Ricordo di una bella compagnia

E questo è il ricordo di una bella compagnia.
Tutti loro furono ritratti in un luogo dalla quiete bucolica, sui tavolini bottiglie e bicchieri e forse si potrebbe supporre che queste persone si trovassero in qualche località termale celebre per le proprietà delle sue acque.

Baffi, cappello d’ordinanza, cravattino, espressione computa.
Il signore sullo sinistra porta una paglietta e gli occhialini tondi, il suo viso però è parzialmente coperto dal favoloso copricapo della signora seduta lì davanti a lui.

E ancora, il signore in primo piano sfoggia dei bei baffi a manubrio, indossa l’immancabile gilet e stringe tra le mani un bastone da passeggio.
Sullo sfondo certe composte gentildonne ritrose osservano serie verso il fotografo.

E poi gli abiti candidi e il cappello di paglia della ragazzina, il sorriso del bimbetto più piccino e la spavalda sicurezza del bambino ritto in piedi dietro di loro.
E per loro tutta la vita davanti da scoprire.

Era un giorno di un tempo che non so e loro erano là.
Mi ritrovo sempre a domandarmi a cosa stessero pensando coloro che rivediamo nelle immagini del passato lontano e colgo nei loro sguardi, a volte, diverse sensazioni ed emozioni che traspaiono nette e chiare.
E allora provo a trattenerle, a sedermi al tavolo anch’io, a sentir tintinnare i bicchieri durante un brindisi colmo di gioia benaugurante tra tutto coloro che facevano parte di questa bella compagnia.

Una cartolina per Natalia

È un’atmosfera romantica e c’è una barca a vela che lenta dondola sull’acqua.
E sbocciano i fiori delicati che fanno da cornice al messaggio destinato a lei, Natalia.
E sono parole ferventi d’amore e di assoluta dedizione da Gigi alla sua adorata, forse lui non avrebbe saputo esprimersi meglio e trovare frasi più intense da scrivere a lei e così, in un giorno che non so, acquistò questa cartolina e la indirizzò a lei.
Le scrisse poche affettuose e timide parole, c’era già tutto ciò che lui avrebbe voluto dire.
Lei raccolse la cartolina, forse distrattamente, ma quando la lesse il suo viso si illuminò di una gioia vera e realmente mai perduta, il suo cuore traboccava d’amore per lui.
E quel sentimento vivo e corrisposto era là, in quelle dolce cartolina per Natalia.

Una giornata felice

Fu una giornata felice, in certi istanti della vita la gioia pulsa in ogni fibra vitale e così furono quei momenti in un luogo e in un anno che non conosco.
Madame e Monsieur hanno attirato la mia attenzione e così ho portato la loro fotografia qui a casa con me.
Lei sorride, ha un bel cappello chiaro e molto elegante, tiene in una mano l’ombrello e ha una camiciola di tessuto pregiato con le maniche a sbuffo.
Monsieur invece sfoggia un bel paio di baffi, porta l’orologio nel taschino e resta memorabile per quel suo gesto plateale e scenografico.
Quanto sa essere dolce la vita, in certi momenti.

È un luogo che non so riconoscere ma così vibrante di vita e di felicità da essere certo una delle mete dei miei viaggi nel tempo.
Riuscite a sentire le voci argentine dei bambini?
Laggiù in fondo è tutto un affollarsi di ragazzetti e ognuno porta il suo brio e la sua vivacità.

E ancora, la signora con la sua garbata disinvoltura, ci appare serena e divertita, in questo tempo favoloso che si riesce solamente ad immaginare.
Alle spalle di lei, all’ombra confortevole degli alberi, ci sono delle persone che chiacchierano amabilmente e sulla destra si nota un gruppetto di bimbette con le loro vestine candide.
E ancora trasprare la semplice bellezza della vita.

È questa una di quelle fotografie che incantano, raccontano e catturano l’attenzione suscitando inevitabili giochi di fantasia.
Era un tempo lontano di una giornata felice.

