Quel tuo nome assurdo, da greco antico.
So che una persona tra voi, una mia cara amica con la quale ho condiviso gli anni di Università, ha già compreso di chi stia parlando.
Quel tuo nome assurdo, da greco antico.
Stephen Dedalus, Ulysses di James Joyce.
Oh no, certo non voglio raccontarvi il romanzo più complesso del secolo scorso, oh no!
E mi viene alla mente l’epifania joyciana, se lo avete letto saprete già.
Un gesto, un evento che ti conduce a una sorta di visione, una realtà che si svela, un vissuto che riemerge, mostrandosi in tutta la sua interezza.
D’accordo, basta.
Mi fermo.
Mica vorremmo tentare di discutere del monologo interiore, di quella Molly Bloom passionale, carnale, del suo pensiero che fluisce.
No, mi fermo.
Ulysses, la cronaca di una giornata, a Dublino, nel 1904.
Torno alla frase: quel tuo nome assurdo, da greco antico.
E’ dai tempi dell’Università che mi tormenta, a volte mi sovviene, così, senza ragione.
E mica ho mai capito perchè mi sia rimasta così impressa. La pronuncia Buck Mulligan, l’amico di Stephen.
E mi è rimasta ugualmente incisa nella mente un’altra frase, che Buck dice.
Anch’io ho un nome assurdo, Malachi Mulligan. Due dattili. Ma ha un certo qual suono ellenico, vero?
Ecco, io vivo, sogno, penso, ma a tratti nella mia vita si insinuano questi due, Stephen e Buck.
Inspiegabile.
Ai tempi dell’università avevo un professore molto quotato, ancora lo è.
E’ autore di svariate pubblicazioni di gran pregio, molte di esse vertono proprio su James Joyce.
E appunto ai suoi esami si portava Portrait of an artist as a young man e Ulysses.
E insomma, ricordo che ci diede la mappa di Dublino.
E poi usava mettertela davanti e chiederti: adesso segnami il percorso che Stephen Dedalus compie per andare all’Università.
E beh, se uno a Dublino non ci è mai stato è dura, tocca studiarselo a memoria! E infatti ogni tanto qualcuno sbagliava, inevitabile.
E poi mi ricordo che faceva anche altre domande, ai tempi mi sembravano strane, lo ammetto.
E ammetto, Stephen Dedalus non è mai stato nelle mie corde. Portrait of an artist as a young man forse mi è piaciuto di più, ma Ulysses all’epoca davvero mi sembrava astruso.
A parte quella frase, quel tuo nome assurdo da greco antico, che ogni tanto mi rimbalza nella testa.
E poi gli anni sono passati, ammetto di non averlo mai più riletto.
Ho già dato, letto tutto e in lingua originale, passiamo ad altro.
E poi il tempo è trascorso, tanti anni, davvero tanti.
E sono andata a Dublino.
Davy Byrne’s Pub – Duke Street – Dublin
E davvero non ero sulle tracce di Stephen Dedalus, no. L’ho detto, non era uno dei miei personaggi preferiti.
Io ho adorato i bambini di Dickens, Lolita, Huckelberry Finn, ma Stephen no, l’ho tollerato, come certi compagni di classe che ti ritrovi e non puoi scegliere di non frequentare.
Ma appunto mi sono ritrovata a Dublino.
Non so bene come sia successo, non so descrivere se si sia trattato di un momento epifanico, per dirla come la direbbe Joyce, forse oso troppo.
Comunque camminavo, camminavo per Dublino.
Lungo la Liffey, il fiume che l’attraversa, al St. Sthephen Green, il parco cittadino.
Sono stata al Trinity College, l’Università.
E infinite volte su e giù per O’Connell Street, la strada principale di Dublino.
E in ogni strada, ad ogni angolo ho incontrato lui, Stephen Dedalus.
Era lì, inatteso e inaspettato.
E camminavo e trovavo i suoi luoghi, quei maledetti posti segnati a pennarello sulla dannata cartina del professore, erano lì, senza che nemmeno li avessi cercati.
E’ stato un compagno di viaggio discreto Stephen Dedalus, mi ha guidato passo dopo passo per le vie della sua città.
E lo avevo proprio accanto, era lì, con me.
L’ho detta la frase, certo che glielo detta, cosa credete?
In una di quelle fresche serate dublinesi trascorse insieme a lui, l’ho guardato, ho sorriso e ho pronunciato quelle parole: quel tuo nome assurdo, da greco antico.
