Antonio Mosto, condottiero dei Carabinieri Genovesi

Torniamo ai giorni eroici, al tempo in cui si fece l’unità d’Italia e mescoliamoci ancora alla folla tonante dei prodi al seguito del Generale Garibaldi nella sua impresa leggendaria.
Tra quei cuori battenti di patriottismo c’è anche un genovese da tempo dedito all’attività politica: il suo nome è Antonio Mosto ed è nato nel 1824 in una famiglia di commercianti, già dal 1848 è animato da ideali democratici.
Profondamente legato a Giuseppe Mazzini, nel 1852 è tra i fondatori della Società del Tiro Nazionale dove si addestreranno coloro che intendono votarsi alle battaglie per l’indipendenza, qui si troveranno anche i suoi amici Francesco Bartolomeo Savi e Antonio Burlando e poi Nino Bixio e molti altri ancora.
Mosto stesso è un tiratore eccelso e proprio alla Società del Tiro Nazionale nascerà il Corpo dei Carabinieri Genovesi.
Nel 1857 partecipa all’organizzazione della fallimentare spedizione di Carlo Pisacane e mentre il suo amico Savi verrà incarcerato, Mosto sarà condannato a morte come Mazzini ma riuscirà a scappare e a raggiungere l’ Inghilterra dove troverà diversi esuli che condividono i suoi ideali patriottici, quel fervore accompagnerà Mosto per gran parte della sua vita.
Tornerà nella sua Genova e il suo destino seguirà quello del Generale Garibaldi: Mosto addestra i volontari che sono dotati di armi ad altissima precisione e quando giunge il 5 Maggio 1860 è tra le fila dei prodi con i suoi carabinieri.
Da quel passato ascoltiamo la voce di un cronista e attento testimone, Giuseppe Cesare Abba che nel suo volume “Da Quarto al Volturno” così ci ha tramandato il ritratto del giovane Mosto:

“Camminavano adunque i Carabinieri genovesi alla testa della colonna, e innanzi, loro comandante, andava Antonio Mosto, che mostrava più anni assai di quelli che aveva. Barba piena e lunga, portamento incurante di parere, sguardo acuto ficcato lontano traverso gli occhiali a suste d’oro; era qualcosa tra un asceta e un archeologo che da quelle parti andasse cercando ove fu Segesta. Quel che valesse per fegato e cuore, chi non lo sapeva, lo indovinava.”

Antonio Mosto – dettaglio di ritratto di ignoto
Opera esposta a Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano

Accanto a lui il suo amico di una vita intera, un genovese che è tanto caro anche a me:

Al fianco al Mosto e suo luogotenente marciava Francesco Bartolomeo Savi, uomo piuttosto sopra che sotto la quarantina, filosofo e classicista, mazziniano come lui, per altezza di sentire, e austerità di vita uno dei più somiglianti al Maestro.”

Francesco Bartolomeo Savi
Opera esposta a Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano

E ancora, altre parole per tratteggiare il ritratto del nostro eroe:

“Tutti i Genovesi che hanno carabina, forse quaranta, formano un corpo di Carabinieri. Il loro capitano Antonio Mosto chi lo volesse dipingere, è una bella testa di filosofo antico. Di modi e di fisionomia austero, pare uno che abbia fatto penitenza sino ad oggi, per affrettare la resurrezione d’Italia. È conosciuto per coraggiosissimo; e infatti come potrebbe non esserlo, se quei giovani lo tengono per primo?”

Divisa dei Carabinieri Genovesi
Museo del Rosorgimento – Istituto Mazziniano

Con questo sentito fervore questi uomini partiranno per quell’avventura che ci ha lasciato in eredità la nostra nazione.
Antonio Mosto partecipò ad innumerevoli battaglie, da Palermo a Milazzo, con lui il suo corpo dei Carabinieri Genovesi fu vittorioso a Calatafimi e nella battaglia del Volturno, sono molti gli episodi dove figura il suo nome e molti sono i luoghi genovesi nei quali troverete traccia di lui e delle sue imprese.
Entrando nel’atrio di Palazzo Tursi troverete sulla destra una lastra marmorea dedicata alla Società del Tiro Nazionale che si trovava alla Foce e che un tempo era là collocata, su di essa si commemorano i carabinieri deceduti nelle guerre di indipendenza.
Scorrendo quei nomi troverete anche il fratello di Antonio, Carlo Mosto, caduto eroicamente in battaglia.

Un busto dedicato al Colonnello Antonio Mosto è collocato poi a Villetta Di Negro, venne inaugurato nel 1894.

Spostiamoci poi in Via di Vallechiara, così rischiarata dal sole lucente.

Una lapide commemorativa è affissa sulla casa dove visse Antonio Mosto.

La lapide venne realizzata nel 1907, in occasione del centenario della nascita di Garibaldi.
Rammenta ai posteri le gesta di Mosto.

E nella scultura restituisce la tempra e la fierezza di questo patriota.

Non distante da Via di Vallechiara vi è poi il Museo del Risorgimento dove sono custoditi, oltre al ritratto, anche i cimeli della vita di Antonio Mosto.
Una sezione è infatti dedicata ai Carabinieri Genovesi e qui trovate il kepi da carabiniere di Mosto, la sua spada e la sua sciabola.

Sono esposte anche le sue pistole.

