della sua assoluta bellezza che non so davvero descrivere a parole.
È un magnifico mistero dal fascino imperituro, è il giovane armigero dipinto da Van Dyck in un lontanissimo giorno vissuto nella nostra Genova.

Dalle finestre di Palazzo Rosso

Dalle finestre di Palazzo Rosso, celebre museo cittadino che custodisce pregiate opere d’arte, si ammira anche un commovente capolavoro: la veduta impagabile della distesa dei tetti di Genova.

E sono ardesie, cupole e campanili.

E laggiù, dall’antica dimora della Duchessa di Galliera, in lontananza si scorge fiera la Lanterna.

E ci sono terrazzini, piante, spazi accuditi amorevolmente.

Una magia di comignoli e spiovenze.

Mentre sotto il sole caldo sboccia generosa la bouganvillea.

E poi la svettante Torre degli Embriaci e scalette, finestre, vasi di piante che affollano angoli segreti e minuscoli ma infinitamente preziosi.

E abbaini, ringhiere e cielo azzurro.


La linea del mare quieta e lucente.

Qui è dove Genova si custodisce e si svela, raccontandosi senza parole, ritrovandosi nella sua vera complessità.

Mentre la Croce di San Giorgio sventola sulla Torre Grimaldina.

Volgendo lo sguardo altrove, poi, si vede la nostra Spianata Castelletto con il suo suggestivo ascensore, un luogo del cuore per noi genovesi.

E uno straordinario susseguirsi di curve, prospettive e vedute inattese.

Questa è Genova, nella sua autentica bellezza che fa semplicemente innamorare, questa è Genova dalle finestre di Palazzo Rosso.

Tutto sboccia

E intanto, sul terrazzo, tutto sboccia.

Fioriscono i garofani dai toni d’arancio.

Ritornano ancora e ancora le belle e semplici ortensie.

Mi ricordano sempre le numerose ortensie che abitano nei giardini di Fontanigorda e così è una gioia aprire la finestra e vederle nelle loro delicate sfumature.

Tutto sboccia e le verbene gentili regalano fioriture senza sosta.

Dondolano le dolci fuchsie sui rami sottili.

Tutto sboccia, anche la dipladenia che trionfa con i suoi fiori sgargianti.

Tutto sboccia, anche la petunia del deserto che in questi ultimi giorni guardavo con una certa apprensione.
Dove sono i fiori? Quando spuntano? E poi, improvvisamente eccoli!

E ancora ritorna a fiorire, silenziosa e tenace, l’elegante passiflora: all’improvviso, tra le foglie, i suoi doni dalla maestosa bellezza.
È sempre così generosa la natura in questo tempo in cui tutto sboccia.

Sorelle in Piazza Caricamento

Camminavano fianco a fianco, di fronte a loro uno spazio ampio e così aperto.
Nella luce e nel sole, con un soffio di vento che appena smuoveva i veli.
Leggere, sicure, mai esitanti.
Percorrevamo la stessa strada a un ritmo diverso.
Guardando avanti, sempre.
Io ero da sola, loro erano in due.
Con questa grazia ineccepibile, due sorelle in Piazza Caricamento.

Sulla barca

Sulla barca, dondolando con la fantasia.
Mentre poco distante le onde accarezzano i sassi in questo tempo della vita che sa essere infinitamente dolce.
E quanta bellezza c’è attorno da scoprire, così tanta che tu naturalmente ti distrai!
E volgi lo sguardo verso un punto indefinito, forse un suono, una voce o un colore ha attirato la tua attenzione e tu, seguendo il tuo istinto infantile, ti giri verso quella direzione.
Con un ditino tra le labbra e i ricciolini spettinati dal vento.

E l’altra tua manina è tenuta stretta, salda e sicura perché tu non corra rischi magari perdendo l’equilibrio.
D’altra parte crescere è proprio una questione di magnifici e delicati equilibri: imparare a camminare, inciampare, rialzarsi, lasciarsi guidare nelle strade del mondo.
E rimanere, appena per qualche istante, in riva al mare.
Su una spiaggia, in un tempo felice.
Sulla barca, con tutta la vita davanti.

