Una cartolina per Miss Muriel

La cartolina per Miss Muriel venne spedita nell’inverno del 1926: era proprio il giorno di Santo Stefano e colui che la scrisse la inviò con lo scopo di porgere anche i suoi auguri per il nuovo anno.
Il mittente si chiamava George e si era ben sistemato qui nella Superba, dimorava infatti in una bella casa nella nostra Via Assarotti, naturalmente la sua cartolina è scritta in inglese.
Mr George, dunque, fu preso da una sorta di inevitabile nostalgia per Miss Muriel e così, per l’appunto, pensò bene di contattarla.
Ah George, a dire il vero non era poi così certo di essere rimasto impresso nella mente di Muriel e infatti glielo dice: non so se vi ricordiate di me, ma io penso spesso a quel periodo meraviglioso a Penzance.
E così, con poche parole cariche di rimpianto per il bel tempo andato, George ha suscitato la mia curiosità, figuratevi invece cosa avrà risvegliato nella mente di Miss Muriel!
La nostra eroina all’epoca si trovava a Londra, naturalmente sono subito andata a cercare le immagini dell’indirizzo riportato sulla busta e ho così trovato un’ampia strada pianeggiante, con un’infilata di edifici di mattoni rossi in stile vittoriano con le finestrelle bianche.
E naturalmente ho veduto lei: pallida, con la pelle chiara, Miss Muriel ha gli occhi di ghiaccio e i capelli molto sottili tendenti al rosso che porta raccolti sulla nuca, per leggere indossa certi piccoli occhialini.
Miss Muriel tiene saldamente tra le dita la cartolina di George e con lo sguardo segue quelle righe fitte scritte da lui.
Lui le racconta di aver trovato un buon lavoro in questo sunny south (il sud soleggiato) e tuttavia, non senza rammarico, aggiunge che molto spesso sente nostalgia per la sua cara Inghilterra.
Non so se poi Mr George e Miss Muriel si siano ritrovati, a me piace pensare che un giorno lui abbia attraversato la Manica e sia ritornato nella sua amata terra natale e insieme a Miss Muriel si sia goduto un soggiorno in Cornovaglia, nella loro cara Penzance.
Miss Muriel certo avrà avuto un bel cappello a tesa larga per ripararsi dal sole e sarà stata molto curiosa di sentire i racconti di George su quel sunny south che lui ben conosceva.
E forse, stringendo tra le dita quella cartolina di Genova, gli avrà domandato di mostrarle i dettagli di quella città a lei sconosciuta: la basilica di Carignano sullo sfondo, il porto, le colline della Superba.
Una suggestione in bianco e nero in una cartolina per Miss Muriel.

I talenti di Fortunata Bottaro

Questa è la storia di una donna dai molti talenti e per narrarla bisogna partire da Savona, luogo dove nel 1833 nasce la nostra Fortunata Bottaro.
Fortunata ha appena 10 anni quando, con la famiglia, si trasferisce a Genova, la bambina cresce in un ambiente agiato e non le mancano certo gli stimoli culturali: Fortunata ama appassionatamente gli studi nei quali si applica con fervore ed eccelle in maniera particolare.
Ha un fratello maggiore di nome Luigi, lui è sacerdote e cultore di studi umanistici, Luigi diventerà socio dell’Accademia di Filosofia Italica fondata nel 1850 da Terenzio Mamiani, insegnante di filosofia, cattedratico di logica e antropologia nell’ateneo di Genova e, a partire dall’anno 1859, anche giornalista.
Fortunata è una giovane donna con il talento per la scrittura, diverrà lei stessa affermata giornalista e scrittrice e nel 1862, all’età di 29 anni, insieme al fratello e al pubblicista Domenico Caprile, fonderà il mensile “La donna e la famiglia”.
La rivista ha un programma di “istruzione, educazione e ricreazione” e si avvale di firme di successo: tra i collaboratori ci sono Raffaello Lambruschini e Niccolò Tommaseo, amico caro di Fortunata.
La rivista riscuote molto successo tra il pubblico femminile genovese, su quelle pagine si trattano in maniera approfondita le diverse tematiche della questione femminile.
E così rifulge l’astro del talento di Fortunata Bottaro.

