Chiesa della Maddalena: la Cappella di San Gerolamo Emiliani e del Crocifisso

Vi porto con me nella Chiesa della Maddalena che si affaccia sulla piazza omonima nei caruggi di Genova: la denominazione completa di questo luogo di culto è Chiesa di Santa Maria Maddalena e San Gerolamo Emiliani.
Il santo fu fondatore dell’Ordine dei Padri Somaschi, congregazione alla quale questa Chiesa fu affidata sul finire del ‘500, tale circostanza spiega così l’esistenza della fastosa Cappella di San Gerolamo Emiliani e del Crocifisso sita in capo alla navata sinistra.
La scultura lignea ospitata nella nicchia è opera magnifica del genovese Agostino Storace e risale al XVIII secolo.

Spicca, nella sua devozione, la figura di San Gerolamo Emiliani, inginocchiato davanti a Gesù.

Così assorto in preghiera.

Con le mani rivolte a Lui in una gestualità ricca di significati.

E infinitamente potente è la grandezza di Gesù circondato da piccoli angeli.

Altre giocose creature celesti sono poste alla base della croce, hanno la grazia e la gaiezza spontanea dei bambini.

E ancora altri angeli sono effigiati nella cornice marmorea che circonda la nicchia.

E altri angioletti si librano leggeri nel loro mistico volo attorno alla croce nell’affresco che abbellisce il soffitto della cappella.

Sulla parete sinistra è collocato il dipinto intitolato L’incoronazione di spine di Gian Enrico Waymer, artista vissuto tra la fine del ‘600 e la prima metà del ‘700.

Sulla parete desta si trova invece La deposizione di Jacopo Antonio Boni, anch’egli vissuto vissuto tra la fine del ‘600 e la prima metà del ‘700.

E al centro è posta l’armoniosa scultura di Agostino Storace.

In questa chiesa nei nostri caruggi.

In questo luogo così caro ai genovesi.

Nella Chiesa della Maddalena, dove si ammira la Cappella di San Gerolamo Emiliani e del Crocifisso.

Monumento Venzano: la memoria dolente

Una quiete silenziosa scende sulle figure marmoree che adornano le tombe del Cimitero Monumentale di Staglieno.
Un gesto, un ricordo, una memoria.
Questo è il monumento funebre di Giuseppe Venzano, abbiente commerciante genovese, la scultura è opera di Domenico Paolo Valle ed è collocata nel Porticato Inferiore a Ponente.

Una figura femminile, solenne e imponente, traccia a lettere bronzee le date fatali che delimitano l’esistenza terrena del defunto.

Il suo manto copre le sue fattezze e ai piedi di lei è posato il caduceo, il bastone alato sul quale sono attorcigliati due serpenti e simbolo del commercio.

Sulla sommità del monumento è collocata una figura angelica che regge un medaglione con il profilo del compianto Venzano.

Il Monumento è stato restaurato lo scorso anno grazie all’Associazone AFIMS (American Friends of Italian Monumental Sculpture) presieduta dallo scultore Walter Arnold che è un grande estimatore dei capolavori di Staglieno.
Osservando i dettagli del monumento prima dell’intervento di restauro, risulta evidente quanto ne abbia beneficiato l’opera di Valle.

C’è un’altra figura che dimessa rivolge i suoi pensieri al defunto: è una fanciulla malinconica, seduta a terra in una sorta di doloroso abbandono.

Ho avuto occasione di passare a Staglieno mentre i restauri erano in corso e così ho veduto emergere il chiarore del marmo libero dalla sporcizia lasciata dallo scorrere del tempo.

E anche i tratti di lei, lentamente, si sono svelati nella loro autentica grazia.

Per poi riacquisire questa dolcezza affranta e questo candore.

I lunghi capelli cadono sulla schiena della figura intenta a lasciare ai posteri memoria di Giuseppe Venzano.

L’angelo dalle ali frementi pare invece avere le chiome smosse da lieve vento.

E la fanciulla, silente e assorta, custodisce la memoria dolente.

E reca una corona di fiori fermata da un nastro.

Mentre il tempo terreno, fatalmente, si è fermato.

E una mano gentile traccia ogni singola lettera, ogni singolo numero.

In ricordo di Giuseppe Venzano che qui dorme il suo eterno sonno.

