The boys

“Ai nostri occhi la nostra infanzia era normale ma era tutto fuorché questo…”

Questa è la storia di due fratelli: i ragazzi Howard.
The boys – due vite, un’autobiografia è il libro scritto con passione da Ron Howard e Clint Howard e pubblicato in Italia da Baldini Castoldi.
Dei due fratelli il più celebre è certamente il maggiore, Ron Howard è un famosissimo attore e regista e impersonò anche Richie Cunningham in Happy Days e allora tutti noi forse lo consideriamo quasi come un amico, uno che in qualche maniera ha fatto parte delle nostre vite.
Prima di approdare su quel set Ron è stato un bambino prodigio, il libro è il racconto di quell’infanzia favolosa e dell’adolescenza negli anni ‘60 e ‘70.
I genitori di Ron e Clint, Rance e Jean Howard, si lasciarono alle spalle l’Okahoma e giunsero in California in cerca di successo nel rutilante mondo dello spettacolo: saranno proprio loro a segnare la strada per i due figli che fin da bambini mostreranno curiosità, interesse ed entusiasmo per il mondo del cinema.
Il libro è un racconto a due voci che tiene sempre il focus sull’importanza dei legami e degli affetti famigliari, è una storia che scorre rapida come la sceneggiatura di un film di Ron Howard il quale, oltre ad essere un attore di talento, diverrà poi anche sceneggiatore, produttore e acclamato regista di celebrati film come Cocoon e A Beautiful mind, giusto per citarne un paio.

E in un libro che narra Hollywood e le avventure di due giovani attori non mancano certo le rivelazioni su alcuni segreti del cinema e su certi trucchi usati sul set, ad esempio ho trovato molto spassoso un aneddoto riguardante il piccolo Clint e un suo ruolo in Star Trek.
La vita di Clint non sarà poi sempre facile, sarà segnata infatti dalle dipendenze dalle quali, con forza e volontà, saprà tirarsi fuori.
E poi c’è lui, il fantastico Ron, il bambino con le lentiggini di Una fidanzata per papà di Vincent Minnelli.
Ron che appena da ragazzino si innamora di Shirley e sarà lei e soltanto lei la donna della sua vita.
Ron che cresce giocando sui set e che ci racconta di quando andava in bicicletta lungo i binari della ferrovia di Via col vento.
Ron che diviene una stella di prima grandezza in un film cult di un’intera epoca: American Graffiti.
Ron che infine veste i panni di Richie Cunningham in Happy days e la famiglia del telefilm sarà come una seconda famiglia.
Henry Winkler, interprete dell’indimenticabile Fonzie, sarà il suo migliore amico e sarà anche il padrino dei 4 figli di Ron.
Se amate il mondo del cinema questo libro è per voi, tra queste pagine si incontrano delle vere celebrità e si trovano episodi memorabili, è una lettura davvero piacevole.
E riguardo ai giorni di Happy Days Ron racconta che durante un tour promozionale le fan andavano in delirio per quei giovani attori: una ragazza una volta aveva gli tolse dalla testa il cappello da baseball che Ron corse subito a recuperare.
Straordinario poi un aneddoto che riguarda Henry Winkler che, sempre in occasione di un tour promozionale, si trovava su una limousine insieme a Don Most, l’attore che interpretava Raph Malph.
La folla impediva alla macchina di passare quando ad un tratto ecco cosa accadde:

“La crisi fu scongiurata solo quando Henry usò la sua voce da Fonzie per rivolgersi alla folla.
«Ora voglio dirvi una cosa», esclamò «vi dividerete come il Mar Rosso». Schioccò le dita come faceva in TV per chiamare le ragazze. La folla si aprì obbediente creando un varco verso l’auto.”

Ho letto questo libro con affetto e con un senso di gratitudine per queste memorie svelate e condivise con il pubblico di un pianeta intero,
Accade, a volte, che qualche stella lontana di Hollywood ci appaia più vicina, come una presenza del nostro vissuto.
E accade così che, in qualche modo, pensiamo un po’ anche a noi stessi, mentre magari ci ritorna in mente la scena di un film o risuona nella nostra memoria la colonna sonora di un telefilm che ci ha fatto compagnia in certi giorni della nostra vita.
E quella cosa lì, in una maniera che non so spiegare, è una dolce nostalgia.

