A cavallo al Bois de Boulogne

“Le carrozze non si muovevano ancora. In mezzo alla lunga fila di coupé, numerosissimi al Bois, in quel dolce pomeriggio autunnale, scintillava di tanto in tanto il morso di un cavallo, l’impugnatura d’argento di una lanterna, i galloni di un lacchè seduto a cassetta. Qua e là, in qualche landò scoperto, spiccavano abiti femminili di seta o di velluto.”

Emile Zola – La Preda (1871)

Con le evocative parole di uno scrittore a me tanto caro vi porto nella Parigi di un altro secolo, al Bois de Boulogne, vasto parco situato nel XVI Arrondissement della capitale francese.
Là, lungo quei viali, si trovò un giorno anche una giovane donna: cappello, giacca, abito da perfetta cavallerizza, lei stringe le redini e sorride al fotografo che la ritrae.

E ritorniamo ancora al massimo rappresentante del naturalismo francese e ad un brano di un altro suo celebre romanzo che qui voglio riportare.
È una gioiosa baraonda, un fremito vitale, una tela dipinta con talento e pazienza:

“Quella domenica, sotto un cielo gonfio dei primi temporali di giugno, si correva, al Bois de Boulogne, il Gran Premio di Parigi.

Arrivavano carrozzini con ruote immense che al sole mandavano lampi di acciaio, cabriolet leggerissimi, delicati come strumenti di orologeria, che filavano tra un tintinnio di sonagli. Ogni tanto, passava un cavaliere e un’onda di pedoni correva spaventata in mezzo agli equipaggi. Il lontano rotolio delle carrozze, proveniente dai viali del Bois de Boulogne, si smorzava in un fruscio attutito; si sentiva soltanto il rumore crescente della folla: l’aria era piena di grida, di richiami, di schiocchi di frusta.”

Emile Zola – Nanà (1880)

Vita, voci e suoni, come sempre Zolà è un impeccabile ritrattista e sa restituirci l’atmosfera di quella Parigi che lui conosceva bene.
Ho scelto i suoi brani per accompagnare il racconto di questa fotografia che ho di recente acquistato: da sempre mi affascina Parigi e naturalmente la giovane cavallerizza ha subito attirato la mia attenzione.
Il ritratto è opera di Delton, fotografo parigino che si dedicava alle “photographie hippique” proprio al Bois de Boulogne, come si legge nell’angolo in basso a destra della mia fotografia e come ho poi avuto anche modo di verificare con alcune mie ricerche.
E così, in sella al suo elegante destriero, ecco Mademoiselle con i suo stivali, i piedi nelle staffe, la posa sicura e il sorriso luminoso.
Era un giorno di un tempo distante al Bois de Boulogne.

La ragazza di Limoges

La ragazza di Limoges ha gli occhi grandi e così spalancati sul mondo, c’è una vita intera nel suo sguardo: la sua.
La ragazza di Limoges ha i capelli tendenti al crespo, li porta raccolti con cura e mi è venuto naturale immaginarla con le chiome sciolte e così ribelli donatele dalla natura.
E invece no, lei sta così composta, con questa sua grazia.
Ha le labbra sottili, un fiocco chiude il colletto del suo abito.
Lei con la sua giovinezza è rimasta così ritratta nella cornice di una Carte de Visite opera del fotografo Fournier che aveva il suo studio a Limoges e così ho pensato che naturalmente anche la ragazza fosse originaria di questa località francese celebre per le sue porcellane.

Delicata, aggraziata, le sue mani sono curatissime.
E il suo abito è un capolavoro di eleganza, con questo tessuto scivoloso e liscio, ho la sensazione tutta fantasiosa che fosse di color verde scuro.
Le passamanerie e i pizzi arricchiscono il vestito, la vita di lei è sottile come era consueto per una signorina del suo tempo.

La ragazza di Limoges ritratta in questa fotografia con tutta probabilità era anche più giovane di quanto noi si sappia immaginare.
Stava là, pazientemente seduta davanti a Monsieur Fournier.
Chissà quali erano i suoi pensieri, in quel tempo interminabile.
Mademoiselle avrà avuto i suoi sogni segreti, come ognuno di noi e noi non sappiamo immaginarli ma, grazie al prodigio di una fotografia, il nostro sguardo oggi trova quello della ragazza di Limoges.

