La neve e una certa felicità

Appena pochi anni e una luce negli occhi che racconta una certa felicità.
La neve, la libertà di divertirsi e di scivolare lievi mentre tutto attorno c’è un panorama incantato e magico.
I maglioni pesanti, i berrettini in testa, una sciarpa calda intorno al collo, niente tessuti tecnici e forse non fa neanche tanto freddo visto che si possono impugnare le bacchette senza indossare i guanti!
Eh, è un altro tempo e si sorride così, con le montagne sullo sfondo.

Con i calzettoni pesanti e gli sci ai piedi.
Sulla neve, portando nel cuore una certa grandiosa felicità.

Un amore imperituro

Era un amore intenso e vero.
Era un amore composto di languidi sospiri, tenerezze e dolci corrispondenze.
Un sentimento distante e perduto in un secolo ormai svanito.
Ne è rimasta traccia in alcune cartoline che lui scrisse a lei, dichiarandole la sconfinata grandezza del suo amore.
Da Tiberio alla sua Concettina.

Ricordavo vagamente di aver già sentito questi nomi e in effetti di loro ho già avuto modo di scrivere in questo post dedicato a due cartoline che Tiberio mandò alla sua amata.
Tiberio aveva una certa vena poetica, bisogna riconoscerglielo, in questa terza romantica cartolina così scrive.

Concettina adorata!
L’amore imperituro, il bacio ardente, l’abbraccio appassionato.
Tiberio tuo.

Era un amore potente e sincero, un amore che faceva battere forte il cuore.

Camminando nel passato di Vico della Rovere

Camminando nel passato di Vico della Rovere la memoria del tempo lontano ritorna, ancora una volta inesorabile.
Vico delle Rovere è un breve caruggio stretto che si dipana tra Via David Chiossone e Via Luccoli e prende il suo nome da una famiglia dalla quale provenivano un Serenissimo Doge e ben due Papi.

A parte ciò, il nostro modesto vicoletto ha vissuto in altri tempi giorni ben più luminosi e trafficati.
Pensate che nel 1902, come sempre riporta la mia fedele Guida Pagano, c’erano in Vico della Rovere una valigeria, un tappezziere e una fabbrica di mobili.
La valigeria era del Signor Rezzo e risulta ancora tenacemente presente nel 1926, anno nel quale si aggiunge una società di corrieri e un invitante negozio di salumi.

Eh, anche il vicoletto all’apparenza più insignificante racchiude invece storie nascoste.
Scendiamo un po’, nella penombra si nota un portoncino con davanti qualche scalino.

E sul marmo si leggono le lettere IHS che rappresentano il trigramma di Cristo e ai lati le lettere F e R che evidentemente indicano l’antico padrone di casa.

E ancora, sopra, di nuovo il trigramma di Cristo.

Scendendo ancora si trova poi un antichissimo portale di pietra nera che ancora testimonia antichi fasti ormai perduti.

Quando sono da queste parti passo spesso di qui, vado ad ammirare la scultura che si trova al di sopra di esso e che davvero meriterebbe di essere restituita alla sua originaria bellezza.
Sono qui raffigurati due piccoli putti che reggono uno stemma abraso, al di sopra c’è un ovale che forse racchiudeva qualche immagine sacra.

E sul portale ci sono antiche decorazioni floreali.

Il tempo tutto cambia e muta, rimane identico il cielo racchiuso tra le case alte di questo vicolo genovese.

Nutro sempre speranza che un giorno potrò riportarvi qui e mostrarvi la ritrovata bellezza di questa antica scultura.

Raggiungiamo così la confluenza con Via Luccoli mentre il cielo brilla di una luce evanescente, sfiorando le antiche memorie racchiuse nel nostro Vico della Rovere.

Inverno sulla Passeggiata di Nervi

Era ritornata.
Non nella stagione del sole ma nel cuore dell’inverno.
Era ritornata, non vedeva casa ormai da molti anni, dal tempo del suo matrimonio che l’aveva condotta distante, a causa degli impegni lavorativi del suo consorte che lavorava in ambiente diplomatico.
Adele abitava ormai da tempo in una lussuosa dimora parigina dove conduceva una vita agiata e tranquilla ma con il pensiero nostalgico tornava sempre alle sue scogliere, alle agavi aggrappate alle rocce, ai fiori che sbocciavano sotto il sole battente.
E ora era ritornata.
In una fredda giornata di febbraio, sotto un cielo inquieto, nella stagione del freddo.
E così camminava, sulla sua passeggiata, vicino al marito e stretta nel suo cappotto scuro, incurante della gente che la circondava.
E osservava il mare, seguiva l’onda che batteva lieve sulla riva.
Era ritornata.

