Una meraviglia nascosta in Canneto il Lungo

Accade sempre di lasciarsi cogliere dalla meraviglia, nel nostro centro storico.
E succede una volta di più varcando la soglia di un’antica dimora che custodisce il fasto di secoli lontani.
Ci troviamo in Canneto il Lungo, al civico 17 presso il Palazzo di Gio Andrea Cicala risalente al XVII secolo e in seguito divenuto di proprietà della famiglia Donghi.
L’edificio è annoverato tra i Palazzi dei Rolli, è quindi una di quelle dimore che la Repubblica utilizzava per le visite di stato.
E qui, in questo luogo, nell’atrio è posto un suggestivo ninfeo.

È protetto da una cancellata ma avvicinandovi potrete ammirare i dettagli.

Secondo l’uso antico che di frequente si ritrova nella Superba il ninfeo è sontuosamente decorato con splendide conchiglie.

E pietre minute sistemate a mosaico compongono alcune figure.

Due fiere creature sovrastano il ninfeo.

E uno stemma decora la vasca marmorea nella quale un tempo zampillava l’acqua.

Rimane, sempre viva e presente, l’opera della mano dell’uomo, la traccia di colui che in un giorno che non conosciamo sistemò con pazienza certosina le fragili conchiglie in un gioco di armoniosa perfezione.

E così persiste l’antica gloria di Genova, nella bellezza delle sue antiche dimore che gelosamente racchiudono antichi splendori.

Una di queste meraviglia si ammira nell’atrio di un favoloso palazzo in Canneto il Lungo.

Palazzo Ducale: la Cappella del Doge

Ricca, fastosa, mirabilmente decorata: così si svela agli sguardi la Cappella del Doge di Palazzo Ducale.
In origine era stata posta nella cappella una pala d’altare di Giovanni Battista Paggi realizzata nel 1603, nel 1729 venne collocata al suo posto la settecentesca Madonna con il Bambino di Francesco Maria Schiaffino.

Uno spazio raccolto, mistico e antico.

Una meraviglia sovrastata dagli affreschi realizzati da Giovanni Battista Carlone intorno al 1633, comprendenti al centro la magnifica Madonna Regina di Genova, angeli e figure di santi e martiri.

Un capolavoro di armonia da ammirare in ogni suo dettaglio.

Un luogo che esalta la grandezza della Repubblica nella raffigurazione di alcuni valorosi e celebri genovesi.

Ecco così il prode Guglielmo Embriaco alla conquista di Gerusalemme.

E qui lo vediamo trionfante, a Genova, mentre porge le ceneri di San Giovanni Battista condotte in patria dalla Terra Santa.

E poi ancora, la gloria di Colombo e la scoperta dell’America.

Alle sue spalle le caravelle con le quali ha affrontato il suo lungo viaggio.

Di particolare grazia e e bellezza è la Madonna scolpita dallo Schiaffino.

Eterea, leggera, tiene a sé con dolcezza il suo Bambino.

Un angelo con le mani devotamente incrociate sul petto volge lo sguardo verso Maria.

Ai piedi di Lei un piccolo putto regge un cartiglio dove si leggono le parole “et rege eos”, governali, parole che si riferiscono al titolo di Regina di Genova attribuito alla Madonna nella prima metà del ‘600.

Le stesse parole si leggono nell’altro cartiglio sorretto dal piccolo Gesù nell’affresco della volta.
È un trionfo di angeli, una gioia di semplice devozione e dalla dolcezza particolare.

E pregano devoti e affabili i quattro Santi protettori della Superba: San Giorgio, San Giovanni Battista, San Bernardo e San Lorenzo.

In una fantasmagoria di colori e figure diverse che vi lasceranno ammutoliti ad ammirarle.

Tra antichi strumenti musicali e dolci melodie.

E ancora, ecco alcune eccelse figure alle quale i genovesi sono devoti.
Ad esempio, ecco la Beata Maria Vittoria De Fornari Strata.

E poi Santa Caterina Fieschi Adorno.

In un’armonia perfetta e celestiale.

Nella Cappella del Doge, sotto lo sguardo amorevole di Maria.

Gli austeri custodi di Canneto il Lungo

Camminando nei nostri caruggi vale sempre la pena di varcare certi portoni dietro ai quali si celano storie antiche e lontane.
E percorrendo Canneto Il Lungo fermatevi davanti al civico 21, antico edificio custodito da severi custodi.