Antonio Mosto dedicò gran parte della sua vita all’impegno politico, spendendosi su più fronti e non solo sul campo di battaglia, in uno dei suoi combattimenti riportò anche una grave ferita.
Si spense nella sua città in un giorno d’estate del 1890 e a Genova riposa, nel Cimitero Monumentale di Staglieno a poca distanza dal luogo del sonno eterno di Giuseppe Mazzini.
La sua tomba è purtroppo poco curata e a malapena si leggono le parole scritte in sua memoria che lo celebrano come condottiero dei Carabinieri Genovesi in tutte le pugne per l’unità d’Italia.

Al luogo del suo ultimo sonno sarebbe dovuta maggiore cura.

Fu un genovese coraggioso, prode condottiero di quei carabinieri che portò con sé in nome di un ideale che ardeva nel suo spirito.

Li comandava Antonio Mosto, tutto di Mazzini, uomo non molto sopra i trent’anni, ma che ne mostrava di più: barba piena, lunga, sguardo acuto, ficcato lontano come per guardare se al mondo esistesse il bene quale ei lo sentiva in sè. Quanto al coraggio, era per lui cosa tanto naturale, che non poteva credere vi fosse altri che non ne avesse.

Giuseppe Cesare Abba – Storia dei Mille

Antonio Mosto – ritratto di ignoto
Opera esposta a Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano

Il generale inverno

Il generale inverno arriverà cavalcando tumultuosamente, attraverserà pianure spazzate dal vento gelido e boschi innevati, con il suo mantello sfiorerà i rami degli alberi lasciando dietro di sé la traccia del suo percorso.
Il generale inverno non teme ghiaccio, pioggia, turbine o tempesta, è un cavaliere indomito e temerario, non lo ferma il gelo pungente e neppure una terribile tormenta.
Procede spedito, sotto al cielo plumbeo e minaccioso, lasciando alle sue spalle l’autunno e inaugurando così la stagione del freddo.
Il generale inverno giungerà alle porte della Superba e troverà nella piazza dei genovesi un altro generale in sella al suo destriero.
Passerà accanto all’abete addobbato a festa, poi scenderà giù davanti al mare inquieto dai toni d’argento e dalla superficie increspata.
E sarà così il suo tempo, il tempo del generale inverno.

Antonio Andrea Erede: patriota e mazziniano

Questa è la storia di un genovese di nome Antonio Andrea Erede, ardente patriota e mazziniano.
Nato nel 1820, Erede fu educato fin da bambino al patriottismo e nel 1844 si guadagnò la patente di Capitano di Lungo Corso che gli venne rilasciata dal Contrammiraglio Giorgio Mameli all’epoca presidente della commissione esaminatrice e padre dell’eroico Goffredo.
Un filo sottile unisce il destino di Erede e quello di Mameli: Goffredo morirà a Roma il 6 Luglio 1849, dopo essere stato ferito gravemente durante l’assedio della città e ad assisterlo negli ultimi giorni della sua breve vita ci sarà anche Antonio Erede.
Indomito difensore della libertà, Erede è tra le fila di coloro che a Genova contrastano l’attacco dei bersaglieri di La Marmora nelle ore furenti del 1849 e lo troviamo a valorosa difesa della barricata di San Tommaso.
Si unisce poi al Generale Avezzana e parte quindi alla volta di Roma dove sarà tra i combattenti che credono negli ideali Mazzini e della Repubblica Romana.
E qui Erede si distingue quale Ufficiale di Stato Maggiore in quei giorni di gloria e di furore.

Entrata di Mazzini in Roma nel 1849
Illustrazione tratta dal libro Della Vita di Giuseppe Mazzini
di Jessie White Mario

Volume di mia proprietà

Dopo la caduta della Repubblica Romana, Erede si stabilisce a Costantinopoli dove rimarrà per qualche anno.
In seguito lo ritroveremo a Londra ancora al fianco di Giuseppe Mazzini.
Esiste una lettera di Mazzini indirizzata a Erede e datata ottobre ‘57 (da me reperita in una raccolta della Società Ligure di Storia Patria) nella quale Mazzini usa queste parole:

“Mio caro Erede, noi non ci siamo visti che una volta, ma tra compatrioti e patrioti una stretta di mano concede diritti al di là del formalismo sociale.”

Gli affida poi il suo amico Giacomo Profumo che appunto aveva partecipato ai falliti moti del ‘57 ed era poi fuggito a Londra.
Antonio Erede diventerà il segretario di Giuseppe Mazzini e rimarrà con lui a Londra fino 1860.

Instancabile e indomito in quell’anno fatale parte alla volta della Calabria in aiuto ai preparativi della Spedizione dei Mille.
A lui venivano affidati gli incarichi più delicati: ad esempio venne inviato da Ignazio Florio a rinnovare le cambiali che servirono per l’acquisto delle armi necessarie all’insurrezione della Sicilia, armi che furono spedite da Mazzini al Comitato di Azione.

Divise garibaldine
Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano di Genova

Dopo l’Unità d’Italia Erede tornò a vivere nella sua Genova, dove sempre coltivò le sue idee democratiche.
Ho scoperto questa singolare figura di patriota leggendo un interessante articolo di Bice Pareto Magliano pubblicato sul Il Secolo XX – Rivista Popolare Illustrata di Maggio 1915.
Bice Pareto era figlia del Marchese Ernesto, uno dei più ferventi seguaci di Giuseppe Mazzini, fu giornalista e scrittrice e in quelle righe, oltre a rammentare le gesta di Erede, consegna ai posteri anche un suo ricordo di lui.
Lo descrive come un vecchietto dalla prontezza arguta e sempre felice di ricordare i tempi gloriosi che aveva vissuto, lei dice che Erede abitava in una casa in Piazza Ponticello, all’ultimo piano, lassù curava i suoi fiori e e le sue lontane memorie.

