Tomba Faveto: la grazia dell’angelo

Nel silenzio e nel mistero così si staglia la figura gentile di un angelo dalle fattezze armoniose di eterea fanciulla, la creatura celeste così vigila sul sonno eterno di Luigi Faveto.
Ha sguardo colmo di purezza, i boccoli incorniciano il suo viso, gli occhi speranzosi e fidenti sono rivolti a Dio.

Austero è il volto di colui che qui riposa e che venne così effigiato nel marmo: i baffi importanti, l’espressione compunta, un ritratto probabilmente ispirato a qualche antica fotografia.

Il cippo, situato nel porticato superiore a levante del Cimitero Monumentale di Staglieno, è opera sempre mirabile del bravo Giovanni Scanzi e venne realizzato nell’anno 1888.
A percorrere con frequenza i porticati del Staglieno accade di saper ritrovare alcune caratteristiche proprie delle sculture di un determinato artista: gli angeli ragazzini di Scanzi sono per me sempre inconfondibili nella loro magnifica grazia.
Alla cara memoria di Luigi Faveto la moglie e il figlio dolenti posero, così si legge scolpito nel marmo.
E l’angelo con le sue ali frementi là rimane a custodire il luogo dell’ultima dimora di Luigi Faveto.

Le dita intrecciate, le labbra socchiuse, le parole sante e preziose.

Il viso bellissimo, la grazia assoluta, la lieve e mistica dolcezza di un angelo assorto in preghiera.

Monumento Carpaneto: una vela gonfia di luce

Ritorno a mostrarvi un angelo bellissimo, di lui già scrissi ampiamente diverso tempo fa in questo post nel quale vi descrivevo la sua ritrovata bellezza dopo un accurato restauro.
È un angelo aggraziato ed è rappresentato come nocchiero di una barca, così presiede il luogo del sonno eterno di Giacomo Carpaneto, a scolpirlo con autentico talento fu Giovanni Scanzi nel 1886.
E così la luce accarezza i suoi tratti di fanciullo acerbo in certe ore d’autunno.

Avventurato chi nel mare della vita ebbe nocchiero sì fido.
Così si legge alla base della tomba, queste parole sono tratte dalle Sacre Scritture.
Ed è sempre il sole ad avermi incantata e ad avermi trattenuta per qualche istante al cospetto dell’angelo ragazzino che così governa questa nave che è chiara metafora dell’umana esistenza.
Con i suoi gesti sapienti egli regge le cime e dirige la sua barca e quella vela che lui ammaina, in luogo di favorevole brezza, pare essere inondata da luce miracolosa e salvifica.

Così il sole lambisce le fattezze della creatura celeste, così sfiora le sue ali grandi e rischiara la vela di lui, l’angelo nocchiero così magnificamente scolpito da Giovanni Scanzi.

Tomba Giazotto: l’assenza e la preghiera

Così restano, nella quiete e nel silenzio, le due dolci figure che vegliano sull’ultima dimora di Giovanni Giazotto: il cippo è opera dello scultore Giovanni Scanzi, risale al 1898 ed è collocato nel Porticato Inferiore a Levante del Cimitero Monumentale di Staglieno.
Con la consueta maestria Scanzi ci ha restituito un capolavoro di mirabile bellezza: occhi smarriti cercano il cielo e la misericordia divina, le mani sono giunte in una struggente preghiera.
E in quello sguardo rivolto all’infinito e all’eternità si leggono speranza e al tempo stesso rimpianto.

Qui dorme il suo sonno eterno un padre di famiglia rammentato per le sue umane virtù e per le doti del suo animo nobile.
Visse 60 anni, ahi troppo poco: così si legge sulla lapide e questo grido di dolore risuona ancora in memoria di quell’assenza mai colmata nelle vite di coloro che avevano nel cuore Giovanni Giazotto.

Una moglie e una figlia rimaste senza il suo sostegno e senza l’affetto di lui.
In questa sua opera Scanzi rappresenta in modo magistrale quel senso di perdita e di tristezza che trova conforto nella preghiera e nella supplica, nel ricordo e nella dolcezza del legame che non si scioglie e va oltre la morte.

Ed è per il defunto il fragile fiore tenuto tra le dita sottili.

Così si raccontano l’assenza, la preghiera e la ricerca di conforto.
A volte poi la luce così cade e sfiora quei volti gentili, illumina le palpebre, i capelli morbidi e le labbra serrate nell’aggraziata bellezza catturata nel marmo dal talento di Giovanni Scanzi.