Ragazze semplici

Sono ragazze semplici, non sono certo abituate a stare in posa davanti a un fotografo.
Sono ragazze semplici, hanno occhi grandi e ingenui, la pelle chiara, gli orecchini piccoli ai lobi, una di loro porta un ciondolino appeso alla catenina, l’altra ha una collana con delle pietre scure.
Le ragazze semplici portano poi un fazzoletto in testa e alcuni riccioli ribelli incorniciano i loro visi.
E sono belle così, senza alcun artificio che guasti la loro naturalezza.
La semplicità è un raro pregio e una ricchezza, la semplicità è spesso anche sinonimo di sincera franchezza.
Non è banale essere semplici: nel parlare, nell’agire, nel comportarsi seguendo una linea retta e una strada illuminata.
Così, semplicemente.
Le ragazze semplici, spesso, hanno anche gusti semplici e magari sogni grandiosi che però non confidano a nessuno altrimenti c’è il timore che non si avverino.
Le ragazze semplici ridono, piangono, hanno progetti e delusioni, fiduciose speranze e felicità nascoste e sanno apprezzare le piccole gioie che la vita riserva.
E restano lì con gli occhi spalancati sui giorni che verranno, ragazze semplici di un tempo lontano.

Le due sorelline

Sono due sorelline ritratte in un tempo distante insieme alla mamma nello studio fotografico di Giulio Rossi.
Un ritratto di famiglia, una fragile memoria preziosa dei giorni d’infanzia.
Così, fantasticando, ho immaginato le due bimbe nella loro casa mentre si preparano per uscire, loro sono docili, bene educate e obbedienti.
Amano le musiche dolci, i biscottini caldi e le favole della buonanotte.
E ora sono lì, vicine alla mamma, con la giacchetta vezzosa chiusa sul davanti da una fila di bottoncini tondi.

Sembrano avere i capelli biondo cenere, sotto il cappellino fastoso tutto pizzi e nastri si scorge appena la frangetta.
La più piccolina delle due ha questa espressione a metà tra lo stupore e la noia, pare quasi perduta nelle sue fantasticherie e sembra attendere che finalmente termini il tempo lungo necessario per fare la fotografia.
La mamma però le ha detto di essere paziente e lei fa davvero del suo meglio.

La mamma, dolce e sempre amorosa, le cinge la vita con un braccio e con l’altra stringe le sue ditina sottili.

Una gonna a pieghe, i piedini messi in quella maniera lì e sempre tutta la vita davanti.

La sorellina più grande tiene la testa così vicina a quella della mamma e ha questo grande fiocco annodato sotto il mento e gli occhi chiari e quella tenera espressione ingenua dei suoi pochi anni.

Era un giorno del passato e loro sono due sorelline con la loro mamma, nel tempo felice dell’infanzia.

Ricordando Margherita

Pensando a lei, bisogna tentare di immaginarla nei giorni della sua felicità.
È giovane Margherita: è figlia, sposa e madre.
Ed è amorevole, gentile e paziente, Margherita ha quattro bambini che sono la sua gioia e il suo respiro.
E nelle stanze della sua casa li vede crescere, mettere il primo dentino, li aiuta ad alzarsi esitanti sui piedini, li coccola e e li abbraccia, dolce mamma amorosa.
E canta la ninna nanna e muove un sonaglino davanti ai loro occhietti assonnati.
Lei è Margherita, ma come la racconti la fragile bellezza di una vita? E come la ricordi?
Pensando a lei, poi provate a immaginare il suo sposo e il suo indicibile dolore.
Perdere Margherita: no, non lo aveva certo mai previsto di rimanere su questa terra senza di lei.
Lui ha impresso nella mente il viso di lei, i suoi tratti gentili, la sua grazia femminea.
E in un giorno che non so, con tutta probabilità, il giovane vedovo consegnò al bravo scultore una fragile fotografia: è il ritratto di lei, della sua Margherita.
Per ricordarla ancora, per rivedere ancora quel suo viso giovane e delicato.

Il destino fu crudele con lei, Margherita ebbe poco tempo per godere delle sue gioie e per poter crescere i suoi quattro bambini.
Poche parole ci narrano di lei e della sua felicità perduta, la lapide evoca il senso di dilaniante smarrimento causato dalla sua prematura dipartita.
Margherita spirò a soli 28 anni il 9 Marzo 1891, colpita da una di quelle malattie che nella sua epoca non lasciavano scampo.
E le sue dolcezze svanite sono tutte lì, nelle parole incise in sua memoria.

