Antonio Andrea Erede: patriota e mazziniano

Questa è la storia di un genovese di nome Antonio Andrea Erede, ardente patriota e mazziniano.
Nato nel 1820, Erede fu educato fin da bambino al patriottismo e nel 1844 si guadagnò la patente di Capitano di Lungo Corso che gli venne rilasciata dal Contrammiraglio Giorgio Mameli all’epoca presidente della commissione esaminatrice e padre dell’eroico Goffredo.
Un filo sottile unisce il destino di Erede e quello di Mameli: Goffredo morirà a Roma il 6 Luglio 1849, dopo essere stato ferito gravemente durante l’assedio della città e ad assisterlo negli ultimi giorni della sua breve vita ci sarà anche Antonio Erede.
Indomito difensore della libertà, Erede è tra le fila di coloro che a Genova contrastano l’attacco dei bersaglieri di La Marmora nelle ore furenti del 1849 e lo troviamo a valorosa difesa della barricata di San Tommaso.
Si unisce poi al Generale Avezzana e parte quindi alla volta di Roma dove sarà tra i combattenti che credono negli ideali Mazzini e della Repubblica Romana.
E qui Erede si distingue quale Ufficiale di Stato Maggiore in quei giorni di gloria e di furore.

Entrata di Mazzini in Roma nel 1849
Illustrazione tratta dal libro Della Vita di Giuseppe Mazzini
di Jessie White Mario

Volume di mia proprietà

Dopo la caduta della Repubblica Romana, Erede si stabilisce a Costantinopoli dove rimarrà per qualche anno.
In seguito lo ritroveremo a Londra ancora al fianco di Giuseppe Mazzini.
Esiste una lettera di Mazzini indirizzata a Erede e datata ottobre ‘57 (da me reperita in una raccolta della Società Ligure di Storia Patria) nella quale Mazzini usa queste parole:

“Mio caro Erede, noi non ci siamo visti che una volta, ma tra compatrioti e patrioti una stretta di mano concede diritti al di là del formalismo sociale.”

Gli affida poi il suo amico Giacomo Profumo che appunto aveva partecipato ai falliti moti del ‘57 ed era poi fuggito a Londra.
Antonio Erede diventerà il segretario di Giuseppe Mazzini e rimarrà con lui a Londra fino 1860.

Instancabile e indomito in quell’anno fatale parte alla volta della Calabria in aiuto ai preparativi della Spedizione dei Mille.
A lui venivano affidati gli incarichi più delicati: ad esempio venne inviato da Ignazio Florio a rinnovare le cambiali che servirono per l’acquisto delle armi necessarie all’insurrezione della Sicilia, armi che furono spedite da Mazzini al Comitato di Azione.

Divise garibaldine
Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano di Genova

Dopo l’Unità d’Italia Erede tornò a vivere nella sua Genova, dove sempre coltivò le sue idee democratiche.
Ho scoperto questa singolare figura di patriota leggendo un interessante articolo di Bice Pareto Magliano pubblicato sul Il Secolo XX – Rivista Popolare Illustrata di Maggio 1915.
Bice Pareto era figlia del Marchese Ernesto, uno dei più ferventi seguaci di Giuseppe Mazzini, fu giornalista e scrittrice e in quelle righe, oltre a rammentare le gesta di Erede, consegna ai posteri anche un suo ricordo di lui.
Lo descrive come un vecchietto dalla prontezza arguta e sempre felice di ricordare i tempi gloriosi che aveva vissuto, lei dice che Erede abitava in una casa in Piazza Ponticello, all’ultimo piano, lassù curava i suoi fiori e e le sue lontane memorie.

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Ricorda poi l’autrice di aver incontrato Erede proprio il giorno prima della sua morte, sopravvenuta il 25 Marzo 1909.
In quell’occasione lei disse al vecchio patriota, ormai ottantanovenne, che nell’aria si sentiva profumo di violette.
Alla sera, rientrando a casa, trovò un mazzo di violette omaggio gentile del sensibile Antonio Erede.
E di lui si ricorda anche l’anonimo giornalista del quotidiano Il Lavoro che scrisse la memoria del patriota sul giornale in data 26 Marzo 1909.
Egli racconta di averlo incontrato in Via Luccoli, alle 10 del mattino del giorno precedente, quello della sua morte.

Erede indossava il suo solito scialle e si era lamentato di non aver ricevuto, a causa di un disguido postale, l’invito a una festa patriottica tenutasi la domenica precedente.
“Perché io non manco mai!” Soggiunse.
Ed era davvero così, Erede era rimasto il fervente patriota di sempre.
E scrive ancora il giornalista che il fiero capitano aveva scritto sul suo biglietto da visita: Ufficiale della Repubblica in aspettativa.
Per amor di precisione aggiungo che il giornalista scrive che Erede, all’epoca della sua morte, abitava in una dimora in Via di Ravecca.

