Una piccoletta molto grintosa

A volte dai ritratti e dalle fotografie paiono trasparire i tratti del carattere e alcune peculiari pieghe della personalità.
Lei, ad esempio, doveva essere una piccoletta molto grintosa.
Eccola qui, con i suoi riccetti, il broncio un po’ annoiato, gli occhi grandi e stupefatti.

Le hanno messo un vestitino che è tutto una delizia di nastri, arricciature, fiocchi e pizzi ma lei sarebbe più un tipetto da jeans e maglietta.

E invece se ne sta lì, ritta sulla poltroncina con le sue scarpine vezzose e le calzine scure.

Con questo visetto così eloquente che ci “racconta” tanto di lei e della sua frizzante vivacità.

Ritratta in un tempo lontano dal sempre bravissimo fotografo Sciutto, lei doveva essere proprio una piccoletta molto grintosa.

Una piccola peste di Genova

Ci sono sguardi nei quali si scorgono l’essenza del carattere, l’esuberanza e la maniera di rivolgersi alla vita.
Vale anche per i più piccini, a volte certe fotografie sembrano svelare l’indole e la personalità.
E così ecco a voi una piccola peste di Genova: questo qui doveva avere proprio un bel caratterino!
Non faccio fatica a immaginarlo mentre fa le scene tipiche di tutti i bambini di ogni tempo quando non hanno voglia di far qualcosa.
Riccioli biondi, un broncio fenomenale, un guizzo negli occhi.

La manina in tasca, il soprabito di morbido vellutino, i bottoni grandi, i pizzi e le calzette chiare.

In piedi sulla poltroncina, con le scarpette belle e, si direbbe, anche delle mini ghette!

Ogni riccio un capriccio e una vivacità di pensieri che attraversa quegli occhi curiosi, mi piacerebbe sapere quale è poi stato il suo destino nel mondo.

In un giorno della sua infanzia si trovò nello studio del bravo fotografo Sciutto.
Chissà, forse ci volle del bello e del buon per convincerlo a stare fermo in posa per questo ritratto e alla fine ci si riuscì.
E così eccolo lì: sulla poltroncina, una mano in tasca, gli occhi nel futuro e tutta la vita davanti.

Una ragazza di Genova

Lei è vestita di scuro, ha i capelli raccolti in lucidi boccoli, la pelle diafana e si distingue per la grazia impareggiabile di dama aristocratica.
In posa, davanti al talentuoso fotografo Sciutto.

Lei è vestita scuro, porta gioielli preziosi e una pettinatura complicata.
E in questa altra fotografia pare accennare una sorta di espressione indecifrabile, non proprio un sorriso, non proprio una reazione spontanea.
Del resto è una ragazza di un altro tempo ed è giovane, più di quanto a noi potrebbe sembrare.

Lei poi è ritratta anche con un abito a quadretti rifinito di pizzo delicato, un capo più fresco e vezzoso del precedente.
E ha una bella spilla e certi orecchini importanti pendono dai suoi lobi.
È femminile ma austera e si adegua di buon grado ai lunghi tempi di posa all’epoca necessari per le fotografie.

E ha la vita sottile e un grande fiocco sulla schiena.

Così venne ritratta nei giorni della sua giovinezza nello Studio di Gio Batta Sciutto in Via Nuova, all’epoca si chiamava così la nostra Via Garibaldi.
Lei attraversò la strada dei rolli con il suo abito chiaro a quadretti.

E poi voltò lo sguardo, così composta, forse anche perduta nei suoi pensieri.

E poi restò in posa, con la sua leggiadra femminilità in quel giorno distante della sua gioventù.

Come Alice nel Paese delle Meraviglie

Lei è una piccolina vissuta in un tempo lontano, un giorno il mio sguardo ha incontrato il suo e così alla fine il suo ritrattino fragile come lei è tornato a casa con me.
È una piccolina di appena pochi anni, ha questi occhi chiari, grandi e spalancati, stupiti e stupefatti, curiosi, ingenui e carichi di ogni infinita aspettativa.
Ha la bocca a cuore, i capelli castani tirati indietro, la vestina bianca.
E osserva, guarda verso il fotografo Sciutto, tiene le manine come lui le ha detto, cerca di rimanere immobile o per lo meno ci ci prova.
Trattiene il respiro e intanto fantastica, immagina, con la mente forse vaga in un suo magnifico altrove come Alice nel Paese delle Meraviglie.

