Cose belle per bambini

È uno dei miei negozi preferiti e si trova nella parte alta di Salita Santa Caterina e ogni volta che passo in questa elegante strada genovese mi fermo sempre ad ammirare i capi esposti e a fotografare la vetrina.
In un giorno d’estate ho pensato così di varcare quella soglia per mostrare anche a voi queste cose davvero belle per i più piccini.
Il negozio ha un nome semplice e perfetto: Bambini Genova.

Ed è un trionfo di colori pastello, sandaletti, tessuti dalle tinte allegre e vivaci.

Chiacchierando con la gentile proprietaria del negozio ho scoperto che la signora sceglie con cura le stoffe per i suoi abiti e i modelli che propone.
Che delizia quegli abitini a fiori, le tutine e le candide camicine!

Questo negozio, a mio parere, si distingue per la bellezza dei capi e per l’assoluto buon gusto.

Ecco i toni del verde menta, le scarpine con il passante, i vestitini a punto smock per piccoline ambiziose: questo stile è intramontabile, non passa mai di moda.

Ecco una tutina a quadretti.

E ancora fiori e altre tonalità di verde e di rosa.

E poi trovate maglioncini, magliettine, tutto ciò che occorre ai più piccini.
C’è anche una gonnellina vaporosa per piccole principesse.

È un negozio semplicemente delizioso come tutte le cose che vende.
Voi sapete che di tanto in tanto scrivo su queste pagine di certi negozi che piacciono a me e così questo non poteva proprio mancare.

Se cercate cose belle per bambini le trovate là, in Salita Santa Caterina.

La Madonna Immacolata di Largo Lanfranco

Se percorrete la nostra bella Salita Santa Caterina, una volta giunti in cima, vi sarà facile notarla.
Il suo sguardo si posa là, su questa via elegante e fastosa.

L’aggraziata immagine di Madonna Immacolata si trova collocata nell’edicola posta sul Palazzo della Prefettura, tra Largo Lanfranco e Salita Santa Caterina.


L’edicola che la ospita è tenuta con cura e finemente restaurata.

Testoline gioiose di piccoli angeli sovrastano la figura della Maria.

Così leggera lei si staglia contro l’azzurro, ha sul viso un’espressione serena e rasserenante, palpita di dolcezza e il suo abito pare fremere sospinto da brezza lieve.

Due angeli custodiscono l’edicola, uno di essi tiene le braccia incrociate sul petto.

L’altro, a mani giunte, leva le sue dolci preghiere.

Così vigila, sugli abitanti della città e su coloro che percorrono questa via, la bella immagine della Madonna Immacolata di Largo Lanfranco.

13 Gennaio 1905: un saggio musicale alla Sala Sivori

E giunse infine quel gelido giorno d’inverno, le giovani allieve erano tutte emozionate per quell’evento: attendevano quella serata da tantissimo tempo e ognuna di loro desiderava mostrare al meglio le proprie qualità.
Impegno, talento e versatilità: le aspiranti musiciste che studiavano con il Professor Gonzales avevano molte frecce ai loro archi.
Ed ecco arrivare una folla di trepidanti genitori, si percorre Via Roma e poi giunti in cima a Salita Santa Caterina ci si dirige alla Sala Sivori dove si terrà il saggio musicale, un momento importante e da non perdere.