Al suo funerale ci fu grande partecipazione: c’erano i membri della Confederazione Operaia, diverse altre associazioni con la bandiera, una rappresentanza delle scuole popolari e altri personaggi illustri del tempo.
Secondo le sue volontà Antonio Andrea Erede venne cremato e le sue ceneri riposano nel Tempio Crematorio di Staglieno.
E io che non conoscevo la sua storia sono così andata a cercarlo.
La lapide in sua memoria riporta solo i dati anagrafici, non c’è traccia del suo tumultuoso passato e del suo contributo alla storia della nostra nazione.
Così ho voluto rendergli omaggio: qui riposa il Capitano Antonio Andrea Erede, patriota, mazziniano e Ufficiale della Repubblica in aspettativa.

Michele Novaro, artefice di possenti armonie

Il suo nome è legato indissolubilmente alla storia d’Italia e a quelle note del nostro inno nazionale che Michele Novaro compose.
Una musica fiera, concitata e colma di passione che accompagna le parole ardenti scritte da un altro genovese, quel ragazzo di nome Goffredo Mameli a me tanto caro.
Il Canto degli Italiani, comunemente noto come Inno di Mameli, è in realtà l’Inno di Mameli e di Novaro ed è una delle più belle pagine patriottiche di questa nostra Italia che tanto spesso pare dimenticare i suoi eroi anche se in certi cuori la memoria di loro rimane sempre viva e presente.
E al Museo del Risorgimento Istituto Mazziniano di Genova, si trova anche lo sguardo di lui: Michele Novaro, così ritratto dal Maestro Giuseppe Isola.

Opera esposta al Museo del Risorgimento Istituto Mazziniano di Genova

Come Mameli, anche Novaro era genovese e, per un caso del destino, i due nacquero in due case situate a breve distanza una dall’altra.
Mameli nacque in San Bernardo, Novaro invece ebbe i natali il 23 Dicembre 1818 in una dimora situata in Vico Vegetti al civico 18 in un portico oggi murato come narra il Dottor Leo Morabito, già direttore del Museo del Risorgimento Istituto Mazziniano di Genova, nel suo volume Genova Risorgimentale.

Novaro fu musicista, compositore, cantante lirico, tenore e maestro di canto e direttore dei cori del Teatro Regio e del Teatro Carignano, era particolarmente versato proprio per la musica patriottica.
Abita a Torino in quel 1847 in cui il suo destino si intreccia a quello di Goffredo: Novaro ha 29 anni, Mameli ne ha 20.
È una sera di novembre e Novaro si trova nella casa torinese del patriota Lorenzo Valerio quando giunge il pittore Ulisse Borzino che consegna a Michele un foglio pronunciando queste parole: To’, te lo manda Goffredo.
E Novaro legge, si commuove, le parole di Mameli lo avvolgono in un unico afflato patriottico: sul foglio ci sono i versi dell’Inno, quel Canto degli Italiani sul quale Novaro comporrà la sua musica.
Michele Novaro si siede al cembalo e inizia a imbastire qualche nota, il furore e la fretta si fanno concitati così egli lascia la casa di Valerio e, una volta giunto nella propria dimora, senza neanche togliersi il cappello si mette al pianoforte e compone così l’armonia del nostro Inno Nazionale.
Ho già avuto modo di raccontarvi questo aneddoto nel mio articolo dedicato a Mameli e al Canto degli Italiani ma era inevitabile riportarlo di nuovo in questa occasione.

Il Canto degli Italiani
Opera esposta al Museo del Risorgimento Istituto Mazziniano di Genova

Quel canto così ardente infiammò i cuori dei patrioti che lo intonarono in quel 10 Dicembre 1847 in occasione della processione al Santuario di Nostra Signora di Loreto in Oregina.

Quel Canto degli Italiani consegna così Mameli e Novaro alla storia d’Italia.

La vicenda umana del giovane Goffredo, sacrificatosi per la patria e per i suoi ideali, fu breve e tragica, quella di Novaro fu lunga ma la sua carriera non fu particolarmente fortunata, egli ebbe spesso problemi di natura economica.
Si sposò, divenne padre, il suo ardore patriottico non lo abbandonò.
Nel volume Il Teatro Carlo Felice cronistoria dal 7 aprile 1828 al 27 febbraio 1898 di Ambrogio Brocca ho trovato notizia di un’iniziativa del Maestro Novaro risalente al 13 Febbraio 1860.
In quel giorno, infatti, egli organizzò in teatro un concerto musicale in favore della sottoscrizione per il milione di fucili promossa dal Generale Garibaldi.
E intervennero molte bande cittadine, venne eseguito anche Il Canto degli Italiani, una grande folla applaudì l’evento in un tripudio di autentico patriottismo.

Generoso e appassionato, a metà degli anni ‘60, Novaro istituì una Scuola Gratuita Popolare di Canto per ambo i sessi che arrivò presto ad annoverare un centinaio di allievi che impararono così il canto da uno delle figure più importanti per questa nostra patria.
Ho cercato notizia di questa sui miei libri antichi e nella Guida Commerciale di Genova del 1874-75 di Edoardo Michele Chiozza ho trovato traccia di lui tra i maestri di musica e canto, la sua scuola risultava in quella Piazza de’ Tessitori oggi scomparsa a causa dei bombardamenti della II Guerra Mondiale, si trovava nella zona tra Piazza delle Erbe e Salita del Prione.