Côte d’Azur

Le piante di agrumi in vaso fornivano una nota superiore intrigante che si mescolava alla fragranza dei pini. Lo scuro promontorio di Cap d’Antibes si stagliava sullo sfondo del cielo all’estremità orientale della grande baia disegnata da una curva di luci tremule che finivano per stemperarsi nell’illuminazione di Juan les-Pens a cinque chilometri di distanza.”

È nell’amena dolcezza della Costa Azzurra che scopriamo un luogo leggendario: lo Château de l’Horizon, magnifica villa in stile Art Deco fatta costruire nel 1932 da Maxine Elliott, attrice statunitense, donna volitiva e affascinante, protagonista della vita mondana della sua epoca.
Allo Château de l’Horizon e a quel mondo dorato è dedicato il volume Côte d’Azur. 1920-1960: gli anni d’oro della Riviera francese di Mary S. Lovell e pubblicato da Neri Pozza.
Il libro è il racconto straordinario di quell’ambiente così vivace ed esclusivo: allo Château de l’Horizon Maxine terrà feste, balli ed eventi mondani ai quali parteciperà tutto il bel mondo.
La narrazione ha inizio dagli anni ‘20, frizzante epoca di nuove eleganze e ricercate sensualità: vanno di moda i capelli a caschetto, i cappelli a cloche e gli abiti di seta impalpabile.
La Lovell, con impareggiabile raffinatezza e con magnifica competenza, interpreta lo spirito di quell’epoca e lo svela attraverso le vicende delle stelle del jet set che brillavano allora sulla riviera francese.
Il volume è infatti un’inesauribile miniera di vicende curiose e intriganti, non manca nessuno tra le pagine di questo libro: da Coco Chanel ad Elsa Maxwell, da William Somerset Maugham alla raffinata socialite Doris Delevingne, prozia dell’incantevole top model Cara.

E non manca Elsa Schiaparelli che della moda fu una vera icona: fu creato per lei il colore rosa Schiaparelli, così intenso da essere appunto definito shocking.
Grande protagonista di questo libro è poi Winston Churchill che era spesso ospite di Maxine al suo Château de l’Horizon, sono moltissimi gli aneddoti che riguardano lo statista.
Churchill era celebre per il suo tagliente umorismo e la Lovell narra che una volta un altro ospite gli chiese se avesse letto il suo libro e Churchill lapidario replicò: No, leggo solo per piacere o per trarne vantaggio.
I fasti dello Château de l’Horizon fatalmente furono, per un certo periodo, oscurati dalle cupezze della II Guerra Mondiale: in quegli anni parte della villa fu trasformata in atelier, le donne del posto producevano abiti per i poveri dei dintorni e in quelle circostanze Maxine fece usare i suoi abiti parigini e le stoffe preziose di cui erano fatti divennero pigiami e scamiciati per i bimbi meno fortunati.
La morte di Maxine, sopravvenuta nel 1940, rappresentò anche l’inizio di una nuova epoca per lo Château de l’Horizon che divenne di proprietà del principe Aly Khan.
È una nuova stagione di mondanità, Aly sposerà l’attrice Rita Hayworth, in un giorno di maggio, proprio allo Château de l’Horizon.
La Lovell racconta la loro vicenda appassionata, il loro sarà un sogno infranto e non un amore destinato a durare per sempre, per un certo periodo poi Aly avrà accanto un’altra celebre attrice di Hollywood: la diafana e sensuale Jane Tierney.
E poi viene narrato un amore giovanile di Gianni Agnelli e tra le pagine di questo libro trovano anche spazio le tormentate vicende di Edoardo Duca di Windsor e di sua moglie Wallis Simpson.
È davvero improbabile pensare di poter citare tutte le celebrità che troverete in questo magnifico volume: la Lovell, con la sua scrittura sapiente, asciutta e coinvolgente, vi porterà proprio là, allo Château de l’Horizon.
Côte d’Azur copre quarant’anni di storia di un luogo che non ha perduto il suo fascino: tutto è mutato ma ancora si cela la memoria di quegli anni gloriosi sulla riviera francese.