Via Pertinace: la Madonna con il Bambino di Santo Varni

Vi porto ancora con me, nel mio amato quartiere.
Qui, in Circonvallazione a Monte, sulla sommità della scalinata che collega Via Pertinace a Corso Firenze, si ammira una pregevole opera d’arte: è la Madonna con il Bambino e gli angeli realizzata da Santo Varni sul finire della prima metà dell’Ottocento.

Tale pregiata scultura è stata di recente sottoposta ad un accurato restauro che ha restituito alle figure la loro originaria bellezza.

Angeli eterei dalla ali ampie si librano così leggeri.

Con una grazia nella quale Varni era inimitato maestro, sue sono molte delle magnifiche opere che decorano i monumenti funebri del nostro Cimitero Monumentale di Staglieno.

La scultura ha subito negli tempo evidenti danneggiamenti ma rimane comunque un’opera dalla bellezza mirabile.

Come ben narrano gli storici Remondini, vi è una simbologia importante in questa sacra rappresentazione.
Noterete infatti che uno degli angeli regge lo stemma della città.

Ai piedi di Maria sono posti invece i simboli della navigazione e del commercio.

Si notano poi i tratti inconfondibili di Giano bifronte, figura potentemente evocativa per la città di Genova in quanto, secondo un’antica leggenda, si ritiene che Giano sia stato il fondatore della città e si pensa che il toponimo Janua derivi appunto dal suo nome.

Il secondo angelo regge infine tra le dita una corona di alloro.

Questa evidente simbologia si lega alla storia dell’opera e alla sua primaria destinazione: questa immagine della Madonna con il Bambino era infatti stata realizzata per essere collocata sulla porta dell’ormai perduto Ponte Reale e venne trasferita in Via Pertinace sul finire dell’Ottocento.

E se percorrete Corso Firenze così potete ammirare l’opera di Varni.

E in questa maniera la si vede percorrendo la ripida salita di Via Pertinace.

Certo, anche la scalinata avrebbe bisogno di una notevole rinfrescata che le restituisca la sua armonia.

In quanto alla dolce immagine della Madonna che da sempre siamo abituati a trovare in questa parte di Genova, ritengo che sarebbe opportuno collocare nei pressi della scalinata una legenda che racconti la storia di questa scultura, forse sarebbe una giusta maniera per invitate tutti noi a guardare con occhi diversi i luoghi della nostra città.

Così, passando in Via Pertinace, alzate lo sguardo verso la figura di Maria che, contornata dagli angeli, regge amorevole tra le braccia il piccolo Gesù.
Era un tempo nel cuore della città vecchia, sfiorata dal salmastro, in quella Genova di giorni lontani che sappiamo soltanto immaginare.