I pensieri del piccolo Giambattista

Di lui è rimasta per certo un’immagine dei giorni della sua infanzia e ad osservare l’opera nella quale egli è ritratto sorge spontaneo chiedersi quale destino abbia poi incontrato questo bambino e quali fossero i suoi pensieri.
Il suo nome è Giambattista e così lo si vede, affranto e dolente, nella scultura che adorna il cippo marmoreo posto sulla tomba di suo padre Michele Marré.

Eccolo questo papà troppo presto presto perduto, ha il volto serio e amorevolmente bonario.
L’opera è collocata nel Porticato Inferiore a Levante del Cimitero Monumentale di Staglieno, a scolpirla con mirabile cura fu Giovanni Scanzi nel 1884.

La scultura fu commissionata dall’Avvocato Angelo Marré, con tutta evidenza si trattava di un parente stretto del defunto.
Il fatto che non risulti in nessun luogo il nome di una vedova mi induce a supporre che il piccolo Giambattista in quell’epoca non avesse più nemmeno la mamma: chiaramente non è una certezza ma soltanto una mia personale deduzione alla quale sono giunta osservando il complesso dell’opera.

Il piccolo invece è figura presente e viva della quale si vuole lasciare memoria anche nell’iscrizione incisa nel marmo a ricordo del padre Michele.

Nel progetto iniziale dell’opera Scanzi aveva ritratto il bimbo con un libro nella mano mentre nella realizzazione della scultura pose invece tra le dita del bimbo un cappellino.
La luce così sfiora la sua giacchetta e le sue fattezze di fanciullino.

Lui porta gli stivaletti alla caviglia chiusi da una fila di bottoncini, altri piccoli bottoni tondi sono sui suoi pantaloni.

Questo piccolino visse in un’epoca diversa dalla nostra e ancora così lo vediamo in un momento di grande difficoltà per lui.
Nei suoi occhi e nella sua mente si celano i suoi dolci pensieri di bimbo, le sue nostalgie e il rimpianto di quell’affetto perduto.
Ancora aggi il nostro sguardo trova il visetto dolce del piccolo Giambattista così come lo ritrasse con il consueto talento lo scultore Giovanni Scanzi.

L’ultima opera di Giovanni Scanzi

Anche nella propria città, molto spesso, può capitare di fare nuove e sorprendenti scoperte, non si smette davvero mai di stupirsi.
E oggi vi porto con me nella Chiesa del Sacro Cuore e di San Giacomo in Carignano, un edificio religioso di costruzione abbastanza recente, la chiesa venne infatti inaugurata nell’anno 1912.

Non avevo mai avuto occasione di entrare in questa chiesa e trovandola aperta ho pensato di andare a visitarla e ne sono rimasta piacevole stupita, la Chiesa del Sacro Cuore e di San Giacomo è ampia, maestosa e ricca di opere di artisti diversi.

In fondo alla navata destra, nel chiaro candore del marmo, una particolare scultura ha suscitato il mio interesse: si tratta dell’altare dedicato a Sant’Antonio da Padova e realizzato dal talentuoso scultore genovese Giovanni Scanzi, autore di numerose e ammirate statue site al Cimitero Monumentale di Staglieno.

Questa è l’ultima opera di Giovanni Scanzi e così si staglia, nella sua eterea e mistica grazia, la figura di Sant’Antonio che tiene tra le braccia il Bambino Gesù.

Nella dolcezza infantile del piccolo Gesù si coglie la briosa vivacità dell’infanzia così abilmente rappresentata dallo stesso Scanzi anche nella bimba ritratta nella scultura esposta alla GAM di Nervi e intitolata Come Son Contenta! e della quale scrissi in questo post.

Così si svela la pregiata opera, le pareti e la volta sono decorati con affreschi di Mattia Traverso realizzati negli Anni ‘30.

Il Santo di Padova è così effigiato secondo i consueti canoni, con una perfetta armonia di gesti stringe un giglio tra le dita.

Sant’Antonio tiene gli occhi socchiusi e pare sussurrare appena un’intensa e devota preghiera, con il pensiero rivolto a Dio.
E chi osserva con il cuore colmo di fede e fiducia trova lo sguardo dolce e rassicurante del piccolo Gesù Bambino così ritratto nella sua tenerezza nell’ultima opera di Giovanni Scanzi.