Con la rivista uscirà, a partire dal 1863, la strenna annuale “Letture femminili”.
E Fortunata volge lo sguardo verso nuovi orizzonti: nel 1868 infatti si trasferisce con il fratello a Parigi e nella Ville Lumière porta il suo talento e la sua cultura.
A Parigi fonderà “La femme et la famille”, edizione francese della sua apprezzata rivista.
L’opera principale scaturita dalla penna di questa donna così speciale è “La famiglia e la felicità”, testo nel quale la Bottaro illustra le sue teorie nel campo della pedagogia.
Un giorno, per caso, il destino mi ha fatto incrociare lo sguardo di Fortunata.
Mi trovavo ad uno dei soliti mercatini e stavo guardando delle fotografie francesi quando, ad un tratto, ho veduto lei.
A tergo della Carte de Visite una mano provvidenziale aveva scritto il suo nome, io allora non conoscevo la storia di Fortunata ma, con inspiegabile ottimismo, acquistai la fotografia con la speranza di trovare tracce di lei e della sua vicenda.
E così ho fatto la gradita conoscenza di Fortunata Bottaro e ho trovato diverse notizie su di lei in alcune pubblicazioni d’epoca.

Le vicende che avete letto sono tratte dal “Dizionario biografico dei Liguri dalle origini al 1990” di William Piastra e scritte dalla Professoressa Marina Milan e anche dal volume “La stampa periodica a Genova dal 1871 al 1900” della medesima Professoressa Marina Milan che a lungo è stata Docente di Storia del Giornalismo alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Genova ed è una profonda conoscitrice della straordinaria storia di Fortunata Bottaro.
E così qui ringrazio di cuore la Professoressa Milan per l’aiuto che mi ha dato fornendomi i materiali da me consultati per raccontarvi questa bella vicenda, alla Professoressa Milan dedico questo mio piccolo omaggio a Fortunata Bottaro.
Fortunata Bottaro lasciò questo mondo il 13 Luglio 1893, la sua rivista invece venne pubblicata fino all’anno 1917.
Per una di quelle casualità che non saprei davvero spiegarvi, pochi giorni fa il destino ha nuovamente messo davanti ai miei occhi il nome di Fortunata.
Stavo percorrendo la Galleria Semicircolare del Cimitero Monumentale di Staglieno quando, scolpito nel marmo, ho veduto il nome di lei.
Sulla semplice lapide che protegge il suo sonno eterno si decantano le virtù dell’intelletto di questa scrittrice e giornalista, si elogiano la sua operosità, la sua sempre saggia e costante ricerca della verità.
E così io voglio ricordarla: qui riposa Fortunata Bottaro, educatrice sapiente.

Le ragazze di Via Casaregis

Le ragazze di Via Casaregis sono con me da diverso tempo, ho infatti il raro privilegio di poter custodire le loro fotografie con i ricordi belli di tempi felici a Genova e anche sulle spiagge della nostra città.
Le ragazze di Via Casaregis avevano fascino, stile, classe, eleganza.
E che cappelli, con quei fiori vaporosi e leggeri!
E poi i guanti, gli ombrellini da sole e quei sorrisi garbati e composti.
Le ragazze di Via Casaregis amavano vestire all’ultima moda, mi vien da dire.

E osserviamo più da vicino l’abbigliamento di una di loro, noteremo così il tessuto rigato dell’abito, le maniche a sbuffo, una fila di bottoncini sulla giacca, il manico del parasole.
E appesa in vita, alla gonna, una chatelaine con i suoi piccoli contenitori che potevano custodire profumi, sali o anche un piccolo taccuino.

Insomma, le ragazze di Via Casaregis erano giovani donne molto speciali e così, un bel giorno, con l’amico Giancarlo che conosce a menadito ogni angolo della Foce, abbiamo deciso di andare sulle tracce di queste giovani del tempo passato.
D’altra parte anche loro erano ragazze delle Foce, pertanto è stato facile immaginarle a passeggio lungo gli ampi corsi del quartiere, nel tempo di una diversa primavera.
E abbiamo percorso Via Casaregis e siamo arrivati di fronte a questo edificio.

E poco più in là abbiamo cercato quest’albero, proprio questo!

E davvero, le ragazze di Via Casaregis erano proprio là!
Con la loro leggiadria di fanciulle, con quella inconfondibile grazia.
Pareva di vederle, ancora appoggiate al tronco!

Mi duole non conoscere i nomi di queste giovani donne ma sui cartoncini nei quali sono ritratte si legge un nome maschile: Manlio.
Forse un fratello, un cugino o un amico, secondo me Manlio si dilettava con la fotografia e un bel giorno se ne andò con le ragazze proprio in Via Casaregis e così le ritrasse.