A casa, nella sua Nervi.
Nel luogo del quale conosceva ogni curva, ogni prospettiva, nel luogo che le restituiva la sua dolcezza come un afflato vitale e rigenerante.
Era ritornata.
Era inverno sulla Passeggiata di Nervi ma era estate nel cuore di Adele.

Le due contadinelle

Loro sono due piccole contadinelle dai lunghi capelli e dagli sguardi stupefatti.

Una porta un fazzoletto al collo, orecchini minuti e una collanina che pare di corallo, sul capo ha una serie di fiocchi lucidi e vezzosi.

Anche l’altra bimba ha un copricapo con un grande fiocco, poi sembra che ci siano delle decorazioni a forma di fiore, dalla sua collanina pendono tanti ciondolini.

Le due contadinelle stringono tra le dita fiorellini delicati.

E sono vestite di chiaro, hanno le calze bianche e le scarpette belle, ognuna indossa un grembiulino e ognuna porta un cestinetto sottobraccio.

Vennero ritratte nello studio del fotografo Erminio Zanollo, non penso di sbagliare nel sostenere che le due bimbe fossero mascherate per Carnevale.
Con questa dolcezza, loro erano le due contadinelle.

Genova, 1926: le favolose botteghe di Vico alla Chiesa delle Vigne

Ritornando a camminare nel passato andiamocene per caruggi e nel lontano 1926, a guidarci alla scoperta di alcune botteghe della città vecchia sarà come sempre la mia fidata Guida Pagano, impareggiabile mezzo per andare alla scoperta degli anni perduti.
E così, sotto una striscia di cielo racchiusa tra i palazzi di Vico alla Chiesa delle Vigne, inizia il nostro viaggio.

Vico alla Chiesa delle Vigne è quel vicoletto che si snoda laggiù, tra le case alte, oltre Campetto.

E lo percorriamo insieme, non senza curiosità, perché il viaggio a ritroso nel tempo ci riserverà molte entusiasmanti sorprese.

Vedrete i negozi chiusi perché sono passata da queste parti in un giorno festivo, ai nostri tempi queste attività hanno naturalmente nuove destinazioni.
In questo anno 1926 ad accoglierci al civico 6 e 8 rosso è la signora Mary Mignanego, proprietaria di una fornitissima merceria dove mi perdo tra le scatole di bottoni, i nastri e le passamanerie.
La signora Mary sorride bonaria, è abituata alla clienti esigenti ed ha affinato ormai una certa pazienza.

Più oltre, sotto il cielo lucente della Superba, altre magnifiche botteghe attirano la mia attenzione.
Ci sono le tele raffinate della signora Isabella e le curiose chincaglierie del Signor Comparetti, una baraonda di ninnoli, statuine, specchi e porcellane deliziose, c’è da perdersi davanti alla vetrina!

E intanto eccoci arrivati in prossimità dell’ingresso laterale della Chiesa delle Vigne, abbiamo fatto appena pochi metri e già abbiamo veduto meraviglie!

Stiamo raggiungendo il secondo tratto del nostro vicoletto e lo sentite questo dolce sentore di gelsomino frammisto talco?
È una dolcezza delicata e di certo proviene dalla Profumeria Ligure che tiene in vetrina tutti quegli eleganti flaconi colmi delle sue ricercate fragranze.
Proverò un profumo alla violetta, una vera raffinatezza!

Le botteghe dei caruggi, una dopo l’altra, raccontano un mondo e coloro che lo abitano.

Al civico 22 rosso è tutto un trionfo di eleganze: questo è il regno dei Fratelli Garbarino che qui vendono i loro pregiatissimi tessuti.

E ancora ecco il negozio del Signor Dellepiane che vende biancherie ed è specializzato in corredi per neonato e abiti da comunione, la vicinanza della Chiesa è chiaramente un bel vantaggio e il negozio è un tripudio di pizzi e veli.

E così eccoci arrivati al termine del nostro vicoletto che sbuca in Piazza delle Vigne, da qui in poi inizia un’altra storia.

Qui svetta la magnifica Basilica che si affaccia in questa bella piazza genovese.

Siamo arrivati qui attraversando un caruggio modesto eppure ricco di tante vicende umane, reso allegro dalle voci dei commercianti e dei loro clienti, reso unico da quelle vetrine scintillanti e ricche di articoli particolari.

Camminando nel passato di Genova, in un giorno qualunque del 1926, in Vico alla Chiesa delle Vigne.

Quattro amici e un monumento

Sono quattro: quattro amici, secondo me, mi piace pensarli così.
Quattro cuori, quattro giovani uomini, quattro teste pensanti, quattro pagliette secondo la moda del tempo.
Seduti, tutti e quattro, su una panchina.
Con un giornale sulle ginocchia, per tenersi aggiornati.
Discutendo amabilmente di questo o quell’altro argomento, come si fa tra amici nel tempo del relax.
Quindi loro sono quattro amici.

