I due birichini all’Acquasola

Loro sono due e a tergo della fotografia una mano gentile ha scritto: i due birichini all’Acquasola.
A vederli così, a dire il vero, sembrano due tipi tranquilli e anche un po’ timidi o scontrosi, se ne stanno in piedi, compiti e composti, in posa per la fotografia.
Sono fratello e sorella, secondo me, si scorge tra loro una certa somiglianza.

Com’è che ci si guadagna il titolo di birichina pur non sembrandolo affatto?
Un cappellino a cloche con i fiori, un grande fiocco sul vestitino, un’espressione imbronciata.

Un braccialettino al polso e poi la manina che stringe qualcosa, mi sono chiesta se si trattasse di un sasso però non ho proprio modo di saperlo.
Che impazienza di tornare a giocare, però, questa faccenda di fare le fotografie fa perdere un sacco di tempo, all’Acquasola si va per divertirsi, non certo per star lì immobili!

Il fratellino più piccolo indossa la sua rebecca, la camiciola bianca, ha persino un fazzoletto nel taschino e si direbbe che non sappia bene come tenere le mani, è impacciato e pure lui, sotto sotto, un vero birichino!

E poi per entrambi calzette bianche, scarpette con il passante e tutta la vita davanti.

A un certo punto, grazie al cielo, terminò il tempo della fotografia e ritornò per loro il tempo della libertà e del gioco: erano i due birichini all’Acquasola.

La voce dell’autunno

La voce dell’autunno è un sussurro nostalgico che sempre ritorna spirando tra i rami, soffiando sulle foglie per donare loro un sfumatura dorata e così accade al grande albero che si trova a Parco dell’Acquasola.

E i colori caldi tingono di sfumature diversi i corsi della nostra Circonvallazione a Monte.

La voce dell’autunno si ode improvvisa e lascia foglie accartocciate su quei gradini dove in primavera cadono i fiori leggeri del glicine odoroso.

La voce dell’autunno ravviva con le sue calde tonalità il muraglione di Via Domenico Chiodo.

E le bacche rosse pendono da certi rami generosi.

L’autunno ha le sue dolcezze, i suoi umori, i suoi languidi silenzi e le sue gioie improvvise.
E anche negli orti di città ecco maturare le magnifiche zucche dalla ricca polpa.

Di giallo e d’arancio, colori distintivi di questi mesi che precedono l’inverno.

Così si ascolta la voce dell’autunno mentre le foglie accartocciate scricchiolano sotto le scarpe come una sinfonia che sempre amiamo ascoltiamo in questa stagione.

Autunno all’Acquasola

Questo insolito autunno ci riserva anche un clima particolarmente mite, queste prime giornata di novembre sono state tiepide e soleggiate.
E allora mi è capitato di andare a passeggiare in un luogo a me molto caro, so per certo che è altrettanto amata da molti di voi, tutti i genovesi portano nel cuore il Parco dell’Acquasola, polmone verde nel cuore della Superba.
Noi che siamo stati bambini negli anni ‘70 (sempre noi, sì!) ne abbiamo poi un tenero ricordo perché qui andavamo giocare accompagnati da mamma e papà, portavamo la gonnellina a pieghe e le calzette bianche e il mondo era una bellissima avventura.
All’Acquasola poi c’erano dei magnifici cigni e non smetteremo mai di rimpiangere la loro gentile presenza, era sempre emozionante andare a salutarli.
Basterebbero già queste tenere memorie a rendere l’Acquasola un posto unico, ritornarci è per me sempre piacevole.

Si cammina così all’ombra degli alberi, calpestando quelle fragili foglie scricchiolanti, il loro suono è musica d’autunno.

E gli alberi maestosi si vestono di foglie dorate e dei colori ambrati di questa stagione.

Anche adesso, come nei tempi della mia infanzia, ci sono bimbetti che vengono qui a svagarsi con i giochi all’Acquasola, di certo lo spazio per divertirsi non manca.
Io mi sono limitata a una passeggiata rigenerante tra le bellezza della natura in questo nostro caro parco cittadino.