Ho trovato il suo sguardo in un giorno di primavera, lei riposa nel Porticato Inferiore a Levante del Cimitero Monumentale di Staglieno.
Ho notato i suoi tratti dolcemente perfetti e mi sono detta che chissà quante cose ci sarebbero da raccontare su di lei, se solo il tempo non avesse posato il suo velo sui suoi giorni.
Così l’ho immaginata, io non so nulla di lei e ciò che ho scritto in questo post è solo una mia fantasia.
Eppure, pensando a Margherita, mi pare proprio di vederla mentre attraversa il lungo corridoio della sua casa, porta il bustino stretto e una gonna ingombrante.
In lontananza si sentono le voci allegre dei bambini, mentre la luce batte sulle finestre.

E Margherita si ferma davanti alla grande specchiera dove si riflette la sua immagine.
È una giovane donna, ha i capelli mossi perfettamente pettinati, gli orecchini piccoli, un fiocco che cade vaporoso sul suo petto e una camicia vezzosa con il colletto di pizzo.
E sono i giorni della sua giovinezza di figlia, sposa e madre.
E così io voglio ricordarti, cara Margherita.

A cavallo al Bois de Boulogne

“Le carrozze non si muovevano ancora. In mezzo alla lunga fila di coupé, numerosissimi al Bois, in quel dolce pomeriggio autunnale, scintillava di tanto in tanto il morso di un cavallo, l’impugnatura d’argento di una lanterna, i galloni di un lacchè seduto a cassetta. Qua e là, in qualche landò scoperto, spiccavano abiti femminili di seta o di velluto.”

Emile Zola – La Preda (1871)

Con le evocative parole di uno scrittore a me tanto caro vi porto nella Parigi di un altro secolo, al Bois de Boulogne, vasto parco situato nel XVI Arrondissement della capitale francese.
Là, lungo quei viali, si trovò un giorno anche una giovane donna: cappello, giacca, abito da perfetta cavallerizza, lei stringe le redini e sorride al fotografo che la ritrae.

E ritorniamo ancora al massimo rappresentante del naturalismo francese e ad un brano di un altro suo celebre romanzo che qui voglio riportare.
È una gioiosa baraonda, un fremito vitale, una tela dipinta con talento e pazienza:

“Quella domenica, sotto un cielo gonfio dei primi temporali di giugno, si correva, al Bois de Boulogne, il Gran Premio di Parigi.

Arrivavano carrozzini con ruote immense che al sole mandavano lampi di acciaio, cabriolet leggerissimi, delicati come strumenti di orologeria, che filavano tra un tintinnio di sonagli. Ogni tanto, passava un cavaliere e un’onda di pedoni correva spaventata in mezzo agli equipaggi. Il lontano rotolio delle carrozze, proveniente dai viali del Bois de Boulogne, si smorzava in un fruscio attutito; si sentiva soltanto il rumore crescente della folla: l’aria era piena di grida, di richiami, di schiocchi di frusta.”

Emile Zola – Nanà (1880)

Vita, voci e suoni, come sempre Zolà è un impeccabile ritrattista e sa restituirci l’atmosfera di quella Parigi che lui conosceva bene.
Ho scelto i suoi brani per accompagnare il racconto di questa fotografia che ho di recente acquistato: da sempre mi affascina Parigi e naturalmente la giovane cavallerizza ha subito attirato la mia attenzione.
Il ritratto è opera di Delton, fotografo parigino che si dedicava alle “photographie hippique” proprio al Bois de Boulogne, come si legge nell’angolo in basso a destra della mia fotografia e come ho poi avuto anche modo di verificare con alcune mie ricerche.
E così, in sella al suo elegante destriero, ecco Mademoiselle con i suo stivali, i piedi nelle staffe, la posa sicura e il sorriso luminoso.
Era un giorno di un tempo distante al Bois de Boulogne.

Monumento Piantelli: la memoria dolente

È una sottile figura femminile e resta così posata con grazia a custodire sepolcro dove dormono il loro sonno eterno i membri della famiglia Piantelli.
Tiene le dita intrecciate, ad osservarla pare di udire il suo sospiro affannoso che accompagna il tempo del suo struggimento.

Il monumento è situato nella Galleria Inferiore a Levante del Cimitero Monumentale di Staglieno ed è la vivida rappresentazione del dolore e della tristezza suscitate dal senso di perdita.

Incisi nel marmo, là dove cade il drappo, l’anno di realizzazione dell’opera e il nome dell’artista che la scolpì, il talentuoso Giovanni Battista Villa che, come ricorda il Resasco, venne definito dai suoi contemporanei il poeta dello scalpello.

Lei resta, silente e abbandonata, nella sua desolata solitudine.

