Macaia

Chi abita a Genova conosce bene la macaia, anche la parola è nella lingua della Superba.
Caldo, scirocco.
E nuvole lattiginose e dense, una coltre impenetrabile, immobile macaia.
E umidità, intensa e interminabile.
Ti manca il respiro e accade a causa della macaia che sembra non andarsene mai.
E quando a Genova c’è macaia rimpiango la mia amata tramontana inquieta, io sono una di quelle persone che adorano camminare a braccia aperte nel vento e barcollare e vacillare per quella potenza, il vento è leggerezza e libertà.
La macaia, invece, ti inchioda a terra.
Ti avvolge, insistente e infinita, sempre uguale, eternamente fissa.
Macaia, scimmia di luce e di follia, foschia, pesci, Africa, sonno, nausea, fantasia, così cantava Paolo Conte in Genova per noi.
E tutto sembra così, fermo.
A dire il vero sembra anche quasi impossibile trovare una fotografia che racconti la macaia di Genova ma poi, un giorno, guardi l’orizzonte.
E vedi una nave che fende l’acqua, si muove nell’indefinito e quasi non percepisci il limite del mare e quello del cielo.
E la nave viaggia, come sospesa nella macaia di Genova.

Via con me

No, non c’è altro brano che canti la seduzione meglio di questo.
Un uomo, una donna, le parole suadenti di lui.
E il sogno di una fuga, lontano, verso chissà dove.
E intanto cosa resta? A cosa si rinuncia in cambio dell’amore?

Via via, vieni via di qui,
Niente più ti lega a questi luoghi,
neanche questi fiori azzurri

E la musica, questa musica, è un crescendo di emozioni e sensazioni.

Via, via, vieni con me.
Entra in questo amore buio,
non perderti per niente al mondo.

Un pianoforte, una calda atmosfera jazz, la voce inconfondibile di Paolo Conte e un’esecuzione eccezionale da ascoltare in un loop infinito.
E intanto cosa resta? A cosa si rinuncia in cambio dell’amore?

Fuori piove, è un mondo freddo.
It’s wonderful, it’s wonderful, it’s wonderful
Good luck, my baby.
It’s wonderful, it’s wonderful, it’s wonderful
I dream of you.

 

Le persone

Le persone.
Tu le guardi?
Le persone sono anche musica.
Una calda melodia jazz, un giro di basso, un assolo che squarcia il silenzio.
Una rima.
Michelle ma belle.
These are words that go together well.
La ragazza sottile come un giunco, leggera come una libellula.
Asfalto e calore, i suoi tacchi emettono un suono quasi impercettibile.
Ondeggia, passa, è già altrove.
E la osservano i passanti, lei non li vede, scuote appena il capo e i suoi capelli lucidi le dondolano sulla schiena, lei ha questo portamento fiero e altero.
Ondeggia, passa, è già altrove.
Piove.
Cadono gocce leggere, a me basta il cappuccio della giacca per ripararmi.
Le persone.
Tu le guardi?
Eppure dovrebbe essere chiaro: no, non mi serve un ombrello, offerta reiterata molteplici volte in una giornata bigia come questa.
Volti che vengono da altri mondi, occhi che hanno veduto savane, deserti e sole che spacca la terra arida.
Tamburi che rullano, suono che cresce, che monta e si spegne in lontananza.
No, non mi serve un ombrello, a dire il vero ce l’ho ma di rado lo uso.
C’è chi ti regala un sorriso e chi si volta dall’altra parte.
Via, via, vieni via di qui.
Niente più ti lega a questi luoghi
Neanche questi fiori azzurri
Lui la insegue, parla, gesticola, tenta palesemente di giustificarsi e di attirare l’attenzione di lei.
Ha un tono di voce sommesso e colpevole, lei non lo ascolta, anzi affretta il passo e cerca di lasciarlo indietro.
E lui ancora, vieni via con me.
La ragazza tiene una sigaretta tra le mani, fuma nervosamente e non profferisce parola.
Sono giovani, avranno poco più di vent’anni, i tortuosi conflitti dell’amore portano su certe strade impervie.
Lei d’un tratto svolta improvvisamente in un vicolo, pare una gazzella in fuga, lui sembra quasi perdere le sue tracce ma poi recupera e riguadagna terreno.
E nella sua corsa forsennata quasi scontra l’anziano signore che  cammina piano accanto alla sua consorte.
Si volta e porge le sue scuse, il vecchio genovese annuisce bonario, credo che comprenda.
Quando ti ho vista arrivare, bella così come sei
non mi sembrava possibile che
tra tanta gente

che tu ti accorgessi di me.
Una lunga storia d’amore, la passeggiata di questi due anziani coniugi ha come sottofondo le note e le melodia di una canzone di Gino Paoli.
Un passo dietro l’altro, sebbene incerto e lento, sono arrivati lontano, fianco a fianco.
Si fermano ad osservare i saponi esposti nella vetrina di una drogheria, parlano a bassa voce tra di loro.
Lei ha i capelli freschi di parrucchiere, un atteggiamento composto ed elegante.
Bella coppia.
Li guardi e immagini le loro vacanze, anzi la villeggiatura, nella casa di campagna.
I nipotini che crescono, la più grande va già al liceo, ha un tatuaggio sulla spalla che al nonno non piace per niente, ma va già bene così, almeno non è tanto visibile.
Le persone.
Tu le guardi?
Passa una giovane mamma, spinge a fatica un passeggino, la città non è a sua misura ma lei è una leonessa forte e determinata, affronta gradini, salite e scale con un’energia imprevista.
E intanto canta per il suo bambino.
Per fare un albero ci vuole un fiore, per fare un fiore ci vuole un frutto.
Le persone.
Tu le guardi?
La commessa del negozio di commestibili ha la faccia rossa, che caldo viene dal forno!
Eppure,  insieme al suo pane fragrante e alla focaccia calda, lei regala ai suoi clienti un sorriso largo e accogliente.
Il barista che prepara il caffé è in piedi dalle cinque del mattino, gli avventori del bar sfogliano i giornali.
E tutti discutono della notizia del giorno.
Con il barista, è ovvio.
E lui risponde, a tutti.
Stamattina quante volte avrà dovuto sentire la litania sul maltempo e sulla primavera che non arriva?
Forse anche a lui vorrebbe essere altrove mentre la voce di Otis Redding canta I’m just sitting on the dock of the bay, wasting time.
Le persone.
Tu le guardi?
A volte mi siedo su una panchina, osservo i movimenti e i gesti.
E le espressioni allegre o imbronciate, pensierose o serene.
Chiacchiere, risate e parole inondano l’aria e le strade.
E sono tanti linguaggi diversi, sono musiche, suoni e melodie.
Sono le persone.
Tu le guardi?