I fratellini Giustiniani Longo e lo sguardo di Van Dyck

Sono tre fratellini e la loro grazia ingenua è stata catturata dal talento di Antoon Van Dyck che li ritrasse con maestria durante il suo soggiorno genovese tra il 1626 e il 1627.
Sono tre fratellini e appartengono a una nobile famiglia che diede alla Repubblica dogi, condottieri e notabili: loro sono Alessandro, Vincenzo e Francesco Maria Giustiniani Longo.

Il quadro fa parte della collezione della National Gallery di Londra ed è eccezionalmente esposto a Genova fino al 19 Luglio alla mostra Van Dyck l’europeo allestita a Palazzo Ducale e curata da Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen.
Si è a lungo erroneamente ritenuto che i tre bambini fossero membri della famiglia Balbi, in quanto l’opera apparteneva alla quadreria di questa nobile famiglia cittadina ma una straordinaria scoperta ha reso ai tre fratellini la loro vera identità.
Infatti Anna Orlando, storica dell’arte e curatrice di questa splendida mostra, ha compiuto un’appassionata e approfondita ricerca d’archivio che le ha consentito di riconoscere in questi visetti i tre fratellini Giustiniani Longo.
Committente dell’opera fu probabilmente il nonno Alessandro Giustiniani Longo, anch’egli ritratto da Van Dyck così come la sua consorte Leila.

E così oggi, nella nostra e nella loro Genova, sono tornati tre bambini che calcarono le stesse strade che anche noi attraversiamo.
Abbigliati con fasto principesco, indossano abiti impreziositi da broccati, pizzi, passamanerie, velluti e fili dorati.
Il più grande, Alessandro, sfoggia un’ingombrante gorgiera.

Ha un abito ricchissimo dalle finiture ricercate, in un contrasto potente di argento e rosso.

Regge il cappello piumato e alla vita porta una spada.

I boccoli biondi incorniciano il visetto paffuto del secondogenito Vincenzo che, con un gesto affettuosamente protettivo, tiene una mano posata sulla spalla del piccolo Francesco Maria.

Van Dyck con le sue sapienti pennellate ci racconta così un mondo e i suoi sfarzi sontuosi, Vincenzo indossa un abito scuro con gli alamari dorati, il piccolo di casa ha invece una veste dalla vivace tonalità di rosso.

E si coglie un’armonia perfetta nella gestualità e nei movimenti delle mani dei tre fratellini.

E c’è un’assenza che, silenziosamente, diviene presenza viva e memoria.
Sempre grazie alle minuziose ricerche di Anna Orlando è stato infine decifrato il messaggio che Van Dyck dipinse ponendo un fragile uccellino tra le ditina di Francesco Maria.
Quella creaturina è così raffigurata per rappresentare il quarto fratellino, il piccolo Luciano troppo presto deceduto ma mai dimenticato.
E l’assenza diventa presenza.

Simboleggiano il lutto anche i corvi scuri che occupano un gradino della scala.

Van Dyck consegnò ai posteri la memoria di tre bambini, posò su di loro il suo sguardo e li immortalò nella leggiadria dolcezza dell’infanzia.
Una studiosa ha saputo leggere questo dipinto in una maniera unica, restituendo così agli occhi del mondo i nomi e i volti di Alessandro, Vincenzo e Francesco Maria Giustiniani Longo.

La mostra allestita a Palazzo Ducale riunisce a Genova 60 capolavori di Van Dyck provenienti dai più importanti musei del mondo, in queste tele troverete molti bambini: sono nobili e figli di sovrani, sono angioletti e rappresentano a volte metafore di stagioni della vita, sono gioiosi putti che si librano leggeri nell’aria con sublime armonia.
E nella cornice della loro città, nel luogo che li vide nascere e muovere i primi passi sono tornati anche loro: i fratellini Alessandro, Vincenzo e Francesco Maria Giustiniani Longo.