Un pietra d’inciampo per Bruno De Benedetti

Oggi è il 27 Gennaio e in questo giorno si celebra la Giornata della Memoria per ricordare le vittime dell’Olocausto, persone vittime dell’odio cieco che ha percorso anni terribili della nostra storia.
A loro sono dedicate le pietre d’inciampo, targhe in ottone che “raccontano” queste vicende dolorose e tragiche.
Ogni pietra d’inciampo viene posizionata in un luogo significativo per la persona alla quale si riferisce come ad esempio la dimora o il posto nel quale questa persona venne tratta in arresto e portata via ai suoi affetti.
Ho già avuto modo di scriverne in passato, qui e qui trovate i miei post dedicati alle pietre d’inciampo di Genova.
Di recente è stata collocata una nuova pietra d’inciampo, è l’undicesima: vi si legge il nome del Dottor Bruno De Benedetti, di professione pediatra.

Il tempo scorre, ci sono ancora tra di noi alcuni sopravvissuti che scamparono a quella furia: raccontano le loro storie, possiamo ancora sentire dalle loro voci ciò che videro e la tragedia immane che essi vissero.
Alle nuove generazioni è lasciato il compito di preservare queste memorie e conservare il ricordo di quanto accaduto perché non avvenga mai più.
Il Dottor De Benedetti era un giovane poco più che trentenne e la pietra d’inciampo in sua memoria è posta davanti al civico 1 di Via Mameli dove era sita la sua abitazione e dove i suoi cari attendevano il suo ritorno.
Oggi si legge là il suo nome, per non dimenticare.

Gli angeli di Piazza Sauli

Vi porto con me ancora nei miei caruggi, in una piazza antica nelle vicinanze di Canneto il Lungo.
Questa è una di quelle zone della città vecchia dove il cielo ti abbaglia con la sua luce e con il suo turchese percorso da nubi leggere, qui lo sguardo trova sempre questa meraviglia e questo stupore.

Piazza Sauli prende il suo nome da un’antica famiglia di ricchi ed abbienti mercanti che avevano qui i loro possedimenti, i nobili Sauli diedero anche diversi dogi alla Repubblica di Genova e si deve alla magnificenza di uno di loro l’edificazione della basilica di Carignano.

E là, nella piazzetta dei caruggi, sono piccoli angeli a custodire i portoni e le antiche dimore.

Sul civico 7 spiccano le lettere IHS che indicano il nome di Gesù e sono due piccoli putti a circondare la scritta.

Si legge inoltre una frase in latino che è tratta da una delle lettere di San Paolo e significa: che ogni ogni ginocchio si pieghi.

E qui, se alzerete ancora lo sguardo, vedrete la le decorazioni della facciata di questo splendido edificio.

Lì accanto c’è poi un caruggetto che collega la Piazza a Canneto il Lungo: è Vico secondo Sauli e lì si nota un altro antico edificio.

E sono sempre due creature celesti a proteggere questa casa e a reggere l’insegna dove si leggono le lettere L e P.

L’azzurro lucente così sovrasta queste case che hanno ospitato cuori, speranze, sorrisi e gioie in secoli diversi.

E ancora ammiriamo il portale del civico 4.

Ci sono due austere figure poste ai lati del portone.

E ancora ecco due angeli sbarazzini e paffutelli.

Le due statue hanno diverse parti mancanti ma ancora resta immutata la loro infantile dolcezza.

Di fronte ecco ancora un’antica dimora un tempo annoverata nel sistema dei Rolli, era cioè inclusa negli elenchi delle dimore nobiliari che all’epoca della Repubblica di Genova venivano utilizzate per le visite di stato di personaggi di rilievo e di grande importanza.

Ancora, sul portale, si nota nuovamente il trigramma di Gesù.

E nella colonne, tra le foglie e le ricche decorazioni scolpite nel marmo si leggono due lettere, giunte immutate fino alla nostra epoca.
Il palazzo risale alla fine del XV secolo e queste sono le iniziali del padrone di casa: Antonio Sauli.