“Il mondo di Maxine è ormai scomparso da tempo, ma ogni decennio porta un nuovo gruppo di persone tra queste ville incredibili; più ricche e forse meno affascinanti di quelle che popolavano la terrazza di Maxine, all’epoca in cui il peggior difetto era essere noiosi.”

Buon 1° Aprile!

Buon 1° Aprile, cari amiche e cari amici!
Vi porto questo augurio con una curiosa cartolina francese del passato che fu inviata, molti anni fa, ad una certa dama di Avignone.
E guardando la cartolina mi è venuto naturale immaginare Madame nel suo grazioso salotto con il prezioso cartoncino tra le mani dove si legge un gentile augurio e cioè queste parole: che il dolce aprile che fa nascere i fiori porti la felicità nella tua casa.
Inoltre chi inviò questa corrispondenza aggiunse di suo pugno un suo scherzoso pensiero che recita all’incirca così: il pesce arriva un po’ prima del 1° aprile, ma puoi conservarlo per quella data.
Eh sì, cari lettori, questa romantica e leziosa cartolina rimanda a primaverili atmosfere settecentesche ma, se osservate con attenzione, nel cestino colmo di fiori e vezzosamente bordato da un lucido nastro trova posto un bel pesce d’Aprile perfetto per questa data.
E così, come di certo fece Madame quel giorno ad Avignone, sorrido divertita anch’io.
Buon 1° Aprile a tutti voi!

La cattura dell’effimero

La mongolfiera raggiunse la lunghezza della catena e si fermò con uno strattone improvviso.
Cait aprì gli occhi. Il braciere ruggiva, la mongolfiera ondeggiava ancora nell’aria, il mondo era esattamente come lo aveva lasciato: Parigi in basso, il cielo in alto.

Eccola lassù Caitriona Wallace, a bordo della mongolfiera che dondola su Champs de Mars in un gelido mattino del 1886.
Caitrona, detta Cait, è una giovane vedova poco più che trentenne e proviene da Glasgow: a Parigi è giunta come chaperon di Alice Arrow e di suo fratello Jamie, due giovani scozzesi che Cait accompagnerà nel loro Grand Tour in Europa.
Così si apre la vicenda del romanzo La cattura dell’effimero di Beatrice Colin, un libro delizioso, vivace ed elegante pubblicato da Neri Pozza e Beat Edizioni.
Questa Parigi favolosa è una città in continuo mutamento e proprio su quella mongolfiera Cait conoscerà l’uomo che cambierà non solo il suo destino ma anche l’orizzonte della capitale francese: il suo nome è Émile Nouguier ed è il progettista della Tour Eiffel.
Nouguier è realmente esistito:  architetto e ingegnere civile, lavorò alla realizzazione di questa magnifica opera parigina.
L’imponente torre sarà visibile da tutta Parigi e sarà un’opera tanto straordinaria quanto effimera, infatti viene costruita in occasione dell’Esposizione Universale ma non si prevede che rimanga per sempre, ma solo per un definito arco di tempo:

Le cose belle erano ancora più belle quando non si riusciva a trattenerle? La torre non sarebbe durata a lungo: vent’anni. Paragonata ad altre strutture delle stesse dimensioni, era un battito di ciglia, un palpito del cuore, un fiore di ghiaccio.”