Il maestro Michele Novaro, come già detto, ebbe in sorte poca fortuna e solo in tarda età ormai nel 1878, ricevette l’incarico di maestro di canto nelle scuole municipali di Genova.
Il ritratto di Giuseppe Isola ci mostra il Maestro Novaro ritto in piedi con la penna tra le dita e appoggiato al pianoforte, sul leggio è posto lo spartito con il suo e nostro inno e sventola il tricolore nel quadro che ci tramanda l’immagine di colui che compose quelle note immortali.

Opera esposta al Museo del Risorgimento Istituto Mazziniano di Genova

Michele Novaro morì a Genova il 20 Ottobre 1885 e riposa nel Boschetto Irregolare del Cimitero Monumentale di Staglieno non distante da Giuseppe Mazzini e da molti altri patrioti che là dormono il loro eterno sonno.
La scultura che custodisce le spoglie del Maestro è opera dell’artista Giovanni Battista Cevasco che ne fece dono.

Su di essa si staglia una lira racchiusa da una corona d’alloro, come si conviene a colui che compose quella musica magnifica.

In memoria di lui le parole di Arrigo Boito così incise su candido marmo.

E così, ritornando nella quiete di Staglieno, andate a porgere il vostro omaggio anche a lui e ricordate quel giorno, a Torino, provate a immaginarlo mentre stringe tra le mani il foglio con le parole di Goffredo Mameli.
E sentirete risuonare quella musica, tanto potente quanto cara.
Qui riposa il Maestro Michele Novaro: genovese, patriota e artefice di possenti armonie.

Nostra Signora di Loreto: il Santuario dei patrioti

Vi porto con me nella quiete di una chiesa molto cara ai genovesi: il Santuario Nostra di Loreto si staglia contro l’azzurro del cielo e si erge maestoso sulla Piazza di Oregina.

È una chiesa ampia e vasta, la sua edificazione risale agli inizi del ‘600 e venne realizzata nel luogo dove pochi anni prima era stata costruita una piccola cappella fondata da alcuni monaci.
Il Santuario fu arricchito da molte diverse opere e abbellito grazie alla generosità di molti benefattori.
E sebbene non tutto sia come era in origine Nostra Signora di Loreto resta una chiesa splendida e molto suggestiva.

Un santuario, una città, la sua storia.
Andiamo così ai tempestosi giorni del 1746 quando in città infuriano i combattimenti contro l’invasore austriaco.
È il 9 Dicembre e Genova è in tumulto: al Santuario si trova un religioso, il suo nome è Candido Giusso e prega per la salvezza di Genova e del suo convento.
Scende la notte e, narrano le cronache, accade un fatto straordinario.
Padre Giusso apre la finestra e vede la luna e poi tra le nuvole gli appare la figura dell’Immacolata Concezione con la serpe ai suoi piedi, poco distante, in ginocchio e in devota preghiera, c’è Santa Caterina da Genova.
E Padre Giusso continua a pregare, quell’apparizione dura piuttosto a lungo.
Il giorno successivo segna un punto di svolta per la città: è il 10 Dicembre 1746, sono i tempi del Balilla e di molti altri eroi che portano a termine la sconfitta e la cacciata degli austriaci.
Il Senato, giunto a conoscenza dell’apparizione, stabilisce così che poi si debba sempre rendere grazie alla Madonna per aver salvato Genova dal nemico.
Si decide così che ogni anno, il 10 Dicembre, le autorità si recheranno in pellegrinaggio al Santuario.
E là, sulla facciata, è dipinta la scena di quell’apparizione.

Padre Candido qui riposa, nel silenzio della sua chiesa.

Ogni anno così i fedeli si recavano il processione al Santuario, questo accadde fino al 1810 quando un decreto napoleonico stabilì la soppressione degli ordini religiosi e il Santuario venne chiuso per poi riaprire tre anni dopo.

Sull’altare, con questa grazia, è posta la statua della Madonna di Loreto.

Trascorsero poi altri anni e giunse il tempo di diversi furori.
È il 10 Dicembre 1847 e ad infiammare i cuori dei genovesi è un prode ragazzo indomito e valoroso: il suo nome è Goffredo Mameli.

Goffredo Mameli, olio su tela di Domenico Induno
Opera conservata all’Istituto Mazziniano – Museo del Risorgimento di Genova

Sono trascorsi 101 anni dal giorno dell’apparizione e il corteo che salirà al Santuario è straordinario ed eccezionale, questo evento passerà alla storia e non verrà dimenticato.
E ci sono 35.000 persone e sventolano le bandiere e battono i cuori e forte si leva un canto: è il Canto degli Italiani scritto da Mameli su musiche di Michele Novaro.
È il nostro inno nazionale, cantato per la prima volta nelle strade di Genova: così si rinnova il ringraziamento a Maria e al tempo stesso si riafferma il desiderio degli italiani di essere una sola nazione.
Guidati da Mameli i patrioti cantano con l’intensità del loro amor patrio, di quel 10 Dicembre scrissi già tempo fa in questo articolo.
I patrioti salgono su per le creuze ripide di Genova e intonano quelle parole che anche noi conosciamo.
Questa scala che conduce al Santuario è denominata Scalinata Canto degli Italiani.