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Ricorda poi l’autrice di aver incontrato Erede proprio il giorno prima della sua morte, sopravvenuta il 25 Marzo 1909.
In quell’occasione lei disse al vecchio patriota, ormai ottantanovenne, che nell’aria si sentiva profumo di violette.
Alla sera, rientrando a casa, trovò un mazzo di violette omaggio gentile del sensibile Antonio Erede.
E di lui si ricorda anche l’anonimo giornalista del quotidiano Il Lavoro che scrisse la memoria del patriota sul giornale in data 26 Marzo 1909.
Egli racconta di averlo incontrato in Via Luccoli, alle 10 del mattino del giorno precedente, quello della sua morte.

Erede indossava il suo solito scialle e si era lamentato di non aver ricevuto, a causa di un disguido postale, l’invito a una festa patriottica tenutasi la domenica precedente.
“Perché io non manco mai!” Soggiunse.
Ed era davvero così, Erede era rimasto il fervente patriota di sempre.
E scrive ancora il giornalista che il fiero capitano aveva scritto sul suo biglietto da visita: Ufficiale della Repubblica in aspettativa.
Per amor di precisione aggiungo che il giornalista scrive che Erede, all’epoca della sua morte, abitava in una dimora in Via di Ravecca.

Al suo funerale ci fu grande partecipazione: c’erano i membri della Confederazione Operaia, diverse altre associazioni con la bandiera, una rappresentanza delle scuole popolari e altri personaggi illustri del tempo.
Secondo le sue volontà Antonio Andrea Erede venne cremato e le sue ceneri riposano nel Tempio Crematorio di Staglieno.
E io che non conoscevo la sua storia sono così andata a cercarlo.
La lapide in sua memoria riporta solo i dati anagrafici, non c’è traccia del suo tumultuoso passato e del suo contributo alla storia della nostra nazione.
Così ho voluto rendergli omaggio: qui riposa il Capitano Antonio Andrea Erede, patriota, mazziniano e Ufficiale della Repubblica in aspettativa.

5 Maggio 1860 allo Scoglio di Quarto

È il luogo del nuovo inizio della nazione, è il luogo dei cuori intrepidi e delle rinnovate speranze.
È il 5 Maggio 1860: i piroscafi della Società Rubattino sono pronti a sfidare le onde, partiranno dallo Scoglio di Quarto con un carico di ardimentosi animati dal desiderio di fare l’Italia.
L’imbarcazione denominata Piemonte è comandata da Nino Bixio, sul Lombardo invece si trova il Generale Garibaldi e coloro che credono in lui lo seguono.

È un popolo variegato per provenienza geografica e per estrazione sociale, tra le Camicie Rosse di Garibaldi ci sono facchini, avvocati, negozianti, falegnami, calzolai, questo è il popolo fervente dei garibaldini.
E i loro nomi compongono la scritta che riluce nel luogo dal quale partirono.

Davanti agli scogli e davanti al mare che videro il loro eroismo.

Qui, in questa parte di Genova, si leggono anche le parole di un grande scrittore che forse meglio di chiunque altro definì i tratti della vera forza di Garibaldi: un uomo di libertà e di umanità che portò con sé l’anima del popolo.

In quel tratto di costa genovese vedrete una lapide affissa sul muro esterno un tempo di pertinenza di Villa Spinola, la dimora nella quale soggiorno il Generale Garibaldi prima della sua partenza.
E lì davanti è posizionata una stele commemorativa in onore dell’Impresa dei Mille.

E l’onda fluisce, alle spalle di quel marmo che celebra Le Camicie Rosse nel luogo dal quale presero il largo.

Poche parole, il ricordo di istanti nei quali si fece la storia.

Era il 5 Maggio 1860, allo Scoglio di Quarto.
E il vento e il mare di Genova ancora custodiscono la memoria di quel giorno.

Michele Novaro, artefice di possenti armonie

Il suo nome è legato indissolubilmente alla storia d’Italia e a quelle note del nostro inno nazionale che Michele Novaro compose.
Una musica fiera, concitata e colma di passione che accompagna le parole ardenti scritte da un altro genovese, quel ragazzo di nome Goffredo Mameli a me tanto caro.
Il Canto degli Italiani, comunemente noto come Inno di Mameli, è in realtà l’Inno di Mameli e di Novaro ed è una delle più belle pagine patriottiche di questa nostra Italia che tanto spesso pare dimenticare i suoi eroi anche se in certi cuori la memoria di loro rimane sempre viva e presente.
E al Museo del Risorgimento Istituto Mazziniano di Genova, si trova anche lo sguardo di lui: Michele Novaro, così ritratto dal Maestro Giuseppe Isola.

