Ricordo di una bella compagnia

E questo è il ricordo di una bella compagnia.
Tutti loro furono ritratti in un luogo dalla quiete bucolica, sui tavolini bottiglie e bicchieri e forse si potrebbe supporre che queste persone si trovassero in qualche località termale celebre per le proprietà delle sue acque.

Baffi, cappello d’ordinanza, cravattino, espressione computa.
Il signore sullo sinistra porta una paglietta e gli occhialini tondi, il suo viso però è parzialmente coperto dal favoloso copricapo della signora seduta lì davanti a lui.

E ancora, il signore in primo piano sfoggia dei bei baffi a manubrio, indossa l’immancabile gilet e stringe tra le mani un bastone da passeggio.
Sullo sfondo certe composte gentildonne ritrose osservano serie verso il fotografo.

E poi gli abiti candidi e il cappello di paglia della ragazzina, il sorriso del bimbetto più piccino e la spavalda sicurezza del bambino ritto in piedi dietro di loro.
E per loro tutta la vita davanti da scoprire.

Era un giorno di un tempo che non so e loro erano là.
Mi ritrovo sempre a domandarmi a cosa stessero pensando coloro che rivediamo nelle immagini del passato lontano e colgo nei loro sguardi, a volte, diverse sensazioni ed emozioni che traspaiono nette e chiare.
E allora provo a trattenerle, a sedermi al tavolo anch’io, a sentir tintinnare i bicchieri durante un brindisi colmo di gioia benaugurante tra tutto coloro che facevano parte di questa bella compagnia.

La musica di un secolo nascente

È la musica di un secolo nascente o forse è soltanto l’illusione di questa melodia a giungere a noi.
Le note più dolci e suadenti potrebbero scaturire dalle corde di un antico strumento retto con questa grazia da una fanciulla.
Lei indossa bracciali d’oro e una collana, ha i capelli acconciati in maniera complicata, potrebbe anche essere una delle Muse.
I fiori, lo stile, la posa, tutto richiama il liberty e il gusto di un’epoca.

I profili, una certa idea di bellezza, la cornice fiorita, la ricercatezza dei dettagli.

Si tratta soltanto di una cartolina spedita in un giorno del 1900, è un semplice cartoncino proveniente dal nostro passato e racchiude così tanta perfetta armonia alla quale non siamo forse più abituati.
Uno stile, un’epoca: la musica di un secolo nascente.

A San Quirico

Era giorno di un tempo lontano, una calligrafia incerta ha lasciato traccia del luogo che fu scenario di questa fotografia, sul retro infatti si legge una scritta a matita: San Quirico.
Era un giorno di una stagione forse tiepida, lo si intuisce dagli abiti leggeri delle persone.
C’è un ragazzino vestito alla marinara, accanto a lui c’è una giovane donna, si coglie una certa somiglianza e così credo che potrebbe trattarsi della sua mamma.
Lei ha quest’abito chiaro rifinito con raffinatezza, indossa l’immancabile cappello e stringe un ventaglio tra le dita, al collo porta una lunga collana e pure da questa epoca moderna, cara signora del tempo passato, comprendo che si tratta di un gioiello favoloso che sarebbe alla moda anche ai nostri tempi e forse viene custodito con cura da qualcuno che sa apprezzarlo.
Era un giorno di un tempo lontano, a San Quirico.

E accanto al ragazzino si nota anche colui che io penso sia il capofamiglia.
Sullo sfondo il panorama e tutto attorno la freschezza della natura di questo scorcio di Liguria.

Questa fotografia ha suscitato il mio interesse per la sua particolare composizione, per la posa a mio parere straordinaria dei tre protagonisti.
Ritti in piedi, così distanziati, avvolti da una sorta di insondabile mistero che mi induce a fantasticare su di loro.
Con questo stile, con questa eleganza.
A mio parere è una fotografia per molti versi eccezionale, la troverei perfetta per la locandina di un film o per la copertina di un libro, è una storia da immaginare.
È il ritratto di loro, in un tempo svanito, a San Quirico.

Sette bambini

Sono sette bambini, stanno in posa e sorridono.
Sono sette bambini, forse sono tutti fratelli o magari si tratta di cuginetti.
Uno dopo l’altro, dal più grande al più piccino, in scaletta.
Al centro ci sono le bambine con i loro abitini deliziosi e raffinati, la più grandicella porta un cappello candido e ha gli occhi grandi e chiari e quell’espressione sognante.
La seconda sembra più timida, mentre la più piccolina sfoggia un sorriso allegro e mi pare che si possa intuire il suo carattere vivace e gioioso.

