“Era una città di mattoni rossi o, meglio, di mattoni che sarebbero stati rossi se fumo e cenere lo avessero consentito. … C’era un canale nero e un fiume violaceo per le tinture maleodoranti che vi si riversavano; c’erano vasti agglomerati di edifici pieni di finestre che tentennavano e tremavano tutto il giorno; a Coketown gli stantuffi delle macchine si alzavano e si abbassavano con moto incessante come la testa di un elefante in preda a una follia malinconica. C’erano tante strade larghe tutte uguali fra loro, e tante strade strette ancor più uguali fra loro; ci abitavano persone altrettanto uguali fra loro, che entravano e uscivano tutte alla stessa ora, facendo lo stesso scalpiccio sul selciato, per svolgere lo stesso lavoro; persone per le quali l’oggi era uguale al ieri e al domani e ogni anno era la replica di quello passato e di quello che doveva venire.”
Ecco Coketown, città immaginaria ed industriosa che fa da scenario alle vicende di Tempi difficili, romanzo di Charles Dickens pubblicato per la prima volta a puntate nel 1854 sul periodico Household Words.
Questo è un romanzo di forte denuncia sociale che mette in evidenza gli orrori della rivoluzione industriale e questa città immaginaria denominata appunto Coketwown che in italiano significa città del carbone si ispira a un luogo veramente esistito che Dickens visitò rimanendo fortemente impressionato per le drammatiche condizioni di coloro che ci vivevano e lavoravano.
A Coketown troviamo Thomas Gradgrind, lui si occupa dell’educazione e del sistema scolastico, è un uomo che bada solo ai fatti, null’altro per lui conta se non i crudi e reali fatti, la concretezza, egli non si dà pace al pensiero che i frequentatori della biblioteca si ostinino a usare l’immaginazione.
Josiah Bounderby, invece, è un ricco industriale che fa il bello e il cattivo tempo, è uno di quegli uomini che pensano di valere solo loro e si gloriano della propria opulenza.
Poi il mondo è vasto e variegato, lo popolano infinite anime tutte diverse tra loro ma per taluni è arduo comprendere quando siano difficili certi tempi difficili.
“Non c’era capitalista che partito con sei pence in tasca e ritrovandosi con sessantamila sterline, non si stupisse che i primi sessantamila lavoratori che gli capitavano sott’occhio non facessero anche loro sessantamila sterline partendo da sei pence. Ed eccolo a rimproverarli di non essere riuscito ad ottenere un risultato tanto modesto. Quello che ho fatto io, puoi farlo anche tu, no? Perché non ti coi metti e lo fai?”
Il mondo invece, come dicevo, si tinge invece di diverse sfumature e le troviamo nello sguardo di Sissy, la ragazzina cresciuta nel circo e poi abbandonata dal padre, anche anche lei andrà a vivere a Coketown.
Percorre le strade della cupa città anche Steven Blackpool, esempio di onestà e di grande sfortuna, la sua parabola rappresenta la fragilità della vita nel contesto così duro che lo circonda.
Tempi difficili è un romanzo complesso, con una trama ricca e intricata, sono pagine affollate di personaggi memorabili come solo Dickens sapeva ritrarre.
E al di là della trama, ogni volta che leggo le pagine di questo maestro della letteratura mi ritrovo a considerare che i suoi scritti sono eterni, vanno al di là del tempo, pur ben circostanziato e narrato, la sua narrazione tuttavia travalica la sua epoca.
Rimangono immutate, nel genere umano, certe caratteristiche che ritroviamo nelle pieghe dei caratteri come la grandezza d’animo e la grettezza, l’arroganza e la sensibilità.
E c’è qualcosa di straordinario nello smisurato talento di uno scrittore capace di saper tratteggiare caratteri e persone che anche a noi pare di aver incontrato.
Tra queste pagine troverete storie di amore e di dannazione, di speranza e di sfiducia, di innocenza e tradimento narrate con la consueta maestria da Charles Dickens.
E trascrivo ancora una volta le sue parole in un brano che restituisce appieno quel senso di universalità capace di sorpassare il tempo.
Leggete con attenzione: Mr Charles Dickens parla anche di noi e parla proprio anche a noi.
“Centinaia e centinaia di mani al lavoro in questa fabbrica; centinaia e centinai di cavalli a vapore. Conosciamo fino all’ultimo quello che può fare una macchina, ma neppure tutti i contabili della tesoreria nazionale, messi assieme, riusciranno mai a calcolare quale sia la capacità di agire nel bene e di operare nel male, di amore e di odio, di patriottismo o di scontento, la capacità di corrompere la virtù in vizio o di esaltare il vizio in virtù, che si annida nell’animo di ciascuno di questi schiavi mansueti, con i loro volti composti e i gesti regolarmente scanditi. Nessun mistero nella macchina, un insondabile mistero perfino nel più umile di loro – per sempre.”

Senza Charles Dickens che letteratura sarebbe? Di certo sarebbe più povera.
Decisamente, caro Marco, ho riletto questo libro con autentico entusiasmo.
Miss, non solo i tempi in questione erano difficili… difficile è anche riuscire a raccontarli in quel modo…
Veramente, Dickens era un genio assoluto.
Oh ma che bella lettura! Adesso completo il quadro e posso immaginare anche in quale libro ti rintanavi durante quei viaggi sulla funicolare di cui facevi cenno su fb. Come sempre Dickens riserva delle ore preziose.
Esattamente mia cara, ho riletto questo romanzo con vero piacere, Dickens è indimenticabile.
Un bacione a te Viv, grazie.