E ancora piccoli angeli frementi spiccano su quel portale.

Sono solenni, giocosi, rimandano a un tempo glorioso e lontano.

E nella radiosa prospettiva che vi sovrasta si coglie la fiera e svettante torre.
E il cielo è sempre così blu, sopra le case e sopra gli angioletti di Piazza Sauli.

Ricordo di una bella compagnia

E questo è il ricordo di una bella compagnia.
Tutti loro furono ritratti in un luogo dalla quiete bucolica, sui tavolini bottiglie e bicchieri e forse si potrebbe supporre che queste persone si trovassero in qualche località termale celebre per le proprietà delle sue acque.

Baffi, cappello d’ordinanza, cravattino, espressione computa.
Il signore sullo sinistra porta una paglietta e gli occhialini tondi, il suo viso però è parzialmente coperto dal favoloso copricapo della signora seduta lì davanti a lui.

E ancora, il signore in primo piano sfoggia dei bei baffi a manubrio, indossa l’immancabile gilet e stringe tra le mani un bastone da passeggio.
Sullo sfondo certe composte gentildonne ritrose osservano serie verso il fotografo.

E poi gli abiti candidi e il cappello di paglia della ragazzina, il sorriso del bimbetto più piccino e la spavalda sicurezza del bambino ritto in piedi dietro di loro.
E per loro tutta la vita davanti da scoprire.

Era un giorno di un tempo che non so e loro erano là.
Mi ritrovo sempre a domandarmi a cosa stessero pensando coloro che rivediamo nelle immagini del passato lontano e colgo nei loro sguardi, a volte, diverse sensazioni ed emozioni che traspaiono nette e chiare.
E allora provo a trattenerle, a sedermi al tavolo anch’io, a sentir tintinnare i bicchieri durante un brindisi colmo di gioia benaugurante tra tutto coloro che facevano parte di questa bella compagnia.

Piazza dei Truogoli di Santa Brigida: la Madonna con il Bambino e San Giovannino

È una bella edicola collocata nella città vecchia e così la si ammira in Piazza dei Truogoli di Santa Brigida.
Sfiorata dall’aria del mare di Genova e rischiarata dal sole che illumina questi caruggi, in questa sinfonia di colori armoniosi.

L’edicola è sita in questa piazza così caratteristica e un tempo attraversata dalle molte massaie che ai truogoli lavavano i loro panni, in quei giorni diversi dai nostri le preghiere e le voci si mescolavano al suono argentino dell’acqua limpida.

Ricca e raffinata è la decorazione della nicchia che ospita la statua oggetto di antica devozione.

È la Madonna con il Bambino e San Giovannino, la statua attualmente presente nella Piazza è un calco dell’opera originale che è invece custodita al Museo di Sant’Agostino.

E nel museo che racchiude le antiche ricchezze e le storie della Superba così si staglia la bella immagine di Maria.
La scultura risale al 1617 ed è attribuita ad uno scultore appartenente alla scuola di Leonardo Mirano o di Gio. Domenico Casella.

Questa dolcezza materna attraversa il volto di Maria.

È un’opera preziosa che come si vede non è giunta integra fino a noi ma oggi è preservata tra le mura di un magnifico museo.
Sguardi di un tempo diverso dal nostro si posarono fiduciosi su queste figure.

Ancora oggi, se passerete in questa zona dei nostri caruggi, i vostri occhi troveranno questa immagine sacra: la Madonna con il Bambino e San Giovannino nella Piazza dei Truogoli di Santa Brigida.

Mimose, neve e azzurro

Nel cuore del rigido inverno i colori vivaci spiccano maggiormente ed è così incantevole la mimosa che lieve dondola al vento nel cielo di Genova.

È la bella pianta che cresce davanti al Convento delle Suore Carmelitane Scalze in Via Domenico Chiodo.

Mentre la neve imbianca le alture che circondano Genova.

E qui, in Via Domenico Chiodo, lo sguardo trova il mare, il cielo e le case mentre la luce abbacinante sfiora il profilo della città.