Un burattino di legno

“Quando Pinocchio entrò nel teatrino delle marionette, accadde un fatto che destò mezza rivoluzione. Bisogna sapere che il sipario era tirato su e la commedia era già incominciata.
Sulla scena si vedevano Arlecchino e Pulcinella, che bisticciavano fra di loro e, secondo il solito, minacciavano da un momento all’altro di scambiarsi un carico di schiaffi e di bastonate. … Quando all’improvviso, che è che non è, Arlecchino smette di recitare, e voltandosi verso il pubblico e accennando colla mano qualcuno in fondo alla platea, comincia a urlare in tono drammatico:
– Numi del firmamento! sogno o son desto? Eppure quello laggiù è Pinocchio!…
– È Pinocchio davvero! – grida Pulcinella.
– È proprio lui! – strilla la signora Rosaura, facendo capolino di fondo alla scena.
– È Pinocchio! È Pinocchio! – urlano in coro tutti i burattini, uscendo a salti fuori delle quinte.
– È Pinocchio! È il nostro fratello Pinocchio! Evviva Pinocchio.”

Carlo Collodi – “Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino”

Due settimane in settembre

“Tutti gli uomini sono uguali in vacanza: tutti liberi di fare castelli in aria senza preoccuparsi delle spese e senza possedere competenze da architetto. Sogni fatti di una materia così impalpabile devono essere coltivati con venerazione e tenuti lontani dalla luce violenta della settimana seguente.”

Così iniziano le vacanze della famiglia Stevens, in certe giornate luminose sul finire dell’estate.
Gli Stevens abitano a Dulwich, un sobborgo nel sud est di Londra.
Gli Stevens, ogni anno e ormai da molti anni, sono soliti trascorrere le vacanze sempre nello stesso posto: la pensione Vistamare a Bognor Regis.
Il loro soggiorno poi ha sempre la stessa durata: esattamente Due settimane in settembre, come recita il titolo del magnifico romanzo dedicato alle avventure di questa famiglia inglese scritto da R. C. Sherriff nel 1931 e pubblicato in Italia da Fazi Editore.
Facciamo così la conoscenza degli Stevens: il Signor Stevens è impiegato, la moglie è casalinga, i due hanno 3 figli, Mary e Dick sono già grandicelli e lavorano entrambi, Ernie è invece il piccolo di casa e ha appena 10 anni.
Ogni anno, con grande aspettativa, tutti si preparano con cura per trascorrere l’agognata vacanza a Bognor Regis: a dire il vero la pensione Vistamare non è proprio lussuosa, anzi è piuttosto modesta e mostra diversi segni di decadenza ma per gli Stevens è un luogo del cuore.
La partenza per Bognor Regis prevede tutta una serie di precisi rituali: si tratta del ruolino di marcia del signor Stevens.
Meticoloso e metodico, il capofamiglia è solito compilare una lista precisa di tutte le incombenze da sbrigare prima delle vacanze e non si scorda di affidare il canarino ad una solerte vicina che se ne occuperà.
Per arrivare a Bognor Regis c’è un lungo viaggio in treno da affrontare e si protrae per molte pagine, è una vera delizia viaggiare con gli Stevens mentre al di là del vetro scorre rapido il panorama e la meta si avvicina.

E tutto è così normale, tranquillo e deliziosamente famigliare: questo romanzo, nella sua disarmante semplicità, rappresenta un autentico elogio della quotidianità e delle piccole gioie della vita.
Pagina dopo pagina, grazie al mirabile talento dell’autore, sembra quasi di conoscere davvero gli Stevens.
Al mare, a Bognor Regis, si fanno lunghe passeggiate sulla spiaggia e ci si diletta con i passatempi tipici del posto, ogni anno si sceglie un souvenir da portare in regalo alla vicina di casa e bisogna darsi un po’ da fare per aggiudicarsi la cabina migliore.
La Signora Stevens in queste vacanze ama in particolare le ore della sera quando tutti se ne vanno fuori e lei se ne può restare in santa pace in poltrona a dilettarsi con il suo cucito e a sorseggiare il suo Porto.
In questo luogo che suscita emozioni contrastanti e piccoli tumulti dell’anima:

“Uno strano sentimento, venato di tristezza, ti assale quando entri in una stanza che ti sussurra i ricordi di una lunga serie di anni.”