Sui sassi e sulle foglie accartocciate volava anche una magnifica farfalla.
Sì è posata, poi si è alzata ancora in volo ed è andata a perdersi tra gli alberi.

E io come lei ho continuato a gironzolare, nella bellezza ristoratrice del nostro caro Parco dell’Acquasola.

Mugugni e fatterelli di un giorno di maggio del 1914

Ogni stagione ha i suoi mugugni e i suoi fatterelli di poco conto, andiamo così alla primavera del 1914 e sfogliamo le pagine del quotidiano Il Lavoro del 7 di Maggio, i cittadini di Genova per farsi sentire scrivono delle belle lettere che vengono poi pubblicate sul giornale con la speranza che i problemi vengano così risolti.
Dunque, gli abitanti di Boccadasse e Via Caprera hanno una precisa richiesta da fare: servirebbe una fermata del tram all’inizio di Via Felice Cavallotti e pregano che la loro necessità venga riferita alla direzione dei tram elettrici, guarda un po’ se per una cosa simile bisogna rivolgersi al giornale!

In Via San Vincenzo, invece, c’è un’altra bella grana: la strada è praticamente al buio e priva di illuminazione.
E questo è gravissimo, intanto per la sicurezza e poi per il fatto che una via così centrale e vicina alla stazione merita ben altro decoro e i cittadini hanno tutto il diritto ad avere la strada ben illuminata, come chiosa un lettore che si firma Uno per tutti.
C’è un signore poi che invece si lamenta dei rami secchi sugli alberi dei giardini di Corso Carbonara e dell’Acquasola, ma è mai possibile che non si possano tenere con cura queste benedette piante?

Quelli di Vico Chiuso Peirera, dalle parti di Via Fieschi, hanno pure le loro ragioni per mugugnare.
Pare infatti che ci sia gente che ha la bella abitudine di lanciare la spazzatura dalla finestra e quindi un assiduo lettore come sempre si fa parte diligente e parla anche a nome di quei poveri cittadini che devono sopportare cotanta maleducazione.
Qualcuno provveda, per carità!
Non va meglio in Via Madre di Dio, sembra che a causa degli eccessivi annaffiamenti della strada chi passa da quelle parti rischia di andare a gambe all’aria, sicché gli abitanti chiedono che venga fatta un po’ di attenzione, nessuno ha voglia di rompersi l’osso del collo!

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Tra i fatterelli di cronaca ne ricorderei uno avvenuto in Vico Sottile dalle parti di Soziglia.
Sembra che nottetempo dei malfattori abbiano cercato di fare un grande buco nel reticolato di ferro che protegge il cancello del negozio di macelleria del signor Romolo, zitti zitti hanno tentato il colpaccio.
Tutto questo per rubare con l’ausilio di un gancio un mezzo vitello che era appeso nella macelleria: il furto grazie al cielo non è riuscito in quanto il buco era troppo piccolo e il vitello non ci passava, con gran sollievo del povero macellaio, immagino.
E sicuramente in Soziglia si sarà parlato parecchio di questa faccenda!

Dedichiamo anche spazio alle frivolezze ed ecco una bella novità per le signore genovesi, le più ambiziose non si faranno sfuggire la sorpresa annunciata sulle pagine del quotidiano.
In Via Carlo Felice, nota in seguito come Via XXV Aprile, alla celebre Pellicceria Genovese si terrà la vendita di eleganti capi provenienti dai celebri magazzini Lafayette di Parigi, ci sono mantelle, abiti, camicette all’ultima moda, è un’occasione imperdibile!
E per finire mi preme citare la disavventura della signorina Olimpia, mi auguro proprio che qualcuno l’abbia aiutata!
È accaduto in centro, nel tragitto da Via Colombo a Via del Seminario: la signorina Olimpia durante il percorso ha perduto una borsetta contenente 10 lire e due piccoli ritratti e tramite il giornale si auspica che tutto ritorni alla legittima proprietaria.
Povera signorina Olimpia, spero che i suoi cari ritratti siano tornati tra le sue mani così come tutto il resto che aveva smarrito, in un giorno di maggio del 1914.

