Madonna col Bambino dormiente

È un piccolo quadro e si trova esposto in una sala di Palazzo Rosso in Strada Nuova.
Il dipinto è opera del pittore seicentesco Giovanni Battista Salsi detto il Sassoferrato e mi ha colpita per la semplicità e per la grazia delle figure.
Un velo candido, un abito rosso carminio, la dolcezza disarmante di Maria.

Un sonno innocente, una tenerezza indicibile.

Le dita sottili della Madonna, le manine del piccolo Gesù.

Gli angeli tra nuvolette a far da cornice, una luce dorata sullo sfondo.

Un piccolo quadro che trasmette serenità e che così racconta l’amore della giovane Maria per il piccolo Gesù che dolcemente dorme tra le sue braccia.

L’Adorazione dei Magi di Giovanni Bernardo Carbone

Nel tempo dell’Epifania vi porto ad ammirare un dipinto esposto al Museo dell’Accademia Ligustica di Genova.
L’Adorazione del Magi è un capolavoro di Giovanni Bernardo Carbone, artista genovese vissuto nel ‘600.
Ecco la Sacra Famiglia, San Giuseppe sullo sfondo e la giovane Maria con la sua grazia fanciullesca, un velo candido copre il capo di Lei, sulle spalle ha un manto azzurro e  tra le sue braccia c’è il piccolo Gesù.

E poi gli sguardi dei Magi: la loro attesa, il loro stupore, la gioia e la commossa meraviglia, la luce della speranza nei loro occhi.

E la giocosa gaiezza infantile del piccolo Gesù di fronte alla saggia e rispettosa reverenza del più anziano dei Magi che offre al figlio di Dio la sua preziosa coppa con il dono a lui destinato.

Oro, incenso e mirra per il Messia, a condurre al Suo cospetto i doni sono Gaspare, Melchiorre e Baldassare, i Re Magi venuti da molti lontano.

La bellezza di questo dipinto è nella maestria del pittore nel rendere straordinaria la vivezza dei colori e dei contrasti mentre una luce radiosa rischiara la grazia del figlio di Dio.
Così si ammira, nella sua perfetta armonia, l’Adorazione dei Magi di Giovanni Bernardo Carbone.

David e Micol

Vi porto ancora con me in un museo genovese, ad ammirare un dipinto esposto all’Accademia Ligustica di Belle Arti.
Il quadro è opera dell’artista Virginio Grana, risale alla seconda metà dell’Ottocento e ritrae due figure bibliche.
Micol, figlia di Saul e sposa di Re David, è così ritratta con particolare grazia.

E il suo David suona soavemente l’arpa.

I dipinti spesso raccontano le sensazioni e i tumulti dell’anima e questo quadro, a mio parere, narra invece l’armonia: le due figure trasmettono un senso di equilibrio e di quiete reso ancor più potente dalla vivezza dei colori e dalla gestualità dei due sposi.

Il volto bellissimo di lei è incorniciato dai capelli morbidi sui quali è posata la corona tempestata di pietre preziose che ferma anche il velo leggero.

I sandali sono impreziositi da lucenti rubini che richiamano la tinta dell’abito del suo sposo, sui piedi di Micol cade l’abito color celeste così riccamente decorato.

Le sue dita sottili paiono seguire la dolce melodia dello strumento suonato dal suo sposo.

Così leggiadra e aggraziata.

Ed è così che potrete ammirare il dipinto di Virginio Grana, con la sua luce e la sua bellezza.

Alla cavezza

Un panorama bucolico, il profumo dell’erba e il silenzio.
E la luce che con i suoi toni caldi circonda le due figure al centro del dipinto, un olio su tela dell’artista Ettore Tito intitolato Alla cavezza e conservato a Villa Grimaldi Fassio di Nervi, sede delle Raccolte Frugone.
Il dipinto venne esposto nel 1922 alla Biennale di Venezia, ora è custodito in questo prestigioso museo genovese.
La giovane donna è radiosa, un sorriso pulito illumina il suo viso.

Ed è semplice, con il suo abito celeste, i capelli raccolti e i piedi scalzi.
Tiene alla cavezza, e cioè alla corda, il suo candido destriero.
E così, insieme, suscitano un senso di armonia e di serenità, nella cornice di un quieto panorama agreste.

