Giorni fa parlavo con la mia amica Viv, lei è un’appassionata lettrice di gialli e propone le interessanti recensioni delle sue letture sul suo blog Stravagaria che io seguo da tantissimi anni.
Eravamo in tema e mi è è venuto in mente di dirle:
– Ma ti ricordi quei gialli che in copertina avevano una specie di oblò all’interno del quale c’era un disegno?
– Certo che mi li ricordo! – Mi ha risposto subito lei.
A dire il vero penso che quelle copertine siano in un angolino della memoria di molti di noi, il caso ha poi voluto che io mi imbattessi in una selezione di quei gialli in esposizione su una bancarella della Fiera del Libro.
E la macchina del tempo mi ha portato subito indietro, a certe estati lontane.
Vi dico subito che io non sono mai stata un’appassionata di gialli, da anglofila ho sempre avuto un debole per l’ineffabile Miss Marple e quindi naturalmente ho letto alcune delle sue avventure così magistralmente imbastite dalla leggendaria Agatha Christie.
In famiglia, invece, il libro giallo era molto gettonato e particolarmente prescelto come lettura estiva.
Così, se penso alle nostre estati nella casa del mare, mi ritorna oltre al profumo degli eucalipti anche l’immagine di quei volumetti impilati uno sull’altro.
I gialli piacevano a mamma e papà, ricordo che li leggevano volentieri e così in casa ho un selezione di gialli che appartenevano a loro e che io non ho mai letto.
Lo stesso vale per la zia, credo di aver preso a prestito proprio da lei i volumi di Agatha Christie dei quali vi parlavo.
Il lettore più accanito, tuttavia, era lo zio, lui un giallo lo aveva sempre appresso.
Io all’epoca stavo volentieri tutta l’estate nella nostra casa del mare con gli zii, mentre i miei genitori rimanevano fino alla metà di luglio e poi se ne andavano a Fontanigorda.
Così tra le memorie di quei mesi estivi che sono stati i più belli della mia vita mi è rimasto anche il ricordo di mio zio che inforca la bicicletta e se ne va verso la spiaggia dove probabilmente lo troverò immerso nella lettura sotto l’ombrellone.
La zia seduta al suo fianco avrò di certo tra le mani un altro romanzo con trame gialle da esplorare, magari proprio quel “Dieci piccoli indiani” che susciterà la mia curiosità per quel titolo così originale.
Quando poi veniva il tempo di ritornare a Genova c’erano gli immancabili riti di fine stagione: si metteva via il materassino con il borotalco per non ritrovarlo tutto appiccicato l’anno successivo, si riponevano negli armadi gli asciugamani da spiaggia, i mazzi di carte venivano chiusi nel cassetto in attesa di nuove partite a scala quaranta o a macchiavelli.
Insomma, ogni cosa ritrovava il suo posto.
Alcuni di quei libri gialli restavano là, sul ripiano comò.
In attesa di nuovi lettori, per l’anno successivo, per una nuova estate.
Si chiudevano le finestre e si scendevano le scale, ci si incamminava così verso l’autunno e verso le altre stagioni che sarebbero venute.
Del tempo che fugge ognuno di noi conserva qualche frammento, a volte improbabile, eppure a volte ci coglie di sorpresa il fruscio di un libro sfogliato dal vento, una risata lontana e un fragore di onde di un’estate che non c’è più.

































































