Peripezie in terra di Baviera

Si era agli inizi degli anni Novanta quando una studentessa di lingue, per districarsi nei meandri della lingua teutonica, decise di partire alla volta della Germania.
Alas, come direbbe il poeta!
Prestare la propria opera come au pair in terra tedesca è stato tutto tranne che semplice, ve lo posso assicurare.
Scenario di questa indimenticabile esperienza un ridente quartiere borghese di Monaco, città ricca di arte, culla del benessere e della cultura.
Ah poi, sulla carta, la famiglia presso la quale avrei alloggiato pareva davvero perfetta, mica vi stupirete, no!
Padre dirigente d’azienda, madre medico con specializzazione in psichiatria, due figli, un maschietto sui tre anni e una bimbetta di otto mesi.
Non per parlar per frasi fatte ma mi duole confermare che sì, è vero: l’apparenza inganna, ecco.
Soprattutto per quanto riguarda lei, mammina tutta sorrisi, e lui, la sua bionda progenie, un piccolo unno che non arrivava al metro ma era in grado di far danni quanto un ciclone tropicale.
Costui era assolutamente refrattario alla minima regola del viver civile, essendo stato allevato nella più totale ed assoluta libertà.
Per praticità d’ora in avanti lo chiamerò Attila, nome che gli si addice in ogni sua accezione, senza alcun dubbio.
Ai tempi, dicevo, Attila era un biondo virgulto treenne, se è scampato alle cure della sua genitrice, adesso dovrebbe avere oltre vent’anni.
Sospiro.
Se ripenso a lui, lo vedo correre nudo giù dalle scale, con le forbici da giardinaggio spalancate verso la faccia e ho un chiaro ricordo di me che mi precipito verso di lui per togliergliele di mano, si sa, l’italico istinto materno tende alla tutela della specie. E con uguale chiarezza ho vivida l’immagine dell’incauta madre che accorse in tutta fretta a fermarmi redarguendomi aspramente in quanto, a suo dire, i bambini devo poter fare le loro esperienze, anche sbagliando.
E così ad Attila era consentito arrampicarsi sulla casetta in giardino, ovviamente sempre brandendo fiero le suddette forbici, mentre non gli era permesso entrare in casa per andare in bagno quando la madre visitava i suoi pazienti, circostanza che non lo rendeva affatto felice.
Finiva sempre che me lo ritrovavo in giardino in preda ad isterismi da tregenda, che si manifestavano nel peggiore dei modi: il tenero bimbetto prendeva a rotolarsi per terra urlando a squarciagola nel suo flautato idioma ed era capace ad andare avanti fino allo sfinimento dei miei timpani e del mio sistema nervoso.
Avete una vaga idea di cosa sia un bambino tedesco che fa i capricci? Mica è come uno di Verona, di Reggio Emilia o di Roma, eh no, è tutt’altra storia! Riuscite ad immaginare un vichingo in miniatura che si dibatte sull’erba ad ugola spiegata dimenando tutti e quattro gli arti come se fosse posseduto?
Ecco, dev’essere stato allora che sono stata colpita dalla notissima Sindrome di Erode, sulla quale potrei ampiamente dissertare con una certa cognizione di causa.
Oh, non fraintedetemi, a me piacciono i bambini, e tanto! Ma quando sono come costui, mi garbano assai di più se tra me e loro c’è una debita distanza, diciamo qualche chilometro tanto per iniziare, ma anche l’intera cortina della Alpi, ecco, questo è un conforto sufficiente per tutelare la mia persona dagli attacchi acuti della citata sindrome.
E meno male che la sorellina di Attila era praticamente finta!
Lei, devo dire, non mi ha mai causato alcun disagio, anzi, era una bimbetta allegra e vivace, per nulla lagnosa o fastidiosa.
A suo riguardo, purtroppo, rammento un particolare al quale ripenso ancora con un certo ribrezzo.
Sapete, a quell’età i piccini portano i pannolini.
Ma secondo voi, una brava madre teutonica dove butta i pannolini con il loro maleodorante contenuto? Ma che domande, in un enorme  bidone che tiene nella camera della piccola e che verrà svuotato solamente quando sarà pieno.