Il Natale del 1976

Il Natale del 1976 arrivò forse più freddo di questo, allora però avevo da poco compiuto dieci anni e secondo me neanche me ne accorgevo.
In quel Natale del 1976 c’era qui con noi un’ospite graditissima, la mia cara zia della quale spesso vi parlo, lei aveva appena avuto un intervento e allora si pensò che fosse meglio che stesse con noi per qualche tempo, così quando lo zio andava a lavorare lei non rimaneva a casa da sola.
Ricordo quei giorni di dicembre con particolare affetto perché avere la zia da noi era proprio un privilegio, con lei passavamo lunghe settimane nella casa del mare quando era estate ma in inverno, a Natale, era tutta un’altra cosa.
In quel Natale del 1976 al posto dell’abete qui in casa venne addobbato un olivo, se non ricordo male si trattava semplicemente di un grande ramo che venne sistemato in ingresso.
L’olivo era veramente alto e la mamma, con il suo solito estro creativo, lo aveva decorato con le palline dorate e con i fili dorati che andavano di moda negli anni ‘70, c’erano poi degli angioletti fatti da noi con la carta dorata e ripiegati in modo da poter essere riposti tra le foglie.
Gli angioletti, oggi gelosamente conservati in una scatola in cantina, erano stati ritagliati con pazienza certosina uno ad uno seguendo un disegno preciso tracciato con una sagoma, io ricordo quell’albero come una straordinaria particolarità per me davvero entusiasmante.
Quindi Babbo Natale arrivò e lasciò tutti i pacchettini sotto l’olivo e il mattino dopo che bella sorpresa per noi bambine!
C’è una foto di quel Natale del 1976, fatta evidentemente da mio papà che era il fotografo ufficiale di famiglia, in cui si vedono la mamma e la zia sorridenti sullo sfondo mentre io e mia sorella siamo sedute per terra a sfasciare i nostri regali.
Io avevo tutti i capelli scarmigliati, un codino in mezzo alla testa e una vestaglietta a quadretti.
La mamma e la zia sorridevano con quelle espressioni che ancora mi sono rimaste impresse nella memoria e che hanno avuto anche molti anni dopo nei diversi momenti felici delle nostre vite.
Non ricordo esattamente cosa arrivò per me in quel Natale del 1976, dalle foto mi pare di intravedere una confezione di un vestitino di Barbie e di certo ne sarò stata entusiasta.
Di sicuro in quel Natale del 1976 ci fu una bella tavola imbandita con tante cose buone, eravamo tutti insieme a festeggiare e a fare il brindisi con il moscato.
In quelle feste degli anni ‘70, non so precisamente in quali anni, a volte sotto l’albero trovavo gli angioletti di legno.
Erano piccoli, delicati e così graziosi nella loro semplicità, li ho sempre amati e naturalmente li conservo ancora tutti, ne ho molti e sono tutti diversi tra loro.
E oltre agli angioletti ci sono i pretini musicanti, ognuno di essi stringe tra le mani uno strumento e tutti insieme compongono un’orchestrina.
Tre di questi piccoli preti erano miei, due invece appartenevano alla zia: ora stanno tutti vicini e suonano un’allegra musichetta natalizia.
Stanno tutti insieme, proprio come noi in quel Natale del 1976.

Monumento Croce: l’angelo e la luce

È un angelo maestoso a vigilare sulla tomba della famiglia di Tommaso Croce sita nel Porticato Inferiore a Levante del Cimitero Monumentale di Staglieno e opera dell’artista Giacomo Moreno che la realizzò nel 1889.

L’angelo ha una gestualità potente così accentuata dalla forza della luce che delinea il contorno di una delle sue ali.

Tiene una mano posata sul sepolcro.

E ha il viso bello e carico di intensità, morbidi boccoli cadono sulle sue tempie.

Tiene poi l’altra mano alzata verso il cielo.

E così si staglia, nella sua grazia perfetta.

Sullo sfondo si ammira ancora l’opera del valente scultore che ha così rappresentato la Sacra Famiglia.

Vi sono poi alcuni cherubini in preghiera.

E su tutti loro si posa lo sguardo amorevole di Dio.

La scultura, nel suo insieme, è molto di effetto.

E tuttavia, se confrontiamo lo stato attuale del monumento con un’immagine dello stesso tratta da una mia cartolina d’epoca, comprendiamo che, con lo scorrere del tempo, sono andati perduti il decoro della cornice e il fondo scuro che faceva risaltare le figure scolpite nel marmo.
Così Giacomo Moreno aveva immaginato la sua opera.

I contrasti li garantisce ancora oggi la luce del sole con le sue magie.

Va in ogni caso ricordato che, in origine, il monumento era stato pensato con una diversa armonia che oggi non possiamo apprezzare.

La luce sfiora i tratti decisi dell’angelo.

E ci dona le ombre della sua figura, con la loro labile evanescenza.

E l’angelo così rimane, custode del tempo e dell’eternità.

Un’antica edicola in Via Garibaldi

È un’antica edicola sita in Via Garibaldi ed è tutta una meraviglia di marmi e di piccoli angeli deliziosi e devoti.

Le mani sul cuore, lo sguardo rivolto a Gesù.

La parte centrale dell’edicola, oscurata già nei tempi lontani da una grata, era destinata ad ospitare un dipinto raffigurante la Madonna di Loreto che penso non sia più presente oppure è talmente sbiadito da non essere visibile, personalmente però propendo per la prima ipotesi.

Nella parte superiore i piccoli angioletti circondano l’ovale nel quale è dipinto il volto di Gesù.

E i suoi tratti, sebbene offuscati dallo scorrere del tempo, restano invece ancora riconoscibili.

Un piccolo angelo sovrasta il ricco baldacchino.