Questo è il portone e se avrete l’opportunità di varcarlo scoprirete le bellezze di un edificio annoverato tra i palazzi dei Rolli già nel lontano 1588, era cioè una di quelle dimore nelle quali si ospitavano i capi di stato e le illustri personalità al tempo della Repubblica di Genova.

Questo palazzo noto come Palazzo Agostino Calvi Saluzzo venne acquisito a metà del ‘600 dai Veneroso e fu dimora di Gerolamo Veneroso e di Gian Giacomo Veneroso che furono entrambi Dogi della Repubblica.

E salendo le scale noterete che ogni porta è sovrastata da un busto marmoreo.

I tratti di questi volti rimandano al mondo classico e alle sue saggezze.

E ancora si sale, accanto a colonne di marmo e su per gli antichi gradini.

Sotto a questi sguardi attenti e severi.

Le porte di antica ardesia si chiusero, nei secoli lontani, su vite che non conosciamo.

I palazzi come questo sono scrigni di memorie e di storie da evocare.

A un tratto poi, c’è una sorta di passaggio.

E qui, tra le vetuste mura, si svela anche il cielo sempre sorprendente di Genova.

E il volto che presiede a quella porta è quello di una graziosa fanciulla e la sua beltà ricorda ancora le donne dell’età classica.

Una balaustra, un’insolita prospettiva in un misterioso palazzo genovese.

Una bellezza nascosta e così custodita.

Ritorniamo ora nel portone, come avete veduto anche sulle porte qui collocate ci sono dei busti.

E tuttavia c’è una differenza rispetto agli altri piani: queste figure non portano toghe e non sembrano antichi romani.
Forse in questi volti che custodiscono l’atrio sono stati effigiati i padroni di casa?
Non ne ho la certezza ma ho fatto personalmente questa supposizione.

Uno accanto all’altro vegliano su questa antica dimora.

Li troverete là, nello stupore di Canneto il Lungo, al civico 21.

Dove certi antichi custodi vigilano sul tempo trascorso e su quello che verrà.

Genova, 1667: la disavventura di Alessandro Montemerlo

Accadde nel lontano 1667, a incorrere in uno sfortunato incidente fu uno stimato uomo di legge di nome Alessandro Montemerlo.
Dunque, è un luminoso giorno di gennaio e il nostro si decide a uscir di casa per fare una bella passeggiata per le strade della Superba e in quell’occasione eccolo fare un fatale incontro.
Sul suo cammino, infatti, si imbatte in due Magnifici e cioè due nobiluomini di sua conoscenza, uno dei due rimarrà ignoto l’altro invece risponde al nome di Carlo Pallavicino.
L’uomo di legge gode della stima dei due nobili che restano a discutere amabilmente con lui e poi si pongono uno a sinistra e l’altro a destra del Montemerlo e così proseguono la passeggiata insieme a lui.
Oh, molti li videro passeggiare insieme così schierati!
E noi non sappiamo di quali argomenti parlarono ma di certo il Montemerlo doveva sentirsi molto onorato di tale considerazione e così se ne ritornò alla sua casa ben più che soddisfatto.
Come dicevo, la faccenda non passò certo inosservata: occhi attenti scrutavano tutto ciò che accadeva in città!
E difatti, poco tempo dopo, il Magistrato degli Inquisitori inviò ai Serenissimi Collegi una nota abbastanza dettagliata nella quale si specificava che il Montemerlo era stato visto in giro con due Magnifici ed era particolarmente deprecabile che il Montemerlo avesse accettato il posto d’onore tra i due nobili violando una precisa regola disposta proprio dai Serenissimi Collegi.
Il rapporto circolò nella regale dimora di Palazzo Ducale e giunse naturalmente alle orecchie del Doge, all’epoca Cesare Durazzo.
E insomma, i Senatori avevano questa grana da risolvere perché si diceva che sarebbe stato necessario infliggere un castigo esemplare a quel Montemerlo che aveva infranto una disposizione così chiara!