La torre è stupore, innovazione, modernità, la torre, come dice Émile Nouguier, è levità e aria, la torre sorgerà sotto i vostri occhi durante la lettura di questo romanzo.
E taluni la guardano con ammirazione, mentre certi illustri rappresentanti del mondo culturale e artistico parigino la osteggiano considerandola una bruttura indicibile.
Con stile e classe, la Colin vi porta in quella Parigi mirabolante con le sue eleganze e i suoi sfarzi, i suoi lati oscuri, i suoi mutamenti urbani e le umane debolezze dei suoi abitanti.
Tra le pagine del libro naturalmente incontrerete spesso anche Gustave Eiffel medesimo, d’altra parte i parigini sono stupefatti davanti all’idea della torre:

Dal primo giorno di scavi era un susseguirsi di carrozze che si accostavano al marciapiede di Quai d’Orsay per far scendere innumerevoli spettatori indiscreti, irritati, offesi. Uomini in bombetta passeggiavano piano lungo il cantiere o si fermavano sul bordo appoggiandosi al bastone da passeggio, in attesa di qualche accadimento. Le dame, le mantelle che ondeggiavano al vento come le penne su un’ala di corvo, affrettavano il passo coprendo il viso per proteggerlo dal fumo e dall’odore denso, inquietante e umido delle fondamenta.

In questa città palpitano gli intrecci avvincenti di queste vite: l’amore che sboccia tra Cait ed Émile reso complicato dalle differenze sociali, la leggerezza a tratti ingenua e a tratti capricciosa di Alice, le scapestrate avventure dell’inconcludente Jamie.
E le ombre del passato che oscurano la felicità, una serie di vicende secondarie e di personaggi che si muovono con disinvoltura nei diversi luoghi della capitale.
E questa città, questa Parigi favolosa e straordinaria, credo che l’autrice l’abbia studiata con attenzione e cura, trovo nella sua scrittura l’impronta dell’autenticità e la bellezza di saper evocare con vero talento un luogo e un’epoca lontana.
Non è frequente che mi appassioni di autori contemporanei ma questo romanzo mi ha letteralmente incantata, regalandomi qualche ora di autentico coinvolgimento in questa trama che troverei perfetta per la sceneggiatura di un film.
E così, come mai mi accade, ho cercato traccia dell’autrice per ringraziarla della magnifica esperienza di questa lettura e ho purtroppo scoperto che la Colin è mancata prematuramente nel 2019.
Sono stati pubblicati altri suoi due romanzi e li leggerò presto, sono certa che saranno altri viaggi emozionanti come questo.
Non potendo fare diversamente ringrazio da qui Beatrice Colin per la meraviglia della sua Parigi, per la sua Cait così appassionata, per il sogno della Tour Eiffel che diviene realtà sotto gli occhi meravigliati del lettore.
In questa Parigi che si svela come un incanto sfavillante tra le pagine di La cattura dell’effimero.

Gli allumeurs de réverbères erano intenti ad accendere lampioni a gas lungo i grandi viali alberati e le vie con le loro lunghe aste. Le luci scintillavano come orbite dorate, in contrasto con lo splendore della crepitante illuminazione ad arco voltaico di Place de l’Opéra.

Blanche e Claude

“Aveva gli occhi castani, grandi e luminosi, e Claude non era mai stato capace di resistere alla combinazione di capelli chiari ed occhi scuri. … Ma a fermargli il cuore non furono i colori della sconosciuta: fu il suo sorriso, così abbagliante, così spontaneo.”

Così avviene l’incontro fatale tra due creature destinate a condividere un percorso comune non certo privo di ostacoli: lui è il francese Claude Auzello e lei è l’americana Blanche Ross, protagonisti del romanzo Blanche e Claude di Melanie Benjamin edito da Neri Pozza.
È un giorno del 1923 e Claude, da vicedirettore dell’Hotel Claridge, accoglie l’ospite venuta da un lontano con le sue bizzarre idee: Claude si offre immediatamente di mostrarle la sua Parigi, quella città sarà poi lo scenario delle loro esistenze.
Claude Auzello e Blanche Ross sono due persone realmente esistite ma, come dichiara la stessa Benjamin, la loro vicenda viene proposta attenendosi alla realtà di fatti realmente accaduti e anche ricorrendo a divagazioni di fantasia.
Blanche e Claude, un amore tormentato e ricco di contraddizioni, due vite e un luogo prediletto: l’Hotel Ritz di Place Vendôme del quale Claude diviene direttore e che curerà con amorevole dedizione insieme alla sua Blanche divenuta sua moglie.
Ah, Blanche aveva sogni di gloria!
Lei era giunta a Parigi con il sogno di diventare una stella del cinema, ma poi le cose sono andate diversamente.
E così ecco Madame Auzello in quell’albergo esclusivo frequentato da Picasso, Cole Porter ed Hemingway, ormai quella sarà casa sua, sarà il posto del suo cuore, per tanti diversi motivi: il Ritz con i suoi lussi è culla che custodisce ed è un luogo prodigo di molte bellezze e gioie.