E poi immaginate quei valorosi mentre giungono in questo luogo che è anche uno straordinario punto panoramico: dalla Piazza di Oregina si vedono Genova, il suo porto e i suoi tetti, quell’orizzonte infinito come gli ideali di Goffredo Mameli.

È un luogo dalle molte suggestioni e se verrete a Genova vi invito a scoprirne la bellezza.

È una chiesa ampia e luminosa, cosi suggestiva e densa di storia di Genova e della nostra nazione.

Qui riposa anche un valente artista, lo scultore Bartolomeo Carrega.

E tra queste mura dorme il suo sonno eterno il patriota Alessandro De Stefanis, protagonista dei moti genovesi contro il governo sabaudo.

L’epigrafe sulla sua tomba ci ricorda il suo valore e il suo coraggio.

Qui, nella bella chiesa di Oregina potrete ammirare un dipinto di Giovanni Maria delle Piane, detto il Molinaretto, artista vissuto tra il 1660 e 1745.
È l’Angelo Custode che così lieve si libra nell’aria, ho una particolare predilezione per questo quadro.

Vi è anche un quadro del pittore seicentesco Giovanni Andrea Carlone: questo è San Giuseppe con Gesù fanciullo.

E dolce è lo sguardo della Madonna di Loreto posta sull’altare.
Questa statua un tempo era collocata all’interno di una piccola costruzione situata davanti all’altare al centro della navata ed edificata ad imitazione della casa di Nazareth, questa piccola cappella fu poi rimossa negli anni ‘20.

Armoniosa è la grazia di certe figure che ammirate in questa chiesa, statue di santi sono collocate nelle nicchie sulle pareti laterali.

Il sole attraversa le vetrate e così ravviva i colori.

In questo luogo di fede così legato alla storia di Genova e alla fede autentica dei genovesi.

Questa è la bellezza di Nostra Signora di Loreto, il Santuario dei patrioti.

Guardando lontano

Vi porto con me, davanti al mio orizzonte.
In un luogo magnifico e speciale, sulla Piazza di Oregina, nello spazio antistante al Santuario di Nostra Signora di Loreto.
C’è un belvedere, ci sono le panchine e tutta Genova è ai vostri piedi.
Qui, in questo luogo, il 10 Dicembre 1847, dopo 101 anni dalla cacciata degli austriaci, il giovane e audace Goffredo Mameli condusse un folto corteo di cittadini a ringraziare la Madonna per la liberazione della città dal nemico e nella circostanza tutti loro dimostrarono quanto fossero uniti nel desiderare una sola nazione.
Qui, nell’aria fresca di un lontano inverno, per la prima volta risuonarono le note e le parole di quel Canto degli Italiani che diverrà nostro inno nazionale.
Lo sguardo si perdeva lontano, con coraggio e fiducia.
Davanti al mare luccicante per i raggi del sole che battevano sui tetti di ardesia, sui caruggi, sugli abbaini, sui visi speranzosi, sul profilo della Lanterna.
Semplicemente così, guardando lontano.

“L’Italia chiamò”. Goffredo Mameli poeta e guerriero

Ritorna ancora su queste pagine la figura bella ed eroica di un genovese che porto nel cuore: Goffredo Mameli mi è da sempre molto caro.
Ho l’occasione di scrivere ancora di lui per presentarvi l’intensa biografia di recente pubblicata da Salerno Editrice e scritta con la consueta maestria da Gabriella Airaldi, specialista di Storia mediterranea e di Storia delle relazioni internazionali e docente di Storia medievale all’Università di Genova.
L’Italia chiamò, Goffredo Mameli poeta e guerriero è un ritratto sincero, vivido e commovente della breve e coraggiosa vita del patriota ed è al contempo lo specchio del suo tempo.
Di Goffredo veniamo a scoprire le pieghe del carattere e la densità delle sue passioni, Gabriella Airaldi ne tratteggia la personalità in modo straordinario e ci restituisce nella sua interezza la figura dell’uomo, del figlio e del patriota ardente.
Magnifica e particolare è la descrizione dell’ambiente e della società in seno ai quali sboccia la gioventù generosa di Goffredo, quella sua famiglia viene a noi presentata attraverso una serie di eventi ed aneddoti che consentono di comprendere la quotidianità del tempo e le relative difficoltà.
Conosciamo così i genitori di lui Giorgio Mameli e Adele Zoagli, madre amorosa e salda, guida fondamentale nella formazione di Goffredo.