Opera esposta al Museo del Risorgimento Istituto Mazziniano di Genova

Come Mameli, anche Novaro era genovese e, per un caso del destino, i due nacquero in due case situate a breve distanza una dall’altra.
Mameli nacque in San Bernardo, Novaro invece ebbe i natali il 23 Dicembre 1818 in una dimora situata in Vico Vegetti al civico 18 in un portico oggi murato come narra il Dottor Leo Morabito, già direttore del Museo del Risorgimento Istituto Mazziniano di Genova, nel suo volume Genova Risorgimentale.

Novaro fu musicista, compositore, cantante lirico, tenore e maestro di canto e direttore dei cori del Teatro Regio e del Teatro Carignano, era particolarmente versato proprio per la musica patriottica.
Abita a Torino in quel 1847 in cui il suo destino si intreccia a quello di Goffredo: Novaro ha 29 anni, Mameli ne ha 20.
È una sera di novembre e Novaro si trova nella casa torinese del patriota Lorenzo Valerio quando giunge il pittore Ulisse Borzino che consegna a Michele un foglio pronunciando queste parole: To’, te lo manda Goffredo.
E Novaro legge, si commuove, le parole di Mameli lo avvolgono in un unico afflato patriottico: sul foglio ci sono i versi dell’Inno, quel Canto degli Italiani sul quale Novaro comporrà la sua musica.
Michele Novaro si siede al cembalo e inizia a imbastire qualche nota, il furore e la fretta si fanno concitati così egli lascia la casa di Valerio e, una volta giunto nella propria dimora, senza neanche togliersi il cappello si mette al pianoforte e compone così l’armonia del nostro Inno Nazionale.
Ho già avuto modo di raccontarvi questo aneddoto nel mio articolo dedicato a Mameli e al Canto degli Italiani ma era inevitabile riportarlo di nuovo in questa occasione.

Il Canto degli Italiani
Opera esposta al Museo del Risorgimento Istituto Mazziniano di Genova

Quel canto così ardente infiammò i cuori dei patrioti che lo intonarono in quel 10 Dicembre 1847 in occasione della processione al Santuario di Nostra Signora di Loreto in Oregina.

Quel Canto degli Italiani consegna così Mameli e Novaro alla storia d’Italia.

La vicenda umana del giovane Goffredo, sacrificatosi per la patria e per i suoi ideali, fu breve e tragica, quella di Novaro fu lunga ma la sua carriera non fu particolarmente fortunata, egli ebbe spesso problemi di natura economica.
Si sposò, divenne padre, il suo ardore patriottico non lo abbandonò.
Nel volume Il Teatro Carlo Felice cronistoria dal 7 aprile 1828 al 27 febbraio 1898 di Ambrogio Brocca ho trovato notizia di un’iniziativa del Maestro Novaro risalente al 13 Febbraio 1860.
In quel giorno, infatti, egli organizzò in teatro un concerto musicale in favore della sottoscrizione per il milione di fucili promossa dal Generale Garibaldi.
E intervennero molte bande cittadine, venne eseguito anche Il Canto degli Italiani, una grande folla applaudì l’evento in un tripudio di autentico patriottismo.

Generoso e appassionato, a metà degli anni ‘60, Novaro istituì una Scuola Gratuita Popolare di Canto per ambo i sessi che arrivò presto ad annoverare un centinaio di allievi che impararono così il canto da uno delle figure più importanti per questa nostra patria.
Ho cercato notizia di questa sui miei libri antichi e nella Guida Commerciale di Genova del 1874-75 di Edoardo Michele Chiozza ho trovato traccia di lui tra i maestri di musica e canto, la sua scuola risultava in quella Piazza de’ Tessitori oggi scomparsa a causa dei bombardamenti della II Guerra Mondiale, si trovava nella zona tra Piazza delle Erbe e Salita del Prione.

Il maestro Michele Novaro, come già detto, ebbe in sorte poca fortuna e solo in tarda età ormai nel 1878, ricevette l’incarico di maestro di canto nelle scuole municipali di Genova.
Il ritratto di Giuseppe Isola ci mostra il Maestro Novaro ritto in piedi con la penna tra le dita e appoggiato al pianoforte, sul leggio è posto lo spartito con il suo e nostro inno e sventola il tricolore nel quadro che ci tramanda l’immagine di colui che compose quelle note immortali.

Opera esposta al Museo del Risorgimento Istituto Mazziniano di Genova

Michele Novaro morì a Genova il 20 Ottobre 1885 e riposa nel Boschetto Irregolare del Cimitero Monumentale di Staglieno non distante da Giuseppe Mazzini e da molti altri patrioti che là dormono il loro eterno sonno.
La scultura che custodisce le spoglie del Maestro è opera dell’artista Giovanni Battista Cevasco che ne fece dono.

Su di essa si staglia una lira racchiusa da una corona d’alloro, come si conviene a colui che compose quella musica magnifica.

In memoria di lui le parole di Arrigo Boito così incise su candido marmo.

E così, ritornando nella quiete di Staglieno, andate a porgere il vostro omaggio anche a lui e ricordate quel giorno, a Torino, provate a immaginarlo mentre stringe tra le mani il foglio con le parole di Goffredo Mameli.
E sentirete risuonare quella musica, tanto potente quanto cara.
Qui riposa il Maestro Michele Novaro: genovese, patriota e artefice di possenti armonie.