E ancora la mimosa, con la sua caparbia impazienza di vivere, si protende verso il cielo.

E l’ulivo saggio protegge e incornicia l’orizzonte.

Mentre resto là ad ammirare la magnifica mimosa, così radiosa e vibrante.

E il panorama del porto, le navi e la Lanterna.

Oltre, camminando ancora, ecco ancora un’altra effimera mimosa sbocciata in questi giorni d’inverno e sullo sfondo l’azzurro intenso spazzato dal vento potente.

E nuvole e neve, in lontananza.

E alberi spogli, la linea del mare che incontra il cielo.

Sono i colori del tempo di gennaio e così li ho veduti passeggiando in Via Domenico Chiodo.


Un gabbiano si librava alto, oltre il campanile di San Paolo, l’aria era pungente e fresca e tutto pareva semplicemente perfetto.

 

La musica di un secolo nascente

È la musica di un secolo nascente o forse è soltanto l’illusione di questa melodia a giungere a noi.
Le note più dolci e suadenti potrebbero scaturire dalle corde di un antico strumento retto con questa grazia da una fanciulla.
Lei indossa bracciali d’oro e una collana, ha i capelli acconciati in maniera complicata, potrebbe anche essere una delle Muse.
I fiori, lo stile, la posa, tutto richiama il liberty e il gusto di un’epoca.

I profili, una certa idea di bellezza, la cornice fiorita, la ricercatezza dei dettagli.

Si tratta soltanto di una cartolina spedita in un giorno del 1900, è un semplice cartoncino proveniente dal nostro passato e racchiude così tanta perfetta armonia alla quale non siamo forse più abituati.
Uno stile, un’epoca: la musica di un secolo nascente.

Cose di Vico Casana

Passando in Vico Casana mi vengono sempre in mente certi ricordi belli.
In questo vicolo della città vecchia c’era un tempo il fotografo Salviati, era abitudine di mio papà portargli sempre le foto da sviluppare, era una consuetudine che poi anch’io ho mantenuto.
All’epoca l’esito di una fotografia era un insondabile mistero: non sapevi se era venuta bene fino al momento dello sviluppo del rullino.
La sensazione che ne derivava era un esercizio di pazienza e un gioco di inspiegabili aspettative.
E poi, come bonus, ogni negozio di fotografia regalava al cliente il piccolo album di plastica nel quale mettere le foto del mare, dell’estate e dei momenti felici.
E naturalmente mi ricordo di essermi fermata tante volte in mezzo a Vico Casana a sfogliare le foto appena ritirate da Salviati perché la curiosità era sempre troppa!
In Vico Casana poi c’era anche un negozietto dove mi piaceva fare acquisti: qui comprai i miei pantaloni estivi a fiori che scelsi per fare l’esame di maturità.
E forse qui iniziai una delle abitudini che non mi ha poi più abbandonato: se una cosa mi piace la compro due volte.
Anche in quel caso si trattava di pantaloni a fiori: neri con le ortensie azzurre, li ho amati tantissimo.
Percorrendo Vico Casana ad un certo punto si arriva all’incrocio con Via David Chiossone e a me viene sempre voglia di girare a destra per andare nel negozio di dischi a guardare i vinili, ho comprato lì tanti miei 33 giri, era un negozio cult per gli amanti delle musica.
E proseguendo ancora ricordo la magnifica bottigliera di Vico Casana, uno di quei negozi dove era inevitabile perdersi a guardare le diverse specialità.
Infinite sono le mie divagazioni mentre cammino per le strade di Genova.
Quante volte sarò passata in Vico Casana?
Quante volte, nei diversi tempi della vita, restando comunque sempre io?
L’ultima proprio qualche giorno fa, scendevo verso Via Luccoli e poi mi sono voltata e ho veduto loro due: incedevano con il passo deciso e fiducioso, su per Vico Casana.
Le ho osservate, ho sorriso, mi mette sempre di buon umore incontrare le suore.
Ed era nuvolo e un po’ freddo e mentre camminavo ho pensato che ognuno di noi guarda i luoghi con occhi diversi e anche noi stessi osserviamo lo stesso posto in maniera differente nei diversi momenti delle nostre esistenze.
Eppure a volte i diversi tempi delle nostre vite paiono sovrapporsi e  sembra quasi di rivivere certe stagioni del nostro passato.
Quando un vento fresco attraversa Vico Casana.

