La neve e una certa felicità

Appena pochi anni e una luce negli occhi che racconta una certa felicità.
La neve, la libertà di divertirsi e di scivolare lievi mentre tutto attorno c’è un panorama incantato e magico.
I maglioni pesanti, i berrettini in testa, una sciarpa calda intorno al collo, niente tessuti tecnici e forse non fa neanche tanto freddo visto che si possono impugnare le bacchette senza indossare i guanti!
Eh, è un altro tempo e si sorride così, con le montagne sullo sfondo.

Con i calzettoni pesanti e gli sci ai piedi.
Sulla neve, portando nel cuore una certa grandiosa felicità.

Vico delle Cavigliere: Santa Maria in Aracoeli nei caruggi

Alle spalle di Via del Campo c’è un vicoletto dal toponimo particolare, come ci narra il solito imbattibile Amedeo Pescio.
Vico delle Cavigliere, infatti, prende il suo nome dai fabbricanti di caviglie che erano pezzi di legno usati per fissare i fasciami di bordo.
E in questo luogo così sovente attraversato in anni lontani da esperti marinai è custodita la memoria di un’antica leggenda tramandata anche da Jacopo da Varagine nella sua Legenda Aurea: questa è la vicenda dell’Imperatore Augusto e della Sibilla Tiburtina.

Leggiamo così l’antica pietra seguendo le parole di Jacopo da Varagine che ci narra di Ottaviano Augusto che, davanti agli uomini del Senato che volevano adorarlo come un dio, rispose di essere soltanto un uomo mortale.
E siccome Ottaviano Augusto voleva sapere se un giorno infine sarebbe nato uno più grande di lui, decise di consultare la Sibilla Tiburtina.
Costei impose all’Imperatore un digiuno di tre giorni che terminò “in die Nativitatis Domini, hora meridiana” e cioè a mezzogiorno del giorno della Natività del Signore.
E lassù, alto nel cielo, a quell’ora, Ottaviano Augusto alzò gli occhi verso il sole radioso e vide attorno ad esso un cerchio dorato all’interno del quale si stagliava una Vergine bellissima che stava sopra un altare e teneva un bambino in grembo.
E si udì una voce che diceva: Haec est Ara Coeli e cioè Questa è l’ara del cielo.

La Sibilla Tiburtina allora disse ad Augusto: questo bambino è più grande di te, adora lui.
E in Vico Cavigliere si vede un uomo devotamente inginocchiato: questo è Augusto.
La donna alle spalle di lui rappresenta invece la Sibilla Tiburtina.

Davanti a loro, a terra, una corona e sopra di essa tre parole latine qui poco leggibili: nemo felisior Augustus che significa nessun Augusto fu più felice.

Narra ancora Jacopo da Varagine che Augusto non accettò di essere venerato come un dio e consacrò quell’altare in Campidoglio che venne poi fu chiamato Ara Coeli e lì, dove si trovava prima un tempio di Giunone, sorgerà la Basilica di Santa Maria in Aracoeli.
Nella parte destra della lastra che sovrasta il portoncino si scorge poi un bucolico panorama con colli e alberi.

Così, in un semplice vicoletto genovese, è rappresentata una storia antica.

Nella memoria che resta unita alla pietra, in Vico delle Cavigliere, nei caruggi di Genova.

Attraversando Galleria Mazzini

Una mattina qualsiasi e una prospettiva genovesissima.
Attraversando Galleria Mazzini, con passo leggero.
Con la giacca scura e un sacchetto in una mano, mentre la tonaca ondeggia sospinta dai passi sicuri. Su una spalla uno zainetto nero, forse colmo di preghiere e di buoni pensieri.
Attraversando Galleria Mazzini, nella luce dorata.

Sopra i tetti davanti alla Chiesa della Maddalena

Questa è una storia di tetti, ardesie e cielo azzurro che sovrasta i palazzi di Genova e la Chiesa di Santa Maria Maddalena nel cuore della Genova antica.
E queste vedute privilegiate le ho potute ammirare dalla bellissima dimora di una mia cara amica: sono quei panorami sorprendenti e segreti che si scorgono soltanto da certe altezze, affacciandosi da un terrazzino che ha di fronte la cupola e il campanile della Chiesa della Maddalena.