Francesco Moro detto il Baxaicò: un eroico popolano

Questa è la storia di un eroe del popolo, un fiero patriota al quale dobbiamo la nostra grata riconoscenza.
Uomo di semplice estrazione sociale, Francesco Moro nacque a Genova nel 1821 ed era un fervente seguace degli ideali di Giuseppe Mazzini.
Figura anche il suo nome tra coloro che furono coinvolti nei moti di Genova del 1857, l’insurrezione era stata organizzata in ogni dettaglio, come racconta lo storico Attilio Depoli nel libro L’emigrazione politica in Genova e in Liguria dal 1847 al 1857 volume III pubblicato dalla Società Tipografica Editrice Modenese nel 1957.
Sul finire di giugno doveva attuarsi l’impresa di Carlo Pisacane e da principio, secondo i piani di Mazzini, pare che i moti di Genova e Livorno dovessero verificarsi prima della spedizione di Pisacane alla volta del Sud.
Pisacane era di un’idea diversa, così si stabilì che appena si fosse avuta notizia a mezzo telegramma dell’avvenuto sbarco della Spedizione di Pisacane nelle terre napoletane sarebbero esplose anche le sommosse a Genova e Livorno, questo doveva avvenire nella notte tra il 28 e il 29 Giugno di quel 1857.
A Genova il fervore politico era alimentato e accresciuto nei circoli e nei comitati delle Società operaie, il pensiero mazziniano faceva battere forte i cuori e accendeva gli animi.
Come è noto, l’impresa di Pisacane terminò con l’eccidio di Sanza, con la morte di Pisacane e con l’arresto dei sopravvissuti, il moto di Genova nel frattempo non ebbe successo.
Si narra che, in quella notte prescelta, ci fosse un gran movimento dalle parti di Prè e in Via di Vallechiara, in quella zona e nei vicoli vicini c’erano anche i depositi di armi.
I fili del telegrafo tra Genova e Torino vengono troncati, i rivoltosi puntano ai forti, all’assalto di Forte Diamante risulta che ci siano una cinquantina di persone e tra di essi si dice che ci sia anche lui: Francesco Moro, detto il Baxaicò.

A leggere la sentenza del processo risalente all’autunno di quell’anno ci si accorge di quanto fosse variegata la compagine mazziniana.
La sentenza elenca tutti gli accusati, a quell’epoca 49 di loro sono già detenuti e fra di essi c’è Francesco Bartolomeo Savi giornalista, poeta ed insegnante, c’è il Marchese Ernesto Pareto, noto amico di Mazzini e c’è anche Miss Jessie White, definita sedicente letterata.
E poi c’è un popolo di ardenti patrioti: sono sarti, calzolai, ombrellai, caffettieri, orefici e falegnami.
Sono padri e figli dell’Italia, i loro nomi significano giovinezza e coraggio, alcuni di loro poi hanno dei soprannomi che raccontano il loro furore e così vorrei ricordarne alcuni:
Alessandro Gaggi, sarto di anni 23, detto l’Inferno.
Antonio Valla, facchino di anni 23, detto il Medaglia.
Carlo Banchero, oste di anni 19, detto Moschetta.
Noli Paolo di anni 19, fabbricante d’armoniche, detto Figlio della bella Manena.
Nomi che narrano di gioventù, sfrontatezza, patriottismo e grandezza d’animo.
E tra questi nomi lui: Francesco Moro, di anni 38, facchino, detto Baxaicò, detenuto già dal 2 Luglio.
Baxaicò in genovese vuol dire basilico e non sapete quanto mi piacerebbe conoscere la ragione di questo nome di battaglia!

Ci sono anche 22 latitanti, il primo della lista naturalmente è lui, l’istigatore di tutte le rivolte e delle insurrezioni: Giuseppe Mazzini.

Monumento a Giuseppe Mazzini di Santo Saccomanno – Palazzo Tursi (Genova)

Francesco Moro, facchino da carbone, uomo che conosceva il valore della fatica e del lavoro, fu condannato per quei fatti a 20 anni di lavori forzati e a 10 anni di sorveglianza.
Scontò una breve parte della sua pena e lasciò il carcere a seguito dell’amnistia del 1859.
Da allora fu sempre in prima linea e partecipò a tutte le campagne fino al 1867, era stimatissimo da Garibaldi che lo teneva in grande considerazione.
E tra i volontari giunti a Marsala, al seguito del nizzardo c’era anche lui, Francesco Moro.
Il patriota lasciò le cose del mondo in un giorno d’autunno del 1874.

Egli riposa in un luogo particolare, all’ombra degli alberi nel Boschetto Irregolare del Cimitero Monumentale di Staglieno dove è eretta la stele in sua memoria.

Se salirete fin lassù, percorrendo la scalinata, cercate la tomba del più illustre genovese, quel Giuseppe Mazzini che con il suo pensiero guidò questi valorosi ed eroici patrioti.

La stele in memoria di Francesco Moro è stata collocata proprio qui, davanti al tomba di Giuseppe Mazzini, quel grande italiano del quale l’umile facchino era amico e seguace, i due dormono il loro sonno eterno così vicini.

Sul marmo sono incise molte diverse parole in memoria di Baxaicò.

E alcune di esse che potete leggere nella foto seguente furono dettate dal Generale Giuseppe Garibaldi in persona che, come già detto, nutriva grande stima per questo eroico uomo del popolo.

Un sasso lo ricorda, gli amici conservarono la sua memoria.
Anche noi siamo amici di Francesco Moro e di tutti coloro che furono messi in catene per il loro pensiero e per una certa idea di Italia.

