Le Figurine Liebig: ville antiche e moderne

Ritorniamo ancora a viaggiare nel tempo e in un certo passato con il dolce romanticismo delle Figurine Liebig, la serie che vi mostrerò è interamente dedicata alle ville antiche e moderne e risale al 1913, mia nonna collezionava queste figurine ed ora sono io a custodirle.
Andiamo allora sull’esclusiva riviera francese, nei pressi di Nizza.
Le palme, la rigogliosa natura di questa costa che si affaccia sul Mediterraneo, i profumi freschi e deliziosi.

Salendo ancora più a nord giungeremo in terra di Albione ed ecco così la tipica villa inglese sulla sponda del Tamigi.
Il prato è verde e lucente, tutto pare immerso in una quiete idilliaca e in una bellezza senza pari.

In Svezia, sul Lago Mälar, troveremo invece le ville trasportabili in legno, sul retro di ogni figurina c’è una dettagliata spiegazione e in questo caso si legge che queste ville si potevano smontare perzzo per pezzo per essere trasportate nei luoghi prescelti.
Qui si notano due abitanti del posto in costume tradizionale e sullo sfondo si vede il Castello di Gripsholm.

E ancora, il nostro viaggio ci porta nella campagna tedesca del XVI Secolo sul Reno, regione celebre per i suoi vigneti.
E sempre si appezza questo panorama bucolico e questa mirabile quiete.

Andando ancora più indietro nel tempo ci ritroviamo nell’antica Siracusa, dove sorgevano magnifiche ville greche, fastose dimore con splendide terrazze e magnifici pergolati.

E infine il nostro viaggio ci porta all’epoca dell’antica Roma: a Tibur, l’attuale Tivoli.
Qui sorgevano fastose ville con ricchi giardini allietati dai sentori delle rose e dai briosi aromi degli agrumi.
Un incanto che ritorna nella dolce poesia delle Figurine Liebig.

Omnia vincit amor

L’amore vince tutto, ho scelto questa citazione tratta dalle Bucoliche di Virgilio per presentarvi un libro che considero un prezioso e fidato compagno di vita: il Dizionario delle sentenze latine e greche a cura di Enzo Tosi, edito dalla Bur.
La saggezza degli antichi spesso ricorre nel nostro parlare, non ce ne rendiamo conto eppure è così.
Qualche banale esempio?
Carpe diem, il famoso verso di Orazio che invita a cogliere l’attimo fuggente.
Audaces fortunam iuvat, la fortuna aiuta gli audaci, questo è certo uno dei motti più popolari.
Risus abundat in ore stultorum, il riso abbonda sulla bocca degli stolti.
Questo pregevole dizionario raccoglie citazioni, versi e motti dall’antichità al Rinascimento ed è di indubbia utilità.
Sarà capitato anche a voi: a volte viene in mente una frase, una perla di saggezza.
Dove l’abbiamo letta? Chi mai l’avrà scritta?
Questo libro vi aiuterà a ricordare dettagli che avevate scordato e a scoprirne nuovi che non conoscevate.
E’ dotato di un sommario per argomenti e di un doppio indice: uno in latino e l’altro in greco antico.
Ecco diciamo che se con il latino me la cavo con il greco antico, sebbene lo abbia studiato, ammetto di avere qualche problema di consultazione, non proprio tabula rasa ma poco di manca!
Vedete? Eccola la frase in  latino!
Tabula rasa, la tavoletta cerata che anticamente si usava per scrivere, completamente vuota, che Aristotele nomina per descrivere una mente sgombra, pronta a ricevere insegnamenti.
E chi si ricorda per quale ragione si usa dire Cicero pro domo sua, quando si parla di qualcuno che cura solo il proprio interesse?
Lo spiega in poche righe l’autore del libro, che ci rammenta come nel lontano 57 a.C. Cicerone si presentò davanti al collegio dei pontefici, reclamando che gli venisse assegnata l’area dove si trovava la sua casa sul Palatino distrutta da un incendio mentre lui era in esilio e chiedendo anche che gli venisse corrisposta la somma necessaria per la ricostruzione.
Cicerone per la sua casa, letteralmente.
E poi, quante volte, in situazioni di incertezza, vi è capitato di sentirvi pendere sul capo la famosa spada di Damocle, Damoclis gladium?
Ma chi era questo Damocle,  ve lo ricordate?
Si trattava di un cortigiano che in presenza di Dionisio II di Siracusa elogiò la grande fortuna di quest’ultimo il quale, per dimostrargli quanto invece sia sempre soggetta a rischi la vita di chi detiene il potere, fece sedere Damocle sul trono davanti a una tavola imbandita mentre sul suo capo pendeva una spada appesa ad un sottile crine di cavallo.
Avete un amico a quattro zampe? E per caso sul vostro cancello campeggia la scritta cave canem e cioè attenti al cane?
Beh, sappiate che c’era anche nelle case degli antichi romani e in molte abitazioni di Pompei.
E perchè quando non riusciamo ad avere indietro soldi che abbiamo prestato, diciamo che il nostro debito verrà pagato alle calende greche, ad Kalendas Graecas?
Perché alle calende, spiega sempre l’autore, nel calendario romano corrispondeva il primo del mese, giorno previsto per il pagamento dei debiti, mentre tale definizione era totalmente assente dal calendario greco e quindi le calende greche non arrivavano mai.
La saggezza degli antichi, la troverete in questo bel dizionario che vi consiglio di aggiungere alla vostra libreria.
Tenetelo sottomano, datemi retta, potrà sempre esservi utile.
Con questo libro certamente non incorrerete in un qui pro quo.