Blanche è diventata la regina del bar del Ritz e da allora non ha mai perso la corona.

Gli anni passano e si giunge a quel tetro 1940: è il tempo dell’occupazione tedesca e anche a Parigi le luci scintillanti si affievoliscono sotto le ombre cupe della storia.

Blanche è una donna volitiva, di carattere, è indipendente e caparbia, a volte i suoi comportamenti sono ragione di forte preoccupazione per Claude, tra loro non mancano i contrasti.
Claude, all’apparenza più cauto e riflessivo, si trova a gestire le relazioni con i tedeschi che occupano il Ritz così come altri alberghi parigini, sono tempi difficili e ardui.
Questa è anche una storia di amore e fratellanza, di sofferenze e speranze: ed è una storia di Resistenza, di fughe precipitose, di letali pericoli affrontati a testa alta e con coraggio, di esperienze segnanti e cariche di angoscia.
Melanie Benjamin ha una scrittura fluida e scorrevole, a mio parere si districa con abilità in tematiche non certo semplici da trattare, fa ampio uso dei dialoghi e questo rende il suo romanzo una piacevole lettura.
Si seguono, insieme a lei, momenti di storia vera: dagli echi dello sbarco in Normandia alla liberazione di Parigi, giorno dopo giorno, con gli occhi di Blanche e Claude.
L’autrice delinea con un certo talento caratteri e personaggi, pure quelli secondari restano impressi per le loro peculiarità, indugia inoltre volentieri nel presentarci personalità realmente esistite: da Coco Chanel alla Garbo, da Ernest Hemingway alla fatale Marlene Dietrich.
Blanche e Claude è un romanzo ma anche vita vissuta, i due piani di lettura paiono intersecarsi alla perfezione e i protagonisti si riscopriranno diversi da come credevano.
È una storia di giustizia e di amore per la libertà, tuttavia non sempre è una storia di felicità raggiunte, nello scenario drammatico degli anni della guerra si compiono tragicamente i destini di molte persone.
E chi resta ha il dovere di ricordare e di ricostruire, di procedere a passi incerti sulle macerie del passato volgendo lo sguardo al futuro, in qualche modo.

Al Ritz tornerà tutto come prima. Perché è questa la sua magia: far dimenticare l’ultima scena alla quale abbiamo assistito prima di entrare nella sua opulenza, anche se quella scena ci ha mostrato i lati peggiori dell’umanità.”

Madame Rozier e la bambina di Vienne

La piccina giunse accompagnata dai suoi cari genitori, la sua espressione intimidita tradiva una certa emozione.
Madame Rozier la accolse affabile nel suo studio, tutto già era pronto per quel momento speciale che mai sarebbe stato dimenticato.
Madame Rozier sorrise e la bimba arrossì: docile seguì le istruzioni impartite dalla fotografa e assunse la posa che le veniva richiesta.

Indossava quell’abitino bordato da pizzi, uno dei suoi preferiti: ecco le maniche corte, un gran fiocco sul davanti e tra le dita una fragile rosa.
Così posata, con questa grazia garbata di bimba.

Portava poi le calze scure e le scarpette belle ed eleganti con la punta leggermente all’insù.

La bimba di Vienne sarà poi divenuta una giovane donna affascinante ed elegante, noi la conosciamo solo così, in questo frammento dei suoi giorni d’infanzia.
Acquistai questa fotografia per l’abitino ricercato della bimba e per l’insieme a mio parere così ben riuscito, solo in seguito ebbi occasione di notare che la carte de visite è opera di una fotografa che certo doveva conoscere tutti i segreti della sua arte e questa è la ragione per la quale ho scelto proprio questa immagine per il giorno dedicato alle donne.
Ecco il retro della fotografia, in questa maniera la nostra Madame Rozier presentava alla sua clientela la sua attività di fotografa che lei esercitava in uno studio di Vienne.
Il suo nome è così illuminato da quel fascio di luce, una cosa magnifica e innovativa.