Orrore e raccapriccio. Devo dire che il bidone, in quanto a cattivi odori, se la giocava con l’enorme cassonetto situato di fronte a casa, nel quale veniva gettata ogni sorta di rifiuto organico, dai gusci delle uova agli avanzi di verdura.
Benedetta madre, medico, dottoressa e qualunque altra cosa fosse.
Che poi, non ho mai ben compreso una cosa.
Appena varco la frontiera, c’è qualcuno che complotta per farmi morire di inedia.
In questo caso, anche di sete, aggiungerei.
La cena della borghese e benestante famiglia consisteva spesso in pane nero ed un pezzo di groviera, desolatamente solitario e malinconico, per non dire del fatto che la gentile padrona di casa era solita tenersi la bottiglia dell’acqua vicino al piatto, per cui, se qualcuno dei commensali come la sottoscritta aveva l’ambizione di bere, bisognava per forza chiedere.
No, prima che me lo chiediate vi tranquillizzo, non si usava scudisciare la schiena degli ospiti ululando frasi come “Ricordati che devi morire” oppure “Siamo nati per soffrire”, no questo no!
Però quando si usciva a fare la spesa, alla voce “compriamo la frutta” corrispondeva l’acquisto di quattro albicocche quattro, per un nucleo famigliare di tre adulti e due bambini.
Fame, languore, datemi una mamma italiana che butti un etto di maccheroni a testa, vi prego, è una questione di sopravvivenza!
E fu così che Miss Fletcher si offrì di occuparsi della cucina, non tanto per spirito di sacrificio ma piuttosto per un sano istinto di conservazione.
Una sera, per i signori e per una loro coppia di amici, preparai una favolosa carbonara, e ricordo ancora le insistenze della dottoressa, che ripeteva che no, non serviva che comprassi il parmigiano.
Usa il formaggio olandese, è uguale! Nein, risposi convinta! Uno scempio del genere non l’avrei compiuto neanche in cambio di molti marchi sonanti!
E ancor più arduo fu il tentativo di cucinare il risotto, ricordo di aver cercato lo zafferano come l’Araba Fenice, per poi trovarlo in vendita in un’erboristeria come se fosse chissà quale ricercato ingrediente.
Benedetti tedeschi, per vostra informazione sappiate che i concittadini di Frau Merkel chiamano gli italiani Spaghettifresser, ovvero divoratori di spaghetti, appellativo che include, direi, anche un certo malcelato disprezzo.
Mah, forse sono stata sfortunata io! Oltretutto i tedeschi sono persone che sanno godersi la vita e  in Germania si mangia benissimo, specialmente in Baviera, ovunque è un tripudio di salsicce, di wurstel e di dolci davvero squisiti.
Tranne che in quella dannata villetta a due piani, purtroppo.
Ed io che certo non sono mai stata  una campionessa di economia domestica, un giorno, presa da furore casalingo, mi misi a pulire il frigorifero. Avevo notato banane nere e languenti nel cassetto, il solito groviera avvizzito e pasta di wurstel spalmata qua e là sulle pareti.
Ah, devo dire che il mio lavoro venne tanto apprezzato, sapete! Tanto che due giorni dopo la signora cinguettante e festosa mi disse con entusiasmo: potresti un po’ lavare il frigo!
Eh, credo non l’avesse mai fatto in vita sua, diciamocelo.
Lasciai Monaco di Baviera ben prima del previsto, con la promessa di ritornarci, prima o poi.
E’ una gran bella città, strade, piazze, musei, c’è molto da vedere e da visitare.
E poi nei dintorni ci sono i castelli di Re Ludwig e paesini incantati che sembrano usciti da una fiaba dei fratelli Grimm, tornerò a parlarvene, dedicando a questi luoghi lo spazio che meritano.
Di quell’amena famiglia teutonica non ne ho più saputo nulla né tanto meno ho notizie del piccolo Attila.
Spero solo che, crescendo, abbia imparato da sé che non è sano correre con le forbici in mano.