In questo luogo dove si diventa grandi e nei giorni della giovinezza si aprono spiragli inaspettati sul futuro:

“Mary aveva sempre considerato la vita qualcosa che iniziava prima che te ne rendessi conto e poi andava avanti senza scosse finché morivi: non aveva mai saputo che potesse finire e poi ricominciare, così splendida.”

Ho amato ogni riga di questo romanzo.
Ho amato lo stile garbato, asciutto ed elegante.
Ho amato la vena britannica che attraversa ogni pagina di questa storia come un raggio di luce.
Ho amato la semplicità, a volte persino prevedibile, vera e credibile.
Ho amato la sensazione di serenità che si assapora leggendo il romanzo di Sherriff, si resta a Bognor Regis con questa piacevole compagnia alla quale è davvero facile affezionarsi.
E così anche a noi lettori rimane salda nel cuore un sorta di inspiegabile nostalgia per quel tempo trascorso in quella quiete, per quelle memorabili due settimane in settembre.

“Una vacanza è così. I primi giorni indugiano quasi interminabili. Verso sera il sole si posa dentro una conca tra le colline e rimane li, ostinato, a sfidare la notte. Domenica, lunedì, martedì: ti sembra di essere al mare da settimane intere.”

I posti dove mi piace leggere

Questi sono per me tempi di letture appassionanti, i libri del resto sono tra i miei migliori amici e in quanto tali la loro compagnia è sempre un privilegio.
L’altro giorno, mentre ero immersa nelle fantastiche vicende di un magnifico romanzo, mi sono ritrovata a riflettere su tutti i posti dove mi piace starmene con un libro tra le mani e così eccomi a raccontarvi le mie preferenze di lettrice.
In primo luogo amo da sempre leggere a letto e prediligo le ore del primo mattino, dopo aver bevuto il mio caffè mi piace ritornare sotto le coperte e rimanere a lungo a leggere, nel silenzio ovattato del giorno che nasce: e così il mio primo sguardo sul mondo passa attraverso le parole di un libro e si arricchisce di altri sguardi e di panorami inconsueti.
Nelle giornate serene, luminose e non troppo calde tipiche della primavera amo leggere tra i fiori del mio terrazzo, con una musica che mi accompagna nella lettura.
E quando poi viene il tempo dell’estate, a Fontanigorda, prediligo una certa panchina che considero una postazione di lettura davvero privilegiata!
Questa panchina si trova sulla strada tra Fontanigorda e Casanova, ci si arriva dopo una breve passeggiata ed offre il conforto dell’ombra degli alberi, il canto del vento tra le foglie e il cinguettio gioioso degli uccellini.
Io potrei rimanerci per ore e ore, la mia panchina è incantata come un tappeto volante.

Mi sistemo là sopra a gambe incrociate e parto felice per i miei viaggi letterari: comodamente seduta sulla mia panchina sono stata diverse volte nella Parigi di Zola e altrettanto di frequente nella Londra vittoriana, ho vissuto amori tormentati e ho conosciuto storie indimenticabili.
La mia panchina, come dicevo, è lungo la strada e quindi di tanto in tanto passano altri villeggianti ma tutto è semplicemente perfetto e nulla interrompe la mia adorata lettura.
Leggere è un gioco di fantasia, una meraviglia dell’immaginazione che ognuno si costruisce da sé, ognuno nel luogo che preferisce.
E ancora, qui a casa, a Genova, quando fuori piove amo sedermi per terra vicino alla porta finestra per restare lì a a leggere mentre in sottofondo tintinnano le gocce di pioggia sulla ringhiera.
Ci sono tante gioie semplici, al mondo.
A volte a renderci felici sono le parole di uno scrittore, le suggestioni di una storia antica, il riflesso di emozioni che sappiamo riconoscere come nostre.
A volte a renderci felici è un libro, una di quelle gioie semplici uniche al mondo.

Giorni felici

“L’immagine che vide riflessa le piacque: occhi blu lucenti, naso diritto, bocca carnosa. La sua pelle era rosea e chiara, ma adesso quando rideva apparivano delle antipatiche rughette che fino a due o tre anni prima non c’erano.
L’anno successivo avrebbe compiuto trent’anni.”.