Porta la sua vezzosa borsina attaccata ad una cintura, secondo la moda dell’epoca.

E i suoi occhi racchiudono tutto il suo sentire, tutto il suo rimpianto, tutta la potenza del ricordo.
Le memorie paiono attraversare la sua mente per toccare il suo cuore e la sua anima.

E appare così fragile, dolente e affranta, così ostinatamente inconsolabile.
Il tempo è fermo, per lei, al tempo della sua perdita.

Smarrita, nella sua dolcezza gentile.
Perduta nei pensieri, nelle parole da ricordare, nelle immagini che si riaffacciano improvvise davanti al suo sguardo.

Così lei rimane, muta e dolente, custode di certe memorie e del suo dolore.

Una famiglia

La famiglia si riunì, in un giorno prestabilito, forse per loro era un’occasione importante.
E così si ritrovarono nella grande casa di Genova che da sempre aveva racchiuso i loro cuori, le loro speranze e i loro sospiri.
Nella grande casa con le finestre spalancate sul giardino, bucolico scenario di momenti felici e di gioie a lungo conservate nel ricordo.
Baffi importanti, braccia incrociate sul petto, l’assertiva sicurezza degli uomini della famiglia fa sentire tutti al sicuro.

E ognuno ha il suo ruolo, nella famiglia, ognuno è un prezioso tassello di un disegno più grande che si è composto nel corso degli anni.
Tra di loro lei, con il suo sguardo amorevole di madre, zia o sorella.

La famiglia custodisce, protegge e rassicura.
Sorride con grazia la giovane donna, il ragazzino pare un po’ timido, tutti restano in posa per la fotografia.
E sono sguardi di diverse generazioni e progetti differenti.

Un motivo a righe, l’abito bianco, le braccia spalancata e le mani posate sulla ringhiera.
E la famiglia alle spalle e tutta la vita davanti.

La famiglia è accoglimento e accudimento.
Ed è intenso e vivace lo sguardo della donna con l’abito scuro, ad osservarla la immagino in certe sere d’inverno, alla luce tremula di un lume.
Tiene il ricamo in grembo, ogni tanto alza gli occhi verso il suo interlocutore: lei ascolta e sempre sa trovare le parole giuste per confortare un figlio, un nipote o un fratello.
O almeno così la vedo io, io che non so nulla di tutti loro ma che, ancora una volta, ho il privilegio di custodire la fotografia dove tutti sono ritratti.

Accadde in un giorno del passato, a Genova.
Nella grande casa con il giardino.
In un tempo felice di una famiglia.

La bambina con l’ombrellino

La bambina con l’ombrellino aveva un visetto perfetto.
Lineamenti definiti, occhi grandi, pelle diafana e chiara, la piccola imperfezione è soltanto una macchia sulla fotografia.
La bambina con l’ombrellino aveva morbidi capelli castani e una bella treccia a incorniciare il suo visino.

Il suo abito è una delizia così riccamente rifinita con bella passamaneria.
Lei sta in posa, tiene una mano sulla poltroncina e forse trattiene anche un po’ il respiro.
La bambina con l’ombrellino, io credo, sarà poi diventata una donna aggraziata ed elegante, già nei suoi primi anni le fu insegnato quel garbo che già riconosciamo in lei.

Ha la gonna ampia, la sottogonna di pizzo, le calze bianche, gli stivaletti.
E con una mano regge un ombrellino candido ed io mi sono sorpresa a rimirare la punta così vezzosamente particolare di quell’ombrello.
Sarà stato suo o magari era un oggetto di studio? Collezionando queste fotografie ormai “frequento” spesso fanciulle e signorine di quel tempo andato e ho imparato che sovente gli oggetti presenti nei ritratti ottocenteschi appartenevano al fotografo, in questo caso si trattava Giulio Rossi.
E così, magari, un giorno o l’altro mi imbatterò in un’altra Carte de Visite nella quale ritroverò proprio questo ombrellino chiaro di questa bambina.

Lei, in un giorno che non so, si recò nello studio di Rossi e con grazia e pazienza di mise accanto alla poltroncina.
Rimase seria, sbatté le ciglia, un fremito percorse le sue labbra, una fantasia di pensieri le attraversò la mente.
Aveva ancora tutta la vita davanti da vivere e auspico che sia stata felice e prodiga di gioie.
Io l’ho conosciuta così, nel tempo dei suoi pochi anni, quando ancora era la bambina con l’ombrellino.