Antiche vicende di Via Prè: i monaci di Sant’Antonio Abate e i loro maiali

Questa è una storia antica e per raccontarla bisogna andare in certi caruggi nella zona di Prè dove ancora si conservano le tracce di un antico passato.
Qui, in alcuni vicoli densi di storie lontane, si ritrova il filo di certe vicende narrate con dovizia di particolari dallo storico Federico Alizeri nella sua Guida Artistica della città di Genova risalente al 1846.
Narra l’Alizeri di certi religiosi Antoniani che avevano il compito di prendersi cura di coloro che erano afflitti dal fuoco di Sant’Antonio, malattia per la quale si richiedeva la protezione di Sant’Antonio Abate.
Bonifacio VIII sul finire del ‘200 concesse a questi religiosi di riunirsi in congregazione, essi portavano un abito bruno con una T azzurra sul manto e a loro era data la facoltà di questuare.
In seguito, nel 1398, Papa Bonifacio IX stabilì con una sua bolla che questi religiosi potessero chiedere l’elemosina con un campanello che potevano appendere al collo dei loro animali come ad esempio cavalli, buoi e maiali.
Dice sempre l’Alizeri che dalla bolla risulta che questi monaci coltivassero la terra e allevassero in particolare proprio i maiali.
C’erano così, anche a Genova, un monastero e un ospedale di Sant’Antonio e percorrendo il vico dedicato al santo troverete l’antico portale dell’abbazia.

In questo vicolo che si estende tra Via Balbi e Via Prè.

Agli antoniani, poi, fu concesso dal Senato anche un altro peculiare privilegio.
Infatti si stabilì che a questi religiosi era permesso nutrire un certo numero di maiali e le bestiole potevano scorrazzare libere e beate per la città.
Per la precisione si trattava di tre scrofe, un verro e venti porcellini che si distinguevano per l’anello al labbro superiore e e per il marchio con il segno della gruccia a Tau di Sant’Antonio.
Tuttavia i religiosi, con il tempo, smisero di rispettare alla lettera le diverse prescrizioni ricevute e questo creò un certo inatteso scompiglio per le strade della Superba: c’erano sempre più maiali che se ne andavano serafici per i caruggi.
E, così chiosa sempre l’Alizeri:

“… i porci mal conosciuti vagavano confusamente per la città con gran noia de’ cittadini ed impaccio dei beccai e dei pizzicagnoli.

Questi maiali, naturalmente, sgranocchiavano tutto quel che trovavano in giro e non facevano certo complimenti!
E sempre partendo da Via Prè raggiungiamo il Vico Inferiore del Roso che si trova a pochi metri da Vico di Sant’Antonio.
Qui, su un’antica lastra in pietra, spicca la figura di Sant’Antonio Abate.

E là, accanto, a lui si nota, appunto, la sagoma di un maiale.

Tra le usanze degli abati di Sant’Antonio, inoltre c’era, anche quella di mandare alla famiglia Doria, nel giorno della vigilia di Natale, un maiale “tutto adorno e imbacuccato di foglie d’alloro” tra le grida di giubilo del popolo festante.
L’omaggio veniva così offerto per ringraziare la nobile famiglia in quanto quattro gentildonne dei Doria solevano recarsi ogni anno all’Abbazia, nel giorno di Santa Lucia, portando in dono uno scudo d’argento.
Con il tempo l’usanza di regalare il maiale si perse e così un bel giorno ai Doria venne l’idea di chiedere come mai quel gradito dono non arrivava più e i religiosi risposero che pure loro non avevano più ricevuto denari sonanti dai Doria.
Fu così che le due parti si accordarono e decisero di ripristinare le buone vecchie usanze e fino alla fine del ‘700 i Doria ricevettero così il loro gradito dono.