È anche questo uno sguardo sul passato: una fanciulla, un cavallo bianco e un magnifico dipinto di un celebre artista.

Il Padre Eterno

Un grande vecchio dall’aria saggia e assorta.
Stringe il mondo a sé, tiene l’altra mano sollevata e in questa maniera impartisce così la sua benedizione.
Il dipinto, risalente circa al 1565 è parte della collezione del Museo Diocesano di Genova ed è opera magnifica di Luca Cambiaso dal titolo Dio Padre benedicente.

Questa immagine, in qualche modo, era in qualche parte della mia memoria, rammentavo infatti di aver già veduto questo profilo, questa figura solenne e assennata.
La memoria non mi ha tradita e infatti mi sono ricordata di aver visto questo stesso volto in un altro dipinto che appartiene sempre a un Museo genovese ed è esposto infatti a Palazzo Bianco, uno dei Musei di Strada Nuova.
Racchiuso in una cornice dorata ecco ancora il volto del Padre Eterno sempre tratteggiato dall’estro di Luca Cambiaso.

Il linguaggio dell’arte segue dei modelli ai quali siamo in qualche modo abituati e la nostra immaginazione ci porta spesso a figurarci il Padre Eterno proprio come lo ha rappresentato Cambiaso nelle opere che vi ho mostrato.
C’è un terzo quadro che desidero mostrarvi, è un dipinto che mi ha colpita in maniera particolare ed è esposto a Palazzo Rosso.
Il quadro si deve ai talenti di Casa Piola e si intitola Padre Eterno con angioletto, risulta poi essere una copia da Guercino.
In questa tela la dimensione divina si colma di tenerezza, di sentimento paterno e di dolcezza infinita: gli occhi amorevoli di Dio trovano così quelli dell’angioletto che tiene le sue manine salde sul globo crucigero.
È un’immagine di rara tenerezza ed è uno degli sguardi dell’uomo sulla grandezza del Padre Eterno.

Maggio con gli occhi di Jan Wildens

Così sboccia odoroso maggio, così lo dipinse il magnifico artista fiammingo Jan Wildens, il quadro fa parte di una serie di tele dedicate al ciclo dei mesi e conservate a Palazzo Rosso di Genova.
E il pittore seicentesco alza così il velo su questo tempo primaverile con il suo dipinto intitolato Maggio – La Passeggiata nel viale.
È dolce maggio, invita a ozi dorati e a gradevoli svaghi, così si indugia all’ombra degli alberi mentre l’aria tiepida spira tra le foglie.

Una barca viene sospinta dalla forza di un abile rematore.

E tutto è quieto, bucolico, è un tempo lieve che dona conforto e pace.

E accanto all’acqua gorgogliante si trovano anche i migliori amici dell’uomo.

Si arriva a cavallo, uscendo dal bosco, accanto a una piccola dimora così collocata accanto al alberi imponenti.

E scorre lento questo tempo sublime, nell’armonia perfetta della natura, dimensione ideale che conforta e avvolge come una melodia.

Sul viale alberato, tra i profumi di un tempo nuovo: questo è maggio e questo è lo sguardo di Jan Wildens.

Chiesa di San Siro: l’Ultima Cena di Orazio De Ferrari

È un grande dipinto, un autentico capolavoro dell’artista voltrese Orazio De Ferrari che lo realizzò intorno al 1647.
La sua Ultima Cena era da principio destinata all’Oratorio di Santa Maria degli Angeli che fu soppresso nel 1811 e venne poi distrutto da un bombardamento aereo durante la II Guerra Mondiale.
L’oratorio era nelle vicinanze della magnificente Chiesa di San Siro dove poi, in seguito alla soppressione dell’oratorio, trovò spazio la magnifica opera di De Ferrari ora collocata nella Sacrestia Monumentale della Chiesa.

È un dipinto potente per i suoi contrasti e per l’efficacia delle figure.

Gli angeli e la colomba dello Spirito Santo sovrastano il Figlio di Dio.

Spiccano le tinte accese di certi manti e colpiscono gli sguardi e le espressioni eloquenti, coinvolte e meravigliate degli apostoli.

Luccicano gli ori in questa ricchezza di dettagli che merita di essere ammirata.

Tra luce e ombra si scorgono il bene e il male, il tradimento e la fede.

E un chiarore lucente avvolge il capo di Gesù.