I pensieri della Signorina Ferrari

È un gioco di fantasia provare a immaginare i pensieri della Signorina Ferrari ed è poi arduo credere di saperli indovinare.
Lei è ritratta ancora bambina, le sue sembianze furono scolpite nel marmo dal valente scultore Giovanni Scanzi, autore di molti celebri monumenti funerari presenti nel Cimitero Monumentale di Staglieno.
La statua di lei, una fanciullina appartenuta probabilmente alla buona borghesia genovese, risale al 1882 ed è parte della collezione del Museo dell’Accademia Ligustica di Genova.
La Signorina Ferrari sembra ombrosa e imbronciata, appare fin troppo seria per una bimbetta della sua età.
Se ne sta in questa posa studiata, così appoggiata a un tavolino, un grande fiocco cade sul suo petto e in questa sua garbata compostezza non traspare alcuna spontaneità infantile.

E così l’ho immaginata in un diverso contesto, vezzeggiata dalle mamma e dalle zie, abita in una grande casa dove dolci spirano profumi di rosa e di talco, nella sua cameretta ci sono chiare tendine di pizzo alla finestra, uno scrittoio e un austero letto di legno scuro con i cuscini rivestiti di candido sangallo.
E poi l’ho immaginata scendere con la sua mamma giù da Via Assarotti, la Signorina Ferrari ha il soprabito di velluto blu, il cappellino con i nastri e i guanti color tortora.
Ed eccola, ancora, a passeggio all’Acquasola come si usava in quella sua epoca.
Che dolcezza di bambina, quando sorride sulle sue guance spuntano due deliziose fossette!
Giovanni Scanzi ha invece tramandato di lei una diversa espressione, ecco ancora la Signorina Ferrari, ha i capelli raccolti con un fiocchetto e il suo abito è rifinito sui polsi e sul colletto con un pizzo raffinato.

Tiene tra le mani un librettino, si scorge nei suoi gesti la consueta grazia che Scanzi sa cogliere nei soggetti da lui ritratti.

La bambina della quale non so indovinare i pensieri porta al polso un braccialettino semplice e liscio, chissà quanto le sarà stato caro!

Se per caso anche voi voleste ammirare la scultura di Giovanni Scanzi sappiate che fino al 1 novembre è esposta alla mostra Mogano ebano oro! Interni d’arte a Genova da Peters al Liberty allestita a Palazzo Reale di Genova.
Ed è stato Sergio Rebora, raffinato storico dell’arte che è anche uno dei curatori della mostra, a farmi notare un importante dettaglio: Scanzi potrebbe avere ritratto la Signorina Ferrari traendo spunto da una sua fotografia, a farlo supporre sarebbe uno degli elementi che compongono la scultura, quel tavolinetto che spesso si trova nelle fotografie di quel tempo.
A rifletterci, anche la posa così studiata richiama certe fotografie del passato.
Ne consegue che la scultura potrebbe forse essere il ricordo di una bambina tanto amata e troppo presto perduta, come purtroppo spesso accadeva in quel tempo.

Ai piedi della bimba, posato su un pouf damascato e rifinito con le frange, ecco una piccola borsettina, una splendida squisitezza nella quale si riconosce il talento incomparabile di Scanzi.

Là, sotto questa luce chiara, in questo tempo che non lei ha vissuto, la Signorina Ferrari volge a noi i suoi occhi ingenui, nel mistero della sua infanzia così lontana e fragile.

Monumento Pastorino: la grazia degli angeli

È l’opera magnifica di un artista di grande talento, il monumento eretto per la famiglia Pastorino fu scolpito da Giovanni Scanzi e venne ultimato nel 1896, per ammirarlo dovrete recarvi nel Porticato Superiore a Levante del Cimitero Monumentale di Staglieno, il monumento si trova proprio di fronte ad un altro capolavoro dello stesso artista eretto a custodia dell’eterno sonno di Ester Piaggio.
A guardia e tutela dei defunti che riposano nella Tomba Pastorino Giovanni Scanzi pose due angeli colmi della grazia e della leggerezza che il nostro comune sentire attribuisce a queste creature celesti.

Andrete là e vedrete un viso di fanciulla dai tratti dolci e regolari, morbidi boccoli incorniciano il suo viso.

In questo mistico volo le è accanto un angelo dalle sembianze di giovinetto, linee e curve definiscono la sua acerba prestanza.

