Una bella gita di primavera

E venne il tempo di una bella gita di primavera.
Tutti insieme, sotto il sole tiepido che riscalda la pelle, seduti sull’erba e sempre con una certa garbata eleganza, con grazia e rilassatezza.
E tra tutti loro non manca l’amico a quattro zampe, naturalmente.

Una paglietta, un bastone da passeggio per camminate più sicure.
E gli abiti che segnano la vita e l’immancabile parasole per difendere la carnagione candida.

Come sempre accade con le fotografie d’epoca anche in questo caso c’è una persona in particolare che cattura la mia attenzione: è lei, la ragazza con l’abito chiaro, i capelli raccolti e gli occhialini tondi.
Forse è timida e molto studiosa, forse suona il pianoforte e si diletta con il ricamo e la mamma le ricorda sempre di non sforzare gli occhi e di avere cura di se stessa.

Questa fotografia è un ritratto di famiglia che comprende diverse generazioni, un affetto autentico unisce tutte queste persone con un legame indissolubile.

Erano istanti felici, era il tempo di una bella gita di primavera, un tempo da ricordare.

Provetti automobilisti e non solo

Ecco qua ancora due provetti automobilisti, ve li avevo preannunciati!
Eh già, proprio come le due divertite signorine, anche questi giovanotti amano le spericolate avventure al volante.
Ora, trattandosi nuovamente di un’automobile di cartone, direi che i viaggi sono più che altro di fantasia ma i due prodi marinai mi sembrano abbastanza allegri, non pare anche a voi?

I due amici vennero immortalati dal fotografo Giuseppe Laganà, sicuramente molto noto per i suoi prezzi modicissimi e anche per quei ritratti in carta al platino consegnati in soli tre minuti, suo metodo brevettato.
Il nostro invita inoltre a guardarsi dalle imitazioni, ci mancherebbe altro.
E dove aveva il suo studio il nostro bravo professionista? Ah, un giorno qui e l’altro là, infatti si legge chiaramente nell’ultima riga che il suo è un Primario Stabilimento Fotografico Viaggiante e quindi egli si spostava da una parte all’altra trascinandosi dietro la sagoma di cartone dell’autovettura e chissà che altro!

Di preciso il bravo fotografo doveva avere un debole per i mezzi di trasporto, ecco infatti una piccoletta con un vestitino di Sangallo, un cappellino di paglia, le manine salde sul manubrio di un triciclo e tutta la vita davanti.

Per i seri e compiti giovanotti invece c’era appunto la mirabilante automobile, un prodigio di un’epoca lontana!
Tutto questo presso il Primario Stabilimento Fotografico Viaggiante di Giuseppe Laganà, per la gioia di grandi e piccini.

Al volante

Sono due amiche intrepide, allegre e sorridenti.
Sono elegantissime, con il busto che segna la loro vita sottile, indossano abiti di buon taglio e camicette candide, portano i gioielli minuti e raffinati.
E sfoggiano ricercati cappelli arricchiti da nastri, pizzi e applicazioni floreali.
Sono due amiche e una regge saldamente un volante, chissà dove le condurrà il viaggio della vita!

Di certo il tempo che verrà presenterà loro strade tortuose ma le due amiche sapranno percorrerle insieme, con coraggio e fiducia.
La fotografia risalente ai primi del ‘900 è opera di Luigi Guerra, fotografo milanese che per i suoi meriti artistici fu premiato con la medaglia d’oro all’Esposizione Internazionale del 1906.
La vettura a bordo della quale paiono ritratte le due giovani altro non è che un curioso artifizio d’antan e cioè una riuscita sagoma forse di cartone o magari di legno sapientemente dipinta, non crediate poi che tale stratagemma fosse esclusivamente riservato alle signorine, ho alcune fotografie di gagliardi giovanotti ugualmente immortalati nella medesima posa!
In questo caso a tergo della cartolina, sono riportate anche le nostalgiche parole in memoria di quel giorno felice e così si legge:

“Carissima Rita, ti rammenti di questo scherzo? Ci rassomiglia o no? A destra è un’amica ed a sinistra è la tua Maria che ricordandoti viene a portarti tante cose belle ed affettuosissime.”

E così, con tutta la gioia e l’entusiasmo della giovinezza, ecco qua Maria e la sua amica, a bordo della loro rombante automobile.

Genova, 1926: la bottega dei Fratelli Canepa

Ritorniamo nel passato di Genova, siamo nel 1926 e ce ne andiamo a far compere nei nostri caruggi.
Un passaggio rapido di nuvole e il cielo turchese, sapete riconoscere il luogo nel quale ci troviamo?