Questa è una delle opere che potrete vedere visitando la Chiesa di San Siro, antica Cattedrale della Superba in tempi lontani.

Il dipinto, valorizzato da un recente sapiente restauro, è visibile al pubblico ogni sabato pomeriggio dalle 16.00 alle 18.00.
Lo potrete ammirare nella Sacrestia Monumentale della Chiesa di San Siro dove i vostri occhi ritroveranno così la potenza espressiva dell’Ultima Cena di Orazio De Ferrari.

Aprile con gli occhi di Jan Wildens

Sboccia e fiorisce teneramente aprile, nel cuore della primavera, nello scenario incantato di un giardino all’italiana dipinto con maestria dall’artista fiammingo Jan Wildens nel 1614.
Il quadro, come altri della serie dei mesi del medesimo artista, fa parte della collezione dei Musei di Strada Nuova ed è esposto al Palazzo Rosso.
È dolce aprile in questo giardino bucolico e incantato.

Un solerte giardiniere sistema un pesante vaso nelle vicinanze degli alberi carichi di fiori bianchi, un cane sembra proprio incuriosito da ciò che accade nei dintorni.

E la vanga spezza le zolle di fertile terra.

Si ara e si semina in questa stagione prolifica e generosa.

E così la vita sa essere infinitamente dolce nel giardino ricco di profumi odorosi e delicati, un cagnolino gioca con la sua padrona e il giardiniere che regge la cesta pare seguire le indicazioni del gentiluomo con il mantello bianco.

Il sole illumina i sorrisi e fa sbocciare i tulipani nelle aiuole, gli sguardi si incontrano e le mani si stringono in questa magnifica cornice primaverile.

Aprile è lieto, sereno, quieto e avvolgente come il delizioso profumo dei fiori e dell’erba fresca in questa stagione di nuovi inizi così magistralmente narrata da Jan Wildens.

L’adorazione dei pastori di Antonio Travi

Opera conservata ai Musei di Strada Nuova, questo dipinto fa parte della collezione di Palazzo Bianco e si deve al talento del pittore seicentesco Antonio Travi, detto il Sestri in quanto originario di Sestri Ponente.
La sua arte ci restituisce lo stupore, la meraviglia e la bellezza della scena della Natività.
Dolce e sorridente è Maria, giovane madre amorosa.

E attorno alla Sacra Famiglia si riuniscono adoranti i fedeli: osservano, pregano e nutrono speranze nuove.
È una scena di particolare vivacità e ricca di molti aspetti di normale quotidianità.
Ecco sullo sfondo un uomo che incede portando con sé del pollame e di spalle, in primo piano, osserviamo un giovane pastore così raccolto al cospetto del piccolo Gesù e anche se non possiamo vedere il suo viso grazie alla bravura di Travi riusciamo a immaginarlo così dolcemente commosso.

Ed ecco un altro pastore seguito dalle sue pecore.

E poi c’è uno arriva con il cappello calcato sulla testa, mentre da dietro una colonna si affacciano i curiosi giunti anch’essi ad onorare il figlio di Dio.

Così Gesù porta la luce nel mondo e così l’artista Antonio Travi ci ha narrato l’adorazione dei pastori.

Kiki di Montparnasse

“All’epoca di Alice Montparnasse era chiamato dai parigini «il Quartiere» perché era unico e senza rivali, tanto singolare da non esigere alcuna ulteriore designazione.”

Parigi, anni ‘20: il quartiere favoloso della Rive Gauche parigina diviene scenario di fermento artistico e di nuove modalità espressive, in questo contesto creativo rifulge l’astro di Kiki, al secolo Alice Ernestine Prin, figlia illegittima di una giovane madre umile e priva di mezzi.
La piccola Alice cresce con la nonna, poi a 12 anni si trasferisce con la mamma a Parigi, è appena tredicenne quando inizia a fare qualunque tipo di lavoro: la magliaia, la lavabottiglie, l’apprendista rilegatrice.
Non starà molto con la mamma e finirà per lavorare per un fornaio, avendo nella mente però un altro mondo, un diverso destino.

“Sognava di innamorarsi di un poeta, un pittore o un attore. Sentiva che stava per succederle qualcosa di grande.”