È la primavera del 1952 a Berlino e questa creatura incantevole è Silvie, la seconda delle ragazze Thalheim: lei è è la protagonista di Giorni Felici, secondo volume della trilogia scritta da Brigitte Riebe dedicata alla storia di una benestante famiglia tedesca, qui trovate la mia recensione di Una vita da ricostruire, primo libro della saga pubblicata da Fazi Editore.
In questi luminosi anni ‘50 la Germania rinasce e con essa la sua economia, i grandi magazzini Thalheim sul Kurfürstendamm berlinese fanno affari d’oro con le loro proposte di moda.
Silvie è una giovane inquieta, ha una tormentata storia d’amore, è una ragazza brillante e di talento, ama sfrecciare per la sua Berlino a bordo della sua Vespa e ha alcune doti mirabili, non le mancano certo intuito e lungimiranza.

“… sin dalla più tenera età riusciva a immaginare praticamente tutto.
Quello era il suo modo di sentire.
Il suo modo di pensare.
E persino il suo modo di agire.”

Con stile garbato ed eleganza così si dipana questa ulteriore vicenda della famiglia Thalheim mantenendo lo sguardo anche sugli eventi della Berlino post bellica e sugli inevitabili legami tra gli abitanti del settore ovest e quelli del settore est.
Il romanzo, tuttavia, ha volutamente gradevoli accenti di leggerezza e pertanto non si dilunga in modo particolare su vicende complesse e drammatiche.
La vita scorre, non senza difficoltà, la Riebe assegna ad ognuno dei suoi protagonisti la propria parte di gioie e di dolori, proprio come accade nella realtà.
Silvie è vivace, ha un’intelligenza curiosa, conduce con successo una trasmissione radiofonica e riuscirà persino ad intervistare il celebre scrittore Heinrich Böll che fa così la sua comparsa in alcune pagine del libro.
Silvie inoltre si occupa anche dell’impresa di famiglia e ha un fratello gemello che è fonte di grandi preoccupazioni.
E per gran parte del romanzo la giovane si ripete certe parole che gettano un ombra di incertezza sul suo futuro:

“Senza un uomo. Senza una casa. Senza un figlio.”

Pagina dopo pagina l’autrice accompagna la sua protagonista e i suoi lettori verso la realizzazione e verso la tanto agognata felicità, non è un percorso semplice e piano, è anzi ricco di ostacoli, di lacrime e di improvvisi colpi di scena.
La trama, ricca e mai monotona, si presterebbe sicuramente a divenire la sceneggiatura di una serie televisiva, le vicende delle sorelle del Ku’damm avvincono e coinvolgono con la giusta gradevolezza, questo romanzo come il precedente è una lettura piacevole e coinvolgente e tra queste pagine già si preannunciano le vicende del terzo volume che conclude la serie.
C’è un momento, nella vita di ognuno, in cui si cercano semplicemente la quiete e la serenità, un traguardo ambizioso e non sempre facile da raggiungere e Silvie Thalheim, ve lo assicuro, lo sa molto bene.

“Era forse troppo pretendere che per una volta le cose andassero bene e basta, per tutta la famiglia e senza eccezioni?
Giorni felici – pensò – è di questo che abbiamo bisogno adesso.”

Lady Butterfly – Diario di una cacciatrice di farfalle

“15 Aprile 1883
Tra un mese avrò raggiunto i ventun anni, e allora sarò libera di scegliere la mia strada nella vita. La mia passione dominante è l’indipendenza.”

Questa è la storia straordinaria di Margaret Elizabeth Fountaine, instancabile viaggiatrice e appassionata entomologa nata a Norwich nel 1862.
La sua vicenda venne alla luce nella maniera in cui lei stessa aveva disposto: dovete infatti sapere che Miss Fountaine morì nel 1940 e con il suo testamento destinò al Castle Museum di Norwich la sua collezione di 22.000 farfalle.
Miss Fountaine però lasciò dietro di sé anche una capiente scatola con l’indicazione che venisse aperta il 15 Aprile 1978.
Così accadde e, quando il coperchio fu sollevato, all’interno della scatola furono trovati 12 pesanti volumi: i diari di Miss Fountaine dal 15 Aprile 1878 fino al 1939, cento anni erano passati da quando Margaret aveva scritto la prima parola delle sue memorie.
Lady Butterfly – Diario di una di una cacciatrice di farfalle di Margaret Fountaine, pubblicato da Elliot nella collana Antidoti, è così la storia magnifica di questa donna cresciuta secondo le regole e i dettami dell’epoca vittoriana e tuttavia autonoma, indipendente, libera nelle azioni e nei pensieri.
Le pagine scelte da quei suoi diari restituiscono il ritratto di una donna volitiva, caparbia, fiera e scevra da incertezze, Miss Fountaine ha spirito di iniziativa e carattere, hanno particolare rilievo poi le sue tormentate e a volte bizzarre questioni amorose che sono narrate con vera ricchezza di dettagli.