E alle loro spalle c’è un celebre monumento, è la scultura di Giulio Monteverde dedicata al Duca di Galliera, oggi sita sulla rotonda di Carignano e all’epoca invece collocata nella zona della Stazione Marittima.
Là dietro, sullo sfondo, l’affascinante complesso del Miramare.
È un tempo lento, non lo disturba il fragore del traffico, tutto pare tranquillo e quieto.
È un istante perfetto: quattro amici e un monumento.

Le trombette di Achille Testa

Ritornando nel nostro passato vi porto ancora una volta nello studio del bravo fotografo Achille Testa, uno dei più talentuosi nel ritrarre i più piccini cogliendo il loro candore e il loro naturale stupore.
Achille Testa nel suo studio genovese custodiva un tesoro di accessori come giochi, bambole, animaletti, un leggendario cavallino di legno e molto altro ancora, mi immagino il suo capiente armadio colmo di oggetti da utilizzare per le sue fotografie.
E tra le altre cose Achille Testa aveva anche alcuni strumenti musicali come le trombette.
Quindi ecco qui un piccoletto con un grande cappello calcato sul capo, gli occhi sgranati di meraviglia e la trombetta tra le mani.

Lui invece si chiama Enrico e anche lui stringe una trombetta, Enrico è un po’ più grandicello, è biondino e se ne sta obbediente a farsi ritrarre dal bravo fotografo.

Poi c’è una bimba e anche lei regge la sua trombetta sulla quale è attorcigliata una graziosa passamaneria.

È la musica di un tempo lontano e risuona come una memoria da non dimenticare.

E anche sulla terza trombetta si nota una delicata passamaneria.

Tre bambini è ognuno con la sua trombetta.
Ecco la piccina in piedi sul divanetto con il suo abitino bianco rifinito di pizzi delicati e il sorriso timido.

Enrico con la frangetta bionda e lo sguardo che cerca il futuro.

E poi il più piccino di tutti, con giacca pesante coi bottoni lucidi, un cappello importante e un morbido cuscino sul quale sedersi.
Una trombetta tra le manine e tutta la vita davanti.

Genova, 1899: le ricercate eleganze dei Magazzini Cabella

Ritornando a camminare nel nostro passato, cari amici, attraversiamo lo scorcio di un secolo che giunge al suo termine: nell’anno 1899, nella Superba, i gloriosi Magazzini Cabella sono fornitissimi di tutti i capi all’ultima moda per la gioia della più esigente clientela.
E allora andiamocene verso San Siro, scoprireremo così le molte occasioni proposte dai signori dei Magazzini Cabella.

Innanzi tutto costoro si sono riservati due pagine intere sul Lunario del Signor Regina, sanno bene come farsi conoscere!
E per dare un’esempio dei capi eleganti in vendita ai magazzini ci sono anche degli accurati disegni per la contentezza delle più ambiziose signorine.

Come recita il citato Lunario, qui si trovano tutti gli articoli inerenti alla confezione e guarnizione d’abiti, capi esclusivi, cappelli alla moda, sciarpe, veli e pizzi Chantilly.
Così le signore e signorine abbigliate con i capi dei Magazzini Cabella si distinguono tra tutte, altroché!

Certo anche per i signori uomini c’è una vasta scelta.

Ed è sempre una squisita questione di stile.

Aggiungo poi anche che ai Magazzini Cabella si trovano macchine da cucire d’ogni sistema a mano e a pedale, guarnizioni d’abiti da signora e da uomo e persino manichini da donna, uomo e ragazzo quindi è ovvio che i Magazzini Cabella forniscono i negozi e sicuramente si tratta dei negozi più belli della città.
E così trovandovi in centro città, in un giorno di questo radioso 1899, se per caso doveste incontrare qualche gentiluomo vestito di tutto punto proprio come si conviene, statene certi, il suo outfit proviene dai gloriosi Magazzini Cabella.

Con il cappottino bello

Lei è una bella bambina vestita di tutto punto, ben coperta perché fuori fa molto freddo e allora le hanno messo il cappottino bello.
Così eccola lì, con quel cappottino vezzoso, gli occhi celesti, un sorriso un po’ timido e un cappellino a coprirle bene la testa.

E secondo l’uso del tempo ha le scarpette scure e le ghette chiare come il cappottino.

Lei è una bimbetta di Bologna, ritratta nello Studio Fotografico La Serenissima.
In un certo tempo del passato negli studi dei fotografi di tutte le città italiane c’era una seggiolina o magari una poltroncina con il bracciolo, arredi usati spesso proprio per immortalare i più piccini.
Come lei, con il cappottino bello e tutta la vita davanti.