Gabriella Airaldi pone l’accento sul valore di queste madri del nostro Risorgimento e scrive di Maria Drago che ebbe come figlio Giuseppe Mazzini e di Eleonora Curlo, madre di Jacopo e Giovanni Ruffini, donne che diedero i figli all’Italia e per questa li persero, non sono queste le uniche figure dell’epoca ad apparire tra pagine del libro, lo stesso Mazzini ne è ampiamente protagonista.
Sono figli del loro tempo e fiammelle che divampano nel cuore di questa Genova ribelle, la città appare spesso, come è ovvio che sia, nella narrazione dell’infanzia di Goffredo e in quella sua breve giovinezza che lo portò ad essere forza motrice dei movimenti patriottici della sua epoca e della sua città.
Ed è così breve l’esistenza terrena di Goffedo, nato nel 1827 muore eroicamente nel 1849 per le ferite riportate durante l’assedio di Roma.
Appartiene ad una diversa generazione rispetto a Mazzini, Gabriella Airaldi vi farà scoprire la devozione autentica di Goffredo nei confronti del suo concittadino e l’affetto vero e la stima da questi ricambiato.
Come è ben noto Goffredo fu autore delle parole del nostro inno la cui musica fu composta invece da Michele Novaro: quel Canto degli Italiani è sovente chiamato Inno di Mameli e pur essendo spesso criticato resta uno dei simboli di questa nostra nazione.
Quelle note e quell’incipit così vibrante raccontano del nostro passato e dei sacrifici compiuti per essere una nazione sola, il senso di quel canto è anche nelle parole che Goffredo a pochi giorni dalla sua fine scrive alla madre:

Quello che importa è l’escirne intiero, del resto si soffre volentieri nel combattere per Roma, qui si difende l’ultimo palmo di terra, l’onore, l’avvenire dell’Italia.

Goffredo è appena un ragazzo e nella sua giovinezza morirà a poco più i vent’anni dopo aver subito l’amputazione di una gamba, in questo mio articolo non mi sono a lungo soffermata sui diversi eventi della sua esistenza, della sua eroica gioventù spezzata e delle sue vicende ho già scritto qui e qui.
Leggerete ampiamente della bellezza dell’animo di Mameli nelle pagine del libro sublime di Gabriella Airaldi, ne esce il ritratto di un giovane vivace e curioso, un ragazzo gentile e generoso, amante della cultura e della verità.
Mi sento di consigliare a tutti voi questa biografia e mi sento di suggerirne la lettura ai più giovani: è un invito a conoscere un ragazzo come loro e davvero non dovrebbe essere un libro da leggere per obbligo come un compito delle vacanze, non sarebbe il modo giusto e i giovani, si sa, sono ribelli per definizione.
Anche Goffredo lo era, era appassionato come solo i giovani sanno essere.
E aveva un debole per i datteri, amava leggere e scrivere e aveva quel vizio di addormentarsi con il lume acceso, era anche un abile giocatore di biliardo.
E come tutti i giovani anche lui ebbe i suoi amori, per un certo tempo il suo cuore battè per Geronima Ferretto, ricambiato dalla ragazza ma contrastato dalla famiglia di lei Goffredo non potrà averla come compagna di vita, Geronima viene data in sposa al marchese Giustiniani.
E Goffredo si dispera: per tre giorni si chiude nella casa di Polanesi appartenente alla sua famiglia e resta lì senza mangiare e dormire.
Poi sotto la pioggia battente parte a piedi per Genova e trovando chiuse le porte della città trascorre la nottata sulla Spianata del Bisagno.
Così sono i giovani, sventati, appassionati e incuranti di tutto, a volte così generosi e altruisti come fu Goffredo Mameli, per sempre ragazzo ed eroe d’Italia.

Via di Scurreria, sulle tracce dei patrioti

Genova dai mille sguardi che amorosi e benevoli si posano su di voi, sguardi di Santi e di Madonne ritratti nelle statue collocate nelle molte edicole del centro storico.
Ci sono poi altri sguardi che appartengono alla storia e alla nazione intera, richiamano alla mente gesta eroiche che a volte paiono distanti nel tempo ed estranee al nostro quotidiano.
Evocano una parola caduta in disuso, negletta e quasi dimenticata: patria, una parola perduta che non si pronuncia quasi più.
Orgoglio dell’Italia e di Genova i nomi di coloro che si sacrificarono in nome di alti ideali, nella città di Mazzini, Savi e Ruffini troverete spesso tracce risorgimentali, i muri di Genova ancora raccontano quelle giornate.

Il tricolore - Genova

E se andrete in Via di Scurreria lasciate che su di voi si posi uno di questi sguardi, appartiene a una figura femminile graziosa ed armoniosa, la trovate proprio sopra ad una delle vetrine di un celebre negozio di abbigliamento, salendo la vedrete alla vostra sinistra.

Via di Scurreria

Ritta tra due cornucopie dalle quali fuoriescono frutti profumati e gustosi,  la fanciulla scolpita su quel marmo è circondata dall’abbondanza.
Lei indossa un manto che copre le sue fattezze, questa giovane donna fiera è una figura allegorica e rappresenta l’Italia Turrita, così detta perché  porta sul capo  una corona muraria con tanto di torri.
Fanciulla amata dai patrioti, l’Italia.

