La breve felicità di Felicita

Fu breve la felicità di Felicita, come spesso accadeva alle ragazze vissute nel suo tempo, epoca in cui la vita era ancor più caduca rispetto ad oggi.
Era bella Felicita, aveva un viso dai tratti perfetti, sguardo intenso e grazia femminea.

Ed era, appunto, una donna giovane che sperava in un futuro lieto e luminoso.

Era devota e così è effigiata con un libro di preghiere tra mani.

Felicita lasciò un vuoto incolmabile, i suoi cari trovarono consolazione forse proprio nella fede così spesso richiamata nel ricordo di lei.

La perduta felicità di Felicita è narrata e scolpita nel marmo nel cippo funebre a lei dedicato e sito nel Porticato Inferiore a Ponente del Cimitero Monumentale di Staglieno, dove la giovane riposa, nella tomba riposano anche alcuni suoi famigliari.
A realizzare l’opera nel 1875 fu, con il consueto talento, l’artista Giovanni Battista Villa.

Felicita aveva 27 anni, uno sposo e tre bambini: Filippo, Emilio e Adolfo.
E ho pensato che magari da qualche parte esiste una fotografia di lei insieme alla sua famiglia, un ritratto realizzato da qualche blasonato fotografo che fermò, per appena un istante, quella completa felicità.

Felicita aveva i capelli morbidi, portava il velo, secondo l’usanza dell’epoca.

Un velo di pizzo leggero, impreziosito da stelle e orlato con delicatezza.

Il suo consorte era persona stimata e apprezzata, un abile commerciante che seppe salire i gradini del successo fino a ricoprire cariche ambite e di prestigio.
Giovanni Battista era un esempio di specchiata virtù e di laboriosa onestà.

Ed è tutta lì la perduta felicità di Felicita, nella vita che sfugge via, fragile e caduca, minata da una malattia che non le concesse scampo.
Felicita, madre e sposa tanto amata e rimpianta lasciò i suoi affetti in un freddo giorno d’inverno del 1869.

Era modesta, mansueta e pia, così si legge nella lapide in sua memoria e Villa, certamente in accordo con il desolato vedovo, ritrasse la giovane così assorta in preghiera, inginocchiata su un inginocchiatoio dal gusto orientaleggiante.

Così è giunta a noi la memoria di lei.

Fu breve la felicità di Felicita, si infranse nella tempesta della sua vita e lei rimase, nel ricordo dei suoi cari, per sempre giovane e leggiadra nella grazia dei suoi 27 fragili anni.

Chiesa della Maddalena: la Cappella di San Gerolamo Emiliani e del Crocifisso

Vi porto con me nella Chiesa della Maddalena che si affaccia sulla piazza omonima nei caruggi di Genova: la denominazione completa di questo luogo di culto è Chiesa di Santa Maria Maddalena e San Gerolamo Emiliani.
Il santo fu fondatore dell’Ordine dei Padri Somaschi, congregazione alla quale questa Chiesa fu affidata sul finire del ‘500, tale circostanza spiega così l’esistenza della fastosa Cappella di San Gerolamo Emiliani e del Crocifisso sita in capo alla navata sinistra.
La scultura lignea ospitata nella nicchia è opera magnifica del genovese Agostino Storace e risale al XVIII secolo.

Spicca, nella sua devozione, la figura di San Gerolamo Emiliani, inginocchiato davanti a Gesù.

Così assorto in preghiera.

Con le mani rivolte a Lui in una gestualità ricca di significati.

E infinitamente potente è la grandezza di Gesù circondato da piccoli angeli.

Altre giocose creature celesti sono poste alla base della croce, hanno la grazia e la gaiezza spontanea dei bambini.

E ancora altri angeli sono effigiati nella cornice marmorea che circonda la nicchia.

E altri angioletti si librano leggeri nel loro mistico volo attorno alla croce nell’affresco che abbellisce il soffitto della cappella.

Sulla parete sinistra è collocato il dipinto intitolato L’incoronazione di spine di Gian Enrico Waymer, artista vissuto tra la fine del ‘600 e la prima metà del ‘700.

Sulla parete desta si trova invece La deposizione di Jacopo Antonio Boni, anch’egli vissuto vissuto tra la fine del ‘600 e la prima metà del ‘700.

E al centro è posta l’armoniosa scultura di Agostino Storace.