La cuoca mancata

In un impeto di creatività culinaria, anni fa comprai un libretto della Collana 100 pagine 1000 lire, storica serie su carta riciclata edita dalla Newton & Compton.
Il testo in questione, a cura di Clotilde Vesco, si intitola “La cucina dell’Antica Roma” e il suo autore è Apicio, famosissimo chef dell’Urbe del Basso Impero.
Forse suggestionata dalla mia formazione classica o dai molti film di stampo hollywoodiano che mostrano i nostri antenati avvolti in candidi pepli e mollemente adagiati sul triclinio, intenti a servirsi di ogni ben di Dio da tavole ridondanti di manicaretti, mi ero prefissa la folle idea di cucinare un intero pasto a quella maniera.
Impresa, vi confesso, irrealizzabile.
Anzitutto perchè non oso immaginare l’espressione del mio verduraio se mi presentassi da lui e con aria incurante e serafica chiedessi:
– Buongiorno! Vorrei due mazzi di polipodio, della colocasia bella fresca, del laserpizio montano, un po’ di smirnio e delle ortiche, ma mi raccomando che siano femmine, sennò non vanno bene.
Per vostra informazione il polipodio è una specie di felce, e il pensiero di ingurgitare una pianta da salotto, francamente, non mi arride.
Altresì non saprei dove procurarmi del polmone di lepre o della carne di ghiro, e men che meno saprei dove comprare una gru o un fenicottero.
Sappiate, oltretutto, che Apicio suggerisce di bollire i volatili con tutte le piume, onde evitare che si liquefacciano.
Ecco, a questo punto mi manca anche la pentola della capienza giusta.
Detto ciò, non è tanto la difficile reperibilità degli ingredienti il peggior inconveniente da superare, ce n’è un altro, ben più ostico, che non saprei come aggirare: il gusto.
Pressoché ogni piatto, infatti, è servito con quella che Apicio chiama liquamen, ovvero la salsa.
Trattasi di una mistura che si ottiene mescolando interiora di pesce a pezzi di pesce, in pratica sarebbe l’antenato del moderno scapece. Il particolare raccapricciante, però, è che questo ingrediente viene accostato ad altri in maniera piuttosto improbabile per il nostro palato.
Per fare un esempio, eccovi un facile modo per insaporire le bietole: porro affettato, cumino, uva passa, farina, salsa, olio e aceto.
Per inciso, non lo assaggerei neanche se mi pagassero.
E sentite un po’, la ricetta dal poetico nome “Piatto di rose” cosa prevede: prendete dei petali di rosa e lavorateli nel mortaio con la salsa. Aggiungete una tazza e mezza di salsa, quindi passate il sugo nel colino. Tritate quattro cervella con venti chicchi di pepe, bagnate col sugo. Rompeteci dentro otto uova, aggiungete una tazza e mezza di vino, una tazza di passito e poco olio. Cuocete in padella, correggete di pepe e servite.
Aggiungerei: prenotate con urgenza una lavanda gastrica.
Il liquamen, insomma, imperversa e quando si riesce, fortuitamente, ad evitarlo, ci si può imbattere in alternative altrettanto insolite.
Ad esempio, Apicio consiglia di lessare il prosciutto coi fichi secchi e l’alloro, poi di riempirlo di miele, rotolarlo nella farina ed infornarlo. Francamente, questo arrostino mi lascia quanto meno perplessa.
In qualche caso, carni di uso comune come il pollo o il vitello vengono servite in maniera più semplice, insaporite solo da erbe aromatiche e spezie, ma, nel complesso delle ricette, è una rara eccezione.
Persino i dolci sono a base di liquamen, copiosamente versato su noci e pinoli, sulle pere e sulle mele cotogne, ingentilito da dolcissimo miele, con un risultato che, personalmente, non voglio e non riesco neanche vagamente immaginare.
Io sono una persona molto curiosa e, a parte aver abbandonato le mie velleità culinarie, ho trovato il libro molto interessante e insolito.
Apicio, racconta Seneca, a un certo punto della vita rimase con soli dieci milioni di sesterzi e, per il timore di non poter più imbandire i suoi gustosi banchetti, si tolse la vita.
Per quanto mi riguarda, ho un’incrollabile certezza: se Caio Giulio Cesare mi avesse invitato a cena, avrei fatto una gran figura.
In fondo, ha sempre un certo fascino una donna che ti guarda con occhi sognanti e spiluzzica appena, senza quasi toccare cibo.