Infine ci pensarono parecchio su e alla fine si dispose di redarguire duramente il Montemerlo, attribuendo la sua mancanza a una sorta di sventatezza, il reo venne anche ammonito in maniera molto efficace in modo che in futuro si ricordasse bene come doveva comportarsi.
Finì così il curioso incidente narrato con dovizia di documentazione dal giornalista e scrittore Giovanni Ansaldo in un articolo pubblicato su Il Raccoglitore Ligure del 1933 e incluso nel volume L’occhio della Lanterna edito da De Ferrari Editore nel 1993.
Dopo aver narrato l’aneddoto Ansaldo fa alcune precise considerazioni che gettano una diversa luce su un fatto apparentemente così di poco conto.
Innanzi tutto, scrive Ansaldo, è da notare che il solo Montemerlo fu chiamato in causa, i due Magnifici che lo avevano messo in quel pasticcio non furono minimamente sfiorati dai provvedimenti degli inquisitori.
L’Ansaldo considera poi la particolare diffidenza nei confronti degli uomini di legge e pone l’accendo sull’esito di tutta la vicenda: tanto rumore per nulla, in fin dei conti!
L’insolita disposizione del 1662 che vietava ai nobili di dare la dritta a un dottore in legge altro non era che una delle tante forme di vessazione e una di quelle disposizioni create ad arte da un’oligarchia che cercava in ogni modo di tener saldo il proprio potere.
Il tempo muterà le cose, la gloria dei Dogi infine svanirà.
Del Montemerlo non se ne sentì più parlare ma, come saggiamente chiosa l’Ansaldo, imbattendosi di nuovo nei Magnifici il Montemerlo se ne sarà stato accuratamente alla larga, su questo non c’è alcun dubbio.

Il Galeone di Genova la Superba

È il galeone della Superba, ha di recente trionfato alle Regata delle Repubbliche Marinare nelle acque di Pisa.
È uno dei simboli dell’orgoglio di Genova, si incitano i rematori ripetendo Dagghe, Zena!
E ancora, li si incoraggia con quelle parole a noi care: Pe Zêna e pe Sàn Zòrzo!

Il galeone della Superba, in occasione del Salone Nautico Internazionale, è stato collocato in Largo Lanfranco e là lo si può ammirare nei suoi magnifici colori che rappresentano questa città.

Sventola sul galeone la fiera Croce di San Giorgio.

E ci sono anche le bandiere delle altre Repubbliche Marinare: ecco il leone di San Marco che rappresenta la Repubblica di Venezia, la croce bianca in campo rosso della Repubblica di Pisa e la croce di Malta della Repubblica di Amalfi.

Ed è un’emozione bellissima poter ammirare il glorioso galeone di Genova.

E in questi giorni di settembre così si offre agli sguardi dei genovesi e dei visitatori.

Con i nostri colori, di bianco e di rosso, pe Zêna e pe Sàn Zòrzo!

Genova, 1418: la tragica storia di Luca Pinelli

Questa è la vicenda tragica di un nobiluomo vissuto diversi secoli fa.
Luca Pinelli appartiene alla blasonata famiglia che ancora oggi dona il nome a una bella piazza dei caruggi sulla quale si affacciano magnifici palazzi.

Luca Pinelli vive in un’epoca difficile e turbolenta: è il 1418 e Doge della Superba è Tomaso di Campofregoso.
Nemici del Doge sono certi nobili fuoriusciti che tramano contro di lui e trovano un forte e potente alleato in Filippo Maria Visconti duca di Milano.
Per poter conservare il suo potere Tomaso di Campofregoso si vede così nella necessità di trovare a sua volta un appoggio e dei fondi per la difesa: si rivolge così alla città di Firenze alla quale propone la vendita di Livorno in cambio 100.000 fiorini d’oro.
Il Doge chiede anche certi privilegi come l’immunità per i genovesi a Pisa, Livorno e Porto Pisano, domanda anche che i fiorentini che portino le loro mercanzie verso le Fiandre usino le navi dei genovesi, vuole infine che nessun ribelle possa restare nella città di Pisa e nei suoi dintorni per più di tre giorni.
Le notizie, si sa, volano veloci di bocca in bocca, a quanto ne riferisce il Marchese Girolamo Serra nel suo volume La Storia della Antica Liguria e di Genova, il fatto giunge persino alle orecchie del Visconti il quale rilancia immediatamente: lui sarebbe disposto persino a donare Livorno ai fiorentini ma costoro, cogliendo una buona opportunità nella proposta del Doge genovese, accettano la sua offerta.
E ritorniamo così nella Superba, nel giorno in cui Tomaso di Campofregoso presenta in Consiglio la sua proposta.

