Una cartolina da Rondanina

I monti accolgono Rondanina, nell’abbraccio caloroso della valle che protegge le sue case, i suoi abitanti, il loro sonno, il loro lavoro.
Le cime degli alberi ondeggiano, a volte sconquassate dal vento e da un temporale improvviso che poi rapido svanisce lasciando il posto al sereno e ad un chiaro arcobaleno che attraversa il cielo.
Il verde è acceso nel tempo d’estate, le galline scorrazzano nei cortili e gli animali sono al pascolo, si taglia la legna per l’inverno, la si mette da parte per le notti gelide e le giornate brevi.
Le stagioni in questi luoghi hanno ancora tutti i loro colori naturali e se vivi in una città, invece, accade che tu non ti accorga del loro variare.
L’autunno ha i toni caldi della terra e degli alberi che arrossiscono, l’inverno bianco ha il cielo di ghiaccio, la primavera ha le note tenui dei primi fiori, l’estate sboccia in un trionfo di tinte.
Così è anche a Rondanina.

In un tempo diverso, più distante, lento e laborioso, anche allora, i monti racchiudevano il piccolo paese dell’alta Val Trebbia e i suoi cuori palpitanti.
Si lavorava negli orti, con fatica e sudore.
Si faceva il fieno, su certi sentieri sassosi passavano certe minuscole anziane signore con monumentali balle di fieno caricate sulla schiena, da bambina rammento di averne vedute anche io, a Fontanigorda.
Si saliva lassù, lungo quei vertiginosi tornanti, magari a dorso di mulo.
C’erano certi attrezzi ingombranti, nelle cucine.
Si raccoglievano le erbe profumate, si sfornava il pane fragrante, si preparavano ottimi ravioli, magari in certe particolari circostanze.
Ogni gesto, ogni istante della giornata era regolato sui ritmi della natura e delle stagioni.
Era una vita più semplice, più difficile, più lenta e complicata, più laboriosa, era la storia di uomini e donne con profondi legami con la loro terra.
E c’erano poche case, a Rondanina.
Tendine bianche alle finestre, tovaglie a quadretti e mele selvatiche per fare la marmellata.
Lungo i sentieri, ai margini del bosco in questa stagione spuntavano i crochi e le prime primule, come ancora adesso accade in quei luoghi.
I tetti rossi del paese brillavano al sole, il campanile segnava le ore, i galli cantavano al levar del sole.
E tutto seguiva il ritmo naturale dell’universo.
Era un tempo che ho immaginato così, impigliato nel bianco e nero di un’antica cartolina della nostra Rondanina.

Un giorno a Torriglia

Era un giorno del 1906 a Torriglia, amata località dell’entroterra genovese.
Era un giorno di una stagione perduta, di una memoria da conservare, era un giorno di un tempo scandito dai battiti del cuore, un giorno in famiglia.
Era un giorno di sorrisi semplici e sinceri.
Era un giorno del 1906 a Torriglia.

Un tempo trascorso in un luogo caro, in famiglia.

Si scorgono sui volti di queste persone tratti comuni e somiglianze: si cresce insieme, si diventa grandi, si sorride davanti al fotografo.
La moda, ah la moda, vezzo di signore e signorine anche in quell’epoca!
Una giovane sfoggia un bel soprabito a quadretti, l’altra porta una camicia raffinatissima della quale vorrei saper indovinare i colori.

Sorride, felice e spontaneo, il piccolo di casa.
Ha gli occhi che brillano, solo i bambini hanno gli occhi così.

Era un giorno del 1906 a Torriglia.
È rimasto, come altri instanti, impresso ed impigliato nella fragile bellezza di una fotografia.
Il tempo è trascorso e questi sguardi, invece, ancora restano anche nel nostro tempo.

Certe eleganze a Torriglia nel 1906

Correva l’anno 1906 nella ridente Torriglia, località dell’entroterra genovese ben nota ai miei concittadini e meta prescelta da molti per la villeggiatura.
Là si trovarono, in certi giorni di un tempo felice, alcune giovani donne, due sono le fotografie nelle quali sono rimasti impressi i loro volti.
E quanta eleganza!
Chiome raccolte, piccoli orecchini ai lobi, pizzi raffinati e un abito a pois.

E poi l’austero portamento della signora più adulta in scuro, accanto a lei la giovane donna sorride con l’espressione serena, anche lei porta un cappello a dir poco favoloso e il suo vestito è tutta una raffinatezza di pizzi e leggerezze.