E ancora, procediamo insieme in questo viaggio magnifico tra i luoghi dei presente e del passato, a volte i tempi paiono coesistere, sovrapporsi, ritornare.
Andiamo là, davanti all’elegante civico 23 della nostra ormai leggendaria Via Casaregis.

C’è una ringhiera, c’è un muretto basso.
A volte il passato sembra essere vivo e presente, a volte non sembrano neppure trascorsi così tanti anni.

Il luogo perfetto dove sedersi.
In posa, per la fotografia.
Con gli occhi felici e il sorriso luminoso.

In un spazio di tempo così denso di vita e di gioia.

Un cartello avvisa i passanti: nel palazzo di affitta!
E si esce dal portone, signore e signorine, forse madri e figlie, con questa lieve dolcezza.
Pare di sentire le loro voci e le loro allegre risate, vero?

Così, in un giorno del nostro tempo, tutte loro sono ritornate a casa.
Le abbiamo riportate là, nei loro posti del cuore.
E questo è il senso di tutto, a mio parere questa è la finalità più nobile di questa passione di raccogliere, conservare e difendere dall’oblio: riportare le persone nei luoghi ai quali esse appartengono, farle ritornare a varcare quel portone, farle sorridere una volta di più.

Accadde in un tempo lontano: era il 25 Marzo 1908.
Una calligrafia gentile, forse quella di Manlio, ha lasciato questa traccia sottile da seguire.
E così loro sono ritornate là e sono ancora ciò che erano un tempo: le ragazze di Via Casaregis.

Come acqua che scorre

Il tempo è come acqua che scorre e gioiosa gorgoglia sopra le rocce lucide, si insinua tra le pietre, trova una via, un destino e un luogo dove arrivare.
Il tempo è come acqua che scorre e a volte lo si attende in compagnia dei propri pensieri, al margine di un bosco.

Il tempo è come acqua che scorre e nei giorni dell’infanzia non si fa caso al suo fluire, gli istanti si inseguono e sono sempre entusiasmo, scoperta, gioco e nuove esperienze.
E così ecco una bimba con gli stivaletti, la gonna chiara e i capelli raccolti, ascolta il canto dell’acqua, ha quei suoi pensieri segreti che nessuno conosce.
E sono giochi di fantasia che travalicano lo spazio e il tempo.

Il tempo è come acqua che scorre e ti sorprende mentre attraversi un bosco, giovane donna graziosa.
Ti reggi ad un bastone da passeggio, respiri la freschezza che spira tra i rami, vivi i tuoi giorni e i tuoi sogni nascosti.

Il tempo è come acqua che scorre e in talune stagioni della vita si può essere più avventurosi, sventati e magari anche impazienti e capricciosi.
Così accade ai più piccini, a volte.

Le persone che avete veduto sono ritratte insieme in una bella fotografia stereoscopica del passato.
Sul retro di legge: Liguria – In mezzo ai boschi (Genovesato).

L’acqua scorreva e scivolava via, fresca e chiara.
E il tempo fluiva, mentre la luce filtrava leggera tra i rami del bosco.

Mano nella mano

La sposa era bellissima.
Ed era così giovane, era appena una ragazza sbocciata nella sua leggiadra femminilità.
La sposa era timida e ritrosa, aveva il viso perfetto, le labbra rosse a cuore, gli occhi grandi, la carnagione diafana e delicata.
La sposa aveva quella pettinatura complicata, orecchini pendenti ai lobi e una collana con un ciondolo importante.
Lo sguardo sognante, il cuore palpitante di emozioni.

Lo sposo teneva la mano di lei.
Stringeva le sue dita con un gesto che narra di un sentimento di protezione, di accudimento e di un cammino da percorrere insieme, sulla stessa strada, mano nella mano.
E si nota il vitino di vespa di lei, chiaramente indossava uno di quei corsetti in voga a quel tempo, l’abito poi è ricco di raffinate decorazioni e immagino che fosse sui toni del blu.

Gli sposi erano giovani e sofisticati, di certo appartenenti al bel mondo.
Avevano classe, eleganza, stile.
E amore eterno.
Per sempre.
Per tutta la vita.
E tutta una vita da trascorrere insieme.
E già conoscevano i nomi che avrebbero dato ai loro figli, il Signore li avrebbe mandati e la casa si sarebbe riempita di voci felici.
Gli sposi avevano i loro sogni e i loro desideri segreti ed io spero che si siano tutti avverati.