In cima alla fila ecco il ragazzino più grande con il suo completo alla marinara, dietro di lui c’è una bimbetta dai lineamenti perfetti, ha il nasino all’insù e le labbra a cuore.

Ed ecco infine i più piccolini, il cappellino sul capo, una manina posata sul fianco, una certa impacciata indecisione tipica dell’infanzia.

Sono sette bambini.
Sono sette sorrisi e altrettante speranze e sogni e desideri da realizzare nel tempo che verrà, con tutta la vita davanti.

Gennaio 1923: notizie sul Ristorante Odeon

Questa è una storia di cento anni fa ed emerge dalle pagine del quotidiano Il Lavoro grazie ad un articolo pubblicato il 2 Gennaio 1923 e ad un lettera al Direttore comparsa sulle pagine del medesimo giornale il 3 Gennaio 1923.
Dunque, era appena trascorso il Capodanno e sul quotidiano si dava notizia di certi festeggiamenti costati cari a una bella compagnia di 7 giovanotti.
Questi amici avevano trascorso l’ultimo dell’anno all’esclusivo Ristorante Odeon, il cenone delizioso si era concluso con tre bottiglie di champagne e con un brindisi frizzante e gioioso.
Al momento del conto, però, ecco la sorpresa: ben 936 Lire, una cifra spropositata secondo i sette avventori che chiesero di parlare con il titolare, il Signor Burlando.
Ne nacque uno discussione fin troppo animata durante la quale andarono in frantumi anche bicchieri e bottiglie e alla fine non si giunse ad un accordo.
E insomma, i sette non volevano pagare e così finirono tutti quanti in questura dove, tuttavia, il Burlando ribadì la sua posizione e così i sette dovettero pagare il conto, riservandosi però di rivolgersi nuovamente alle autorità per far valere le proprie ragioni.
Cose di cento anni che avvenivano al Caffè Concerto Ristorante Odeon, un locale molto esclusivo che si trovava in Via Ugo Foscolo, sotto il Ponte Monumentale, ho trovato l’indirizzo esatto sul mio Annuario Genovese Guida Pagano del 1922-1923.

E tuttavia, cari amici, la vicenda non è certo finita qui!
Eh no, infatti il Signor Burlando, piccatissimo per il fatto di essere finito sul giornale per questa spiacevole vicenda, prese carta e penna e scrisse al giornale la sua versione dei fatti.
Ecco così la sua lettera dove il nostro ci tiene a puntualizzare che bottiglie e bicchieri se ne andarono in pezzi non durante la discussione avvenuta con lui ma in precedenza e la spesa non era neppure stata addebitata.
Inoltre il titolare dell’Odeon riferisce che i sette giovanotti (anche definiti i sette simpatici crapulanti) si erano dilettati dalle undici della sera fino all’alba tra musiche e danze consumando pietanze a base di pregiati fagiani e ricercatissime ombrine e brindando con ottimi vini nazionali e il già citato champagne.
Si tratta pur sempre del più bel locale per lo meno d’Italia, dice sempre il proprietario, anche se il giornalista precisa tra virgolette che questa è un po’ un’esagerazione!
E insomma, ecco lì spiegato il conto per chi desidera passare una serata al Cabaret dell’Odeon, scrive il Burlando, del resto l’Odeon prevede anche servizi meno costosi e infatti precisa che all’Odeon ci sono saloni da concerto dove il caffè al tavolino costa 70 centesimi e sul terrazzo di possono gustare una buona pastasciutta e un quarto di pollo a prezzi molto miti.
E così finisce questa vicenda, lasciando a noi genovesi di un altro secolo la curiosità per le eleganze gloriose del Caffè Concerto Ristorante Odeon.
Pensate se con la macchina del tempo potessimo varcare quella soglia e sederci a un tavolo a chiacchierare amabilmente, potremmo anche conoscere il Signor Burlando e farci raccontare da lui le storie dell’Odeon.
Eppure, in un certo senso, possiamo dire che anche i nostri occhi inconsapevoli si sono posati spesso sulla bellezza che accoglieva gli avventori dell’Odeon.
Tutti noi genovesi, infatti, una volta o l’altra abbiamo attraversato i Giardini di Piazza Verdi davanti alla Stazione Brignole e tutti conosciamo le fontane con l’acqua zampillante adornate da sculture sinuose.
Quelle statue sono opera dell’artista Edoardo De Albertis che le realizzò proprio per il Ristorante Odeon come si legge sul volume “Il Mito del Moderno – La cultura liberty in Liguria” nel capitolo curato dalla Dottoressa Caterina Olcese Spingardi.