Miss Fountaine disegna cattedrali e scopre fin da ragazza che la sua ambizione è viaggiare per il mondo, trovare nuove farfalle e conoscere usi e costumi dei popoli.
Miss Fountaine, disponendo di una certa rendita, riuscirà così a realizzare il suo desiderio: viaggerà in tutti i continenti, armata di retino e di autentica curiosità.
Quante avventure Miss Fountaine!
Ad esempio, in compagnia di sua sorella, partirà da Nizza per attraversare l’Italia in bicicletta: le due spediscono il loro bagaglio per ferrovia e si apprestano a pedalare fino a Venezia.
Che sorprendenti viaggiatrici vittoriane in gonna lunga!
Immaginate Miss Fountaine e sua sorella alla scoperta del mondo, alla partenza dalla Francia l’entusiasmo è alle stelle.

“Fu delizioso volare sulle nostre biciclette, io con la mia Kodak Bullseye fissata al cestino davanti a me, così che ogni qual volta un gruppetto di contadini o di animali colpiva la mia immaginazione, non avevo altro da fare che saltar giù dal sellino e cogliere qualche istantanea. Eravamo alla moda, con le nostre biciclette… Inoltre ero alla moda con la mia Kodak”.

Temeraria Miss Fountaine, le sue avventure sono ai nostri occhi fantastiche e sorprendenti: Miss Fountaine salirà sull’Orient Express, cavalcherà con sicurezza, scoprirà l’Africa e l’Oriente, sarà sempre libera e autonoma, sebbene in sottofondo, nei filo dei suoi pensieri, si colga netto e presente il retaggio della sua educazione vittoriana.
Ad accompagnarla per un lungo tratto della sua vita sarà un giovane ragazzo siriano che è la sua guida nei viaggi in terre lontane: lui ha 24 anni e lei 39 quando tra loro nasce un amore difficile e complicato, non vi svelerò di più di loro ma, come dicevo, Miss Fountaine in tutto il corso del libro finisce sempre per stupire.
Va anche detto che, a un certo punto della vita, smetterà di collezionare farfalle, farle morire era per lei una pena e inizierà invece ad allevare le larve, restituendo all’universo un numero elevatissimo di nuove farfalle.
Miss Fountaine troverà all’estero interessanti compagni di viaggio, incontrerà nobili inglesi e studiosi come lei, in un giorno di aprile i suoi occhi si poseranno poi sui manifesti che raccontano la tragedia del Titanic e lei scriverà sul suo diario che quella è la nave più grande del mondo e che possa affondare è completamente da escludere.
Con grazia, determinazione e spirito Miss Fountaine ci ha così consegnato il suo sguardo su quel mondo che volle conoscere in ogni sua particolarità, leggere le sue memorie è una notevole emozione, questo libro è una lettura inaspettata e stupefacente, avvince, affascina e lascia, nel cuore e nell’animo, la leggerezza del sorriso.
Seguendo lei, Margaret Elizabeth Fountaine, con la sua sete di libertà che la condusse per le strade del mondo.

“Sostai ad Atene due notti, ma non vedevo l’ora di tornare nel mondo solitario della natura, libera di vivere la mia vita autentica, lontano dalle convenzioni della civiltà. La libertà è la gioia suprema della vita.”

I cigni della Quinta Strada

“La New York dei teatri, dei cinema, dei libri; la città del New Yorker, di Vanity Fair e di Vogue.
Un faro, una guglia, un faro in cima a una guglia. Una luce che brilla continuamente in lontananza, visibile persino dai campi di mais dell’Iowa, dai monti del Dakota, dai deserti della California, dalle paludi della Louisiana. Un invito incessante. Un richiamo per gli insoddisfatti, una lusinga per gli illusi.”