Via Prè

La faccenda dei maiali, con il tempo, prese una brutta piega.
Gli animali continuavano a vagare indisturbati per la città, causando danni a cittadini e ai negozianti.
E giunse così un giorno ferale, si era a metà del ‘700.
Ecco un corteo di illustri senatori, i Serenissimi incedono la dovuta solennità in Via ai Quattro Canti di San Francesco quando, ad un tratto, si ritrovano tra i piedi il solito branco di maiali.
Ci volle del bello e del buono perché i senatori si cavassero d’impaccio mettendosi in salvo ma alla fine riuscirono a darsela a gambe, reggendo le regali vesti imbrattate senza ritegno dai suddetti suini.


Via ai Quattro Canti di San Francesco

A seguire le autorità presero i dovuti provvedimenti, i Padri del Comune rinnovarono un decreto che era già stato pubblicato nei secoli precedenti: chiunque aveva la facoltà di impadronirsi dei maiali che se ne andavano a zonzo per la Superba e non c’era l’obbligo di restituirli.
Si levò, naturalmente, il prevedibile mugugno dell’Abate Basadonne che fece ricorso per un’indennità e alla fine ricevette la somma di 172 Lire annue e come conclude l’Alizeri “con questo pare che si spegnesse la consuetudine de’ porci vaganti”.

Sant’Antonio Abate è il protettore degli animali e anche dei macellai e dei salumai, la sua festività si celebra il 17 Gennaio.
La figura del Santo si staglia nella bella edicola in Vico del Rosario della quale ebbi modo di scrivere tempo fa in questo post.

E al Santo è dedicato l’Oratorio sito in Vico sotto le Murette.

La memoria di lui e degli Antoniani rimane ancora per le antiche strade di Genova.

Basilica di Santa Maria delle Vigne: ammirando la cupola

Vi porto ancora nella Basilica di Nostra Signora delle Vigne, antica e preziosa chiesa che si affaccia sulla Piazza delle Vigne nei caruggi di Genova.
E percorrendo la navata si giunge sotto la bellezza della cupola, uno splendore di oro vi sovrasta.
E là, in questa vertiginosa meraviglia, ecco la leggiadria degli affreschi.
Come ho letto sulla copia della mia guida Genova Bella di Partecipatio risalente al 1889, nel 1815 gli affreschi della cupola furono ultimati dal pittore Paganelli che dipinse anche uno dei quattro evangelisti ritratti nei peducci, gli altre tre erano opera di Santo Tagliafichi.
Le opere di questi artisti, tuttavia, non sono giunte fino a noi e al loro posto vi sono gli angeli dipinti da Giuseppe Gainotti nel 1920 come si legge nel volume “Santino Tagliafichi (1756-1829) Tradizione e modernità a Genova tra Sette e Ottocento” di Gianni Bozzo ed edito da Sagep nel 2013.

Là, in quel luccichio dorato, un angelo è a mani giunte e un altro posa l’archetto sulle corde del suo violino.

Sono creature celesti così graziose e delicate, ognuna di esse canta la gloria di Dio.

Sono angeli trionfanti e vittoriosi.

E circondano Maria che con questa grazia sorregge Gesù Bambino.
E tutto è leggiadro, armonioso ed esprime letizia perfetta.

In questa chiesa genovese così ricca di molte opere degne di nota.

A volte mi fermo là, sotto la cupola e alzo lo sguardo e resto ad ammirare queste figure.

Gli angeli, la loro grazia, i colori pastello, la luce che filtra e la bellezza della cupola della Basilica di Santa Maria delle Vigne.

Il colore rosso

Il colore rosso, così illuminato dal sole, si riflette, con un tono di bianco, nel mare di Genova.
E racconta storie di pescatori, di viaggi e di ritorni, di reti e di onde.
Rosso come la cera lacca, come i papaveri che fluttuano al vento, come i coralli tra i quali nuotano certi pesciolini d’argento.
Rosso come certi tramonti, rosso come la barca che così si dondola sul blu.
Rosso di Genova e e del Porto Antico.