Alice diventerà modella per gli artisti, Montparnasse sarà il suo mondo e Kiki il suo pseudonimo, a darglielo sarà Maurice Mendjizky, pittore polacco di 28 anni e primo amore della diciassettenne Kiki.
Kiki legherà poi parte del suo destino e del suo percorso artistico a Man Ray, l’artista e fotografo che lascerà di lei molti ritratti che ancora apprezziamo e che hanno reso eterna l’immagine della sua musa.
La storia di lei e del suo mondo è narrata in maniera elegante e magistrale nel libro di Mark Braude dal titolo Kiki di Montparnasse e pubblicato in Italia da Beat Edizioni.

Eclettica, estrosa, sregolata, inquieta, Kiki è una donna passionale e vivace e sarà non solo modella ma anche cantante, ballerina, attrice dei primi film surrealisti, pittrice e scrittrice, consegnerà ai posteri le sue memorie e la sua autobiografia sarà un successo internazionale.
Man Ray, con il quale lei visse una lunga e appassionata relazione amorosa, la ritrasse in quelle fotografie che rimandano ai nostri sguardi lo stile e il gusto di un’epoca: è la schiena nuda di Kiki sulla quale sono disegnate due chiavi di violino ad essere immortalata nella celebre fotografia di Man Ray dal titolo Le Violon d’Ingres e risalente al 1924.
Ed è tante volte Kiki, con il suo fascino forte e potente, con il suo caschetto nero e con gli occhi scuri, ad essere ritratta in pose diverse da Man Ray.
Questo libro, intenso e incalzante, non racconta soltanto una vita: narra una stagione artistica, i suoi stili, i movimenti creativi, i protagonisti che in qualche modo lasciarono il segno.
C’è il bel mondo, nelle pagine di questo libro, tra gli altri si incontrano Amedeo Modigliani per cui Kiki posò, Peggy Guggenheim, Picasso, Duchamp ed Ernest Hemingway, questa Parigi che affascina Kiki diviene per l’americano Man Ray il luogo nel quale egli sceglierà di esercitare la sua arte.

“Come qualunque nuovo arrivato, Man Ray era smanioso di credere a un certo mito della Parigi bohémien come luogo incantato, libero dalle regole e dalla repressione della normalità, dove arte, letteratura e musica erano le uniche cose che contavano e nessuno parlava mai di proprietà immobiliari, di tasse o di fare e allevare figli. La città lo entusiasmò subito.”

Le regole: Kiki le rifiuta, le sfida, le infrange.
È sfrontata, esagerata, ha un culto per gli eccessi, per certi versi il suo agire la rende anche, in qualche maniera, ruvida e dura.
E devo ammettere che la figura di Kiki non sempre mi ha suscitato empatia: ma po si ripensa a lei bambina già abituata a un deserto di affetti e allora la si riguarda con maggiore indulgenza, quasi con tenerezza.
Il libro è scritto con grazia e competenza e si legge con interesse, credo sia una splendida lettura per coloro che vogliano avvicinarsi ai movimenti artistici descritti in queste pagine nelle quali si restituiscono vividi ritratti dei protagonisti di un tempo e di un luogo, tra le gallerie d’arte e i locali di Montparnasse.
L’astro luminoso di Kiki brillò radioso in quegli anni ‘20, quello fu il suo decennio: con la crisi del 1929 tutto cambiò e quel mondo con i suoi ritmi folli e sregolati svanì.

“Molto probabilmente i postumi di sbornia degli anni Trenta furono in parte un sollievo per molti, a Montparnasse. Non avevano più il dovere di ballare tutta la notte sull’orlo di un vulcano.”

Kiki a quell’epoca dipingeva, l’amore con Man Ray era un ricordo lontano, lei cantava nei locali notturni e nei night club, una sera a sentirla andò anche la scrittrice Anaïs Nin che annotò poi l’evento tra le pagine del suo diario.
Lentamente, quel mondo lasciò posto a una diversa dimensione, di lì a poco la guerra avrebbe sconvolto l’Europa e l’intero pianeta.
Rimase la memoria di un’epoca marcata da un diverso spirito, da geniali protagonisti e da incontri fatali che ad alcuni avevano cambiato l’esistenza.

“La vita sulle terrasses dei café non era più entusiasmante come un tempo. Non si poteva più star seduti a scoprire chi sarebbe arrivato, con la certezza che alla fine sarebbe arrivato qualcuno a trasformare la serata in un’avventura improvvisata.”