Leucotoe e Clizia, la passione e la gelosia

L’amore, la gelosia e il senso di smarrimento che suscita l’abbandono.
Lei era la più bella, la più aggraziata e la più desiderata da colui che con il suo carro dorato percorreva il cielo illuminando tutte le terre.
Leucotoe è l’unica nei pensieri di Apollo, il dio del sole;  lui, bramoso di stringerla a sé, prende le sembianze della madre di lei e si introduce nella sua dimora, dove la fanciulla sta filando con le sue ancelle.
Il dio, nei panni della madre, sostiene che ha da rivelare un segreto.
Svelte, svelte, le ancelle escano dalla stanza!
E fu così che i due rimasero soli.
Eh, Apollo! Certo era un tipo sicuro di sé e del suo fascino! Del resto c’era da immaginarselo, non è mica da tutti essere fonte di vita e di calore.
E sapete cosa disse a Leucotoe per svelarsi? Sentite un po’ cosa ci racconta Ovidio.

Ille ego sum – dixit – qui longum metior annum,
Omnia qui video, per quem videt omnia tellus,
Mundi oculus. Mihi, crede, places.

Disse: Io sono colui che misura la lunghezza dell’anno
Colui che tutto vede, per il quale la terra tutto vede,
L’occhio del mondo. Tu mi piaci, credi a me.

Una presentazione in grande stile!
E nel pronunciare queste parole Apollo riprese il proprio aspetto  meraviglioso e splendente.
E secondo voi, un tipo del genere si aspetta un rifiuto?
Leucotoe rimase ammutolita, la conocchia e il fuso le caddero di mano e, volente o nolente, finì tra braccia di Apollo.
Eh, i seduttori! Con i loro comportamenti fanno certi danni!
La ninfa Clizia, che già era caduta nelle trame amorose di Apollo, vedendosi messa da parte a causa di Leucotoe, ardeva di gelosia.
Una gelosia assoluta e bruciante, che la spinse a cercare vendetta.
Beh, Clizia andò dal padre della sua rivale e svelò tutto ciò che era accaduto e la povera Leucotoe cercò in ogni maniera di giustificarsi.
Disse che lei non aveva colpa, Apollo non le aveva dato scelta!
Ma il padre, in preda all’ira, gettò la figlia in una fossa e la fece ricoprire di sabbia.
Accorse Apollo in aiuto della sua amata e con i suoi raggi scavò un buco nella terra in modo che il volto di Leucotoe potesse rivedere la luce.
Ma è impossibile sottrarsi al proprio destino, le belle fattezze della ragazza gelarono sepolte nella terra e il dio del Sole nulla poté per salvarla.
Apollo poté solo donare alla sua Leucotoe un profumo delicato e persistente, un aroma che si diffuse tutt’attorno, nelle viscere della terra il corpo della fanciulla si trasformò, le sue membra divennero radici e lei rinacque a nuova vita sotto forma di odoroso incenso.
E Clizia, la ninfa gelosa? Apollo non le perdonò il suo gesto e disdegnò per sempre la sua vista.
Clizia si abbandonò al suo dolore, lasciò la compagnia delle altre ninfe, rifiutò il cibo e per nove giorni rimase a terra, nutrendosi solo delle sue lacrime e di gocce di rugiada.
E il suo sguardo, quello sguardo pieno di amore e di desiderio, seguiva sempre Apollo nei cieli, a lui sempre volgeva il bel volto dilaniato dalla sofferenza.
E continuò a guardarlo, in ogni istante, in ogni respiro della sua esistenza.
E lo seguiva con gli occhi, mentre le sue membra nella terra prendevano altre sembianze, mentre diveniva verde di foglie e mentre il suo viso si mutava in fiore, in quei petali gialli del girasole che sempre seguono il calore del signore del cielo e il conforto dei suoi raggi.