Un uomo, uno soltanto, osa contrastare il Serenissimo Doge: è lui, Luca Pinelli.
Con nobiltà e autorevolezza egli si alza in piedi e pronuncia un accorato discorso nel quale esplica tutte le sue contrarietà in merito alla vendita di Livorno.
Perdere quei privilegi per puro interesse non sarebbe cosa nobile, sostiene Pinelli.
È fiero e orgoglioso Luca Pinelli, l’aristocratico pronuncia quelle parole con ardente amore per Genova e per la grandezza del suo nome.
La patria ha bisogno di denari per la sua difesa? Luca Pinelli è generoso e assicura che lui e i suoi amici sono disposti a offrire un consistente aiuto finanziario donando tutto ciò che hanno nel Banco di San Giorgio, aggiunge che di certo quella cifra non sarà pari al denaro dei fiorentini ma sarà più che sufficiente per la la pubblica difesa.
Dice anche che, vendendo Livorno, magari di lì a poco sarebbe stato necessario vendere Genova stessa e che questo sarebbe stato un gran disonore.
È un discorso accorato e potente di fronte al quale il Doge resta nel suo criptico silenzio, in quella circostanza la vendita di Livorno non viene approvata.
Scese poi la notte, il buio ammantò le strade di Genova e avvolse anche la bella dimora di Luca Pinelli in Via San Luca.
Quel buio sinistro segnò il destino di colui che aveva osato contrastare il Doge: il mattino seguente un raggio di luce rischiarò la città e illuminò anche la nostra Piazza Banchi, allora tetro e cupo scenario della fine tragica di Luca Pinelli.
Egli era là, senza più vita, crocifisso sulla pubblica piazza e ai suoi piedi era stato posta la seguente lugubre iscrizione:

Quia locutus est verba quae non licet homini loqui.
Perché ha pronunciato parole tali che non è lecito ad uomo.

Il giorno stesso fu approvata la vendita di Livorno, nessuno osò più contraddire il Doge.
Quando passate a Banchi ricordate che qui avvennero fatti tragici che oggi non sappiamo immaginare eppure appartennero al nostro passato.
Qui, nel 1418, trovò la sua fine il nobile Luca Pinelli.

25 Marzo 1637: la Madonna Regina di Genova

Ritorno ancora a scrivere di lei, il 25 Marzo è il suo giorno.
Vedrete la sua grazia in diversi luoghi di Genova, una statua di lei è collocata nel cortile di Palazzo San Giorgio: è la Madonna Regina di Genova opera di Bernardo Carlone e risalente alla prima metà del XVII secolo.
E torno a ricordarvi in quale maniera Maria fu consacrata Sovrana di questa città: nel lontano 1630 Papa Urbano VII emanò una bolla con la quale si stabiliva un ordine di precedenza nelle processioni per tutti i rappresentanti degli stati dove vigeva la monarchia.
La Serenissima Repubblica di Genova escogitò quindi un ingegnoso stratagemma per sancire definitivamente la sovranità della Repubblica e l’autorità del Doge: si decise di nominare Maria Regina della città.
Accadde in questo giorno: era il 25 Marzo 1637 e in San Lorenzo il cardinale della Superba celebrò l’incoronazione della Madonna e la nominò Regina di Genova.
A lei vennero offerti la corona, lo scettro e le chiavi della città, l’immagine di Maria da quel momento venne effigiata anche sulle monete della Repubblica.
Ed è ancora una statua della Madonna a sovrastare la Piazza dei Cappuccini davanti alla Chiesa dove prestò le sue buone opere Fra Francesco da Camporosso conosciuto Padre Santo.
La statua, così rifulgente di grazia e di autentica bellezza, è opera dello scultore Tomaso Orsolino e risale anch’essa al XVII secolo.

Non è la prima volta che compare su queste mie pagine, di questa statua della Madonna scrissi diversi anni fa: era il tempo d’autunno del 2014, in quel periodo c’erano appena state tragiche piogge alluvionali sulla mia città.
Ritorno a scrivere di lei adesso, io sono tornata a trovarla diverse volte e in molte diverse occasioni ho trovato questa luce che si posava così, lieve, sul suo manto.

Non è questo il luogo in cui essa è sempre stata, un tempo la statua si trovava sulla Porta di Ponte Reale nell’omonima via, quando la porta venne demolita si decise di collocare la statua di Maria nella Piazza dei Cappuccini.
Ritta su una falce di luna così si staglia contro il cielo chiaro di Genova.
Maria tiene tra le dita tiene lo scettro, Lei e il suo bambino portano sul capo la corona, Gesù regge in una mano il mondo.

Leggiadra e così aggraziata, rivolge lo sguardo a coloro che si trovano al suo cospetto.

Questo 25 Marzo è il suo giorno e così desidero ricordarla.
Ritorno spesso a trovarla, l’ho fatto anche in una mattina di gennaio e questo fulgido chiarore sfiorava quel viso materno e i suoi tratti perfetti e si posava sulla tenera dolcezza infantile di Gesù Bambino.