Le cariatidi rappresentano le stagioni e rispecchiano appieno il gusto e i canoni estetici celebri in quegli anni ‘20.

E così, sotto il sole di Genova e sotto i nostri sguardi distratti ancora rimane parte di quella bellezza perduta e dei fasti del Ristorante Odeon.

I regali più belli

I regali più belli sono quelli che suscitano entusiasmo, stupore e una sorta di meraviglia che da bambini conoscevamo bene.
È la bellezza dell’infanzia, il desiderio di nuove esperienze e di nuove scoperte, da piccoli tutto è diverso.
Giocare, imparare, divertirsi, sbagliare e poi ricominciare.
E credo davvero che fosse proprio così anche per certi piccoletti ritratti in una foto del passato: ecco la gioia di una biciclettina con il campanello che fa drin drin!
Un vestitino alla marinara e tutta la vita davanti.

E un abitino bianco, la cuffietta, una bamboletta da portare in giro sul passeggino.

E poi un cavallino di legno per trastullarsi un po’, con dolcezza.

Un tempo da ricordare, il tempo dei giorni bambini e dei regali più belli.

Gente di Via Giulia

Dopo aver scritto dell’antica Via Giulia ho ritenuto opportuno ritornare in quel passato e rivolgere un pensiero anche a coloro che videro quella strada con i propri occhi.
Gente che attraversò Via Giulia, persone che potrebbero raccontarci una Genova che non conosciamo: è tutta là, nei loro sguardi di un tempo lontano.
Due sposi, loro conobbero Via Giulia, in un giorno che non conosco infatti si recarono con i loro bambini presso lo studio del fotografo Rossi per alcuni ritratti di famiglia che adesso sono io a custodire.
Due sposi: un uomo solido dall’aspetto affidabile, una moglie paziente e gentile.

E una ragazzina che sarà diventata una giovane ambiziosa, è biondina e ha la pelle chiara.

Mano nella mano con la sua mamma.
L’abito bello con un grande fiocco sul davanti, i bottoncini sui polsi, una posa studiata ad arte per la fotografia.
Lei si diverte, io credo, penso alla sua emozione di ragazzina in una giornata distante.

I suoi fratelli, invece, se ne stanno stancamente annoiati su una panchina dello studio.
Obbedienti, certo.
Le loro espressioni, tuttavia, sono decisamente eloquenti.
Il più piccino dei due, a mio parere, è il più vivace ed irrequieto, il più grandicello invece sembra un tipo più tranquillo.

E ancora eccoli tutti insieme per questo ritratto che sarà stato tenuto molto da conto.

E ve li mostro ancora in un’altra fotografia in formato Cabinet come la precedente.
La mano di lei sotto il braccio di lui.
Lui così saldo, rassicurante, un uomo concreto e protettivo.
La sua consorte mi pare, in questo frammento di tempo, assoluta protagonista: lei si racconta con l’espressione degli occhi che svelano la sua modestia, il suo carattere generoso e anche la sua fierezza per la sua bella famiglia.
Un’ombra di timidezza sul viso, gli orecchini piccoli, la spilletta a chiudere il colletto di pizzo e lo sguardo che esprime tutto il suo orgoglio di moglie e di madre.

I due fratellini mi sembrano ancora, di nuovo, irrimediabilmente preda della noia, soprattutto il piccolo che sembra proprio non poterne più di starsene lì.
Magari, per essere stati bravi, avranno poi avuto in premio un zuccherino, chissà!

Il tempo ha cancellato Via Giulia e ha anche lasciato qualche guasto sulla fotografia, alcune macchie adombrano la figura della ragazzina.
Lei se ne sta ritta in piedi, molto seria con il suo fiocchetto sulla testa.