Questi sono gli angeli ragazzini di Giovanni Scanzi: avulsi da ogni cosa terrena, distanti nella loro lievità, si librano ad ali spiegate e uniti in nello stesso fremente battito.

Le loro figure si stagliano leggere in questa armonia di gesti e movimenti, nella perfetta proporzione di uno spazio condiviso, nel mirabile panneggio dei manti, nell’intenso mistero della loro leggiadria.

Uno sguardo sul destino, labbra carnose che pronunciano sommesse preghiere.

E se osservate con attenzione i due angeli vi parrà forse di intuire che manca qualcosa a questo quadro di armoniosa perfezione, il monumento infatti non è giunto a noi così come l’artista lo aveva immaginato, attualmente infatti manca una parte fondamentale che completa l’opera e ne restituisce il senso originario.
L’immagine che segue è tratta da un antico libretto di mia proprietà nel quale sono raccolte vedute d’epoca dei monumenti di Staglieno.
Al retro si legge che l’opera di Scanzi rappresenta il Trionfo della Fede simboleggiata dalla croce così sorretta con amorevole cura dai giovani angeli.

Si svela quindi in maniera evidente il messaggio che non sappiamo più leggere, ora che la croce non si staglia più contro la porzione di cielo azzurro incorniciata dal porticato.
È una bellezza perduta per sempre ma ancora tra noi restano, da difendere e valorizzare, i due angeli ragazzini con la loro ineccepibile grazia.

Si librano leggeri e fiduciosi, intenti in quel loro gesto antico che ancora ripetono, incuranti della nostra indifferenza e della scarsa cura che abbiamo loro riservato.
Restano, fieri e bellissimi, in quella loro grazia autentica che ancora li illumina, custodi del tempo svanito e dell’eternità.

Vicino ad Elisa

Lei porge la sua mano verso la corona di fiori con il nastro.
Lei ha questo nome romantico e melodioso: Elisa.
Elisa è stata ritratta nel momento in cui piange la perdita di suo padre Gianbattista Granara.
Elisa ha l’abito raffinato con i bottoni tondi, le frange, i pizzi sui polsini, Elisa ha il velo sul capo.
Elisa ha lo sguardo triste, si vorrebbe consolarla in qualche modo.
Elisa, ieri così.
E accanto a lei ho trovato un visitatore che incontro spesso a Staglieno, è un gatto maestoso che cammina lieve sotto a quei porticati.
Quieto, silenzioso, fiero nella sua nera bellezza.
Si è fermato, là esattamente in quel punto.
Immobile.
E lì è rimasto prima di spostarsi ancora più vicino a lei, vicino ad Elisa.

Monumento Granara – Giovanni Scanzi (1882)

Come son contenta!

È il suo visetto a parlare di lei e della sua felicità, è nel suo sguardo la sua gioia di bimba, è la sua gestualità a narrare il suo amore per la vita e i suoi sorrisi.
Curiosa, entusiasta e vivace, dalla voce squillante e allegra, lei è una piccina vissuta in un tempo distante e per sempre presente ai nostri sguardi grazie allo scultore Giovanni Scanzi che così immortalò il suo candore infantile nell’anno 1884.
E così recita il titolo dell’opera che ritrae questa dolce piccolina: Come son contenta!

La scultura è esposta alla Galleria di Arte Moderna di Nervi e nuovamente ringrazio la Direttrice del Museo Dottoressa Maria Flora Giubilei per la sua cortese disponibilità.
Bianco marmo, l’incomparabile talento di Scanzi, la memoria di quei giorni acerbi.
Di questa bimba non si conosce il nome: la statua fu donata nel 1936 da Maria Rambaldi Anselmi che era la nonna della piccina.
Lei ha un bell’abitino con una fila di bottoncini tondi, le maniche di pizzo, la gonnellina a pieghe e i riccioli che incorniciano il suo visetto.

Come son contenta! (2) Galleria d'Arte Moderna di Nervi

Già conoscete due bimbe che furono effigiate da Giovanni Scanzi, le trovate nel luogo dove non si dovrebbero mai incontrare visetti come questi.
Nel tempo della vita fragile Scanzi scolpì i monumenti funebri di Giuseppina Grillo della quale ho scritto qui e quello di Ada Carrena e qui trovate l’articolo a lei dedicato, entrambe le opere sono collocate nel Cimitero Monumentale di Staglieno.
Semplicemente bimbe, proprio come questa piccina.
Circondate da boccioli odorosi e da tenere foglioline verdi, proprio come questa piccina.
Lo stivaletto, il passo leggero, la lievità dell’infanzia.