In quel giorno così ho veduto la Regina della città tanto cara a tutti i genovesi: un sole radioso la illuminava, in un contrasto magnifico e quasi raro da cogliere, in questa luce splendida donata dal cielo.

Schiavi a Genova e in Liguria

Questo è un viaggio ricco di emozioni e vi condurrà nel tempo lontano della Superba tra parole, memorie, ricordi e frammenti di vite perdute.
Presso l’Archivio di Stato di Genova in piazza Santa Maria in Via Lata 7 è allestita fino al 7 Dicembre 2018 la mostra documentaria Schiavi a Genova e in Liguria (Secoli X-XIX) curata da Giustina Olgiati e da Andrea Zappia.
La mostra è un racconto affascinante e a guidarvi tra le intricate vicende antiche di Genova sarà Giustina Olgiati, colei che nel suo lavoro all’ Archivio di Stato mette cuore, sapienza, sentimento e passione autentica, non saprei riportare qui la meraviglia che lei sa trasmettere con le sue coinvolgenti narrazioni e pertanto vi invito ad andare ad ascoltarla durante una delle sue visite guidate.

E vi racconterà di loro, degli schiavi che vissero nella Superba.
Per la maggior parte si trattava di giovani donne che svolgevano i più disparati lavori servili e domestici, sono fanciulle che fanno da serve o da balie, sovente sono concubine che danno alla luce dei figli.
E non hanno il più prezioso dei nostri diritti, non hanno la libertà.
E non sono neppure considerati persone, gli schiavi sono come merce.

Archivio di Stato (2)

E vengono da lontano e la maggior parte di loro ha la pelle chiara, gli schiavi sono ad esempio tartari e circassi, greci, ungari, russi bulgari e turchi, sono il bottino di guerre e razzie.
Giustina Olgiati vi ricorderà che se siete di Genova forse c’è anche qualcuno di loro nella storia della vostra famiglia: il mondo è grande e nessuno di noi conosce davvero il proprio passato.
Provate a pensarci, provate a immaginare queste persone e le vite che hanno avuto in sorte.
Lei è una ragazzina e ha appena 13 anni, si chiama Cutulusa ed è magiara, viene venduta da un genovese a un uomo di Barcellona.
C’è un bambino che invece ha soltanto 8 anni, si chiama Michaal e nel 1289 viene comprato da un certo Ansaldo Usodimare.
Questi straordinari documenti narrano queste storie.

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E narrano di lui, Imetto da Pera.
In realtà lui ha avuto in sorte una buona fortuna perché il suo padrone è il celebre Ammiraglio Andrea Doria che gli concede la libertà e un salvacondotto per raggiungere la città di Algeri o qualsiasi altro luogo da lui prescelto.
Con una vita da reinventare, con un destino da ritrovare.
E ci sono poi i Liguri catturati sventuratamente durante le scorribande delle navi barbaresche, per la loro salvezza a Genova si istituisce una particolare Magistratura che si occuperà appunto del riscatto degli schiavi.

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E poi leggete questi nomi: Patrone, Ramorino, Costa.
Sono genovesi e sono ridotti in schiavitù a Tunisi agli inizi dell’Ottocento.

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E poi ancora scoprirete la storia di lei, il suo nome è Maria ed è la schiava di Leonello Cattaneo.
Siamo nel 1411 e Leonello sta per partire per l’Oriente ma non si dimentica di Maria, in qualche modo cerca di tutelarla affidandola al prete Francesco di Negro perché ne disponga come se fosse sua.
La scelta di un religioso può avere due significati e viene così spiegata: forse Leonello voleva essere sicuro di ritrovare Maria al suo ritorno o magari sperava che appunto fosse trattata con cortesia e umanità.
E magari quando sarà ritornato l’avrà trovata ad attenderlo.
È difficile immaginare le vite degli altri, a volte abbiamo la speranza che siano state piene di gioia.
Sono vite e respiri perduti, potrete scoprirli alla mostra allestita all’Archivio di Stato e dedicata agli Schiavi a Genova e in Liguria, l’esposizione e a ingresso libero e qui trovate gli orari per la vostra visita.

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Ringrazio Giustina Olgiati per la sua attenzione e per la sua gentilezza, all’inaugurazione della mostra ha narrato alcune di queste storie emozionando tutti i presenti.
E la ringrazio perché lei custodisce con amorevole cura il nostro passato, riportando alla luce volti pieni di speranza, di desideri e progetti.
Visi di persone che vissero sognando un bene raro e insostituibile: la libertà.