La statua di Santa Caterina d’Alessandria

Un tempo si stagliava sulla porta dell’Acquasola, la figura di questa giovane martire si ergeva sopra di essa.

La porta cinquecentesca era collocata nell’attuale Piazza Corvetto, lo storico Luigi Augusto Cervetto scrive che si trovava nel punto dove ora vediamo la statua di Vittorio Emanuele II, la porta venne poi demolita all’inizio dell’Ottocento per lasciar posto a una nuova idea di città.
La Santa che da lassù volgeva il suo sguardo sui genovesi trovò invece una nuova collocazione presso l’Accademia Ligustica di Belle Arti in Largo Pertini, a fianco del Teatro Carlo Felice.

Ancora adesso potete ammirarla, è ospitata nella nicchia in cima alla prima rampa di scale.

Ai piedi della statua un’iscrizione narra che questa pregevole scultura è opera di Guglielmo Della Porta, artista vissuto nel ‘500, la sua Santa Caterina d’Alessandria venne trasferita qui nel 1830.

Caterina, giovane vissuta intorno al 300, Caterina che morì in nome della sua fede in Cristo.
Le cronache narrano che venne condannata all’atroce pena della ruota ma il terribile strumento nel suo caso si ruppe, tuttavia questo non bastò a salvare la sua vita.
Nell’arte la figura di Caterina viene sempre rappresentata con la ruota spezzata e in questo modo la vediamo anche in questa raffigurazione.

Una giovane bella e aggraziata, porta sul capo una corona e stringe tra le dita una palma, questo è il simbolo del suo martirio.

Appartiene ad un passato che non abbiamo veduto e che non riusciamo neanche immaginare: non c’era la piazza che sempre percorriamo e c’era una porta maestosa, nel centro di Genova.
E là, nell’azzurro cielo, si ergeva nella sua bellezza armoniosa il profilo di una martire cristiana: era un altro tempo e la Porta dell’Acquasola era custodita da Santa Caterina d’Alessandria.

All’Acquasola: una storia vera

Certe notizie, a volte, corrono veloci: destano stupore e sbigottimento, toccano il cuore e lasciano sconcertati.
Di questo fatto, a Genova, ne hanno parlato tutti, del resto le particolari circostanze del caso hanno davvero impressionato, magari ne siete già al corrente.
Quei due ragazzi, che dispiacere!
Lei era una fanciulla gentile, così solare e dai modi garbati, piena di gioia di vivere, Luigia aveva appena diciott’anni, faceva la cameriera e nella sua testa c’erano tutti quei sogni tipici delle ragazze della sua età, quei segreti che non si dicono sennò non si avverano.
Aveva un fidanzato di nome Giuseppe, bella coppia quei due, lo dicono tutti quelli che li hanno conosciuti, che pena infinita per la loro disgraziata vicenda!
Accadde in autunno, in un giorno davvero triste.
Luigia è con il fidanzato, con loro c’è anche la mamma di lei, i tre se ne vanno all’Acquasola a prendere qualcosa da bere.

Tutto all’improvviso, questione d’istanti.
Il ragazzo beve un sorso dal bicchiere che gli viene servito e riesce appena a pronunciare poche confuse parole prima di cadere a terra.
Lo stesso destino tocca alla madre di Luigia, poi è la volta della povera ragazza che contorcendosi per il dolore crolla addosso al suo fidanzato esalando l’ultimo respiro.
Sono momenti concitati, alcuni medici presenti sul posto prestano i primi soccorsi.
Per i tre purtroppo non c’è nulla da fare, le loro vite sono state spezzate da una distrazione fatale: nella bottiglia infatti era contenuto un liquido dagli effetti mortali servito per errore agli sfortunati avventori.
Giunge sul posto il padre del ragazzo e tra le lacrime apprende della morte del figlio, in breve tempo arrivano anche le autorità, il locale viene chiuso e il proprietario e il suo garzone sono tratti in arresto.
La folla, avreste dovuto vedere la folla attorno alle tre povere vittime!
Espressioni attonite, volti rigati di lacrime, si dice che a turbare maggiormente i presenti fu proprio la povera ragazza con la sua acerba bellezza: i capelli scuri, la pelle chiara, l’abito candido.
Senza più vita, perduta e innocente.
Ne parlarono tutti, per lungo tempo, a Genova.