Andando a Staglieno a rendere dovuto omaggio ai padri della patria troverete pensatori, militari, figure di rilievo e personaggi illustri, tra loro c’è anche Francesco Bartolomeo Savi che è a me tanto caro.
Andando a Staglieno a rendere il dovuto omaggio a Giuseppe Mazzini volgete lo sguardo anche verso colui che fu amico suo, suo sodale e suo compagno.
Lui era Francesco Moro, detto il Baxaicò, tipo glorioso degli eroici popolani.

Un soggiorno all’Hotel de Gênes

Madame arrivò a Genova in un pomeriggio luminoso, aveva fretta di scoprire le chiese sontuose, i palazzi di marmo e le bellezze della Superba.
Con cura aveva scelto l’albergo per il suo soggiorno, sfogliando le guide della città aveva compreso che le sarebbe piaciuto trovarsi in pieno centro, in quella piazza vivace e densa di vita e una volta giunta a destinazione si disse che aveva proprio compiuto la scelta giusta: l’Hotel de Gênes era vicino all’elegante Via Roma con i suoi negozi di mode e a a due passi dall’esclusiva Via Carlo Felice.
Madame aveva ormai passato la quarantina ma manteneva intatto il suo entusiasmo fanciullesco per la vita: aveva i capelli chiari, la pelle diafana che usava proteggere dalla forza del sole e nel suo sguardo ceruleo brillava quel guizzo di curiosità che l’aveva sempre contraddistinta.
Indossava un abito verde bosco, guanti color tortora chiusi da un bottoncino di madreperla e un ampio capello con fiori celesti.

C’era un mondo intero ad attenderla, Madame aveva letto avidamente le sue guide di viaggio e si era così prefissa certe mete, appuntando sul suo taccuino alcuni indirizzi utili, in particolare le interessavano le confetterie, le pregiate botteghe di filigrane e i negozi di stoffe.
All’ Hotel de Gênes la accolsero con tutti gli onori e con il garbo che si conveniva, in camera Madame trovò un vaso con delicate peonie e un vassoio di benvenuto colmo di dolci bonbon.
Era una stanza ampia e luminosa e arredata con gusto, la finestra si affacciava sulla piazza e Madame osservò divertita che poteva guardare in volto il Generale Garibaldi che se ne stava ritto sul suo destriero.

I cavalli attendevano nuovi passeggeri e Madame, nella sua stanza, rifletté sulla vicinanza del Teatro Carlo Felice: aveva sempre amato il teatro ed era certa che là avrebbe assistito a spettacoli indimenticabili.

C’era un mondo intero là fuori e la nostra emozionata viaggiatrice sapeva che non le restava che da scegliere l’abito adatto: ebbe così inizio il soggiorno di Madame all’Hotel de Gênes.

Giuseppe Costa: uno dei Mille di Garibaldi

Per ammirare questo splendido monumento bisogna salire in alto, lassù nel Boschetto Irregolare del Cimitero Monumentale di Staglieno dove riposano i patrioti, dove dorme il suo sonno eterno Francesco Bartolomeo Savi e dove si trovano le tombe dei genitori di Goffredo Mameli.
Salendo la scalinata, ad un tratto, ecco due creature così colme di grazia.

Scolpite nel bronzo da Antonio Besesti nel 1907, queste due figure si svelano nella beltà del gusto liberty di quell’epoca.

E così svettano, lungo il viale, davvero a pochi passi dalla tomba del nostro Giuseppe Mazzini, non certo per una scelta casuale.

La perfezione dei tratti, la dolcezza dei profili, il magnifico drappeggio dei manti, ogni dettaglio accresce il senso di armonia.

In questo luogo riposa un patriota con la sua consorte, qui si volle mantenere la memoria di un uomo che orgogliosamente faceva parte della schiera dei Mille e certo conobbe molti degli ardimentosi che come lui seguirono Garibaldi nella sua impresa.
E di lui si rammentano anche altre doti umane: Giuseppe Costa fu commerciante integerrimo, marito e padre affettuoso e nel suo cammino terreno lo accompagnò la moglie che si distinse per i nobili sensi e le virtù domestiche.
E così furono effigiati i due coniugi, di lui si legge proprio così: Giuseppe Costa dei Mille.

L’opera di Besesti è formidabile per grazia e bellezza: i visi accostati, i capelli raccolti, le spalle che restano scoperte.

E le dita che con lievità reggono un ramo di boccioli odorosi.

In ogni maniera si esaltano la grazia e la leggiadria.

Così queste figure silenti vegliano sull’eterno sonno di un valoroso e della sua sposa, nel luogo dove riposano i patrioti di Genova e coloro che fecero l’Italia.