Questo era il tempo felice di una famiglia di Genova.
Non so nulla di loro ma mi è piaciuto fantasticare sulle loro vite e ho anche immaginato che, trascorsi un po’ di anni, avranno ripensato con nostalgia a quel giorno in Via Giulia, alla strada che non c’era più e alle cose che fatalmente cambiano, in un modo o nell’altro.
Quel giorno erano tutti insieme, in un tempo ormai svanito, in Via Giulia.

Camminando nel passato alla scoperta di Via Giulia

Ritorno ancora a portarvi nel nostro passato, in una strada che nessuno di noi ha mai veduto e che merita di essere rammentata: l’antica Via Giulia si estendeva in quella che per noi sarebbe oggi la parte alta di Via XX Settembre e cioè la zona compresa tra l’attuale Piazza De Ferrari e il nostro Ponte Monumentale.
Era una zona che aveva all’epoca un aspetto diverso, la rivoluzione urbanistica operata da Cesare Gamba restituirà ai genovesi una prospettiva completamente differente che ancora oggi si apre davanti ai nostri occhi.
Per raccontare l’antica Via Giulia ho consultato La Settimana Religiosa del Luglio 1899, all’epoca era in corso la realizzazione di Via XX Settembre e la città con il suo attuale aspetto era ancora tutta da immaginare così l’autore dell’articolo che si firma con le iniziali P.L.P. scrive queste parole:

Prima che si perda totalmente il nome e la forma di questa strada vogliamo qui scriverne la descrizione e la storia affinché resti di memoria ai posteri che transiteranno per Via XX Settembre.”

Andiamo quindi a certi tempi lontanissimi: ancor prima della Via Giulia esisteva l’antico Vico del Vento che partiva dalla Piazza San Domenico, zona destinata a divenire poi la nostra Piazza De Ferrari.
Dunque, si era nel 1628 e questo Vico del Vento pare che fosse davvero angusto per le necessità dell’epoca e così il patrizio Giulio della Torre, con deciso piglio imprenditoriale, si fece balenare l’idea di costruire una strada carrozzabile: la strada prenderà il nome da lui e verrà denominata Via Giulia.
La realizzazione non fu immediata, bisognerà attendere infatti il 1642 per l’inizio dell’edificazione di Via Giulia, l’opera fu realizzata non senza difficoltà.
E infatti, come sempre accade quando si tratta di rivoluzioni urbanistiche, non tutti erano contenti.
Eh già, c’erano certi commercianti residenti nel Carrubeo del Vento che non dormivano sonni tranquilli!
Dicevano infatti che questa balzana idea del Della Torre avrebbe danneggiato i loro commerci di panissa, frisceu e farinate.
E così i panissaroti, farinatari e venditori di torte indirizzarono una bella lettera ai Padri del Comune chiedendo di tener conto delle loro necessità e dei loro commerci e le autorità, temendo un poco gradito sciopero dei venditori di farinata, decretarono che venisse disposto per loro un lauto risarcimento.
E così ebbe inizio la costruzione dell’antica Via Giulia.

Via Giulia dalla Porta degli Archi (Ponte Monumentale) verso Piazza De Ferrari

L’autore del magnifico articolo dedicato a Via Giulia ci narra poi della strada già completamente realizzata e della grande soddisfazione dei rappresentanti dell’alta società.
Finalmente c’era una strada ampia, ariosa e adatta alle necessità di quei nobili che si recavano a cavallo in villeggiatura ad Albaro e delle dame che si facevano condurre il portantina alla Chiesa di Carignano.

Con il passare del tempo, tuttavia, i grandi cocchi padronali divennero i mezzi prediletti dai nobili della città per raggiungere Terralba, Sturla o le altre località vicine.
Ed ecco così un nuovo coro di mugugni perché la Via Giulia non era più abbastanza grande e bisognava provvedere in merito: è il 1710 quando il governo dispone che si provveda a un ulteriore allargamento della Via Giulia.
Impresa non facile, va detto che fino alla metà del ‘700 non cessarono le beghe e i litigi, ci volle del bello e del buono per la realizzazione della strada.
Nei tempi successivi, a più riprese, furono operati degli interventi per ampliare e modificare la strada, venne variata anche la pendenza della via: da principio, infatti, salendo verso De Ferrari la Via Giulia aveva una forte pendenza e poi scendeva altrettanto ripidamente sempre verso l’attuale De Ferrari, così scrive sempre l’autore dell’articolo.
Nell’immagine sottostante ecco un dettaglio dalla cartolina che apre questo articolo.
La veduta è presa dalla zona del Ponte Monumentale e laggiù, in lontananza, si scorge Piazza De Ferrari.

