Gli sguardi di San Giovanni Battista

Sono sguardi che provengono da epoche distanti, sono sguardi che un tempo addolcivano la quotidianità dei genovesi e che ora sono custoditi nella città dentro la città: il Deposito Lapideo del Museo di Sant’Agostino.
Questo amato museo cittadino è il luogo dove si ritrovano le antiche Madonnette e i sovrapporta dove è effigiato San Giorgio, è il luogo dove si conservano le antiche pietre, i portali di edifici demoliti, i marmi, le ardesie, i capitelli, le statue e le testimonianze di strade che non possiamo più percorrere.
Alcune di queste ricchezze si trovano al Museo, altre sono invece custodite negli spazi del Deposito Lapideo del Museo ed è possibile scoprirle grazie alle visite guidate.
E si incontra lo sguardo benevolo di San Giovanni Battista, questa statua marmorea risalente al XVI Secolo era un tempo collocata nella ormai perduta Chiesa di San Francesco di Castelletto.

Solenne e fiero, San Giovanni stringe a sé l’agnello, secondo l’iconografia classica indossa il mantello e il vello di pecora.

E si staglia nell’armonia perfetta della sua figura ieratica.

Si trova, a poca distanza, un’altra statua di San Giovanni risalente al XVII Secolo e proveniente dall’Ospedale di Pammatone.

Tra le sue mani sicure, come da tradizione, si trova l’Agnello di Dio.

Così, in questo luogo silenzioso e protetto, si ritorna a percorrere le strade di Genova perduta e a ritrovare le sue antiche preziose bellezze.

Sono gli sguardi di San Giovanni Battista, custoditi per noi nel Deposito Lapideo del Museo di Sant’Agostino.

Il Mausoleo di Santa Caterina da Genova

Il suo nome è sinonimo di carità e altruismo, Santa Caterina Fieschi Adorno lasciò il segno nella vita di coloro che la incontrarono negli anni bui e difficili nei quali ella visse.
Venuta al mondo nel 1447, era di nobile e ricca famiglia, per nascita aveva ricevuto in dote molti privilegi ai quali rinunciò per dedicarsi ai più umili e ai più sfortunati.
Lei, che avrebbe potuto vivere di agi e lussi, diverrà rettora dell’Ospedale di Pammatone, con le sue amorevoli cure tenterà di alleviare i dolori dei malati di peste, tra le sue braccia stringerà i piccoli infanti abbandonati, è grande l’amore che Caterina ha nel cuore.
Di lei e della sua storia nei suoi diversi dettagli ho già scritto in passato in questo post ma oggi voglio dedicarle ancora questo spazio: Caterina Fieschi Adorno lasciò le cose del mondo il 15 Settembre 1510, la Diocesi di Genova celebra la festa liturgica della Santa il giorno 12 Settembre.
E allora vi porterò là, nel luogo dove lei dorme il suo eterno sonno.
Attigua all’Ospedale di Pammatone dove ora c’è la sede del Tribunale, la piccola chiesetta nella quale la Santa riposa si trova in Via Bartolomeo Bosco, tra le case moderne di Piccapietra.
È denominata Chiesa della Santissima Annunziata di Portoria ma è nota come Chiesa di Santa Caterina proprio perché legata alla figura di lei che in questi luoghi operò.

E là, nella navata destra, c’è il Mausoleo di Santa Caterina da Genova, nella settecentesca urna di bronzo e cristallo è posto il corpo incorrotto di lei.
C’è una scaletta che conduce al suo cospetto, là c’è anche un tavolino e su di esso un quaderno sul quale fedeli provenienti dai più disparati luoghi scrivono preghiere e parole dirette a lei: Santa Caterina da Genova continua ad occuparsi di coloro che hanno bisogno del suo aiuto.

Il magnifico mausoleo è fastoso e scenografico, quattro sono le statue che circondano Caterina in una mistica armonia di gesti.

Le statue risalgono al 1737-38 e sono opera di Francesco Maria Schiaffino, rappresentano l’Amor Divino, la Fortezza, l’Ubbidienza e la Penitenza.

Ed è un gioco di armoniose simmetrie.

Un’assoluta bellezza di sguardi e gestualità.