Lui e lei furono, per qualche breve momento, nello studio del bravo fotografo Giulio Rossi che così immortalò su una Carte de Visite la loro garbata giovinezza, il loro cammino di felicità nel mondo.
In un tempo distante, mano nella mano.

Con il bidone del latte in Piazza Umberto I

Vi porto ancora a ritroso nel tempo, nella cornice di una cartolina del passato che fu spedita da Genova a Camogli nel 1904.
Questo tempo, così straordinariamente diverso, più lento e più faticoso del nostro, ritorna con la sua vita che riempiva le strade cittadine, in un pullulare di uomini e donne, ognuno di essi segue la propria meta, è un percorso della quotidianità in Piazza Umberto I.

Nella prospettiva di Via San Lorenzo si scorge un chiosco, una signora con l’abito scuro incede lentamente, immersa nei suoi pensieri, mentre un uomo procede verso la Cattedrale.

La protagonista di questa storia è la figuretta femminile che si staglia in primo piano: lei è una bella ragazza alta, energica e dal carattere volitivo.
Forse abita nei dintorni, forse è la giovane mamma di uno stuolo di piccoletti, forse proviene da qualche località dell’entroterra, forse si chiama Maria o magari Amalia o Giulietta.
Come una regina lei attraversa Piazza Umberto I, con un braccio regge una cesta ricoperta da una tovaglietta a quadri certamente colma di ogni delizia, di pane fragrante e di formaggio saporito.
Porta con sé anche un ingombrante bidone del latte e immagino che una volta pieno sia stato parecchio pesante ma lei non pare davvero curarsene.

Il suo bidone del latte è molto simile al mio, io lo comprai anni fa ad un mercatino e lo tengo in cucina in bella mostra.
È un oggetto vissuto, certo in qualche epoca distante venne stretto dalle mani salde di qualche fanciulla.

Lei, la ragazza di Piazza Umberto I, è uno dei magnifici misteri che vorrei saper svelare.
Ha un nastro blu che tiene da conto in un cassetto, uno scialle scuro per quando va a messa, un piccolo crocifisso che porta sempre al collo, una camicia di sangallo che è la sua preferita.
E potrei continuare ancora e ancora, questa giovane donna da sola è già un romanzo tutto da leggere.

La sua figura aggraziata è svanita dall’orizzonte di Piazza Umberto I, ai giorni nostri poi il toponimo è mutato e questa per noi è Piazza Matteotti.

Tutto cambia ma in qualche maniera, a volte, tutto resta identico e fedele a se stesso.
E magari un giorno, passando in Piazza Matteotti, guardandovi attorno vi potrebbe sembrare di vedere certe signore con le gonne lunghe scure e poi lei, con la sua indaffarata giovinezza.
Cammina svelta, sorride, ripensa a tutte le sue incombenze quotidiane mentre con grazia attraversa Piazza Umberto I con il bidone del latte.

Una storia di felicità

Questa è una storia di felicità.
Nessuno me l’ha raccontata, mi limito soltanto ad intuirla, seguendo il filo delle emozioni.
Questa è una storia di felicità, non so dirvi se sia stata solo un’effimera e fugace sensazione oppure una gioia perfetta e durevole.
Tuttavia, in qualche istante, in qualche momento misterioso e a noi sconosciuto, quella felicità ebbe inizio.
Provocò tumulti del cuore, donò una sensazione di pienezza e di serenità.
E si legge tutto questo sul volto lieto della protagonista di questa vicenda, un giovane donna elegante, presumibilmente torinese, ritratta in un giorno distante dal talentuoso fotografo romano Lodovico Tuminello che ebbe il suo studio nella città della Mole fino all’anno 1869.
Ed ecco lei, lei come racconta quella sua storia di felicità?
Con l’espressione del suo bel viso: contro ogni regola scritta e non scritta, lei sorride.
Sorride e potrà sembrare la banale normalità, eppure nelle foto di quegli anni non è poi così comune.
Il suo è un sorriso garbato, timido e misurato, questo sorriso è già il primo indizio di una grande storia di felicità e di promesse mantenute.

Un abito elegante, la pelle candida, le mani posate ad arte, alla maniera che diceva il fotografo.
Madame è perfetta, non si può dir altro di lei.