E le giovani musiciste, dovevate vederle!
Ognuna sfoggiava l’abito migliore, con garbata modestia e raffinata eleganza, si intende.
Una aveva dei piccoli orecchini di perle, l’altra portava una collana cara donata dalla nonna, i capelli erano raccolti sulla nuca come si conviene.
E così ebbe inizio il pregiato saggio: a dare il via furono quattro brillanti allieve e il brano prescelto fu l’overture del Flauto Magico per 2 piani ad otto mani.
Seguirono altri brani di Schubert, Wachs, Schumann.
Ecco una timida signorina che si avvicina al pianoforte: ha la gonna blu, la camiciola chiara con il colletto di Sangallo, lo sguardo angelico, una treccia bionda le cade sulla schiena.
Lei posa le sue diafane dita sottili sui tasti del pianoforte e la melodia si spande per tutta la sala.
Il programma era composto di due parti per un totale di 12 brani.
La seconda parte ebbe inizio con la serenata del Don Giovanni di Mozart per 2 piani e 4 mani e terminò con la marcia turca “La Ruine d’Atene” di Beethoven per 2 piani ed otto mani, tra le due esecuzioni furono suonati brani di Mendelssohn, Listz e Gonzales.
Tutte le signorine completarono il saggio con gran successo e soddisfazione.
Erano tempi diversi, tra il pubblico non c’erano certo persone che scattavano foto ricordo della serata, forse un fotografo professionista immortalò la serata.
La Sala Sivori si trovava in Salita Santa Caterina, ai nostri giorni ospita un cinema.
Ognuna di quelle fanciulle serbò certo un ricordo caro di quella serata, i cognomi di ognuna di loro sono stampati sul volantino con il programma della serata.
Trovai tempo fa questo foglietto su una bancarella e così lo misi in salvo, fantasticando in più di un’occasione su quella magnifica serata.
Accadde molto tempo fa: era il 13 Gennaio 1905 alla Sala Sivori.

Un cappello rosso lacca

– Allora vado, dai! – Disse sorridendo.
– Vai, forza e coraggio, chiamami quando arrivi, Fra. – Rispose la mamma stampandole un tenero bacio sulla guancia.
Francesca ricambiò il bacio e uscì di casa.
Si trascinava dietro un piccolo trolley con lo stretto necessario per un paio di giorni: aveva un treno da prendere, un viaggio da fare in un’altra città, un colloquio di lavoro da affrontare.
Francesca aveva 26 anni, una testa piena di progetti, di riccioli neri e di idee chiare sul proprio futuro.
Avrebbe detto esattamente ciò che desiderava.
Avrebbe mantenuto la voce ferma, le veniva naturale nei momenti importanti scandire bene le parole per farsi comprendere alla perfezione.
Avrebbe fatto, in ogni caso, del suo meglio.
Scese a larghi passi giù per Via Palestro, le rotelle della sua valigia scivolavano via sull’asfalto e arrivò così in Piazza Corvetto in men che non si dica.
Imboccò il sottopassaggio e si diresse verso Salita Santa Caterina: ogni volta che passava di lì le veniva in mente la nonna Armida che le parlava sempre di un bel negozio di caramelle con le ceste piene di bonbon e poi dell’ottico e anche del negozio delle porcellane.
I ricordi si affastellavano come le nuvole in cielo, Francesca giunse a Fontane Marose e guardò l’orologio: era presto, c’era ancora tempo per il suo treno.
Decise così di passare dai caruggi, comprò due riviste in edicola, quindi passò in libreria a cercare un romanzo e se ne uscì con un celebre giallo di Agatha Christie, la lettura l’avrebbe tenuta impegnata e il tempo sarebbe corso via.
Uscendo dalla libreria di Via Luccoli il suo sguardo cadde poi sulla bella vetrina del negozio di fronte, uno dei preferiti della nonna.
La nonna Armida era sempre stata una brillante signora à la page e aveva un’autentica passione per i cappelli, i guanti e gli accessori raffinati: ricordando tutte le volte che era stata in quel posto a far compere con lei Francesca si sentì travolgere da una sensazione di nostalgica tenerezza.
Ancora guardò verso la vetrina e sorrise: un cappello rosso lacca, ecco cosa ci voleva!
E ne era più che certa, la Nonna Armida sarebbe stata d’accordo.

Tra le finestre di Salita Santa Caterina

Tra le finestre di Salita Santa Caterina.
Tra ombra e luce.
Affacciarsi, vedere una folla di gente affaccendata.
Restare dietro le finestre chiuse, seguire le gocce di pioggia scivolare via, sui vetri.
In un gioco di spazi, di linee, di curve e di respiri.
Ogni finestra è un mondo, una speranza, un’esperienza o un destino.
Tra ombra e luce che si insinua, tra le finestre di Salita Santa Caterina.

Nell’ombra

Bisognerebbe saper seguire il contorno dell’ombra, quella linea perfetta che il sole disegna per terra.
Senza sconfinare, seguendo soltanto la traccia.
Là, dove la luce si getta giù in mezzo alle strade.

O anche dove rimbalza sopra i gradini, scivolando via.
Restare nell’ombra.