Luce radiosa illumina Caterina nella Chiesa dove molti vanno in cerca di lei.

Sul soffitto che la sovrasta c’è un affresco di Pantaleo Calvi nel quale è ritratto Dio Onnipotente.

Grazia celeste custodisce il sonno di una donna indomita e coraggiosa che trovò la sua forza nella sua fede.

Così lei riposa tra le figure che circondano l’urna nella quale è adagiata.

Il suo sorriso gentile spicca poi sulle piccole immaginette dove sono riportate le preghiere da rivolgerle.
E sono davvero numerosi coloro che affidano a lei le loro inquietudini e i loro pensieri, la ringraziano per il soccorso ricevuto, a lei si rivolgono per ricevere la grazia della salute o della serenità.

Nella pace silenziosa della raccolta Chiesa di Portoria, Santa Caterina da Genova resta ancora vicina ai genovesi e a tutti coloro che a lei rivolgono sguardi colmi di fiduciosa speranza.

Genova, 1913: la faccenda dell’ombrello

Il professore era una persona a modo, ne sono certa.
Garbato ed elegante, pacato nelle sue maniere, lo immagino così.
Il professore non avrebbe mai pensato di incappare in sgradevoli impicci, il professore era uno stimato docente in un particolare campo della medicina, ricopriva un ruolo di grande importanza all’Ospedale di Pammatone.
Come lo so? Eh, grazie ai miei fidati libri del passato, cari amici!
Insomma, l’emerito professore non si sarebbe mai aspettato di finire sul giornale per vicende spiacevoli e invece accadde: era la primavera del 1913 e il fatterello che lo riguarda venne pubblicato su Il Lavoro, il caso ha voluto che io leggessi questa notiziola e quindi sono qui a raccontarvela.
Dunque, era una bella mattina di maggio e il nostro studioso, come spesso usava fare, se ne andò alla Biblioteca Civica.

Si immerse nelle sue ricerche, si mise a leggere pesanti tomi che erano la fonte del suo sapere e certo non notò nulla, era troppo impegnato con i suoi libri.
Quando giunse il momento di andare si accorse del fattaccio: l’ombrello che aveva lasciato sul tavolo era malauguratamente scomparso!
Il professore non esitò: andò dritto in questura e denunciò l’increscioso accaduto.
Il commissario lo rassicurò e si deve dire che fece un buon lavoro, infatti in un battibaleno recuperò il paracqua e sapete dov’era finito?
Al banco dei pegni in Piazza Ponticello, succedeva di tutto in quella piazzetta!

Cartolina appartenente alla Collezione di Eugenio Terzo

Il professore, con grande sollievo, riebbe il suo ombrello.
Il ladruncolo venne acciuffato e fu assicurato alla giustizia, si scoprì persino che aveva questa brutta abitudine di aggirarsi per le sale della Biblioteca per impossessarsi degli oggetti degli studiosi.
Con una brillante operazione le autorità scoprirono pure che quel tale pochi giorni prima alla Posta Centrale aveva sottratto anche l’ombrello di uno sfortunato giovanotto e immaginate la faccia di costui quando lo riebbe indietro!
E torniamo al professore, c’è un dettaglio che ho finora tralasciato di dirvi: il magnifico paracqua del nostro studioso era di seta e aveva il manico d’argento cesellato.
Il suo legittimo proprietario lo riebbe ed io mi sono chiesta che fine abbia fatto questo accessorio che visse quella malcapitata disavventura.
Forse è stato conservato?
Forse i discendenti lo tengono come un cimelio di famiglia? L’ombrello del bisnonno!
E magari nulla sanno di quella vicenda, non vi nascondo che mi piacerebbe cercarli per raccontare loro l’accaduto.
Purtroppo non abbiamo un ritratto del professore ma a certe persone caparbie e curiose potrebbe sempre capitare di trovarlo, non credete?
Una cosa è certa: se lo stimato professionista possedeva un ombrello così raffinato avrà anche avuto splendidi bastoni da passeggio e ogni volta che mi capiterà di vedere eleganti accessori per gentiluomini mi verrà in mente lui.
Un caro saluto a lei, esimio professore, sono felice che abbia ritrovato il suo prezioso paracqua.

Via della Maddalena