1743, la disavventura genovese di Jean-Jacques Rousseau

Correva l’anno 1743 quando, nel porto di Genova, approdò una feluca con un passeggero illustre: il filosofo Jean Jacques Rousseau.
L’imbarcazione era partita da Tolone e durante la navigazione aveva incrociato una nave della flotta inglese, dalla quale erano saliti a bordo alcuni membri dell’equipaggio.
Sfortuna volle che la nave inglese provenisse da Messina, a quel tempo devastata da un’epidemia di peste.
Va da sé che quando la feluca sulla quale era imbarcato il filosofo francese giunse nella Superba, le autorità, onde evitare un pericoloso contagio, imposero una rigorosa quarantena di tre settimane.
Ai quarantenanti venne lasciata possibilità si scelta: potevano rimanere a bordo oppure dirigersi verso il lazzaretto.
Venne loro detto  che nel lazzaretto non avrebbero trovato nulla: né letto né mobilio, solo le quattro mura e niente altro.
Stando così le cose, tutti scelsero di restare sulla feluca.
Rousseau, invece, per nulla titubante, si risolse nel farsi condurre al Lazzaretto.


Lo narra lui stesso, in “Le Confessioni”, dove scrive:

Il calore insopportabile, lo scarso spazio, l’impossibilità di camminare, gli insetti, mi fecero preferire il lazzaretto.

E lì fu condotto, solo.
Aveva con sé due valigie, un sacco da notte ed un mantello.
Solo, in un intero edificio.
E il suo racconto di quest’esperienza è tutt’altro che drammatico. Il filosofo, persona decisamente dotata di senno e di capacità di adattamento, scrive, non senza ironia:

Novello Robinson, cominciai ad arrangiarmi per i ventun giorni come se si fosse trattato di tutta la vita.
Dapprima mi divertii a cacciare le pulci che avevo preso sulla feluca, e quando infine, a furia di cambiar vestito e biancheria, riuscii a liberarmene, procedetti all’arredamento della camera che mi ero scelta.

Così Rousseau, non perdendosi d’animo, si prepara un materasso con i vestiti, cuce insieme delle salviette per farsi un lenzuolo, usa il mantello come cuscino, una valigia come sedia e l’altra come scrivania.
Ha con sé una dozzina di libri: una buona lettura ci vuole sempre, soprattutto se si è soli come cani rinchiusi a doppia mandata dentro a un lazzaretto.
Oh, ma Jean.-Jeacques è uno che sa vivere!
E addirittura scrive:

mi arrangiai così bene che, eccettuate le tende alle finestre….stavo quasi tanto comodamente quanto in Via Verdelet.

E i pasti? Ah, quelli! Glieli servivano con la scorta di due granatieri, pensate!
Per il resto del tempo Rousseau trascorse le giornate leggendo e passeggiando, oppure affacciato al lucernario, dal quale se ne stava a guardare le navi che entravano e uscivano dal porto.
La permanenza fu più breve del previsto in quanto il console di Francia, ricevuta una lettera di Rousseau debitamente acetata, profumata e bruciacchiata, si affrettò a far liberare il filosofo otto giorni prima del previsto, assumendosi l’onere e l’onore di ospitarlo in casa sua.
Terminò così la disavventura genovese di Jean-Jacques Rousseau, un uomo saggio, che seppe affrontare quest’imprevista esperienza con il giusto spirito.
Del resto, come avrebbe pouto essere diversamente?
Era Jean-Jacques Rousseau, colui che scrisse: prendi la direzione opposta all’abitudine e quasi sempre farai bene.