C’era una volta, così iniziano le fiabe.
Sono storie di principesse, di fagioli magici, di castelli incantati, di streghe e di matrigne crudeli.
E sebbene vengano narrate ai bimbi, le fiabe, derivanti da un’antica tradizione popolare, seguono dei precisi modelli nei quali nulla è lasciato al caso.
Ho avuto occasione di approfondire queste tematiche ai tempi dell’università, quando, per il corso di letteratura tedesca, preparai un esame basato sullo studio della morfologia della fiabe, con particolare riferimento a quelle scritte dai fratelli Grimm.
I testi sui quali ho studiato mi hanno svelato aspetti insoliti che, a una prima lettura non si notano, quando si legge una fiaba.
Dimenticate le fiabe che raccontate ai vostri figli, i testi originali in parte differiscono da quelli che noi siamo abituati a sentire.
Le fiabe seguono una struttura rigida, ripetitiva, hanno degli schemi precisi.
“C’era una volta” ed “e vissero felici e contenti”, spesso variato in “e vissero felici fino alla morte” sono solo due di questi schemi, ve ne sono altri, assai meno evidenti.
Pensate alle fiabe più note, pensate a Pollicino, a Biancaneve, a Cenerentola.
Nulla sappiamo del villaggio o del paese in cui vivono questi personaggi, la dimensione terrena del “luogo” non è importante, come non lo è la famiglia in quanto tale.
Fratelli, sorelle e parenti sono rilevanti solo ai fini di eventuali incantesimi, una volta sciolti questi, di loro non se ne sa più nulla.
Inoltre manca, nella fiaba, il concetto di tempo.
Eroi ed eroine non invecchiano, sembrano essere eternamente giovani.
E quando Rosaspina, la bella addormentata, cade nel suo sonno, insieme a lei si addormenta anche il castello. Cent’anni dopo, al risveglio della principessa, la vita riprende: le mosche si staccano dalle pareti, il pollo si rimette a girare sul girarrosto e tutti riaprono gli occhi, ma il principe non nota che gli abiti di Rosaspina sono di un secolo prima.
Il sonno è la metafora dell’attesa: Rosaspina non è pronta per il principe, così dormirà, fino al giorno in cui lo sarà.

La fiaba, per quanto riguarda i colori, è selettiva: non esistono sfumature.
Biancaneve è bianca come la neve, rossa come il sangue, nera come l’ebano.
L’abito di Cenerentola è d’oro e d’argento.
Pelle d’Asino, nella fiaba di Perrault, chiede al padre un vestito coloro del sole, uno color dell’argento, uno color del tempo.
I cavalli sono sempre bianchi, neri o rossi.
E i metalli citati nelle fiabe sono sempre nobili: ricorrono di volta in volta l’oro, l’argento e il rame.
L’uso degli aggettivi, insieme alla scelta dei colori, è determinante nelle fiabe: un bosco sarà grande, scuro ma mai verrà definito verde.
L’eroe della fiaba, in genere, è destinato ad allontanarsi per compiere il suo destino: Cappuccetto Rosso va dalla nonna, Hansel e Gretel si ritrovano soli nel bosco e lì comincia la loro avventura. Al protagonista della fiaba viene spesso imposto un divieto: non guardare, non toccare. Immancabilmente, il protagonista lo infrange.
L’antieroe, il nemico, per trarre in inganno il protagonista assume sembianze che non sono le sue: così la strega di Biancaneve si trasforma in una povera vecchina e conquista la fiducia della fanciulla.
Al protagonista della fiaba di solito arriva in soccorso una creatura soprannaturale, che lascia un dono magico, proprio al momento opportuno, quando ce n’è bisogno. E con una formula questo dono svela la sua magia e allora Cigno appiccica! Tavolino apparecchiati!
Anche i numeri, nelle fiabe non sono mai scelti a caso.
Sono prediletti l’uno, il due, il tre, il sette e il dodici.
L’eroe è uno, in genere l’ultimo di tre fratelli.
A volte sono due e allora ecco i due viandanti, i due fratelli.
Il tre ricorre spesso: la Guardiana delle Oche riceve dalla madre tre gocce di sangue in un fazzoletto, poi ricordiamo, tra le fiabe dei Grimm, le tre filatrici, i tre omini nel bosco, le tre piume, le tre principesse nere, i tre garzoni, i tre fortunati, i tre capelli d’oro del diavolo, le tre foglie della serpe.
Il sette ricorre altrettanto spesso e rappresenta la pluralità: oltre ai sette nani ricorderei il lupo e i sette caprettini, i sette svevi, i sette corvi, e Pollicino che, come da copione, ha sei fratelli.
Uguale il significato del numero dodici e tra le fiabe dei Grimm troviamo i dodici servi pigri, i dodici fratelli, i dodici cacciatori.
Un altro aspetto che lascia stupiti, nei fratelli Grimm, è la crudeltà che spesso chiude le fiabe.
Scordate Disney e la sua visione edulcorata delle fiabe, i Grimm sono altro.
Al matrimonio di Cenerentola, le colombe che leggere volano attorno alla sposa, cavano gli occhi alle due sorellastre e le parole conclusive della fiaba sono: così furono punite con la cecità di tutta la vita, perchè erano state false e malvagie.
La matrigna di Biancaneve, alle nozze di quest’ultima, fu costretta a ballare su scarpe di ferro roventi, finché cadde a terra, morta.
Nella fiaba I sei cigni, la cattiva suocera fu legata al rogo e incenerita.
E nella vicenda della guardiana d’oche la fantesca crudele fa la fine che lei stessa dichiara essere giusta per chi tradisce: nuda, messa in una botte foderata di chiodi aguzzi, attaccata a due cavalli bianchi che la trascinano per le strade fino alla morte.
Molti sono gli spunti di riflessione che offrono le fiabe e se desiderate approfondire le tematiche che ho accennato, posso consigliarvi due testi, esaustivi quanto interessanti, sui quali studiai per il mio esame universitario. Si tratta di Morfologia della fiaba di Vladimir Ja. Propp (Giulio Einaudi Editore) e La Fiaba Popolare Europea – forma e Natura di Max Lüthi (Edizioni Mursia).
In quest’ultimo testo ho trovato una definizione, a mio parere perfetta, riguardo al senso delle fiabe.
Per questo mondo incantato, popolato da principi e principesse, da orfanelli, da animali parlanti e magici, da streghe cattive e da fatine buone credo sia appropriato usare le parole di Friedrich von Der Leyen il quale sostiene che la fiaba è la figlia svagata del mito.
E poi è incanto, sogno, speranza, grazie ai quali il principe e la principessa vissero felici e contenti.