E alla base dell’edicola è collocata un’iscrizione latina recante anche l’indicazione dell’anno 1874.

Un visetto dolce, una celestiale e infantile tenerezza.

La bella edicola si trova all’inizio di Via Garibaldi, sul fastoso Palazzo di Agostino Pallavicino.

È la memoria viva di una devozione antica, nella strada più bella di Genova.

Monumento Piaggio: salendo verso il cielo

Un angelo si libra lieve verso il cielo traendo con sé una giovane fanciulla.

La figura aggraziata di lei rappresenta l’anima che viene condotta verso Dio, la scultura è opera di Federico Fabiani che la realizzò nel 1877.
Lieve e leggera così si eleva, come già ho avuto modo di scrivere Fabiani scolpì altre opere raffiguranti questa tematica già presente nel Monumento Castello e poi nel Monumento Parpaglioni.
Qui, in maniera scenografica ed efficace, apprezziamo quella che lo storico Resasco gli attribuiva come caratteristica distintiva: Resasco narrava infatti che Fabiani era famoso ai suoi tempi per mettere le sue figure per aria in maniera insolita e poco comune.

In questo luogo riposa Rocco Piaggio, uomo dalle molte fortune accumulate in fiorenti commerci con il Sud America e per lungo tempo abile capitano marittimo.

Il suo monumento funebre è sito nel Porticato Inferiore a Ponente del Cimitero Monumentale di Staglieno.
L’opera riuscitissima di Fabiani venne poi replicata dall’artista, come spesso accadeva, anche in altri cimiteri lontani ad esempio a Liverpool e a Santa Fe.
Narra inoltre sempre il Resasco che in una particolare circostanza Fabiani scoprì che un altro scultore aveva copiato nel cimitero di Marsiglia l’opera da lui eseguita.

Un manto pare posato sul bordo del sepolcro.

E l’angelo del giudizio con la sua tromba si eleva solenne.
Ha una beltà particolare questo angelo ragazzino dai tratti acerbi.

Tutto è leggerezza, con un vivace senso del movimento.
La mano dell’angelo indica il cielo, la fanciulla tiene le braccia incrociate sul petto.

I vestimenti leggeri sono smossi da mistico vento, l’incrocio delle due figure restituisce un senso di formidabile armonia.

La fanciulla ha il profilo regolare, i capelli lunghi e mossi, è una creatura dalla bellezza perfetta.

L’angelo ha lo sguardo fermo, sicuro si dirige verso il cielo.

E così le due eteree figure, con la loro leggiadra leggerezza, custodiscono l’eterno sonno di Rocco Piaggio.

Monumento Parpaglioni: la grazia e la lievità

Sono due figure e si librano così lievi nell’aria.

L’angelo si rivolge verso il cielo e con fermezza conduce con sé la fanciulla che è la personificazione dell’anima.

La scultura è opera magnifica del celebrato artista Federico Fabiani ed è posta sulla tomba della Famiglia Parpaglioni sita nel Porticato Inferiore a Levante del Cimitero Monumentale di Staglieno.
Narra lo storico Ferdinando Resasco nel volume La necropoli di Staglieno che il Signor Luigi Parpaglioni, colpito dalla prematura perdita della sua amata figlia, commissionò a Fabiani il monumento.
Il povero padre, scrive ancora Resasco, era rimasto molto impressionato dalle due figure poste sul Monumento Castello realizzato dallo stesso Fabiani nel 1872 e del quale scrissi in questo post.
E per la sua figlia perduta egli desiderava quasi un monumento identico ma l’artista, pur mantenendo il medesimo stile, cambiò la posizione delle figure.

E in questo distacco dalle cose terrene tutto è fremente leggerezza.
Una brezza gentile smuove le chiome morbide della fanciulla.

E le mani di lei sono unite in devota preghiera.

Lievissima si smuove la veste sulle gambe sottili.

Nel marmo è poi incisa la firma dello scultore e accanto si legge l’anno di realizzazione dell’opera.

La grazia armoniosa delle due figure è senza pari per bellezza e per la perfezione delle proporzioni, Federico Fabiani è per me uno degli artisti di maggior talento che abbia lasciato la sua traccia sotto i porticati di Staglieno.

La fanciulla fidente volge lo sguardo verso Dio e verso l’eterno.