E voi? Avete mai sentito questo fatto di cronaca? Vi sembra di ricordarlo, forse?
Potrebbe essere accaduto dieci anni fa o forse più di recente.
O forse no?
C’è un indizio che può indicare il periodo al quale risale questa vicenda: il nome di lei, Luigia, non certo comune nel nostro secolo.
Riguardo a tutto il resto, purtroppo, la vicenda potrebbe anche essere attuale, il progresso purtroppo non è esente da errori umani, come ben sappiamo.
E le vite degli uomini sono sempre uguali, ognuno di noi ha sogni, affetti, speranze, piccoli progetti segreti.
Questa è una vicenda non particolarmente intricata, è solo un tragico fatto di cronaca: accadde nel 1859, a Genova, la notizia è riportata dalla Gazzetta del Popolo.
Tre vite spezzate e tra loro una figura che mi ha colpita più delle altre.
Ed è lei, con i suoi capelli corvini e la sua pelle chiara, una fanciulla di Genova di nome Luigia.
Attraversa l’Acquasola, va incontro al suo destino: questo è il ricordo di lei.

Piazza Corvetto a colori e in bianco e nero

Una piazza bella e scenografica, una piazza che offre splendide prospettive, a Corvetto confluiscono importanti strade cittadine.
In altri anni la zona si presentava diversamente, su quell’area si estendeva la passeggiata dell’Acquasola ora non più esistente.
Rimase così fino al 1877, come scrive lo storico Luigi Augusto Cervetto in quell’anno ebbero inizio le demolizioni che lasciarono spazio all’attuale piazza.

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Meravigliosamente armoniosa, se la ammirate dall’alto ne vedrete tutta la bellezza.

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In questa prospettiva chiaramente presa da Villetta Di Negro si notano le sue varie particolarità: sullo sfondo la strada che sale sinuosa verso l’Acquasola, al centro il monumento a Vittorio Emanuele II e di spalle, in primo piano, la statua di Giuseppe Mazzini.

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Il monumento equestre a colui che fu Re d’Italia è spesso oggetto di esacerbate discussioni legate al passato di Genova e agli eventi accaduti nel 1849 quando i bersaglieri di La Marmora compirono crudeli atrocità contro i genovesi e contro la città in quello che è noto come il Sacco di Genova.
Allora il sovrano non mancò di riservare ai genovesi  parole che ancora non si dimenticano, li definì vile e infetta razza di canaglie.

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E questa è la ragione per la quale periodicamente si sollevano vivaci proteste perché la statua venga rimossa da una piazze principali di Genova.

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A Corvetto, di fronte a Villetta Di Negro, in posizione sopraelevata rispetto alla piazza e al monumento del re, c’è un’altra statua nella quale è effigiato un genovese molto amato non solo nella sua città: è il nostro Giuseppe Mazzini, la sua figura si staglia fiera contro il cielo azzurro della Superba.

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Protagonista indiscusso della storia, ha un posto nel cuore di molti di noi.

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A breve distanza, in un’aiuola, un busto di sua madre.

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E alle spalle di lei, affissa su un edificio, una targa ricorda che qui il nostro Mazzini trovò rifugio in anni per lui difficili.

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Nelle nostre strade c’è la nostra storia, a volte anche quella che non vorremmo aver vissuto.

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Resta il valore estetico della statua opera dello scultore Barzaghi, resta la figura del sovrano in sella al suo cavallo.

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E resta, certa e riconosciuta, la grandezza di un mio caro concittadino, un pensatore, un uomo che cambiò il destino di questa nazione.
Dello splendido monumento dedicato a Mazzini tornerò certo a parlarvi con gli approfondimenti che merita.