Come son contenta! (3) Galleria d'Arte Moderna di Nervi

E paragonando questo monumento a quelli di Giuseppina e Ada ci si rende ancor meglio conto dell’importanza della conservazione e del restauro, le opere di Staglieno sono esposte e per questo motivo hanno perso il loro originario chiarore.
La statua di questa bimbetta così amata ha invece mantenuto intatta la sua bellezza, tiene fiori tra le dita e sorride.
I suoi occhi parlano di lei: come son contenta!

Come son contenta! (4) Galleria d'Arte Moderna di Nervi

Seduta con questa incantevole grazia, nei giorni della sua infanzia.
Mi sono chiesta quale sia stato il suo destino e spero che, a differenza di Giuseppina e Ada, lei sia diventata una giovane donna affascinante e che abbia poi avuto una vita lunga e felice.

Come son contenta! (5) Galleria d'Arte Moderna di Nervi

Noi la conosciamo bambina, nell’armoniosa perfezione donatale dallo scalpello di Scanzi, la scultura è una delle molte splendide opere che potrete ammirare alla Galleria d’Arte Moderna di Nervi, un museo che merita davvero una visita.

Come son contenta! (6) Galleria d'Arte Moderna di Nervi

Nel suo candore, nella sua tenera leggiadria, nel tempo della sua infanzia.

Come son contenta! (7) Galleria d'Arte Moderna di Nervi

 

Ester Piaggio: la luce della bellezza

Ed è ancora la memoria di un amore ad averci lasciato un monumento di immensa beltà eretto in onore di una donna troppo presto perduta.
Lei era la giovane sposa di Erasmo Piaggio, uno dei notabili della città, imprenditore e senatore del Regno d’Italia.
Ester Pastorino lasciò le cose del mondo il 15 Gennaio 1883, si spense ad appena 32 anni colpita da letale malattia che non le diede scampo, lasciò così nel dolore il marito e i quattro figli.

Erasmo Piaggio volle che a lei fosse dedicato un monumento sontuoso e ricco da collocarsi nel Porticato Superiore a Levante, l’opera fu eseguita dall’abile mano dello scultore Giovanni Scanzi.
E veglia sul sonno di Ester una fiera figura femminile, scrive Ferdinando Resasco che costei è l’allegoria della storia e appare ancor più splendida quando il sole la rischiara.

Ester Piaggio (2)

Su di lei volteggiano piccoli putti deliziosi, nel cartiglio ai loro piedi così è scritto: fin che spunti l’alba del gran giorno.

Ester Piaggio (3)

E il sole che si leva glorioso illumina le belle fattezze di lei in questo capolavoro gotico.

Ester Piaggio (4)

La giovane stringe in una mano un rotolo di carta e nell’altra una penna ormai spezzata con la quale ha scritto il destino e la storia di Ester.

Ester Piaggio (5)

Creatura armoniosa e silente, i suoi tratti sono perfetti.

Ester Piaggio (6)

Ai suoi piedi, dove cade il suo manto, la firma dell’artista.
E sempre Resasco ci ricorda che nell’ampia cripta, dove riposano i membri della famiglia Piaggio, un cielo di stelle brillanti sovrasta il loro tempo svanito.

Ester Piaggio (7)

E sono ancora stelle sul petto di lei, labbra carnose, capelli folti raccolti in una treccia e sguardo assorto.

Ester Piaggio (8)

Ed è sempre Resasco a scrivere che su una delle mensole oltre le inferiate era posta un’altra scultura: si trattava di un busto nel quale Scanzi aveva effigiato la reale fisionomia di Ester, ai giorni nostri quell’opera non è più nella sua originaria collocazione.
Inoltre, in principio il monumento presentava altre decorazioni attualmente assenti: c’erano quattro piccoli angeli, ognuno occupava la sommità di una delle quattro colonnine del monumento.
Resta, a vegliare sul sonno eterno della giovane Ester, questa figura vigile e sensuale.

Ester Piaggio (9)

Nella sua perfetta venustà, irradiata dall’inesorabile potenza del sole splendente.

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In memoria di Ester Pastorino, consorte di Erasmo Piaggio, risplende gloriosa la luce di questa bellezza.

Ester Piaggio (11)