Con le scarpette chiare, la sottogonna di pizzo, la postura lieve.

In piedi sulla sedia, appoggiata allo schienale.
In questa leggerezza di bianco candore lei resta, dolce bambina, in questo istante della sua fragile infanzia in un tempo ormai perduto.
Con questa tenerezza, come Alice nel Paese delle Meraviglie.

La barchetta dello Studio Sciutto

Ritorniamo ancora indietro nel passato, al tempo di certi lontani giorni d’infanzia.
Davanti al bravo fotografo Sciutto c’è un bimbetto genovese, i suoi amati genitori hanno scelto di farlo ritrarre ad una certa maniera e questo un giorno sarà un dolce ricordo di anni belli.
Eccolo lì, pare quasi che gli scappi persino un sorriso: ha i lineamenti regolari, gli occhi chiari e grandi accesi da una certa vivacità, ha una grossa ancora sul petto e un’altra più piccolina sulla manica della giacca.

Un figlio di Genova, un figlio del mare.
Di sicuro questo bimbo non proviene da una famiglia di pescatori, il suo entourage famigliare è certo benestante ed abbiente e lo scenario di questa fotografia è semplicemente ricostruito nello studio di Sciutto.
Capitava spesso, come già scrissi in precedenza, che i fotografi ricorressero a scenari di vario genere avvalendosi dei più disparati oggetti di arredamento: ecco così i cestini colmi di fiori e i giocattoli, le poltroncine e i divanetti.
Come già scrissi in passato ho appreso di queste usanze nel magnifico libro Vivere di Immagini curato da Elisabetta Papone e Sergio Rebora, su quelle pagine la dottoressa Papone offre al lettore un’ampia disamina di questi elementi e di quanto essi ricorrano nelle diverse fotografie di un medesimo fotografo.
E torniamo ancora al nostro bel bimbetto che se ne sta lì ritto vicino ad una barchetta con la mano posata con grazia sul remo.
Quella piccola imbarcazione ha un nome caro a me e anche a quel bambino lì: si chiama Zena.

A dir la verità appena ho veduto questo tipetto ho subito avuto l’impressione di trovarmi davanti ad uno scenario già noto.
E così sono andata a cercare tra le mie fotografie dello Studio Sciutto e ho potuto quindi constatare che la memoria non mi aveva ingannata!
Eccolo qui infatti un altro vivace virgulto vissuto in un tempo lontano nella Superba: la riga nel mezzo, una cima marinara tra le dita e tutta la vita davanti.

Così, accanto alla barchetta.
Forse un piccolo sogno per questi bambini, un gioco che richiamava onde, avventure, libertà, tuffi nel mare e reti colme di pesci.
Nel tempo di una diversa infanzia questa era la bella barchetta dello Studio Sciutto.

Il sorriso di Elvira

E poi lei: il suo nome è Elvira.
Ritta in piedi accanto ad una seggiolina, con il braccio posato ad arte secondo precisi canoni, osserva il fotografo quasi un po’ spavalda, non sembra proprio timida.
Elvira, la piccola Elvira con la giacchetta di velluto e i capelli che le cadono sulla schiena.

Elvira con la gonnellina chiara bordata di scuro secondo la moda del tempo, Elvira con gli stivaletti, in quella su posa.
Elvira con tutto un sentiero infinito ancora da percorrere, con il passo leggero.

Elvira con gli occhi grandi, gli orecchini pendenti, il fiocchetto in testa.
Elvira e quel sorriso appena accennato: il suo.
Non esistono due sorrisi uguali, mai.

Il nome di lei mi è noto perché qualcuno lo scrisse a matita sulla fotografia: zia Elvira.
Accadde in un giorno di un tempo lontano, nello studio del bravo fotografo Sciutto in Strada Nuova, la via più elegante della città.
Elvira forse arrivò stringendo la mano della sua mamma, scosse un po’ i capelli, forse si guardò intorno incuriosita.
E rimase immobile, in un tempo catturato da una magia, un tempo che ancora ci restituisce il sorriso di Elvira.