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5 Maggio 1379: il coraggio di Luciano Doria

5 Maggio, è il giorno di un eroe, lui appartiene ad un’importante famiglia e il suo nome è Luciano Doria.
Siamo nel 1379, all’epoca di duri conflitti tra Genova e Venezia, Luciano è destinato a scrivere una pagina di storia che gli renderà onore.
È lui l’Ammiraglio a capo della flotta che solca l’Adriatico in quella lontana primavera, lui è già stato trionfatore a Zara contro Vettor Pisani e sfiderà ancora le navi nemiche.
Su Luciano Doria e sulla sua tempra sono stati tramandati aneddoti che hanno il sentore della leggenda, Amedeo Pescio nel suo testo Croce e Grifo narra un episodio emblematico e riferisce di un povero rematore che in preda alla fame chiede aiuto a Luciano e questi, senza esitare, si toglie la fibbia d’oro della cintura e la dona al bisognoso.
E sempre Pescio racconta quell’impresa eroica per la quale Luciano passò alla storia.
In quell’epoca instabile forte è il timore che le navi di Venezia vengano ad infestare il mare di Genova e Luciano, alle testa delle sue galee, parte per difendere la patria.
È un viaggio non privo di scontri e di ostacoli ma all’alba del 5 Maggio Luciano Doria giunge davanti a Pola, di fronte al nemico sventola gagliardo il vessillo con la Croce di San Giorgio.

Davanti a lui è schierata la flotta veneta, Vettor Pisani e la sue navi restano asserragliati nel porto di Pola.
E qui uso le parole di Pescio, io non saprei trovarne di migliori:

Rugge San Marco. Il Grifo stride e chiama tutte le navi indietro.

Sembra così che i genovesi si ritirino, come se temessero lo scontro.
Avanza con la sua flotta Vettor Pisani che crede di sbaragliare in un sol colpo i suoi nemici ma non ha fatto i conti con l’astuzia di Luciano.
Dieci galee di Genova, celate dietro al promontorio, si gettano contro le navi nemiche e sferrano l’attacco alle navi di Venezia.
È una lotta sanguinosa, entrambe le parti subiscono gravi perdite ma Genova sembra prevalere, l’epica della battaglia è coronata da quel grido rivolto al Santo protettore della Superba: San Zorzo! San Zorzo!
Tra le navi della Serenissima una sola sembra resistere ed è capitanata da Donato Zeno, il contrasto si fa sempre più aspro.
Nell’impeto del combattimento Luciano Doria scosta la visiera dal volto e ripete ancora il grido e il nome del Santo che protegge Genova.
E accade in quel momento: la spada di Donato Zeno spezza la vita di Luciano Doria e l’eroe cade nel sangue.
Non bisogna esitare, non si può permettere che i genovesi si scoraggino: Ambrogio Doria, fratello di Luciano, prende l’elmo, la corazza e l’arma dell’eroe caduto e continua a combattere nelle vesti di lui.
I genovesi tornano così vittoriosi in patria portandosi dietro 15 galee cariche di prigionieri e un bottino di guerra davvero notevole, è il trionfo di Luciano.
L’eroe della battaglia di Pola morto per la gloria di Genova viene onorato dal popolo e dalla Repubblica.
Per la sua grandezza e in memoria della battaglia di Pola, si ordina che nella chiesa di San Giorgio sia dedicato un altare a Giovanni Battista e ogni anno per celebrare questa ricorrenza il Magistrato dovrà portare in quella chiesa un pallio d’oro.

Per le sue gesta Luciano Doria aveva già conosciuto la gratitudine della sua città, Genova gli aveva donato una casa sita nell’attuale Vico Casana, un tempo detta Carroggio dei Promontorio.
Il libro di Amedeo Pescio da me consultato risale al 1914, in quell’anno l’autore parla di quella casa e scrive che ha subito dei restauri, aggiunge che il popolo usa fermarsi sotto la dimora dell’Ammiraglio immaginando le sue imprese.

Sono passati molti anni, c’è stata una guerra che ha causato molta distruzione nel centro storico di Genova, non so dirvi quali danni abbia subito questa specifica abitazione e quali eventuali cambiamenti siano stati fatti.
Io ho seguito le indicazioni di Pescio: nel 1914 egli scrive che sulla facciata della dimora di Luciano Doria presto verrà affissa un’antica lapide.
E lì si trova, a fianco al portone.

Questo marmo attesta che la casa non rimase a lungo agli eredi di Luciano in quando ne divennero proprietari i Clavesana.
Si legge chiaramente il nome di lui, è scolpito nella terza riga: Luciano De Auria.