Seguire quel contorno indefinito, zigzagare in Via della Maddalena, poi laggiù in fondo vince l’ombra e tutto avvolge.
E ancora oltre come sarà? Devi andare a vedere.

Bisognerebbe camminare su quella linea come se fosse un filo teso sotto i piedi.
E quando arrivi in fondo, salta dall’altra parte, ancora nell’ombra.

Ci sono posti, poi, dove ti fermi.
E resti immobile e attendi.
E davanti a te ci sono la luce e l’ombra.

Seguendo il sole in Salita Dinegro

Chiarori d’autunno in una via del centro di Genova.
Ogni volta che mi capita di passare in Salita Santa Caterina lo sguardo inevitabilmente cerca le bellezze di Salita Dinegro, ieri mattina questi erano i suoi colori travolti da una luce brillante.

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Gradino dopo gradino, fino in cima.

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Mentre il sole accarezza i muri e ravviva i toni.

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Alle mie spalle lo scorcio di Piazza Rovere.

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E poi la luce proietta a terra un disegno perfetto dai contorni definiti.
Io amo seguire il sole su per queste strade, non sai mai cosa potrai trovare.

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E ancora si sale.

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E mi guardo indietro mentre un bagliore intenso scintilla sotto le persiane aperte e al di là delle ardesie.

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E alcuni vetri diventano una magia di riflessi.

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Sguardi severi vigilano su certi portoni.

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E il calore lucente accarezza questi magnifici scalini delle Superba.

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Su un terrazzino, avvinghiata ad una ringhiera, la bandiera di Genova attende la potente tramontana per sventolare libera nell’azzurro.

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Non sono l’unica a seguire il sole, in Salita Dinegro ho trovato una farfalla posata su un gradino.

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Un volo, un battito d’ali, la leggerezza.
Ho seguito anche lei, su e giù per la salita.

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Una farfalla di novembre in queste giornate di autunno inaspettatamente calde.

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E ritorno ancora sui miei passi, guardando oltre l’archivolto.
Tra giallo e ocra, questa è una delle più incantevoli prospettive genovesi.

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Ancor più bella quando il sole la illumina e la inonda con il suo brillante chiarore e scende giù, gradino dopo gradino.

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Da un diario genovese del passato, moda per gentiluomini

Ritorna oggi la voce di Francesco Dufour con le memorie tratte dal suo diario, trovate qui tutti gli articoli già pubblicati.
Si parla ancora di moda e della classe dei gentiluomini di un altro tempo, questo argomento è ampiamente trattato dal nostro sagace autore e così dedicherò al tema un ulteriore articolo.
Pronti ad andare a passeggio? Che stile questi signori di un’altra epoca!

Allora i signori dignitosi avevano la pelliccia; papà ne aveva una di orsetto con un fastoso collo di “loutre”, si portava in generale con frac e cilindro.
Allora, alle premières si andava in frac ed alle repliche in smoking.
A volte papà mi mandava a comprare una chiave, cioè l’ingresso ad un palco, la vendeva un ometto che stava in fondo a Salita Santa Caterina, dove si scendono alcuni gradini.

Salita Santa Caterina (2)

Lo spettacolo incominciava alle nove ed io ho il ricordo di un disagio che proveniva dal fatto che, appena finito di mangiare, si doveva partire con il boccone in bocca.
Poi c’era il fastidio del plastron inamidato sullo stomaco; inoltre io, essendo il personaggio meno importante, dovevo stare dietro a tutti tirando il collo per vedere qualcosa.
Negli intervalli si andava a pavoneggiarsi nel foyer.
Una sera un amico si fece vedere nel foyer portando sotto braccio un gibus, quello che i francesi chiamano anche chapeau claque: è un cilindro con una molla che permette di appiattirlo fino alla tesa.
In Via Carlo Felice il camiciaio Devoto mi disse che nelle sere in cui al Teatro c’era un veglione il negozio restava aperto tutta la notte e i bellimbusti venivano durante la festa a mettersi un colletto nuovo.

Via Carlo Felice

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

I colli degli abiti da sera erano molto difficili da stirare in casa e per le grandi occasioni si comprava un colletto nuovo.
Le persone austere e qualche elegantone portavano la bombetta non solo con l’abito da cerimonia ma anche abitualmente, il suo uso finì quando io ero ragazzo.