E questa storia di felicità si svela anche nella traccia di un’antica e ordinata scrittura.
Una mano amorosa ha scritto a tergo di questa Carte de Visite solo una semplice e bella parola: mamma.
Racconta così di lei, quella parola tramanda un percorso, lascia immaginare l’amorevole cura di una giovane donna.
In una sola parola ci sono destini, vite, percorsi dei quali non sappiamo immaginare le tortuosità.
Nessuno mi ha narrato questa storia, un sorriso e una sola parola sembrano raccontare una storia bella di felicità.

Barbizon Hotel – Storia di un hotel per sole donne

“La Donna Nuova è nata nell’ultimo decennio del Diciannovesimo secolo. Era una donna desiderosa di essere qualcosa di più di una figlia, una moglie, una madre. Voleva spingersi fuori dalle quattro mura di casa per esplorare il mondo; voleva l’indipendenza; voleva liberarsi di tutto ciò che la opprimeva.”

Così inizia un libro magnifico che pagina dopo pagina vi porta alla scoperta di un leggendario luogo newyorkese seguendo il filo dell’emancipazione femminile.
Barbizon Hotel – Storia di un hotel per sole donne è il volume di Paulina Bren, docente di studi internazionali, di genere e dei media al Vassar College, pubblicato in Italia da Neri Pozza.
Un albergo leggendario, dicevo: il Barbizon aprì i battenti negli anni ‘20 e fu subito un luogo dei sogni, il posto dove volevano soggiornare tutte coloro che avevano un desiderio da realizzare nella Grande Mela.
Sono tante le ragazze comuni che arrivano a New York in cerca di riscatto, sono ragazze che vengono dalla provincia e cercano un impiego, un destino, una via da seguire.
In quegli anni ruggenti alle quali seguirà l’epoca del proibizionismo al Barbizon soggiornano le sensuali e disinvolte flappers ma anche l’iconica e“inaffondabile” Molly Brown, la donna che era sopravvissuta al naufragio del Titanic.
Donne diverse, il medesimo scenario.
In questa New York dove si viene in cerca di fortuna le ragazze di provincia vogliono un luogo sicuro che sia anche un buon biglietto da visita e il Barbizon, negli anni, diverrà tutto questo e anche molto di più.
Qui abiteranno le ragazze Gibbs, studentesse alla scuola per segretarie di Katie Gibbs, le modelle Powers e in seguito anche le modelle Ford, la Bren presta particolare attenzione nello spiegare l’evoluzione della ricerca di precisi canoni di bellezza.
A tutte queste giovani il Barbizon spalanca le sue porte: nelle pubblicità si tende a sottolineare il proprio potenziale sociale per donne ambiziose (o disperate).
L’Hotel si apre così non solo ad artiste e scrittrici ma anche a tutte coloro che sono in cerca di un lavoro a New York.
In quegli anni ‘30 le donne devono ancora conquistare la vera indipendenza:

“Ogni volta che una donna camminava per strada vestita da ufficio o aspettava l’ascensore sul posto di lavoro, ricordava a chiunque la vedesse la virilità compromessa.”

Innumerevoli sono i personaggi celebri che incontrerete tra queste pagine, tra gli altri troverete J. D. Salinger e Truman Capote, Helena Rubinstein e Aly MacGraw.
Al Barbizon arriveranno anche stelle del piccolo schermo come Shirley Jones, l’attrice che interpreterà con successo il ruolo della mamma nel telefilm La Famiglia Partridge.
Il Barbizon raggiungerà il culmine della sua fama negli anni ‘50: la parte centrale del libro ruota in prevalenza attorno alla redazione della rivista Mademoiselle e alle sue molte tirocinanti, tra le quali la tormentata poetessa Sylvia Plath alla quale sono dedicate diverse pagine.
Il Barbizon ospita talentuose scrittrici, aspiranti dive del cinema, cantanti e giovani di belle speranza.
Una di loro è una ragazza dalla bellezza algida e dai lineamenti perfetti, viene da Philadelphia e indossa preferibilmente completi di tweed, gonna e cardigan.
Prende lezioni di recitazione, lavora nelle pubblicità: il suo nome è Grace Kelly e da celebre attrice abbandonerà i set per divenire Principessa di Monaco, tra le pagine di questo libro scoprirete alcune vicende giovanili di Grace e dei suoi giorni al Barbizon Hotel.
Un’altra bionda fatale abiterà al Barbizon: è la magnifica Tippi Hedren, modella per l’Agenzia Ford e in seguito famosa attrice, Paulina Bren vi racconta come Alfred Hitchcock la scoprì per poi sceglierla come indimenticabile interprete del suo film Gli Uccelli.
Attraverso una miriade di aneddoti e di vicende femminili, con una scrittura accattivante e decisamente piacevole, la Bren alza il velo su un luogo, sulle conquiste delle donne nella società nel corso degli anni e sul sogno americano.
Il Barbizon ha ormai cambiato destinazione ma la sua leggenda ancora resiste nelle storie di coloro che hanno attraversato le sue stanze ed è narrata con coinvolgente sapienza nel libro di Paulina Bren.