Là giunse un bel giorno anche questa piccina, il suo visetto di bimba ci è restituito in tale maniera dall’arte fotografica di un’abile fotografa.
E così questo post è dedicato alla bimba di Vienne e all’intraprendente Madame Rozier ma anche a tutte le donne grandi e piccine, alla loro unicità, al loro coraggio e ai loro splendidi e preziosi talenti.

Saint-Just. La vertigine della Rivoluzione

Questa è la storia di un uomo narrata spesso tramite le sue stesse parole.
Non è la biografia di un rivoluzionario, è piuttosto la ricerca del suo pensiero e delle sue azioni tramite la traccia che egli lasciò.
Saint-Just. La vertigine della Rivoluzione è il saggio di Stenio Solinas pubblicato da Neri Pozza e dedicato alla figura di uno dei più protagonisti del sanguinario regime del Terrore durante la Rivoluzione Francese.
Louis Antoine de Saint-Just frequenta la scrittura, è il mese di maggio del 1789 quando pubblica l’Organt, un poema in venti canti che è il riflesso del suo pensiero: di lì a poco avverrà la presa della Bastiglia e Saint-Just in quel tempo sarà ancora lontano da Parigi ma già imbevuto e partecipe degli ideali rivoluzionari.
Arriverà nella capitale francese e diverrà il più grande amico di Robespierre al quale lo unirà un profondo legame.
Lo storico Michelet definirà Saint-Just l’Arcangelo della Morte, la sua figura è anche ammantata dall’epica della bellezza, Solinas racconta anche dei suoi ritratti esposti al Museo Carnavalet che restituiscono l’immagine di un avvenente giovane che al lobo porta un orecchino.
E con sapienza Solinas offre al lettore anche uno sguardo su un altro aspetto che distingue l’epoca rivoluzionaria: la rivoluzione è anche l’epica della giovinezza.

Avversari e rivoluzionari di rado riescono a superare i 40 anni, l’autore presenta uno spaccato di quella società e induce così il lettore a riflettere su questo particolare aspetto.
Saint-Just stesso arriva a Parigi che è appena un ragazzo, il folle clima del terrore di quel tempo brucia vite ed ideali.
Come dicevo, il saggio non è una biografia, narra le intemperanze del protagonista e il ruolo che egli ebbe nella politica del tempo ma lo osserva in maniera mediata con uno sguardo particolare sulle sue azioni e sul suo credo.
Secondo la mia personale opinione questo testo prevede già una certa approfondita conoscenza degli eventi dell’epoca, l’autore per parte sua si muove con notevole dimestichezza tra le diverse tematiche inerenti la Rivoluzione Francese, non tralasciando rimandi a studi di epoche recenti e dotte citazioni.
Alcune pagine, poi, restituiscono appieno il furore della Rivoluzione come ad esempio quelle nelle quali si narra la seduta della Convenzione durante la quale si decide il destino di Luigi XVI e nel luogo nel quale tutto avviene la tragedia diventa spettacolo messo in scena dal pubblico presente in sala:

“…si mangiano gelati, arance, si bevono liquori, ci si scambia complimenti e saluti fra belle donne nel loro più charmant négligé e amici, ammiratori, spasimanti più o meno maturi.”