Via di Scurreria (3)

Con una mano regge il tricolore sul marmo potrete leggere questa frase: Italia libera, Iddio lo vuole e lo sarà.
Queste parole, come scrive lo studioso Leo Morabito, richiamano il motto delle Crociate, Dio lo vuole.
L’altorilievo risale al 1847, a giorni di furore, in quell’anno si vide una moltitudine di genovesi salire in corteo verso il Santuario di Oregina.
Era il 10 dicembre, era l’anniversario della cacciata degli Austriaci, alla testa di quel corteo c’era un giovane, Goffredo Mameli, trovate qui il racconto di quella epica giornata.
Tra i vessilli condotti dagli uomini in marcia, il giovane Mameli intona il Canto degli Italiani, destinato a divenire il nostro inno nazionale.
In nome dell’unità, in nome di un ideale per il quale egli sacrificò la sua vita.
In nome dell’Italia, colei che potete vedere nella strada un tempo percorsa dai patrioti.

Via di Scurreria (2)

Genova, 10 Dicembre 1847: Goffredo Mameli e i giovani che cambiano il mondo

I giovani cambiano il mondo.
I giovani hanno risorse che gli adulti non sanno comprendere, hanno istinti che li spingono verso ciò in cui credono, hanno l’incoscienza e la protervia di certi anni belli.
Sì, sono sempre i giovani a rovesciare il destino dell’umanità, da tempo immemore.
I giovani a volte leggono libri che infiammano i loro cuori e accendono le loro menti.
A volte si ritrovano in certi pensieri, nel quali riconoscono la propria identità.
Trascorreranno anni, e l’ideale e il reale collimeranno, per sovrapporsi in un lento divenire.
I giovani, i libri, le idee.
E la memoria di un gesto, di un evento.
Genova, 1746, la cacciata degli Austriaci, al quale è legata l’epica figura di Balilla, qui trovate la sua vicenda.

La targa che vedete si trova sul muro esterno di Via Balbi 5, dove è situata la facoltà di Legge.
Tanti studenti varcano quel portone, salgono la scala di marmo bianco, forse alcuni si soffermano a leggere, ho questa speranza.

Studenti in questa facoltà furono due giovani amici, in anni di grandi fermento.
Il primo ebbe per destino l’esilio, divenne il fuggiasco più ricercato d’Europa.

L’altro studente, Jacopo era il suo più caro amico, finì i suoi giorni in questo luogo. Studiò anche lui qui, come i suoi fratelli.

I giovani cambiano il mondo, sempre.
Tra i molti studenti della facoltà di Genova, ve ne fu un terzo che ebbe l’onore del ricordo nel luogo dove aveva compiuto i suoi studi.

Ed è a lui che torniamo, a Goffredo Mameli.
E all’inverno pungente del 1847, in quel 10 dicembre nel quale cade l’anniversario della cacciata degli austriaci.
Un corteo di cittadini parte alla volta del Santuario d’Oregina, dopo 101 anni lo scopo è rinnovare il ringraziamento alla Madonna per la liberazione della città dal nemico, ma in realtà si vuole dimostrare quanto gli italiani siano uniti nel desiderio di una sola nazione, è questo il grido, questo il messaggio che si leva dalla folla che procede verso Oregina.
La manifestazione è stata decisa da un gruppo di ardimentosi, tra i nomi di spicco figurano Nino Bixio, Gerolamo Ramorino e Goffedo Mameli.
Quest’ultimo ha vent’anni.
I giovani cambiano il mondo, ricordate?
Alle otto del mattino, i partecipanti si danno appuntamento all’Acquasola.
E un corteo affollato, che raccoglie grande partecipazione di pubblico, si tratta di ben 35.000 persone.
Marinai e commercianti, notai ed avvocati, ogni gruppo ha la propria bandiera.
Si sale verso Oregina, passando per Strada Nuova.
E alla testa del corteo c’è lui, Goffredo.
E intona il suo canto, ai tempi proibito, parole che diverranno l’Inno di questa nazione così poco patriottica.
E’ il canto della ribellione, perché i giovani cambiano il mondo.
Genovesi che salgono verso Oregina, compatti ed uniti, ridiscenderanno giù passando per la Nunziata, per Caricamento, Via San Lorenzo e poi fino a Portoria sotto la statua di Balilla.
Un corteo per la libertà e per l’Unità.
Un corteo guidato da un ventenne, perché i giovani cambiano il mondo.
E sventolano le bandiere e risuonano le voci che salgono potenti e sovrastano un’intera città e il destino di una nazione.
E tra le molte insegne, nella folla di gente, per la prima volta sventola il tricolore.
Sono due le bandiere, le reggono due universitari, uno è lui Goffredo Mameli, l’altro è il suo compagno di studi Luigi Paris.


Università di Genova, Facoltà di Legge, Via Balbi 5 

I giovani cambiano il mondo e non hanno paura di nulla.
I giovani intonano canzoni vietate, come il Canto degli Italiani.
La bandiera di Luigi Paris si trova esposta al Museo del Risorgimento.
Il tricolore di Goffredo Mameli, in quel dieci Dicembre, venne donato dal patriota al Rettore dell’Università di Genova ed ancora oggi si trova in quell’edificio.
La gioventù è caparbia, sventata, imprevedibile, scevra di ogni timore.