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Passano gli anni e Piazza Corvetto mantiene tuttora la sua fisionomia, sulle pagine della Guida Genova e Dintorni edita dai Fratelli dell’Avo agli inizi del ‘900 così viene definita: “una delle piazze più belle d’Italia… il punto più ammirevole della città.”
Insieme al progresso, in un certo senso, anche Piazza Corvetto è mutata, la modernità ha cambiato il nostro modo di vivere le nostre strade e le nostre città.
Osservate questa immagine, c’è una folla di genovesi a passeggio per Corvetto.

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Ora non è più così, a Corvetto c’è un continuo traffico di macchine e certo non si può andare vicino al monumento.

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Genova a colori, Genova in bianco e nero.
Una diversa velocità, un modo differente di vivere la quotidianità.

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E sapete?
Spesso accade di vedere persone sedute sulle scale davanti al monumento di Mazzini, Vittorio Emanuele invece resta là, isolato e lontano da noi.
Eppure è al centro della piazza, già!

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Una zona che mantiene comunque la sua armonia e la sua scenografica bellezza.

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In un tempo lontano la percorsero i tram, la attraversarono gentiluomini con la bombetta sul capo e dame aggraziate che con una mano si sorreggevano il lungo abito.
Era un tempo diverso, distante dal nostro.

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Tra quella gente che cammina alcuni vanno di fretta, altri forse indugiano sotto il sole di primavera.
E passeranno le stagioni e gli anni, il tempo scivolerà via e saranno altri passi a rimbombare per la bella piazza dei genovesi: Piazza Corvetto, a colori e in bianco e nero.

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Il Caffè d’Italia all’Acquasola

Oggi vi porto all’Acquasola, un parco pubblico molto amato dai genovesi di un altro tempo e tuttora nel cuore di molti di noi.
In altre epoche era tutto diverso rispetto ad adesso, anche la sua estensione era differente, il tempo del fasto dell’Acquasola è lontano ma tutti speriamo che presto torni a risplendere e ad essere ancora un luogo di grande fascino.

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Vi mostrerò un frammento del suo fulgore ottocentesco, in altri secoli all’Acquasola si veniva a passeggio e le aristocratiche dame della città facevano sfoggio di eleganza, nella bella stagione era un posto molto frequentato.

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Andiamo indietro nel tempo, nella seconda metà dell’Ottocento sotto gli alberi generosi dell’Acquasola c’era un caffè dove si poteva ristorarsi dalla calura con dolci delizie e gradevoli bevande.
Ho due immagini d’epoca da mostrarvi, appartengono ad un amico collezionista di foto antiche e rare e qui lo ringrazio di avermele inviate.
Si tratta di fotografie stereoscopiche, sono composte da due immagini identiche e per osservarle si utilizzava un particolare strumento.
Il Caffè d’Italia fu attivo negli anni ‘70 dell’Ottocento e mi è difficile riuscire a stabilire la sua precisa collocazione, tutto è mutato da allora e sebbene abbia fatto qualche supposizione preferisco attenermi ai dati certi, se troverò altre informazioni tornerò a scriverne.
Ecco l’ingresso del nostro leggendario Caffè.

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Viene citato in una Guida del 1872, Genova ed i suoi dintorni: viaggio alle due Riviere.
E qui si legge della incredibile eleganza del Caffè d’Italia, in certe sere scintillava di luci e vedeste quanta gente vi si trovava, c’era la folla!
Si trattava di un posto alla moda, si può comprendere il suo successo!
E ancora, sfogliando il Lunario del 1872 il mio solito prezioso amico Eugenio ha reperito queste notizie:

L’Italia, all’Acquasola, caffè giardino unico suo genere in tutta Italia, aperto dal giorno di Pasqua a tutto settembre.

Un luogo magico, una meraviglia cittadina che è la gioia dei genovesi di quel tempo.