Ma guardiamo ancora meglio, i viaggi nel passato meritano una certa attenzione alla quotidianità.
Ecco i molti manifesti appesi al muro, un cavallo intento a fare il suo duro mestiere e una donna che passeggia per questa Genova a noi sconosciuta.

Forse la signora si sta recando alla Farmacia Bignone per qualche acquisto indispensabile.

Fugge via il tempo e lascia appena la sua traccia, c’è un filo sottile da raccogliere per seguire lo svolgimento di certe storie.
Ed ecco ancora un’antica cartolina, qui la prospettiva è differente: stiamo osservando Via Giulia da Piazza De Ferrari.

E guardiamo ancora meglio, andiamo con questi antichi genovesi nella nostra Via Giulia.
Il primo palazzo sulla sinistra è quello dell’Accademia con i suoi portici, davanti c’è un chiosco.
Laggiù, in lontananza, si scorge l’antica Chiesa del Rimedio che merita certamente uno spazio a lei dedicato.

Una strada vibrante di vita, con i suoi negozi, le insegne, i cavalli e i carretti, gli uffici e le case.

La Via Giulia con le sue case alte verrà demolita e al suo posto sorgerà la nostra Via XX Settembre con i suoi portici, i palazzi eleganti e progettati da valenti architetti.
Sorgerà il Ponte Monumentale e quella diversa idea di Genova immaginata da Cesare Gamba diverrà concreta realtà e scenario della quotidianità dei genovesi.

Resterà, nella memoria di alcune generazioni, il ricordo di Via Giulia.
Così semplice, antica, sempre vissuta, una consuetudine perduta.
E qualcuno, magari avrà ricordato con nostalgia certe botteghe scomparse, alcuni scorci cari o alcuni luoghi del cuore.
E sospirando avrà rivolto un pensiero dolce a quella rimpianta strada genovese, come un bambino che corre verso Via Giulia e verso il tempo che lo ha accolto e cresciuto.

Una cartolina per Natalia

È un’atmosfera romantica e c’è una barca a vela che lenta dondola sull’acqua.
E sbocciano i fiori delicati che fanno da cornice al messaggio destinato a lei, Natalia.
E sono parole ferventi d’amore e di assoluta dedizione da Gigi alla sua adorata, forse lui non avrebbe saputo esprimersi meglio e trovare frasi più intense da scrivere a lei e così, in un giorno che non so, acquistò questa cartolina e la indirizzò a lei.
Le scrisse poche affettuose e timide parole, c’era già tutto ciò che lui avrebbe voluto dire.
Lei raccolse la cartolina, forse distrattamente, ma quando la lesse il suo viso si illuminò di una gioia vera e realmente mai perduta, il suo cuore traboccava d’amore per lui.
E quel sentimento vivo e corrisposto era là, in quelle dolce cartolina per Natalia.

Bambini di Genova

Sono due bambini di Genova e così mi sono giunti i loro visetti dolci e innocenti, sono impressi su due fotografie che conservo insieme ad altre che provengono dal nostro passato.
Sono due piccoletti e hanno negli occhi stupore, meraviglia, incertezza, fragilità.
Lei è la bimbetta con i codini, ha questo vestitino che sembra di velluto con delle leziose finiture in pizzo, è biondina e tenera.

Ha le calzine chiare, le scarpette con i bottoncini e con una sorta di pon-pon sopra, tra le mani stringe un piccolo rastrello, certamente a lei lo ha dato il fotografo Svicher, autore di questa fotografia.

Lui invece è il bambino con gli occhi grandi.
Devono avergli detto di stare lì fermo e paziente, immobile per qualche istante e lui davvero ce l’ha messa proprio tutta ed è rimasto così, con questa espressione assorta e stupefatta.

Tra mani sembra stringere un gioco, credo che sia una specie di trottola.

E poi tiene i piedini così a penzoloni e se ne sta lì, sulla poltroncina, nello Studio di Rossi.

Sono due bimbi di Genova, vissuti in un’epoca in cui il tempo dell’infanzia era differente e anche più fragile e ogni istante della vita aveva un ritmo diverso.
Lui era là, in quella stagione, con i suoi scuri spalancati sul futuro e sulla vita.

E c’era anche lei, con la sua dolcezza e i suoi codini, il rastrello e tutta la vita davanti.