Percorriamo un altro tratto di strada, dove ci sovrasta un magnifico incrocio di vicoli, uno di quei luoghi autentici della Superba.

Benvenuti in Canneto il Lungo, luogo amatissimo dai genovesi tutti, qui si coglie l’anima semplice e vera della città.
Botteghe e fastosi palazzi, quotidianità e grandiosità e una sapiente armonia.

Andiamo avanti con fiducia, la nostra meta è il fornitissimo negozio dei Fratelli Canepa, abili commercianti che hanno cura della loro clientela.
Qui tutti vengono accolti con un sorriso e con disponibilità: i Fratelli Canepa hanno una bella macelleria al 18 rosso di Canneto il Lungo.
E sapete, all’epoca la concorrenza doveva essere notevole, da quanto risulta dalla mia Guida Pagano dell’anno 1926.
Su queste pagine infatti si legge che in quell’anno in Canneto c’erano altre nove macellerie e quindi le massaie che andavano in giù per far compere avevano una bella scelta, ah sì!
Di conseguenza i negozianti dovevano essere abili nel fidelizzare la propria clientela, secondo me i Fratelli Canepa lo sapevano bene!

Ogni volta che cammino in centro ormai osservo la città vecchia in altra maniera, certo tracce e piccoli indizi anche insignificanti che possano in qualche modo condurmi nel passato.
E così, notando un antico negozio sono andata a cercare notizie di questa bottega del tempo passato e vi ho portato ancora una volta con me, nel magnifico negozio dei Fratelli Canepa in Canneto il Lungo.

Dalla stessa parte

Eccoli qua, loro sono due piccoletti teneri e vispissimi, hanno quella luce negli occhi che racconta proprio una certa vivacità.
E se ne stanno lì, buoni buoni, così vicini.
Devo ammettere che appena li ho visti ho sorriso, è stato inevitabile.
E poi, mi sono domandata se questi due fosssero gemelli o magari cuginetti, è una bella domanda alla quale non so rispondere, direi però che sembrano coetanei.
E poi, subito dopo, un preciso particolare ha suscitato la mia curiosità: i due piccoletti guardano dalla stessa parte.
Sì, erano tempi diversi ma i bambini in realtà sono uguali in qualunque tempo e come poteva fare il bravo fotografo Barone a far rimanere questi due in posa per la fotografia? Un bel problema, ma non certo per un professionista come lui!
E quindi, facendo una personale supposizione, credo di poter sostenere che i due piccoletti guardano verso un punto che attira la loro attenzione: e in quel punto c’è una persona cara, magari una mamma amorosa o un papà affabile che cerca di distrarli.
Non mi è nemmeno tanto difficile immaginare la scena, a dire il vero.

Sì, poi che dolcezza questi due!
Con quelle cuffiette tutte pizzi e fiocchi, con gli abitini candidi e vaporosi e le manine piccine.
Con gli occhi spalancati sul tempo che verrà portando piccole, nuove gioie.
Lì, seduti, con tutta la vita davanti.
E mi piace pensare che la vita sia stata gentile con loro e che siano cresciuti insieme, aiutandosi reciprocamente e ascoltandosi e che siano diventati grandi  guardando ancora dalla stessa parte.

La neve e una certa felicità

Appena pochi anni e una luce negli occhi che racconta una certa felicità.
La neve, la libertà di divertirsi e di scivolare lievi mentre tutto attorno c’è un panorama incantato e magico.
I maglioni pesanti, i berrettini in testa, una sciarpa calda intorno al collo, niente tessuti tecnici e forse non fa neanche tanto freddo visto che si possono impugnare le bacchette senza indossare i guanti!
Eh, è un altro tempo e si sorride così, con le montagne sullo sfondo.

Con i calzettoni pesanti e gli sci ai piedi.
Sulla neve, portando nel cuore una certa grandiosa felicità.

Un amore imperituro

Era un amore intenso e vero.
Era un amore composto di languidi sospiri, tenerezze e dolci corrispondenze.
Un sentimento distante e perduto in un secolo ormai svanito.
Ne è rimasta traccia in alcune cartoline che lui scrisse a lei, dichiarandole la sconfinata grandezza del suo amore.
Da Tiberio alla sua Concettina.

Ricordavo vagamente di aver già sentito questi nomi e in effetti di loro ho già avuto modo di scrivere in questo post dedicato a due cartoline che Tiberio mandò alla sua amata.
Tiberio aveva una certa vena poetica, bisogna riconoscerglielo, in questa terza romantica cartolina così scrive.