Circonvallazione a Mare

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Prima della guerra avevo anch’io lo smoking bianco, era di un tessuto di seta operata di cui non ricordo il nome.
Ricordo che lo inaugurai quando aprirono il ristorante del Grattacielo ma ebbi pochissime occasioni d’indossarlo.
C’era anche il bolero, o spenser tipo Academista ma era usato da pochi, gli inglesi lo chiamano Monkey Jacket.
Con l’abito da sera si portavano le scarpe di pelle glaceé, c’erano anche degli scarpini scollati detti pumps ma io non li ebbi mai.

Acquasola

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Da ragazzo io dormivo con la camicia da notte che oggi sembra comica ma in realtà era comoda perché lasciava il corpo libero.
In occasione di un viaggio per mare con uno dei vapori Mamà mi fece fare alcuni pigiami, in principio mi pareva di dormire vestito, poi mi abituai.
C’è un vecchio detto: la Bella Époque era bella ma scomoda.

Circonvallazione a Mare (2)

Cartolina appartenente alla Collezione di Stefano Finauri

Cose che piacevano ai nostri nonni

Il vetro antico, a volte, può essere spesso e opaco.
E così se guardi attraverso quel vetro vedrai gli anni trascorsi, il tempo perduto, le cose che non sono più e quelle che ancora si conservano.
Una bottiglia, si potrebbe usare per inviare un messaggio, basterebbe posarla sull’acqua, dappima galleggerebbe incerta e poi inizierebbe il suo avventuroso viaggio.
Una bottiglia così secondo me potrebbe giungere in un’altra epoca, tra le mani di chi l’ha posseduta.
Una bottiglia.
Intatta, adesso, dopo settimane, mesi, stagioni ed anni.

Bottiglia

Si trova esposta nella vetrina del tappaio Luico, un negozio dalla storia antica che vi ho già raccontato in questo post, se non la conoscete ne resterete affascinati.
E ho pensato che meritasse di essere protagonista per un giorno, la piccola bottiglia non è in vendita e viene giustamente conservata come un tesoro prezioso.
Cose che piacevano ai nostri nonni, cose che piacciono a me.

Salita Santa Caterina: monache e flagellanti, patrizi e bottegai

Salita Santa Caterina, una via sospesa tra due mondi, da una parte i caruggi, dall’altra l’ottocentesca Via Roma.
Oggi strada di bei negozi e del passeggio, la salita ariosa assai frequentata dai genovesi ha una storia lontana.

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La via fu un tempo un boschetto sacro, questo è il significato del latino Luculus dal quale deriva la denominazione della nostra Via Luccoli che nel 1127 costituiva insieme a Salita Santa Caterina un’unica strada che giungeva fino a Soziglia.
E poi vennero tempi duri, i genovesi furono costretti a difendersi dal nemico e nel 1155, con l’alacre concorso di tutto il popolo, furono erette le possenti Mura del Barbarossa, in cima alla nostra Salita fu edificata la Porta di Murtedo, così la zona divenne Contrata a Porta Murtedi.

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Mutò nuovamente nome nel 1272 e fu chiamata Salita di San Germano in onore di una chiesa che lì si trovava.
Le strade della città seguono spesso i percorsi della fede, così è stato anche per questa via che fu intitolata a Santa Caterina nei primi anni del ‘300, in quanto lì c’era un monastero dedicato a Santa Caterina d’Alessandria d’Egitto.
Strada di Rolli e di dimore nobiliari, nell’atrio del Palazzo di Giorgio Spinola trionfa uno splendido ninfeo.

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Portali scolpiti magnificamente, affreschi e stucchi: nel primo tratto, salendo da Piazza Fontane Marose, per ammirare i dettagli delle facciate occorre tirare la testa indietro, sono le impervie prospettive di Genova che rendono questa città così affascinante.

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E poi guardate il cielo, sempre.

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Salita Santa Caterina (6)Nel palazzo di Tommaso Spinola lavorarono Andrea Semino e Luca Cambiaso.

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E poi entri nel portone e tutto è bellezza e meraviglia.

Salita Santa Caterina (10)

Salita Santa Caterina (10a)

Strada di angeli che reggono cartigli.