Domenico Induno – Ritratto di Goffredo Mameli
Opera esposta al Museo del Risorgimento Istituto Mazziniano di Genova

Chi oggi ha vent’anni forse non si riconosce in Goffredo Mameli, non vede in lui un suo simile, un fratello, un compagno di studi.
Ma il tempo non separa le generazioni, le unisce.
Libertà, democrazia, indipendenza.
Non sono parole vuote, non sono conquiste da dare per scontate, come spesso accade.
E le dobbiamo anche a lui, a Goffredo Mameli.
Nostro amico, fratello, compagno di studi.

Goffredo Mameli, i vent’anni del fratello degli Italiani

Avere vent’anni.
Avere vent’anni e essere nati in un’epoca di furori e cambiamenti, in una città che è il cuore del nuovo pensiero, di ciò che animerà una nazione che ancora non ha veduto la luce.
Goffredo Mameli nacque a Genova il 5 Settembre 1827, suo padre Giorgio era un ufficiale cagliaritano, sua madre, Adelaide Zoagli, una nobildonna di blasonata famiglia.
Ebbero sei figli e Goffredo fu il primogenito.
Nacque nel cuore della Genova antica, al numero 30 di Via San Bernardo.

Dai registri di battesimo della Chiesa di San Donato risulta che gli vennero imposti i nomi di Giacomo, Goffredo e Raimondo.

La famiglia rimase per breve tempo in San Bernardo, per trasferirsi in Piazza San Genesio, l’attuale largo Sanguineti.

Sul palazzo a lungo creduto la casa natale di Goffredo, è riportata questa targa.

La madre Adelaide, fin da bambina, era amica di Giuseppe Mazzini così come ricorda Nicola, uno dei fratelli di Goffredo, nel discorso che pronunciò al funerale di lei.

Discorrendo di mia madre, il mio pensiero ricorre naturalmente a Giuseppe Mazzini. Essi si conobbero da giovinetti: ma, piú ancora che da questa breve dimestichezza di due fanciulli, io sono richiamato a lui da una comunanza di sentimenti e di aspirazioni, che nella mente e nel cuore di Giuseppe Mazzini divennero quella gran luce onde s’illuminò l’Italia tutta, e a mia madre insegnarono a formar l’anima di Goffredo.

Così crebbe Goffredo, in casa Mameli si respirava l’aria nuova e potente del pensiero mazziniano e l’educazione del futuro patriota venne affidata a un personaggio di grande rilievo, lo storico carbonaro Michele Giuseppe Canale, che curò la formazione di Goffredo fino al compimento dei suoi tredici anni, quando Mameli entrò nel collegio degli Scolopi, in Piazza Scuole Pie.

Goffredo studia Dante e Virgilio, Parini e Manzoni, ma anche Foscolo e Monti.
E Lamartine e Victor Hugo, Goethe e Byron, così si formerà il cantore d’Italia.
Filosofia e poesia, queste le sue attitudini.
Ma quando si è giovani si ha furore e una certa intemperanza, a volte accade, quando si è giovani.
Studente di Retorica e poi di Legge, Goffredo verrà espulso per un anno a causa di un acceso diverbio con un compagno, in seguito abbandonerà gli studi per gli eventi del tempo.

Facoltà di Legge, Via Balbi 5, lapide commemorativa per Goffredo Mameli

Scrive, è autore di un dramma dedicato a Paolo da Novi, compone poesie e versi, nelle sue rime si legge della patria e dell’amore per una fanciulla che fa sobbalzare il cuore.
E l’amore, a vent’anni, arde e brucia.
E ha il viso luminoso e bello di Geronima Ferretti, alla quale Goffredo dedica alcuni suoi componimenti.
Amore osteggiato e contrastato dai famigliari di lei, Geronima non è nel destino di Goffredo e sposerà il Marchese Giustiniani, vedovo di Nina, colei che si gettò dalla finestra per amore di Cavour.
Infelice Goffredo, ricordate i vostri vent’anni?
Rammentate il senso di smarrimento e rabbia quando l’amore era irraggiungibile?
Così fu anche per lui, anche per Goffredo Mameli.
E’ l’anno 1846, nella Genova dei patrioti e Goffredo scrive il suo primo inno, dal titolo L’alba.
Ma saranno altri versi a rendere immortale il suo nome, quelli del nostro inno nazionale, Il canto degli Italiani.
Ed è  il suo inno a rendere Goffredo Mameli il fratello degli Italiani, come si legge su una targa apposta in Via San Bernardo.