Nel luccichio sfolgorante della Grande Mela si svolge la vicenda del libro I cigni della Quinta Strada di Melanie Benjamin pubblicato in Italia da Neri Pozza e Beat Edizioni.
Un romanzo della disillusione che si incentra sull’alta società tra gli anni ‘60 e gli anni ‘70, il mattatore sulla scena è lo scrittore Truman Capote, anche detto Cuore Sincero dai suoi Cigni.
I Cigni di Truman sono le indiscusse protagoniste del jet set newyorkese e rispondono ai nomi di Babe Paley, Slim Keith, Gloria Guinness, C. Z. Guest, Gloria Vanderbilt, Pamela Harriman, Marella Agnelli.
I Cigni sono le socialite, dettano le mode e le sue regole, una di loro si è inventata il vezzo di annodare il foulard alla borsa, sono belle, ricche, sofisticate, celebri ed eleganti.
Truman Capote, lo scrittore eccentrico e particolare, autore tra il resto di Colazione da Tiffany, è il loro amico e il loro confidente, tutti loro paiono vivere un’esistenza di agi dorati ma la felicità non è poi così scontata.
Truman ha un compagno ma nutre anche una predilezione particolare per uno dei suoi cigni: la miliardaria Babe Paley alla quale lo unisce un sentimento complesso e profondo, un misto di fratellanza, passione e attaccamento totalizzante.
La bellissima Babe, donna affascinante e di classe, è la moglie di Bill Paley, fondatore della CBS che l’ha resa immensamente ricca ma non le risparmia certo i tradimenti con le attrici che incrociano il suo cammino.
Babe ricambia l’affetto di Truman, a lui lo lega una sorta di misteriosa affinità:

“Truman era esattamente uguale a lei. Entrambi inconsueti, esotici, eppure al contempo così scombinati e ordinari.”

Ed è Babe, con la sua grazia raffinata, a comparire sulla copertina del libro.

Tra feste, mondanità e ricevimenti i cigni vivono la loro epoca dorata di esclusivi privilegi.
E Truman c’è, lui c’è sempre.
Ascolta, raccoglie le loro confidenze, custodisce le loro parole, fa tesoro delle loro memorie, trattiene i fili delle loro storie.
E traspare, sempre, un amaro disincanto che è il filo conduttore del romanzo:

Perché sotto la scorza della bellezza erano tutte maledettamente sole.”

Vita reale e finzione letteraria si intrecciano abilmente tra le pagine di questo romanzo dove fanno la loro comparsa diverse celebrità come ad esempio Frank Sinatra, Henry Mancini e Mia Farrow.
Un intero mondo è destinato ad andare in frantumi e crollano infine tutte le certezze quando un giorno si consuma il più perfido dei tradimenti: tra le pagine di Esquire viene pubblicato un articolo di Capote dal titolo La Côte Basque 1965.
Ah certo, Truman è stato astuto, ha usato dei nomi di fantasia ma i cigni si sono riconosciuti, ognuna delle sue amiche ritrova la propria storia messa nero su bianco e ora nota a tutti: si alza il velo sulle debolezze di ognuna, sui tradimenti e sui segreti sempre taciuti.
E questa è la fine dell’illusione, c’è un senso di perdita tanto potente da far pronunciare queste parole a una nostalgica Slim Keith:

“Mi ripeto quanto fosse meravigliosa la vita a quell’epoca, un’epoca in cui nessuno diceva la verità agli altri, senza che questo avesse la minima importanza. Era tutto bellissimo. Non è così forse? Tutto gradevole, elegante, raffinato.”

Si compie così il destino di Truman Capote e dei cigni, la Benjamin restituisce al lettore un romanzo avvincente dal ritmo sostenuto, dai dialoghi vivaci e fortemente evocativi.
Tutto svanisce e a tutto si ritorna con un senso di rimpianto, anche al ricordo di quella bellezza che ai cigni della Quinta Strada ha donato un senso agli istanti della vita.

“La meraviglia di appartenersi, di sentirsi accettati, apprezzati, desiderati.
La grazia di un fiore uno stelo di mughetti dalle campanelle bianche come la neve che spiccano sul verde lucido delle foglie. Un fiore reso ancor più prezioso dalla mano amica che ce lo offre teneramente, un dono capace di lenire il nostro dolore. … La bellezza di uno svolazzo di taffetà, di un tintinnio di campanellini, di un barbaglio di diamanti e smeraldi: la bellezza di un fiore di carta ancora intatto. La bellezza.”