In questo clima cresce e si alimenta la passione politica di Saint-Just, interessante è il capitolo dedicato alla sua riorganizzazione e riforma dell’esercito.
Questo libro complesso e certamente particolare restituisce così il ritratto di una figura insolita osservato da un particolare punto di vista.
Eccolo il giovane Saint-Just: un giorno prima di essere condotto al patibolo si presenta alla Convenzione vestito con somma eleganza, come se dovesse partecipare ad una festa.
Resta su quella tribuna e non riesce a prendere la parola, i suoi nemici non gliela concedono ma, a differenza del suo amico Robespierre che strepita per difendersi, Saint-Just tace e affronta il destino con impassibile sangue freddo.
Sono 21 coloro che insieme a Saint-Just sono destinati al patibolo, la loro vista è lo spettacolo di un’umanità umiliata e dolente, coperta da vesti lacere e macchiate di sangue.
È la Place del La Concorde il luogo dell’esecuzione e Saint-Just andrà incontro alla morte ritto su un carro, con l’abito di camoscio e il gilet con un solo bottone allacciato a lasciar scoperto il petto.
È il 28 Luglio 1794, la lama implacabile della ghigliottina precipita giù e recide la testa di Louis Antoine de Saint-Just, all’epoca appena ventisettenne.
Così termina l’intensa vicenda terrena di un giovane che visse nella vertigine della Rivoluzione.

Una ragazzina di Parigi

La giovinezza è un soffio, leggero e fragile, differente a seconda dell’epoca nella quale si è predestinati a viverla.
Lei è appena una ragazzina, così composta e bene educata, le hanno insegnato la timidezza, la ritrosia e quel garbo che farà di lei una giovane donna dal fascino discreto.
Così ritratta, nel fiore dei suoi pochi anni, nello studio di un fotografo parigino sul Boulevard Bonne-Nouvelle.
Sul tavolino di legno al quale lei si appoggia è posto un cappellino di paglia con i fiori e potrebbe essere un accessorio di proprietà dello studio fotografico ma la ragazzina di Parigi potrebbe davvero portarlo un cappellino come quello!
La sua pelle è diafana, le sue dita sottili si posano con grazia sopra ad un libro.

Vanno di moda i tessuti rigati in questo tempo francese dei suoi giorni, forse il suo abito è celeste tenue, per lo meno io lo immagino così.
Lei è bionda, ha gli occhi grandi e chiari, i lineamenti delicati, labbra color ciliegia, piccoli orecchini ai lobi.
E chissà a cosa pensa, in quel frammento di tempo che ci restituisce il suo visetto dolce.

Ogni particolare del suo abbigliamento rimanda poi ad una certa ricercatezza che fa sicuramente pensare ad un’esistenza agiata e ricca di molti privilegi.
La ragazzina forse prende lezioni di piano e le sue note si perdono nell’aria fresca della Ville Lumière.
I suoi mezzi guanti di pizzo poi sono un capolavoro di raffinatezza e chissà da quale pregiato negozio parigino saranno usciti.
E guardate le maniche e la gonna ampia, l’insieme è assolutamente delizioso e però pensando a te, cara ragazzina di Parigi, mi chiedo se saprei raccontarti la bellezza di correre liberi in jeans e maglietta e non so cosa diresti tu, forse spalancheresti i tuoi occhi grandi colmi di stupore.

Il viso dolce di questa ragazzina è ancora davanti ai nostri sguardi grazie a quella magnifica invenzione della fotografia che, da quella Parigi del tempo, ha portato qui lei, la sua grazia, i suoi capelli biondi e i suoi guanti di pizzo.
La giovinezza è un soffio lieve e ha lo sguardo ingenuo di una ragazzina di Parigi.

La gioia di vivere

“Tutto si dissolveva in una pietà immensa – avrebbe voluto poter amare di più, dedicarsi tutta, donarsi, sopportare l’ingiustizia e l’offesa per meglio confortare il suo prossimo.”