“Il Barbizon per gran parte del Ventesimo secolo era stato un luogo in cui le donne si erano sentite al sicuro, dove avevano avuto una stanza tutta per loro per organizzare e progettare il resto della loro vita.
L’Hotel diede loro la libertà. Ne liberò l’ambizione, i desideri che altrove erano considerati proibiti ma che nella Città dei Sogni erano immaginabili, realizzabili e possibili.”

Il busto della Duchessa di Galliera

Molti luoghi in questa città parlano di lei, Maria Brignole Sale fu una nobildonna genovese alla quale dovremmo essere grati per la sua prodiga generosità.
Lei e il suo consorte, Raffaele Luigi De Ferrari Duca di Galliera, si distinsero per la munificenza verso questa città: la generosità del Duca di Galliera permise l’ampliamento del Porto di Genova.
Maria Brignole Sale fondò poi anche l’Ospedale San Raffalele di Coronata, il San Filippo di San Bartolomeo degli Armeni e l’Ospedale di Sant’Andrea, il nostro attuale Galliera.
La Duchessa di Galliera, inoltre, donò alla città i suoi palazzi con i loro ricchi arredi, i dipinti e le preziose opere d’arte che oggi sono il fiore all’occhiello di Genova e sono parte dei Musei di Strada Nuova.
Nell’atrio in uno di questi edifici di Via Garibaldi, il nostro Palazzo Rosso che ora è appunto sede museale, trovate il busto di lei: Maria Brignole Sale, Duchessa di Galliera.

A scolpirlo, con il consueto mirabile talento, l’artista Vittorio Lavezzari, autore di diversi pregevoli monumenti siti sotto i porticati del Cimitero Monumentale di Staglieno.
Ed ecco la grazia della mano di lei, le sue dita sottili, il bracciale al polso.

E gli orecchini pendenti, le perle che le cadono sul petto, lo sguardo che sa vedere lontano.

Così la ritrasse il bravo scultore, lasciando a noi il volto di lei in quella Strada Nuova che era uno dei suoi luoghi, in quell’edificio che fu dimora della Duchessa.
Colpisce la candida leggiadria dei pizzi e dei merletti scolpiti nel marmo.

E spicca la bellezza armoniosa delle sue mani, la raffinatezza dei suoi gioielli che sono il suo ornamento e quel foglio che tiene tra le dita: non so dirvi cosa rappresenti quella carta ma a me piace pensare che possa essere il munifico testamento scritto dalla Duchessa in favore della sua città.

Così si svela, nella sua dolcezza, in un luogo a lei caro, la nostra Marinetta Brignole Sale Duchessa di Galliera, generosa benefattrice che sempre dovremmo ricordare.

In villa ad Albaro

È la didascalia posta sul retro di questa fotografia a raccontare un instante e a suggerire il titolo che vi porta in questo mondo lontano: in villa ad Albaro.
In villa ad Albaro, in un giorno felice e di certo importante, con questa incomparabile eleganza, nei modi e nelle maniere e anche nell’abbigliamento sofisticato: questa signora porta un copricapo raffinato con piume vaporose e piccoli preziosi orecchini.

In posa per la foto di gruppo, con quel garbo che è sinonimo di un certo stile.
Ecco gli abiti alla moda e la finezza dei tessuti, le tre signore appartengono certamente alla buona società genovese.

Un completo a quadretti, i guanti bianchi, la borsina piccola: nulla è lasciato al caso.

E poi le scarpe con i tacchi a rocchetto, i fiocchi e i passanti.
Quel certo stile, sempre.

E ancora la fastosa eleganza dei cappelli favolosi: qualche istante davanti allo specchio, un velo di cipria, una collana importante, un profumo dal sentore di rosa.
In un tempo per me semplicemente immaginato, in villa ad Albaro.