Resta la memoria, in certi luoghi.
La figura di Luciano è anche ritratta insieme ad altri grandi della famiglia Doria nella Loggia degli Eroi a Villa del Principe.
Luciano è il secondo da sinistra, nell’immagine che qui sotto vedete.

Quando il suo corpo venne riportato in patria dapprima Luciano Doria venne sepolto in San Domenico, in seguito la sua salma fu portata in San Matteo, chiesa gentilizia della famiglia Doria.

Sotto il bagliore di questi ori riposano molti celebri rappresentanti della famiglia.

Qui, in San Matteo, la memoria delle gesta di Luciano è scolpita per i posteri.
Sulla facciata, nei marmi bianchi, sono incise le vicende che videro protagonisti alcuni eroici personaggi della famiglia Doria.

Non è semplice leggere questi caratteri gotici e non è possibile riportate qui la foto dell’intera scritta ma posso mostrarvi alcune salienti parole.
Anno 1379, in numeri romani, nella prima riga.
Pola, il luogo della sua fine, nella seconda riga.

Galeis capte, prese le galee.
E questo è il suo eroismo guerresco.

Fu il protagonista di questa giornata di un tempo lontano, era l’epoca delle Repubbliche Marinare e allora non si combatteva in nome del tricolore come accadde in un più recente e celebre 5 Maggio.
Lucianum D’Auria, così si legge sulla chiesa gentilizia della sua famiglia, nel cuore della sua città.
Questo è il suo nome ed è la memoria di lui e di quel 5 Maggio 1379, il giorno del coraggio di Luciano Doria.

Vita quotidiana nella Repubblica di Genova

Un nuovo percorso espositivo nel passato della Superba, una nuova mostra all’Archivio di Stato: Vivere nella città, obbedire alle leggi. Vita quotidiana nella Repubblica di Genova (Sec. XI-XVIII).

Mostra
Un viaggio nel tempo che potrete compiere anche voi, se andrete all’Archivio di Stato potrete ascoltare i racconti della Dottoressa Giustina Olgiati e qui la ringrazio per il tempo dedicatomi, con la sua passione per la storia di Genova vi porta davvero in epoche lontane.

Documento

E naturalmente io non posso trasferire qui la ricchezza di dettagli e la magia della sua narrazione, proverò soltanto a mostrarvi qualche istante di un’altra Genova, la Genova del tempo dei Dogi con le sue regole volte a garantire il buon funzionamento dello stato.
Ci sono volti e ci sono sguardi, alcuni sono tracciati con colori davvero vividi, su queste pagine vedete la genealogia della famiglia Spinola.

Spinola

Spinola (2)

Secolo XVII

E in quel tempo così distante dal nostro le ricorrenze religiose avevano grande rilevanza, qui troverete un antico codice sul quale sono segnate le feste cittadine.

Codice (2)

Su certe righe si scorge un inchiostro di diverso colore, la sfumatura differente dimostra che il codice è stato riutilizzato e ha avuto così una seconda vita.

Codice

E giunge il mese di giugno del 1445, è il tempo di celebrare San Giovanni Battista patrono della città e Sant’Eligio, il patrono degli Orefici.
Per l’occasione il Doge Raffaele Adorno fa diffondere un proclama che sospende provvisoriamente le leggi sul lusso.

Proclama 1445
Queste regole, dette leggi suntuarie, ricadevano sull’abbigliamento e anche sull’abbondanza di certi banchetti, avevano lo scopo di limitare la sfoggio di ricchezza, si voleva così evitare che fossero ancor più stridenti le differenze tra le varie classi sociali.
E tuttavia per la festa del patrono in quei giorni d’estate Genova sfavillò in tutta la sua eleganza: con l’avvallo della massima autorità della Repubblica le donne genovesi poterono indossare raffinate sete preziose, perle e gioielli in quantità, uno spettacolo al quale avrei voluto assistere!

Arca Processionale

Arca Processionale con le Ceneri di San Giovanni Battista

Inoltre per la festa di San Giovanni Battista di solito venivano aperte le porte del Carcere della Malapaga, la prigione riservata agli insolventi, è logico dedurre che molti di questi condannati poi non vi facessero ritorno.