I fratelli Lamb

“Uno dei passeggeri sulla carrozza per Stratford aveva avuto l’imprudenza di chiedergli: « Qual è dunque la vostra occupazione, signore?» Dopo averlo fissato per un istante in silenzio, Samuel Ireland aveva risposto: «Mi occupo del mestiere di vivere, caro signore.» ”

Raffinato, elegante, fortemente evocativo e squisitamente british, ecco un romanzo che delizierà gli amanti della letteratura inglese e gli estimatori della terra di Albione.
I fratelli Lamb è un raffinato romanzo storico scritto dall’ineffabile Peter Ackroyd ed edito in Italia da Neri Pozza.
Ackroyd, uno dei massimi autori britannici, offre uno spaccato straordinario della Londra del passato portando il lettore nel lontano 1795.
I protagonisti del suo volume sono persone realmente vissute: si tratta infatti dei fratelli Charles e Mary Lamb, entrambi autori di romanzi ed opere letterarie.
E tuttavia l’autore avverte il lettore: ha inventato personaggi e modificato le vicende della famiglia Lamb per amore della narrazione.
Per amore della narrazione: arte della quale Ackroyd è incomparabile maestro.

Dunque, la vicenda del romanzo è tanto semplice quanto intrigante.
Il giovane Charles Lamb lavora per la Compagnia delle Indie ma aspira a divenire un celebre scrittore, la sorella Mary condivide con lui l’amore per la poesia e la letteratura, lei è una ragazza dal viso segnato dal vaiolo e vive per lo più nell’ambiente domestico.
Per un caso del destino i due fratelli Lamb si imbattono nel giovane William Ireland, libraio con il padre Samuel a Holborn Passage.
E sapete qual è la circostanza stupefacente?
Il giovane Ireland ha scoperto per ventura alcuni manoscritti di William Shakespeare e l’emozione per tutti loro è davvero incredibile!
Sui manoscritti e sulle presunte opere shakespeariane non vi svelerò nulla di più, sappiate comunque che il colpo di scena è sempre dietro l’angolo e che anche Ireland è realmente esistito.
Questo romanzo ha il profumo della carta e degli antichi manoscritti, vi è inoltre ancora una protagonista fondamentale e nessuno come Ackroyd è capace di narrarla in tale maniera nei nostri tempi: la città di Londra.
È una città a volte fosca, caotica, complicata, per le sue vie si muovono carri e calessi, in questa Londra si incontrano poi personaggi particolari:

“Jonathan Baker era un omino tarchiato dall’aria completamente esausta, con la bocca ripiegata verso il basso e le palpebre pesanti. A Samuel Ireland sembrò una sorta di Pantalone appena uscito da una commedia. Si presentò nell’ufficio con un bizzarro berretto a punta di datazione incerta.”

E i luoghi di Londra, poi, sono descritti in maniera indimenticabile:

“Il palco Amleto odorava di paglia fradicia, cordiale alla liquerizia e ciliegie. L’odore dei teatri di Londra. A William piaceva quell’odore e si sentiva inebriato dai profumi di essenze e unguenti che si levavano a ondate dalla platea eccitata e mormorante.”

In ogni riga di questo romanzo emerge, netto ed evidente, il talento narrativo di Ackroyd e spicca la sua innata capacità di affascinare e coinvolgere in maniera totalizzante i suoi lettori.
Su ogni evento descritto tra le pagine del libro aleggia la figura misteriosa di William Shakespeare, il Bardo è a suo modo anch’egli uno dei protagonisti del romanzo I fratelli Lamb.
Adorato, amato, riletto, i suoi versi sono mandati a memoria e per sempre immortali.
E le sue opere, all’improvviso divengono persino palpabili.
Ecco la sua calligrafia, ecco le sue maniere di scrivere, ecco i personaggi riconoscibili e ritrovati in certi manoscritti davvero straordinari: un’emozione destinata a mutare il destino di certe vite.

“Dunque Shakespeare aveva tenuto quel libro fra le mani… proprio come stava facendo lui in quel momento. L’assoluta reciprocità del gesto gli diede il capogiro.”