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Dolce salita crocevia di sestieri.
Se vi fermate all’altezza di di Piazza della Rovere vedrete le targhe relative a quelli di  Molo, Maddalena e Portoria, quest’ultima si trova a fianco della Madonna della Misericordia che veglia sul cammino dei passanti.

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Strada di devozione di popolo, sempre.

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Strada che si apre e diviene più ampia e luminosa.

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Strada di patrizi e di pie monache, ma in Salita Santa Caterina un tempo avreste potuto incontrare anche gli incappucciati, sapete?
Oh, non spaventatevi!
Sono i disciplinanti di San Giacomo delle Fucine che un tempo avevano qui il loro Oratorio sorto per merito di un generoso tintore di nome Giovanni Clavarino che nel 1419 donò i denari necessari per la costruzione dell’edificio.
Fermatevi nei pressi di questo palazzo, come potrete notare anche qui ci sono finestre dipinte, ora sapete  perché!

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Attualmente l’Oratorio non esiste più ma se prestate attenzione potrete ancora incontrare i membri della confraternita, la loro immagine si trova su un’antica lapide sita sopra al civico 21 r.

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Sul marmo si legge una data, 1574, c’è una croce e si distinguono le figure di due disciplinanti, entrambi incappucciati: uno ha un braccio alzato in un gesto ieratico, l’altro stringe in mano il flagello.

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E prima che me lo chiediate, sorvoliamo sui fili elettrici a vista, che dispiacere trovarli così!
Strada che diede i natali ad illustri personaggi che poi trovarono il loro destino altrove.

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E mentre camminate soffermatevi ancora davanti a questo edificio.

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Qui nel 1854 nacque Giacomo della Chiesa destinato a divenire Papa con il nome di Benedetto XV, un’epigrafe ricorda la sua nascita.

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La salita nella sua parte superiore è più ampia e luminosa, lì un tempo c’era il ponte dell’Acquedotto che venne abbattuto per lasciar spazio ai fasti di Via Roma.
Strada di belle vetrine e di negozi eleganti, ma com’era nel passato?
I negozi sono lo specchio dei tempi, sfogliamo insieme la guida Pagano del 1926 dove troviamo l’elenco degli esercizi commerciali dell’epoca.
C’era la bottega di pizzi e ricami delle sorelle Zelano, immagino che le fanciulle in età da marito venissero qui per arricchire i loro corredi!
C’era Valentino Villa che vendeva vini e il droghiere Rondanina.
E poi ancora una sartoria e un fabbricante di guanti, una teleria e una merceria.
E c’era una gloriosa istituzione genovese: il tappaio Luico, fabbricanti di turaccioli dal 1855.
Tuttora esiste questo bel negozio, in vetrina esibisce tappi di sughero, bottiglie e corde.
E se non ci siete mai entrati vi consiglio di farlo, troverete persone orgogliose della propria storia famigliare, del loro negozio ho già parlato in questo articolo.

Luico (12)

Una città, una strada e le tracce del suo passato glorioso.
E vi porto con me a una serata di gran gala, al 28 dicembre 1869.
Accomodatevi in sala, ci sono tutte le grandi personalità della città e che eleganza sfoggiano le signore!
Si scorgono abiti sontuosi e acconciature regali, il pubblico è in trepidante attesa: si inaugura la Sala Sivori.
E’ un evento musicale di grande rilievo in questa sala che diverrà cinematografo, verranno proiettati qui i primi film frutto della geniale invenzione dei Fratelli Lumière, in tempi più recenti diverrà poi il cinema Palazzo.
Ma questa è la sera del primo spettacolo, in sala si bisbiglia, c’è una certa impazienza.
Il concerto si apre con l’orchestra che esegue in maniera mirabile un’armoniosa sinfonia, poi la platea ascolta con grande interesse il discorso tenuto dal Marchese d’Arcais, un’ampia dissertazione che verte sui differenti generi musicali e sulla necessità di valorizzare la cultura musicale.
E giunge infine il grande momento.
Sul palco, con il suo violino, sale il celebre allievo di Niccolò Paganini, Camillo Sivori, a lui è dedicata la sala.
E le note di Mendelssohn affascinano e trascinano gli spettatori, tutti i presenti ascoltano in silenzio.
Accadde qui.
Nella strada delle monache e dei flagellanti, dei patrizi e dei bottegai.
Nella salita che un tempo fu un boschetto.

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