Domenico Cardente: il destino di un esule

Questa è la storia di un patriota, un ragazzo venuto dal Sud vissuto nell’epoca risorgimentale.
Domenico Cardente appartiene ad una ricca famiglia di Marzano Appio, in provincia di Caserta, il giovane respira già in casa il fervore degli ideali unitari e e insieme a suo fratello Felice entra a far parte della Carboneria.
Sono tempi convulsi, la gioventù di questi patrioti si spende nel perseguimento di uno scopo politico ed è proprio il fratello Felice ad essere una figura cardine di quel tempo.
Felice è laureato in diritto civile ed è uno dei più appassionati sostenitori dell’Unità d’Italia: tra le vicende che lo riguardano una in particolare mostra la caratura del personaggio.
È il 1860 quando le sue azioni divengono particolarmente sgradite al governo borbonico: Felice e il fratello Cesare vengono arrestati e gettati in un’oscura prigione del carcere di Gaeta.
Dopo poco Felice Cardente, con le catene ai polsi e ai piedi, da Gaeta viene condotto nel carcere di Teano.
In seguito giunge in quella località il Generale Giuseppe Garibaldi con le sue vittoriose Camicie Rosse: in quel 26 Ottobre si compie infatti lo storico incontro di Teano tra il Generale Garibaldi e Vittorio Emanuele II.
E sempre in quel medesimo giorno è Garibaldi stesso a far liberare i due fratelli Cardente.

Opera esposta al Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano 

A partire dal 1861 Felice Cardente sarà Deputato dell’Ottava Legislatura del Regno d’Italia e coprirà questa carica fino al 1865, anno della sua morte.
E suo fratello Domenico?
Per riprendere i fili della storia di lui occorre fare un passo indietro e tornare al tumultuoso 1848, in quell’anno Domenico con il fratello Felice è protagonista dei moti rivoluzionari: le sue azioni e le sue iniziative politiche lo mettono in pericolo e costringono il giovane Domenico all’esilio, così egli lascia la sua terra.
Approderà in questa città, vivrà stimato tra i molti esuli che popolano le vie di Genova.
Dei suoi giorni genovesi si trova traccia nel volume Alessandro Poerio a Venezia, lettere e documenti del 1848 edito nel 1884 da Morano (Napoli).
In questo libro si legge che Domenico Cardente visse con alcuni compagni emigrati in Albaro: insieme a lui c’erano l’eroico combattente Gaspare Musto e i fratelli Mezzacapo.
La dimora nella quale essi abitarono è celebre in quanto tra queste stesse mura aveva vissuto anche il poeta Lord Byron.

Tra le righe di questo volume è riportato poi anche un altro aneddoto.
Ci fu un periodo durante il quale il nostro Domenico dimorò in un mezzanino in cima a Via Luccoli, le finestre della sua casa erano alla stessa altezza di Piazza Fontane Marose.

Un bel giorno uno di questi patrioti era là nella casa del Cardente e se ne stava a declamare una sua tragedia mentre un altro, attorniato da altri emigrati, si affacciava dalla ringhiera in Fontane Marose e sporgendosi scherniva il suo compagno.
Ora quando passerò di là sarà per me inevitabile pensare a tutti loro, credetemi!

Non so dirvi quale vita condusse in questa città Domenico Cardente: era lontano dalla sua casa, qui aveva la sua rete di sodali, con i suoi amici condivideva idee e convinzioni politiche.
Come lui, anche loro avevano lasciato le loro terre, erano esuli in un luogo lontano e distanti dalle loro case.
Per mie motivazioni personali ho avuto modo, in passato, di approfondire la storia di altri esuli e devo dire che, a volte, queste vicende umane hanno diversi punti in comune.
Non so quali altri affetti abbia trovato Domenico Cardente qui a Genova: era un uomo giovane e appassionato, ardeva per i suoi ideali e forse qui trovò anche l’amore di una donna.
Ho seguito la traccia di Domenico e ho così trovato notizie di lui e del suo più celebre fratello nel volume Il Parlamento del Regno D’Italia descritto dal Cavalier Aristide Calani Milano 1860.
E arriviamo così all’epilogo di questa vita così breve ed intensa.
Accadde in un giorno d’estate del 1852: in quella stagione calda il destino di Domenico Cardente si compì.
Il giovane esule morì, ad appena 29 anni, colpito da una malattia polmonare che non gli diede scampo, la notizia è anche riportata dal Giornale Italia e Popolo del 10 Luglio 1852.
Ad assisterlo amorevolmente fino all’ultimo istante fu il Generale Enrico Cosenz, il cronista del Giornale Italia e Popolo ricorda con un certo rammarico che ad aggravare la situazione di Cardente fu anche la sofferenza dell’esilio.
Gli resero onore i suoi amici più cari, un discorso accorato fu pronunciato dal patriota Francesco Carrano.
Forse vi chiederete cosa mi abbia spinto sulle tracce di un giovane così votato all’ideale patriottico.
Un giorno, all’ombra della Galleria Inferiore a Ponente del Cimitero Monumentale di Staglieno, ho letto il suo nome.
Domenico Cardente.
Esule da Napoli.

Allora oggi io sono qui, a pronunciare ancora una volta il suo nome.
Questo, in qualche modo fa ancora la differenza, a parer mio.
A un certo punto il tempo posa il suo velo sulle vite, sulle fatiche di ognuno, sui pensieri e sugli ideali per i quali alcuni sacrificano la propria esistenza.
Domenico morì nel fiore della sua giovinezza, non vide l’Italia unita che desiderava costruire.
Una volta ancora, ripeto il suo nome, fatelo con me.
Domenico Cardente.
Esule da Napoli.
Visse per 29 anni.
Onorato e della patria amatissimo.
Questo è il mio ricordo di te, Domenico, scritto in un tempo che non hai conosciuto, nella città che ti accolse, in questa Italia che adesso esiste anche grazie ai giovani valorosi come te.