E tutto attorno la Genova antica con le sue case vetuste e colme di storie.

I palazzi sfiorati dal sole potente.

E le ardesie, i comignoli e altri terrazzini che sfidano l’azzurro.

E lo stupore, la meraviglia, l’unicità assoluta e il raro privilegio di ammirare Genova da un diverso punto di vista.

Una piccola croce si staglia così tra le case.

E il campanile svetta nel cielo chiaro di Genova.

In lontananza, tra i palazzi, si scorge un altro campanile ed è quello della Chiesa del Gesù.

Non conosciamo mai abbastanza le bellezze nascoste della Superba, la ammiriamo alzando lo sguardo ma lassù, dove non sempre possiamo arrivare, c’è un’altra Genova: rara, autentica, discreta, semplicemente stupefacente.

Le case vicine, le finestrelle e gli abbaini.

Il profilo del Teatro Carlo Felice.

E ancora diverse altezze, diverse epoche, diverse vite.
E ardesie, mattoni, tendine bianche, piantine, muri spessi che hanno racchiuso gioie e amori di secoli lontani, talmente tanti da non poterli immaginare.
E ogni esistenza ha lasciato la sua traccia, in qualche maniera.

La grande croce della Chiesa della Maddalena risalta nel turchese straordinario di una giornata limpida e realmente genovese in tutti i suoi colori.

Questa è Genova La Superba, nella magnificenza della sua anima vera, sopra i tetti davanti alla Chiesa della Maddalena.

Luce d’inverno in Via di Santa Croce

La gioia delle giornate limpide è nella bellezza del cielo e nella freschezza frizzante dell’aria, così gironzolando per il centro storico si apprezzano ancora di più le sue meraviglie e le vedute del quotidiano.
E così è l’azzurro d’inverno, in Piazza di Santa Croce.

Scendo verso Via di Santa Croce, una delle strade antiche dove già vi ho portato in passato e a me molto cara, qui si respira davvero l’anima della città vecchia, qui soffia il vento di mare con i suoi sentori salmastri.

E la luce disegna i profili delle case.

In un giorno sorprendente di colori e sfumature.

Toni caldi e aranciati si stagliano nel contrasto con il turchese del cielo.

E lo sguardo trova ancora la bellezza di Salita della Seta, altro luogo ricco di storie e di memorie lontane.

Respirare Genova, la sua intensità e la sua autenticità, qui è per me più semplice che altrove.

Un’antica Madonnetta vigila su noi passanti.

E la si ammira anche in questa prospettiva straordinaria.

Si scende con il passo leggero per Via di Santa Croce.

E si sale affrontando la salita con una certa decisione.

E continuando a scendere, laggiù dove la nostra via si perde in altri caruggi, c’è ancora uno stupore di luce e di cielo, di caruggi, finestre e panni stesi.
Nel tempo d’inverno, in Via di Santa Croce.

Gli sguardi di San Giovanni Battista

Sono sguardi che provengono da epoche distanti, sono sguardi che un tempo addolcivano la quotidianità dei genovesi e che ora sono custoditi nella città dentro la città: il Deposito Lapideo del Museo di Sant’Agostino.
Questo amato museo cittadino è il luogo dove si ritrovano le antiche Madonnette e i sovrapporta dove è effigiato San Giorgio, è il luogo dove si conservano le antiche pietre, i portali di edifici demoliti, i marmi, le ardesie, i capitelli, le statue e le testimonianze di strade che non possiamo più percorrere.
Alcune di queste ricchezze si trovano al Museo, altre sono invece custodite negli spazi del Deposito Lapideo del Museo ed è possibile scoprirle grazie alle visite guidate.
E si incontra lo sguardo benevolo di San Giovanni Battista, questa statua marmorea risalente al XVI Secolo era un tempo collocata nella ormai perduta Chiesa di San Francesco di Castelletto.

Solenne e fiero, San Giovanni stringe a sé l’agnello, secondo l’iconografia classica indossa il mantello e il vello di pecora.

E si staglia nell’armonia perfetta della sua figura ieratica.

Si trova, a poca distanza, un’altra statua di San Giovanni risalente al XVII Secolo e proveniente dall’Ospedale di Pammatone.