In questa chiesa nei nostri caruggi.

In questo luogo così caro ai genovesi.

Nella Chiesa della Maddalena, dove si ammira la Cappella di San Gerolamo Emiliani e del Crocifisso.

A tutte le donne

“Amate, rispettate la donna. Non cercate in essa solamente un conforto, ma una forza, una ispirazione, un raddoppiamento delle vostre facoltà intellettuali e morali.
Cancellate dalla vostra mente ogni idea di superiorità: non ne avete alcuna.”

Giuseppe Mazzini, Dei Doveri dell’uomo

Parole di fede in Via dei Giustiniani

Camminando nei caruggi si trovano, molto spesso, parole di fede.
Sono negli attributi a Maria, sotto le edicole che ospitano la sua effigie, sono nelle preghiere che accompagnano le immagini dei santi.
E a volte sono incise sopra certi portoni.

Attraversando Via dei Giustiniani e fermandosi davanti al civico nr 3 si trovano scolpite nel marmo alcune parole in francese.
Qui si legge: “Le salut est d. l. croix” e cioè “le salut est dans la croix” che significa la salvezza è nella croce.

Accanto, sopra un’altra porta, troviamo un riferimento al Vangelo.
Qui si legge “S Luc Chap 6 V 31” e andando a ricercare nel Vangelo secondo San Luca il corrispondente versetto troviamo queste parole di Gesù: ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro.

In un antico caruggio di Genova, sotto le persiane aperte e le inevitabili finestre dipinte.

Sono parole di fede nella città vecchia, dove ogni luogo regala nuovi emozionanti stupori.

Le camelie di Villetta Di Negro

E sono tornate a fiorire le camelie nella nostra Villetta Di Negro.

Così leggere e vellutate.

Eleganti, sontuose, regine del giardino nel tempo di marzo.

Dai petali rosa, delicate e magnifiche.

Così sbocciano le camelie dalle foglie lucide.

E ogni bocciolo è un piccolo prodigio.

Dondolano lievi.

E vivaci si beano della luce del sole.

Si stagliano radiose contro l’albero spoglio, annunciando la primavera ormai vicina.

Raffinate e bellissime, gareggiano tra loro superandosi in leggiadria.

Semplici e così perfette.

Una sinfonia di colori e contrasti.

E lo sguardo ritrova alberi carichi di fiori.

Splendide camelie, nel tempo di marzo.

Candide e chiare.

Così colorate, gioiose e vitali.

Dai petali frementi e vellutati.

Sono le camelie di Villetta Di Negro, nel cielo celeste di Genova.

I due birichini all’Acquasola

Loro sono due e a tergo della fotografia una mano gentile ha scritto: i due birichini all’Acquasola.
A vederli così, a dire il vero, sembrano due tipi tranquilli e anche un po’ timidi o scontrosi, se ne stanno in piedi, compiti e composti, in posa per la fotografia.
Sono fratello e sorella, secondo me, si scorge tra loro una certa somiglianza.

Com’è che ci si guadagna il titolo di birichina pur non sembrandolo affatto?
Un cappellino a cloche con i fiori, un grande fiocco sul vestitino, un’espressione imbronciata.

Un braccialettino al polso e poi la manina che stringe qualcosa, mi sono chiesta se si trattasse di un sasso però non ho proprio modo di saperlo.
Che impazienza di tornare a giocare, però, questa faccenda di fare le fotografie fa perdere un sacco di tempo, all’Acquasola si va per divertirsi, non certo per star lì immobili!

Il fratellino più piccolo indossa la sua rebecca, la camiciola bianca, ha persino un fazzoletto nel taschino e si direbbe che non sappia bene come tenere le mani, è impacciato e pure lui, sotto sotto, un vero birichino!

E poi per entrambi calzette bianche, scarpette con il passante e tutta la vita davanti.

A un certo punto, grazie al cielo, terminò il tempo della fotografia e ritornò per loro il tempo della libertà e del gioco: erano i due birichini all’Acquasola.

Santa Maria di Castello: il Polittico dell’Annunciazione

Ritornando nella Chiesa di Santa Maria di Castello vi porto con me ad ammirare un capolavoro di bellezza: il polittico dell’Annunciazione opera di Giovanni Mazone che venne ultimata entro l’anno 1469.
Si tratta di un autentico capolavoro eseguito con perizia e straordinaria bravura e la sua leggiadria risplende di oro.