Dicembre 1858: nasce a Genova l’Inno di Garibaldi

È un giorno d’inverno del 1858 in una casa di Genova: è la dimora di un patriota di nome Gabriele Camozzi, bergamasco ed esule politico che è solito radunare in quelle sue stanze molti altri esuli presenti nella Superba.
Il 19 Dicembre di quel 1858, in occasione di una di quelle riunioni, si presenta anche un personaggio illustre: è Giuseppe Garibaldi, nella circostanza c’è anche Nino Bixio.

Garibaldi stringe mani, riscalda i cuori, tutti si avvicinano a lui.
Tra quelle persone c’è anche un rinomato poeta che risiede a Genova e insegna al Collegio delle Peschiere, con i suoi versi ha suggellato uno dei momenti più tragici della storia d’Italia: si tratta di Luigi Mercantini, autore della poesia La Spigolatrice di Sapri scritta in memoria di Carlo Pisacane e dei drammatici eventi della Spedizione di Sapri nella quale perì lo stesso Pisacane e con lui molti altri patrioti.
Garibaldi discorre con Mercantini, a lui chiede di comporre un canto per i suoi volontari: un canto per far ardere i cuori durante la battaglia e da intonare dopo la gloriosa vittoria.
Mercantini onorato accetta, Camozzi propone che sia la moglie del poeta, talentuosa pianista, a comporre la musica.

L’anno volge al termine e l’ultimo giorno di Dicembre gli esuli ancora si trovano a casa di Gabriele Camozzi.
Tutti attendono il volgere degli eventi e con impazienza aspettano di udire le parole prescelte da Mercantini e destinate ai volontari di Garibaldi.
Così, quando il poeta fa il suo ingresso, gli animi si scaldano e i cuori prendono a battere forti all’unisono mentre Mercantini pronuncia quei suoi versi che tutti voi certo conoscerete:

Si scopron le tombe, si levano i morti
I martiri nostri son tutti risorti!
Le spade nel pugno, gli allori alle chiome
La fiamma ed il nome d’Italia nel cor!

Uno scroscio di applausi accolse quelle parole, la signora Mercantini si mise al piano e fece sentire alcune note nella musica prescelta: a comporla non era poi stata lei, l’arduo compito era stato infatti affidato ad Alessio Olivieri, capobanda della Brigata Savoia.
L’evento è narrato con dovizia di particolari tra le pagine della rivista A Compagna del mese di Maggio del 1930.
Quel giorno, in quella dimora, riecheggiarono le parole di Mercantini e tutti i presenti si misero a cantare l’Inno.
Dopo lo sbarco di Marsala il canto patriottico prese il nome di Inno di Garibaldi, Mercantini aggiunse i versi finali sul finire del 1860.

Genova, città dei patrioti, conserva molte memorie di quei giorni gloriosi, anche se a volte i luoghi della storia vengono quasi dimenticati e su di essi si posa inesorabile il velo del tempo.
Luigi Mercantini dimorava in un edificio non più esistente in Via Dei Sansone, anche la casa del patriota Gabriele Camozzi ai nostri tempi non esiste più.
Trascorsero 50 anni dal giorno della partenza dei Mille, nel Maggio 1910 nella Superba si tennero speciali celebrazioni: tra le varie iniziative su quella dimora che un tempo fu casa del patriota Camozzi fu apposta una lastra commemorativa in memoria di quegli eventi.
Come già ho scritto la casa non esiste più, si trovava in Passo dello Zerbino e al suo posto oggi svetta questo edificio di recente costruzione.

La targa marmorea è stata conservata e affissa sul questo nuovo palazzo, tuttavia si trova molto in alto ed anche un po’ difficile da leggere.
Non so quanti genovesi conoscano questo edificio e questo marmo che ricorda un memorabile giorno del nostro passato, io credo sempre che questi luoghi andrebbero valorizzati nella loro vera unicità, senza inutili orpelli e nel rispetto della storia passata.
Trascrivo così per voi i versi scolpiti nel marmo.
Quando vi trovate in Passo dello Zerbino alzate lo sguardo: là passò anche l’Eroe dei Due Mondi, là il poeta Luigi Mercantini declamò davanti a un pubblico di ferventi patrioti L’Inno di Garibaldi.

QUI IN CASA DI GABRIELE CAMOZZI
CAPO DELLA RIVOLUZIONE DELLE VALLI BERGAMASCHE
NEL 1848-49
SOCCORRITORE DI BRESCIA EROICA AGONIZZANTE
LUIGI MERCANTINI
COMPAGNO D’ESILIO A DANIELE MANIN
CANTORE DI TITO SPERI DI CARLO PISACANE
NEL DICEMBRE 1858
PROVAVA L’INNO DA LUI COMPOSTO
PER INCARICO DEL DUCE
E MUSICATO DAL GENOVESE ALESSIO OLIVIERI
PERCHÉ INFIAMMASSE LE ROSSI COORTI NELLA PUGNA
CONTRO I SECOLARI OPPRESSORI D’ITALIA
E NE FOSSE IL PEANA
NEL RITORNO DALLA VITTORIA
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A RICORDO A EDUCAZIONE DEL POPOLO
A GLORIA DELL’INGEGNO CONSACRATO ALLA PATRIA
IL MUNICIPIO DI GENOVA
NEL CINQUANTESIMO DALLA PARTENZA DEI MILLE.
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LA LAPIDE PROVIENE DALLA VECCHIA CASA GIÀ ESISTENTE NELLO STESSO SITO.