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E osserviamo con maggiore attenzione alcuni dettagli di queste antiche fotografie, esse restituiscono frammenti di vita reale.
E non è il fasto a vedersi, non è lo sfarzo degli abiti esclusivi o la leggiadria delle gentildonne.
Il fotografo ha fissato il suo sguardo su una particolare categoria di persone: i lavoratori, coloro che con le loro fatiche resero grande il Caffè d’Italia.
Ognuno ha diverse mansioni e responsabilità, ognuno fa la sua parte.
Ed ecco i giardinieri che reggono in mano pesanti annaffiatoi, sullo sfondo un uomo con i baffi, credo che abbia un tovagliolo posato sul braccio.

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E ancora, tre diverse generazioni.
A mio parere non si tratta di una posa casuale, trovo una studiata armonia nelle differenti posture di queste persone.
Due camerieri e un garzonetto, pronti a servire la loro raffinata clientela.
E non mancate di notare il palo dell’illuminazione pubblica, da amante dei particolari questo dettaglio ha subito attirato la mia attenzione.

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Al Caffè d’Italia ci si dilettava con il biliardo, ai tavoli del ristorante venivano serviti memorabili pranzi.
E certo, saranno sbocciati nuovi amori sotto l’ombra confortatrice di quegli alberi.
Quante fanciulle di Genova avranno raccolto una foglia all’Acquasola per poi conservarla tra le pagine di un libro in ricordo di una giornata particolare?
E magari una calligrafia antica e ordinata avrà fissato certi momenti su carta sottile e fragile come il tempo che svanisce senza lasciar traccia di certa grandezza.
Un velo si posa sui luoghi, sulle memorie, sui posti che non conosciamo perché non li abbiamo mai veduti.
C’era un tempo all’Acquasola il Caffè d’Italia.

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Poi quel tempo si è dissolto, sono trascorsi i mesi e gli anni.
Eppure è fissato per sempre, in alcune fotografie e in certi sguardi rivolti verso di noi, in una dimensione resa reale dalla fantasia e dall’immaginazione.

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Alla Porta dell’Acquasola: vitelli, cavalli e portantine

Camminando per la città nessuno di noi potrebbe mai immaginare che in altre epoche vi siano accaduti fatti così insoliti, sono usi risalenti ad una quotidianità a noi sconosciuta.
Per i genovesi l’Acquasola è un parco del cuore, amatissima area verde nel cuore di Genova: andiamo indietro nel tempo, agli anni in cui in questa zona si trovava una delle porte di accesso della città.
Queste vicende sono narrate in un mio antico e consunto libricino completamente dedicato all’Acquasola e magistralmente scritto dallo storico Luigi Augusto Cervetto.
La Porta dell’Acquasola, egli scrive, venne edificata agli inizi del ‘300, il suo utilizzo di protrasse per diversi secoli.
E io qui oggi sorvolo su molti dettagli, desidero solo narrarvi qualche piccola curiosità scoperta nel volume di Cervetto.

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Tutto era come lo si può immaginare: robusti cancelli, un ponte levatoio e un piazzale davanti alla porta.
C’era un guardiano addetto alla vigilanza, la chiusura e l’apertura delle porte cittadine tuttavia non era di sua competenza.
Eh no, fidarsi è bene e non fidarsi è meglio, maniman!
E per l’appunto un decreto del 1590 aveva stabilito che gli uscieri di Palazzo Ducale si accollassero questa incombenza: tutte le chiavi delle porte venivano scrupolosamente tenute in quella che fu la dimora dei Dogi e agli uscieri era affidato il compito di occuparsi delle porte.

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Il nostro Cervetto non lesina in quanto a curiosità e narra che in tempi lontani le confraternite erano solite offrire per certe festività un ricco pranzo ai malati indigenti ricoverati nell’ospedale di San Lazzaro: tra le succulente pietanze che venivano presentate c’era sempre un gustoso e nutriente vitello.
E indovinate un po’?
L’usanza voleva che le bestie destinate al macello facessero il loro ingresso nella Superba esclusivamente dalla Porta dell’Acquasola.
Così i bovini con tanto di nastri e profumate ghirlande d’alloro sfilavano per la città e venivano condotti all’Ospedale sito nella zona di San Teodoro.