Mura della Malapaga (2)

Mura della Malapaga

Come tutti ben sapete la storia non è fatta solo dai Dogi e dai nobili, la storia del mondo è costruita anche alla gente comune, da coloro che cercano di campare come meglio possono.
E il mondo a volte sa essere un posto pericoloso: nel territorio della Repubblica di Genova si proibisce severamente il possesso di armi da taglio e da offesa di lunghezza inferiore ai due palmi e mezzo,  da questo provvedimento sono esclusi i medici e gli artigiani,  coloro che per lavoro usano i coltelli sono comunque tenuti a trasportarli nel loro fodero.
In caso di infrazione di queste regole la giustizia ci andava pesante: nel ‘600 gli altolocati venivano condannati a 5 o 10 anni da scontare in Corsica, Sardegna o Sicilia, tutti gli altri finivano schiavi sulle galee.
In esposizione c’è un disegno con le armi da taglio consentite, tra di esse anche il temperino da usare per la piuma d’oca e i coltelli da cucina che comunque dovevano restare tra le mura domestiche.

Coltelli

Genova a volte cela letali pericoli.
Siamo nel 1596, lo vedete quell’uomo? Ha lo sguardo perso, è tremante di paura, cerca un modo per sfuggire alla violenza che imperversa in città.
Il suo nome è Giuseppe, fa il maestro di scuola a Banchi e rivolge un’accorata richiesta alle autorità, riporto qui alcune righe del documento sottostante:

Giuseppe Segaro che insegna a scrivere et tien scuola in Banchi, è necessitato massime nella stagione invernale andar di notte in molte case de cittadini a dar lettione a suoi scolari, e per che non si sa di notte da cui guardarsi et si vanno tirando delle pietre…

Licenza

Si, quando scendono le tenebre le strade diventano ancor più rischiose e per queste ragioni il povero Giuseppe chiede che siano magnanimi con lui: per carità, gli sia consentita una dispensa, gli sia permesso portare un’arma solo per potersi difendere!

Piazza Banchi (8)

Il mondo è fatto di gente come questa, con le sue fatiche e i suoi dolori.
E c’è Battistina, una donna che viene ammessa nell’arte dei tavernieri, alla mostra scoprirete di più su di lei e sulle donne di Genova.
Genova è città dai tanti volti, qui vivono persone che vengono da terre lontane, gi stranieri che qui aprono le loro botteghe, si sposano con le genovesi e diventano essi stessi cittadini della Superba con l’obbligo di pagare le tasse.
Una città dove c’erano i depositi da olio sotto a Palazzo Ducale.

Depositi

Un’ampia sezione della mostra documentaria è dedicata agli ebrei giunti a Genova dalla Spagna sul finire del ‘400 e alle loro difficili condizioni.
Tra loro un padre, è un ebreo convertito, sua figlia ha solo dieci anni, è battezzata e si chiama Mira.
E lui davvero non sa come prendersi cura della sua bambina così la affida a Battista Grimaldi, lui la terrà per vent’anni come serva e poi Mira sarà libera e forse il destino saprà essere generoso con lei.
E poi andiamo al 1590: c’è un medico ebreo, è molto amato dalla gente di Sarzana dove egli opera, è un dottore generoso e amorevole, si prodiga per i più sfortunati, non si può certo fare a meno di lui!
I maggiorenti della città hanno fatto una raccolta di firme e hanno ottenuto una proroga e così egli potrà restare a Sarzana, dove c’è bisogno delle sue cure.

Medico (2)

Una città di mercanti e di corporazioni, con regole e statuti da rispettare.
E guardate la bellezza e la perfezione di questa calligrafia, questo volume riguarda l’arte dei tintori della seta.

Tintori di Seta

Tintori di Seta (2)

Città di beneficenza e di ospedali, città severissima con coloro che infrangono le leggi, anche sulle pene ci sono diversi documenti interessanti.
C’è il quotidiano di un altro tempo in questa mostra, io vi ho svelato appena qualche frammento e vi ho mostrato alcuni documenti.
Numerose altre carte preziose sono esposte all’Archivio di Stato fino al 2 Luglio, è una mostra gratuita e di grande interesse, qui trovate tutti i dettagli in merito.
Ringrazio ancora Giustina Olgiati, lei sa davvero rendere reale quel mondo che non abbiamo veduto.
E magari anche voi lascerete l’archivio con un pensiero che resta.
Il maestro di Banchi avrà poi vissuto giornate meno complicate?
E a quanti bambini avrà insegnato a scrivere?
E Mira, la piccola Mira, avrà poi avuto un destino felice?
Serva a 10 anni e libera a 30, avrà avuto il calore di un amore sincero, una casa, un posto dove ritornare?
La storia non è solo un elenco di date, battaglie e trattati.
La storia del mondo è anche lei, la piccola Mira e le sue speranze di felicità nella Genova di un altro tempo.

Genova