E questa grazia lieve sovrasta il sonno eterno dei componenti della famiglia Parpaglioni.

Monumento Scorza: l’angelo con i fiori

È una creatura celeste aggraziata e malinconica e così custodisce il sonno eterno di Angelo Scorza e della sua famiglia.
Opera dello scultore Achille Canessa, il monumento risale agli inizi del ‘900 ed è collocato nel Porticato Inferiore a Levante del Cimitero Monumentale di Staglieno.

L’angelo spande i suoi fiori con gentile delicatezza.

E affabile e cortese lascia così cadere i suoi boccioli odorosi.

Nel marmo è anche effigiato il volto del defunto.

L’angelo si erge maestoso con le sue ali ampie e magnifiche.

E inoltre, durante lo scorso anno, in occasione di una mia visita al Cimitero di Coronata, i miei occhi hanno trovato certe angeliche fattezze che mi pareva di avere già veduto e in effetti non mi sbagliavo.
Si tratta ancora di un’opera di Achille Canessa, la statua è posta sulla Tomba Vaccamorta e anche in questo caso l’angelo sparge i suoi fiori e ha la medesima postura della scultura posta sul Monumento Scorza, le ali invece sono differenti.

È assorto e meditabondo il viso dell’angelo del Monumento Scorza, il suo sguardo pare percorso da memorie e ricordi.

E il suo abito è leggero, lieve e vaporoso.

I suoi boccoli incorniciano il suo bel viso e il profumo dei suoi fiori è dolce e soave.

Così l’angelo rimane, silente custode gentile dell’eterno sonno dei componenti della famiglia Scorza.

Monumento Pietrafraccia: l’eternità dell’amore

L’amore indissolubile e immutabile viene celebrato con maestria nel monumento funebre di due sposi uniti in vita e nell’eternità.
E a noi ritorna la profondità di quell’emozione e la dolcezza di quel sentimento.

Il Monumento Pietrafraccia è situato nel Porticato Inferiore a Levante del Cimitero Monumentale di Staglieno, è opera dello scultore Giuseppe Navone e risale al 1909.

E se verrete qui nel momento in cui il sole illumina glorioso le fattezze delle statue, potrete ammirare con commozione la palpitante vitalità di quell’amore.

In alto, sopra le tre figure centrali, sono collocati i busti dei defunti.

E nella loro radiosa beltà ecco la rappresentazione dei due sposi, tra di loro si staglia un angelo imponente.

Nella tomba della Famiglia Pietrafraccia riposano i due coniugi e la loro figlia Elena.

E nelle parole incise sul marmo emerge tutta la nostalgia della sposa, Francesca Perelli, per il suo amato Santiago troppo presto perduto.

E ritorna ancora la dedizione della vedova nelle righe scolpite in memoria di lei.

Nella grandiosa bellezza delle sculture si svela poi l’autentica potenza dell’amore e dell’unione eterna dei due sposi: oltre il tempo, oltre la vita terrena.
Una gaiezza sublime illumina il volto leggiadro dell’angelo in questo ritrovarsi che per i due sposi non avrà mai fine.

I riccioli incorniciano il volto del giovane uomo, una sorta confortato stupore traspare dai suoi occhi.

E l’angelo possente protegge e unisce.

Una perfetta letizia rischiara i tratti bellissimi del suo volto mentre egli così celebra l’incontro tra queste due anime.

La treccia morbida cade sulla spalla di lei, il suo viso è bellissimo e le sue labbra paiono fremere di commozione.

In questa magnifica opera di Navone tutto è vita, movimento, respiro che ancora ritorna, nell’amore che non muore mai.

Le mani si sfiorano, si toccano, si stringono.

Cade il manto in molti drappeggi delicati sulla figura del giovane uomo.

E ugualmente accade alla veste dell’angelo.

L’abito di lei copre del tutto le sue fattezze e si posa lasciando così intuire il suo piede femmineo.

In una straordinaria armonia di proporzioni, resa ancor più suggestiva e formidabile da quella luce che accarezza i marmi.

Così si compie la celebrazione di un’unione destinata a durare per sempre, opera dello scalpello e dell’ingegno dello scultore Giuseppe Navone.

Amore ed eternità, il sentimento infinito di Santiago e Francesca Pietrafraccia.