Concettina adorata!
L’amore imperituro, il bacio ardente, l’abbraccio appassionato.
Tiberio tuo.

Era un amore potente e sincero, un amore che faceva battere forte il cuore.

Camminando nel passato di Vico della Rovere

Camminando nel passato di Vico della Rovere la memoria del tempo lontano ritorna, ancora una volta inesorabile.
Vico delle Rovere è un breve caruggio stretto che si dipana tra Via David Chiossone e Via Luccoli e prende il suo nome da una famiglia dalla quale provenivano un Serenissimo Doge e ben due Papi.

A parte ciò, il nostro modesto vicoletto ha vissuto in altri tempi giorni ben più luminosi e trafficati.
Pensate che nel 1902, come sempre riporta la mia fedele Guida Pagano, c’erano in Vico della Rovere una valigeria, un tappezziere e una fabbrica di mobili.
La valigeria era del Signor Rezzo e risulta ancora tenacemente presente nel 1926, anno nel quale si aggiunge una società di corrieri e un invitante negozio di salumi.

Eh, anche il vicoletto all’apparenza più insignificante racchiude invece storie nascoste.
Scendiamo un po’, nella penombra si nota un portoncino con davanti qualche scalino.

E sul marmo si leggono le lettere IHS che rappresentano il trigramma di Cristo e ai lati le lettere F e R che evidentemente indicano l’antico padrone di casa.

E ancora, sopra, di nuovo il trigramma di Cristo.

Scendendo ancora si trova poi un antichissimo portale di pietra nera che ancora testimonia antichi fasti ormai perduti.

Quando sono da queste parti passo spesso di qui, vado ad ammirare la scultura che si trova al di sopra di esso e che davvero meriterebbe di essere restituita alla sua originaria bellezza.
Sono qui raffigurati due piccoli putti che reggono uno stemma abraso, al di sopra c’è un ovale che forse racchiudeva qualche immagine sacra.

E sul portale ci sono antiche decorazioni floreali.

Il tempo tutto cambia e muta, rimane identico il cielo racchiuso tra le case alte di questo vicolo genovese.

Nutro sempre speranza che un giorno potrò riportarvi qui e mostrarvi la ritrovata bellezza di questa antica scultura.

Raggiungiamo così la confluenza con Via Luccoli mentre il cielo brilla di una luce evanescente, sfiorando le antiche memorie racchiuse nel nostro Vico della Rovere.

Inverno sulla Passeggiata di Nervi

Era ritornata.
Non nella stagione del sole ma nel cuore dell’inverno.
Era ritornata, non vedeva casa ormai da molti anni, dal tempo del suo matrimonio che l’aveva condotta distante, a causa degli impegni lavorativi del suo consorte che lavorava in ambiente diplomatico.
Adele abitava ormai da tempo in una lussuosa dimora parigina dove conduceva una vita agiata e tranquilla ma con il pensiero nostalgico tornava sempre alle sue scogliere, alle agavi aggrappate alle rocce, ai fiori che sbocciavano sotto il sole battente.
E ora era ritornata.
In una fredda giornata di febbraio, sotto un cielo inquieto, nella stagione del freddo.
E così camminava, sulla sua passeggiata, vicino al marito e stretta nel suo cappotto scuro, incurante della gente che la circondava.
E osservava il mare, seguiva l’onda che batteva lieve sulla riva.
Era ritornata.

A casa, nella sua Nervi.
Nel luogo del quale conosceva ogni curva, ogni prospettiva, nel luogo che le restituiva la sua dolcezza come un afflato vitale e rigenerante.
Era ritornata.
Era inverno sulla Passeggiata di Nervi ma era estate nel cuore di Adele.

Le due contadinelle

Loro sono due piccole contadinelle dai lunghi capelli e dagli sguardi stupefatti.

Una porta un fazzoletto al collo, orecchini minuti e una collanina che pare di corallo, sul capo ha una serie di fiocchi lucidi e vezzosi.

Anche l’altra bimba ha un copricapo con un grande fiocco, poi sembra che ci siano delle decorazioni a forma di fiore, dalla sua collanina pendono tanti ciondolini.

Le due contadinelle stringono tra le dita fiorellini delicati.

E sono vestite di chiaro, hanno le calze bianche e le scarpette belle, ognuna indossa un grembiulino e ognuna porta un cestinetto sottobraccio.

Vennero ritratte nello studio del fotografo Erminio Zanollo, non penso di sbagliare nel sostenere che le due bimbe fossero mascherate per Carnevale.
Con questa dolcezza, loro erano le due contadinelle.