Tra le sue mani sicure, come da tradizione, si trova l’Agnello di Dio.

Così, in questo luogo silenzioso e protetto, si ritorna a percorrere le strade di Genova perduta e a ritrovare le sue antiche preziose bellezze.

Sono gli sguardi di San Giovanni Battista, custoditi per noi nel Deposito Lapideo del Museo di Sant’Agostino.

Un amore imperituro

Era un amore intenso e vero.
Era un amore composto di languidi sospiri, tenerezze e dolci corrispondenze.
Un sentimento distante e perduto in un secolo ormai svanito.
Ne è rimasta traccia in alcune cartoline che lui scrisse a lei, dichiarandole la sconfinata grandezza del suo amore.
Da Tiberio alla sua Concettina.

Ricordavo vagamente di aver già sentito questi nomi e in effetti di loro ho già avuto modo di scrivere in questo post dedicato a due cartoline che Tiberio mandò alla sua amata.
Tiberio aveva una certa vena poetica, bisogna riconoscerglielo, in questa terza romantica cartolina così scrive.

Concettina adorata!
L’amore imperituro, il bacio ardente, l’abbraccio appassionato.
Tiberio tuo.

Era un amore potente e sincero, un amore che faceva battere forte il cuore.

Il solito piccoletto di Via Luccoli

Eccolo qua, è sempre il solito piccoletto di Via Luccoli: è di casa da Jacadi, il bellissimo negozio dove si acquistano meraviglie per i più piccini.
E se ne sta in vetrina, naturalmente.
Non è la prima volta che lo rendo protagonista di uno dei miei post ma direi che lo merita pienamente.

Tra l’altro dalla sua postazione è sempre molto attento a tutto ciò che accade.

Non si perde nulla, assolutamente!

Va anche detto che, come è ovvio che sia, alcuni passanti sono per lui più interessanti di altri, ecco.

E così se nei vostri giri vi dovesse capitare di trovarvi da quelle parti fate attenzione, potreste vedere anche voi il solito adorabile piccoletto di Via Luccoli.

Camminando nel passato di Vico della Rovere

Camminando nel passato di Vico della Rovere la memoria del tempo lontano ritorna, ancora una volta inesorabile.
Vico delle Rovere è un breve caruggio stretto che si dipana tra Via David Chiossone e Via Luccoli e prende il suo nome da una famiglia dalla quale provenivano un Serenissimo Doge e ben due Papi.

A parte ciò, il nostro modesto vicoletto ha vissuto in altri tempi giorni ben più luminosi e trafficati.
Pensate che nel 1902, come sempre riporta la mia fedele Guida Pagano, c’erano in Vico della Rovere una valigeria, un tappezziere e una fabbrica di mobili.
La valigeria era del Signor Rezzo e risulta ancora tenacemente presente nel 1926, anno nel quale si aggiunge una società di corrieri e un invitante negozio di salumi.

Eh, anche il vicoletto all’apparenza più insignificante racchiude invece storie nascoste.
Scendiamo un po’, nella penombra si nota un portoncino con davanti qualche scalino.

E sul marmo si leggono le lettere IHS che rappresentano il trigramma di Cristo e ai lati le lettere F e R che evidentemente indicano l’antico padrone di casa.

E ancora, sopra, di nuovo il trigramma di Cristo.

Scendendo ancora si trova poi un antichissimo portale di pietra nera che ancora testimonia antichi fasti ormai perduti.

Quando sono da queste parti passo spesso di qui, vado ad ammirare la scultura che si trova al di sopra di esso e che davvero meriterebbe di essere restituita alla sua originaria bellezza.
Sono qui raffigurati due piccoli putti che reggono uno stemma abraso, al di sopra c’è un ovale che forse racchiudeva qualche immagine sacra.

E sul portale ci sono antiche decorazioni floreali.

Il tempo tutto cambia e muta, rimane identico il cielo racchiuso tra le case alte di questo vicolo genovese.

Nutro sempre speranza che un giorno potrò riportarvi qui e mostrarvi la ritrovata bellezza di questa antica scultura.

Raggiungiamo così la confluenza con Via Luccoli mentre il cielo brilla di una luce evanescente, sfiorando le antiche memorie racchiuse nel nostro Vico della Rovere.