La ninfa Io, i tradimenti di Giove e il mito del pavone

Il mito e la tradizione classica, le storie più belle ed appassionanti sono nate in epoche a noi lontane, eppure ancora oggi sono capaci di emozionarci.
Un fiume, una ninfa.
E’ giovane e leggiadra, sta tornando verso casa dove il padre Inaco la attende.
Qualcuno la osserva ammirato, è uno sguardo pieno di desiderio, lo sguardo di Zeus, il signore dell’Olimpo.
Scappa Io, corre a perdifiato nel bosco, tra gli alberi, tenta di nascondersi e di sfuggire al suo destino, ma Zeus non lo permette.
Ne fuge me, non fuggirmi, queste le parole di Giove nelle Metamorfosi di Ovidio.
E il padre degli dei fece scendere sui campi e sui boschi una scura nebbia, così Io fu costretta a rallentare la sua corsa e Giove la carpì facendola sua.
Oh, ma come mai questa oscurità a quest’ora? Si insospettì Giunone.
Dev’esserci qualcosa sotto, pensò la dea, alla quale erano ben noti i tanti tradimenti del marito che, pur di possedere le fanciulle che gli aggradavano, ricorreva a qualunque stratagemma.
E così, spinta dalla gelosia, Giunone scese in terra e fece diradare la caligine, per poter vedere cosa stesse accadendo.
Giove però, presagiva l’arrivo della moglie. Che fare? Per trarsi d’impaccio tramutò la povera Io in giovenca e quando Giunone si trovò al cospetto di quello splendido animale chiese di averla in regalo.
Giove, per non destare sospetti, si vide costretto a cedere.
E’ difficile prendere in giro una moglie, anche se sei il signore dell’Olimpo.
E Giunone, che aveva ben compreso che quella non era solo una giovenca, la affidò ad un guardiano di eccezione: Argo dai cento occhi, mentre due delle sue pupille dormivano, le altre erano costantemente posate su Io che pascolava sui prati.
E sì, lei avrebbe voluto supplicare Argo perché la liberasse, ma il solo suono che riusciva ad emettere era uno sconsolato muggito.
Un giorno la giovenca si avvicinò al fiume, dove tante volte da ninfa aveva giocato, si rispecchiò nell’acqua e atterrita per le proprie sembianze si ritrasse timorosa.
Lì erano le sue sorelle e suo padre, ma nessuno sapeva intravedere nella bella giovenca la fanciulla di un tempo.
Il padre le porse dell’erba da brucare ed Io, non avendo altro modo per farsi riconoscere, con la zampa tracciò una scritta sulla polvere.
Ma giunse l’implacabile Argo, che trascinò via Io e la portò sulla cima di un monte.
Giove, che aveva visto tutto e  non poteva tollerare che Io subisse ulteriori sofferenze, decise di inviare Mercurio a liberare la sua prediletta.
E così il messaggero degli dei, con gli abiti di un pastore,  si presentò ad Argo.
Mercurio cantò e suonò una musica dolce e suadente, narrò la storia di Pan e Siringa e con le sue parole riuscì nel suo intento: Argo cadde in un sonno profondo e mentre questi dormiva Mercurio gli tagliò la testa con quei cento occhi.
L’ira di Giunone non era ancora placata e la povera Io venne costretta a peregrinare per il mondo finché non giunse sulle sponde del Nilo dove, esausta, supplicò Giove di avere pietà di lei.
E sapete com’è, un marito fedifrago spesso sa giocare con le parole e sa convincere anche la moglie più diffidente.
E così Giove riuscì a persuadere Giunone che non aveva nulla da temere da Io ed una volta estinta l’ira divina della dea Io riprese le sue aggraziate fattezze di fanciulla.
Anche Argo, colui che era stato il suo guardiano, non era stato dimenticato.
Dopo la sua morte, Giunone raccolse la sua testa e mise quei cento occhi scintillanti di luce come ornamento della coda della creatura a lei sacra, il pavone, l’uccello dalla regale livrea per volere di una dea.