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A quanto pare era consolidata abitudine usufruire della Porta dell’Acquasola per il transito di animali, non potete immaginare cosa accadde una volta!
Un bel giorno vi giunse una carrozza di piazza che portava a bordo un insolito passeggero: un maiale con tanto di cilindro sul capo, fatto talmente peculiare da lasciare stupefatti!

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Illustrazione tratta da L’Acquasola di L. A. Cervetto 1919

La Porta veniva chiusa a orari fissi, i ritardatari che arrivano quando già era stata serrata dovevano arrangiarsi e trovare una sistemazione provvisoria.
A tal scopo molti usufruivano dell’Albergo del Violino che si trovava all’inizio di Salita San Rocchino.
Si cercava, in qualche modo, di rendere un servizio di pubblica utilità ai cittadini che avessero bisogno di allontanarsi dalla città.
Come raggiungere le valli circostanti? Naturalmente a cavallo, cari lettori!
E per tal ragione c’era un discreto numero di destrieri a disposizione di coloro che ne avessero bisogno per le raggiungere le amene zone di campagna situate alle spalle di Genova.
Cavalli, fuori dalla porta dell’Acquasola.

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E tuttavia non tutti erano soddisfatti, sul finire del ‘700 sorse un mugugno dei soliti.
E insomma, com’era la questione?
Da non credere, davanti a tutte le porte cittadine erano disponibili delle comode portantine assai gradite alle gentildonne genovesi, ai Senatori della Repubblica e ai prelati: all’Acquasola con grande indignazione di tutti costoro mancavano.

Palazzo del Principe (18)

Villa del Principe

Fu così che in quattro e quattr’otto si risolse il problema e le tanto desiderate bussole fecero la loro comparsa anche lì dove non erano mai state.
Un continuo andirivieni, di vitelli, cavalli e portantine.
Là, davanti alla Porta dell’Acquasola, in un tempo che possiamo soltanto immaginare e leggere tra le pagine dei libri che lo svelano.

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Piazza Corvetto, guardando i tetti

Ancora una volta sono stata a guardare Genova dall’alto e per questo ringrazio una cara amica che mi ha permesso di ammirare la Superba da un terrazzo che si apre sui tetti della Superba, su Piazza Corvetto e sulle zone circostanti.

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E si affaccia in parte sul verde prepotente di Villetta Di Negro.

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Davanti agli occhi il profilo di un nostro amato concittadino, il più celebre dei patrioti, è Giuseppe Mazzini, assorto e pensieroso.

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E poi Piazza Corvetto, la prospettiva dell’Acquasola e un cielo velato di nuvole, quel giorno il sole faceva i capricci.

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Da questo edificio vedi i palazzi della Spianata e la celebre ascensore che conduce a Castelletto.

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E poi ringhiere, campanili, torri e  il Teatro Carlo Felice.

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Da un terrazzo sopra Corvetto trovi l’orizzonte del mare che in una giornata grigia si confonde con il cielo, le gru, le linee del porto, il Bigo e le navi.
E il campanile delle Vigne svetta accanto alla Lanterna, nostro faro e nostro simbolo.

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E poi ancora la città arrampicata sulle colline, un’altra nave, tetti grigi ed abbaini, questo è il profilo di Via Garibaldi con la magnificenza dei Palazzi dei Rolli.

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Genova e la sua distesa ininterrotta di ardesie spioventi, comignoli e magnifici terrazzini che in estate sono inondati dal sole.
E mentre osservi cerchi di distinguere luoghi noti veduti da una diversa prospettiva, tra i tetti dei caruggi emerge imperiosa la Chiesa della Maddalena.

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E poi ancora altre ringhiere e geometrie, persiane e finestrelle, un terrazzino minuscolo, lassù, vicino al cielo.

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Antico e moderno, passato e presente, in un solo orizzonte.

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Ancora uno sguardo rivolto al patriota genovese, figura a me cara.

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Ancora uno sguardo verso Genova, mia e sua città natale, dolcemente affacciata sul celeste mare.

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