Questo è il sentire di una creatura generosa sbocciata come puro giglio dalla prolifica penna di Emile Zola nel 1884: Pauline Quenu è la protagonista del romanzo La gioia di vivere, dodicesimo volume del ciclo dei Rougon-Macquart.
Come di consueto, Zola ci ha già fatto conoscere l’eroina di questo suo libro, Pauline è infatti apparsa brevemente tra le vivaci righe del romanzo Il ventre di Parigi, la fanciulla è figlia di Quenu e della salumiera Lisa Macquart.
Tra le pagine di La gioia di vivere la ritroviamo ancora bambina e già orfana, lo scenario della sua vita non sarà la capitale francese ma il villaggio marinaro di Bonneville in Normandia, là Pauline vivrà con lo zio Chanteau, sua moglie e il loro figliolo, un ragazzo di nome Lazare.
Gli Chanteau non se la passano tanto bene, Pauline per parte sua ha in dote una ricca eredità che dovrebbe essere il suo lasciapassare per il futuro ma la zia Chanteau, a poco a poco, dilapida il suo patrimonio, parte di esso viene anche usato per realizzare i progetti imprenditoriali di Lazare.
E Pauline, docile e altruista, lascia fare.
La zia, invece di esserle grata, sviluppa verso di lei un senso di assoluta e incomprensibile ostilità.
E quel Lazare, poi, è un ragazzo ombroso, immerso nelle pessimistiche suggestioni schopenaueriane, ha grandi progetti ma realizzarli non è così facile, alla fine.
Questo romanzo si distingue in particolare per l’indagine psicologica dei personaggi, per la profondità di certe loro emozioni: il giovane Lazare galleggia nel suo dolore e tenta di sopravvivergli.
E Pauline?
Come già vi ho detto lei è generosa e affabile, in realtà è anche fragile e si direbbe che potrebbe crollare da un momento all’altro ma poi nel suo intimo cela una forza e una grandezza d’animo che non hanno pari.
Lei e Lazare crescono insieme, nasce tra loro un sentimento e se leggerete il romanzo scoprirete da voi cosa ne sarà di loro.
La gioia di vivere è nella caparbietà di Pauline, nel suo attaccamento al bene e nella sua dedizione verso il prossimo ed è lei stessa a svelarne il segreto:

“Cerco di dimenticarmi di me, perché ho paura di intristirmi e penso agli altri così.”

In questo romanzo c’è inoltre un altro protagonista e la sua voce sciaborda in sottofondo alle vicende umane dei protagonisti: è il mare di Bonneville.
Ed è un mare crudele, infido, implacabile, distrugge la costa e il paese e lascia nella miseria la povera gente di Bonneville e anche per queste persone la buona Pauline ha gesti generosi e altruisti.
Il mare, potente e feroce, non conosce pietà, compassione e amore e Zola trova come sempre le parole perfette per descrivere quel mondo:

“Scendeva ripida la strada tra due scogliere a picco, quasi un colpo di accetta nella roccia, una fessura che aveva lasciato filtrare quel poco di terra dov’erano spuntate le venticinque, trenta povere case di Bonneville. Ogni marea pareva dovesse schiacciarle contro la rampa sullo stretto letto sassoso. … Non erano neppure duecento abitanti, vivevano di quello che offriva il mare, stentatamente, attaccati al loro scoglio con un’ottusa ostinazione da molluschi.”

E ancora il mare è inquietudine che sempre ritorna come le onde:

“Il mare con il suo rollio perpetuo, il suo flusso ostinato la cui onda batteva la costa due volte al giorno, lo irritava come una forza bruta estranea al suo dolore, da secoli accanita a levigare le stesse rocce, senza aver mai pianto su una morte umana.”

In queste parole c’è la sofferenza mai risparmiata ai protagonisti di questo romanzo, tuttavia la dolce Pauline non si arrenderà e, divenendo donna, sarà il faro che illumina le cupezze dell’animo di Lazare, sarà lei a rendere la sua vita meno amara nei modi più inaspettati.
E così, nel conoscere Pauline, il lettore prova un naturale moto di affetto per lei, anche se appare talvolta difficile comprendere la sua assoluta dedizione: Pauline si dimentica di se stessa e lo fa davvero, come ha promesso.
Romanzo intenso e particolare, La gioia di vivere è la storia di una vita che spesso non pare neanche sfiorare la felicità e Zola come sempre è magistrale nello svelare le pieghe dell’animo umano tra esitazioni, tumulti del cuore e tormenti.
Su uno scenario livido e scabro, in un mondo che deve difendersi dalla furia devastante delle onde, nella piccola Bonneville, dove talvolta anche l’abisso si placa e lascia intravvedere la luce della speranza.

“Quel grande cielo azzurro, quel mare di raso, quelle giornate che ora splendevano tiepide e chiare prendevano una dolcezza infinita.”