Nella tavola centrale si ammirano le figure di Maria e dell’Arcangelo Gabriele, sullo sfondo sono scritte a lettere dorate le parole latine pronunciate dall’angelo: Ave grazia plena, Dominum tecum che significa Ave, piena di grazia, il Signore è con te.

Nelle due tavole laterali sono effigiati dei santi.
A sinistra San Giacomo e San Giovanni Battista che regge su un cuscino rosso l’Agnello di Dio.

A destra invece si nota San Domenico con l’abito del suo ordine e accanto lui San Sebastiano.

La ricchezza dell’opera si ritrova poi anche nell’opulenta e raffinata cornice di legno dorato.
Osservando la parte superiore si noterà che vi sono collocati tre quadretti raffiguranti il Calvario e i Santi Giovanni Evangelista e Rocco.

Nella predella invece sono dipinti diversi episodi riferiti alla venuta al mondo di Gesù, dal Matrimonio della Vergine fino alla presentazione al tempio.

E poi, in questa sublime rappresentazione sacra, si ammira la grazia eterea di Maria.
Ha il manto regale, l’abito ricco e fastoso, le perle incorniciano i capelli biondi, il suo velo è impalpabile e prezioso e le sue mani dalle dita sottili sono incrociate sul petto.

Davanti a lei un libro di preghiere, gli sportelli aperti lasciano intravedere altri piccoli volumi.

L’angelo, solenne e magnifico, annuncia così la parola di Dio.

Sullo sfondo, tra le due figure, si scorgono un panorama bucolico e una bella fontana marmorea.

In un insieme di assoluta bellezza e di mistica armonia.

A incorniciare ulteriormente questo capolavoro di lucente bellezza è poi il baldacchino in marmo scolpito da Domenico Gagini.

Così, visitando la bella Chiesa di Santa Maria di Castello, alzate lo sguardo verso la meraviglia del Polittico dell’Annunciazione di Giovanni Mazone.

Marzo: aspettando la primavera

E piano, discretamente, è arrivato marzo.
Preannunciato, come ogni anno, dalla fioritura generosa dei narcisi che sbocciano sul mio terrazzo e per me rivederli è sempre una nuova gioia.

Uno ad uno si aprono al sole.

Dopo aver dormito quieti per lunghi mesi.

E ammirano il mare e l’orizzonte.

Ondeggiando leggeri con la loro leggiadra grazia.

Fiori magnifici, dai petali intrisi di luce.

Gentili testimoni del tempo che verrà.

Finalmente è marzo e con i narcisi aspetto la primavera.

Diventare grandi in Spianata Castelletto

Diventare grandi è sempre un’avventura.
Un gioco di continui entusiasmanti cambiamenti, una scoperta, ogni giorno un nuovo inizio e una nuova cosa da imparare.
Diventare grandi è un’emozione, tenendo stretta la mano della mamma.
E poi correre, scappare, sporcarsi la faccia con il gelato, rialzarsi, sbucciarsi le ginocchia, piangere un po’, ridere forte, nascondersi, saltare, correre giù per le discese, sdraiarsi sui prati, fare le capriole nell’acqua.
Diventar grandi è una faccenda estremamente divertente, dai.
Ed è anche una questione terribilmente seria, a dire il vero.
Si diventa grandi anche pedalando, prima con le rotelle e poi senza, su una bicicletta piccina che racconta questa bellezza qui di crescere e di diventare grandi.
In un pomeriggio tiepido, nella gioia dell’infanzia, in Spianata Castelletto.

Riflessi e geometrie di pioggia

Dopo la pioggia, quando torna il sereno.
Mentre scroscia l’acqua della fontana e nell’azzurro si staglia elegante il Palazzo della Borsa.

Questo è il luogo dove trovare inaspettate geometrie di pioggia e riflessi di magnifiche architetture.

E una sorta di magia scende su ogni cosa.

E poi, percorrendo i portici di Via Dante, l’incanto prosegue.

Eh, so bene che le pozzanghere in realtà sarebbero un disagio ma alla fin fine dipende sempre dal punto di vista.

A volte regalano questa effimera e imprendibile bellezza.

Tra cielo, decori, colonne ed evanescenti riflessi.

Sono le geometrie di pioggia, nel cuore della nostra Genova.