Ed è emozionante ricordare come vide la luce Fratelli d’Italia, versi di Goffredo Mameli e musica del suo amico Michele Novaro, anch’egli genovese.
Bisogna andare in un salotto torinese, nell’anno 1847.
In casa del patriota Lorenzo Valerio giunge un ospite illustre, il pittore Ulisse Borzino, che reca un foglio da consegnare a Michele Novaro.
E nel porgerglielo pronuncia queste parole : To’, te lo manda Goffredo.
Dovevate esserci in quel salotto!
Novaro legge ad alta voce i versi, piange e si commuove.
Si siede al cembalo e accenna qualche nota.
Poi si precipita a casa e senza neppure togliersi il cappello si siede al pianoforte e compone la melodia che accompagnerà le parole di Goffredo.
E diviene l’inno del popolo, racconta Anton Giulio Barrili che l’inno era un canto proibito e tale rimase sino al giorno della dichiarazione di guerra all’Austria.
E venne il 10 dicembre, anniversario dell’insurrezione di Balilla.
Dovevate esserci in Oregina e se avete vent’anni, immaginate di sfilare accanto a Mameli insieme a 35000 manifestanti, immaginate di intonare quelle parole con quel furore che solo a quell’età si conosce.
E dovevate vederlo il giovane patriota al comizio che si tenne al Teatro Diurno dell’Acquasola!
Parla a gente come lui, a persone che si riconoscono nel suo pensiero, parla con tutta la sua passione a quella platea gremita di gente che applaude e si infervora: sono i volontari  che seguiranno il  capitano Goffredo Mameli, a combattere a Milano, nel 1848, a fianco degli uomini di Nino Bixio.
A Genova, con l’aiuto di Michele Giuseppe Canale, Mameli raccoglie le sue poesie.
Là dove c’è fermento Goffredo Mameli è in prima linea, guidato dal coraggio del suo credo.
Il poeta patriota è a Roma nel ’49, quando viene proclamata la Repubbblica e così scrive un’altra importante testimone del tempo, Jessie White Mario:

Goffredo Mameli dava a Mazzini il sublime annunzio:

“Roma. Repubblica, Venite!”

Entrata di Mazzini in Roma, 1849
Immagine tratta da “Della Vita di Giuseppe Mazzini” di Jessie White Mario
Volume di mia proprietà

E’ il 9 Febbraio, a Goffredo restano ancora pochi mesi vita.
E saranno giorni e settimane spese in nome di quell’ideale, la patria.
A fianco di Bixio, nelle file dell’esercito di Garibaldi.
A Genova, dove la città insorge.
E’ il mese di aprile e la città subirà l’attacco dei bersaglieri del Generale La Marmora, un momento tragico e drammatico per Genova.
Mameli torna a Roma, dove combatte ancora contro l’esercito francese inviato a rovesciare la Repubblica Romana.
A volte non è semplice avere vent’anni.
A Villa Corsini Mameli resta ferito ad un tibia e viene condotto all’Ospedale dei Pellegrini: è il 2 giugno del ’49, pochi giorni dopo giungerà all’Ospedale il medico Agostino Bertani.
Soffre Goffredo, ma scrive alla madre che il peggio è scongiurato, la temuta amputazione dell’arto per ora è stata evitata, scrive anche a Nino Bixio, pregandolo di andare da lui.
Lo assiste Adele Brambati, nobildonna del quale Goffedo è innamorato.
Ma la cancrena avanza e non vi altro rimedio se non tagliare la gamba ferita di Mameli.
Mazzini e Saffi vanno a trovarlo, la salute di Goffredo peggiora di giorno in giorno.
Ha la febbre alta, delira, il medico Bertani annota i suoi peggioramenti fino al giorno della morte del giovane patriota.
Goffredo Mameli spira la mattina del 6 Luglio 1849, dopo oltre un mese di sofferenze.
A volte è difficile avere poco più vent’anni.
E magari, quando la fine si avvicina, ripensare a certi versi, scritti in altri momenti della vita.

Dolce cosa è l’amor: il suo dolore
All’anima dolcissimo ti viene,
Come canto di cigno che si muore.

Il corpo di Mameli venne nascosto da Agostino Bertani, che svelerà dove si trovi la salma solo in seguito alla presa di Porta Pia nel 1870.
Il patriota venne sepolto a Roma, al Cimitero del Verano.
I vent’anni di Goffredo Mameli sono ancora tra noi, in quelle parole che ad alcuni sembrano vuote, ma che sono il simbolo di una nazione che troppo spesso dimentica il significato della parola patria.
A sua memoria, le parole di un suo proclama, declamato con il furore proprio della sua giovinezza:

Perocché morendo, noi diremo al nemico; tutti i nostri fratelli sono dietro di noi, e la nostra causa vincerà perchè tutti sapranno morire come noi! E voi non ci smentirete!

Per lui le parole di sua madre, sulla tomba di lei, a Staglieno.

Per lui, per il giovane patriota, poeta, cantore dell’Unità le parole di Giuseppe Mazzini.
Parole per Goffredo Mameli, che aveva poco più di vent’anni.

Egli era come una melodia della giovinezza, come un presentimento di tempi che noi non vedremo, nei quali l’istinto del bene e del sacrifizio vivranno inconscii nell’anima umana e non saranno come la nostra virtú, frutto di lunghe battaglie durate. La sua aveva tutta quanta l’ingenua bellezza dell’innocenza.

Facoltà di Legge, Via Balbi 5, busto di Goffredo Mameli