Dolce è il tempo a Torriglia, tra il verde dei prati e la ricchezza dei boschi.
Si resta vicine, davanti allo steccato, per fare la fotografia e quanta grazia femminile in questa posa: il candore degli abiti, le maniche a sbuffo, la gonna con le balze, la garbata compostezza tipica di quel tempo.

E poi ancora, la signorina ha un fiocco che morbido cade sul suo petto, un fiore vistoso sul cappello, gli occhi grandi e chiari, l’espressione sognante e i tratti leggiadri.

Alle sue spalle c’è chi non si cura troppo del fotografo: c’è da lavorare di buona lena, le dita si muovono svelte e la concentrazione non manca.
Luccicano gli anelli e i piccoli gioielli che sono ornamento gradito a questa signora e anche lei, come potete notare, porta un cappello all’ultima moda.

Sono le ricercate eleganze di un tempo distante e sono state così catturate dal prodigio di due fotografie.
Accadeva nel lontano 1906 a Torriglia.

Tanti auguri a me!

Oggi è il giorno del mio compleanno e allora tanti auguri a me!
Come sempre, poi, scrivo su questo mio blog qualche parola perché qui, in questa mia casetta, ci sono tanti amici reali e virtuali e mi piace condividere con tutti voi la mia festa, questo giorno è per me sempre una bella occasione per ringraziarvi della vostra presenza, dei vostri apprezzamenti e delle belle parole che sempre mi scrivete.
E poi in questa giornata mi regalo anche la delicata bellezza di una rosa sbocciata nel tempo d’estate a Fontanigorda.
Cin cin, amici, buon compleanno a me!

Ciao, mia bellissima Fontanigorda

E così è venuto il tempo di partire.
L’estate è volata via e con lei le giornata calde, i fiori sbocciati e le farfalle leggere, anche le rondini si apprestano a lasciare questi luoghi.
Saluto i miei prati, i miei boschi, quei tetti di tegole rosse sui quali poso lo sguardo dalla mia finestra, saluto il suono delle campane della chiesa e le finestre aperte, il muretto in paese e i daini, i gatti, gli scoiattoli e le molte meraviglie di questo posto a me tanto caro.
Ciao mia bellissima Fontanigorda, grazie di avermi regalato ancora una volta il tuo abbraccio e tutte le tue bellezze.

Di nuovo Blu

Ed ecco di nuovo Blu, il maestoso gatto nero che tante volte ho fotografato nel corso dell’estate.
È sempre lassù, sul suo terrazzino, tra i suoi rigogliosi fiori rossi.
In equilibrio sulla sua ringhiera, ora il clima è ancora tiepido e così Blu si gode il sole di questo scorcio estivo ammirando il panorama.
In inverno, mi hanno detto, Blu se ne sta a casa al calduccio e da dietro i vetri osserva quel che accade, vede le foglie cadere e poi la neve scendere, in attesa di una nuova estate.
Adesso è ancora là, tra i gerani, in tutto il suo felino splendore.

Ed è settembre

Ed è settembre.
Così è giunto il mese che dall’estate ci conduce all’autunno.
Settembre porta soffi di vento fresco e nuvole vaghe, le giornate sembrano già più brevi e incerte, la luce svanisce più in fretta e le ombre di questa stagione scendono sui boschi e sui sentieri.
Settembre fa cadere le foglie ai piedi degli alberi, ai bordi delle strade ed è ancora, di nuovo, tempo di nostalgica dolcezza.
Ed è settembre, benvenuto a te, tempo di nuove sfumature e di diverse sensazioni.

Il tempo delle more

Arriva, nell’ultimo scorcio d’estate, il tempo delle more.
Meraviglie selvatiche, ultime tra i frutti di bosco a donare la loro deliziosa dolcezza, piano maturano e a breve sarà tempo di gustarle.

Le more, in luoghi difficili e impervi.
Le more, raccoglierle è una bella sfida, poi a volte accanto alle more si trovano le ortiche e allora i guai sono doppi.
Nei ricordi d’infanzia di ognuno di noi le more sono mani dolcemente macchiate e poi qualche graffio qua e là perché non è poi così semplice eludere quelle loro spine, specialmente quando si è piccoli e si ha fretta di mettersi un bocca una mora bella succosa.

Le more, alcune ancora devono maturare e così sui rami si ammirano diverse sfumature di frutti.

E poi, in ogni stagione della vita, le more sono sempre state per me una sorpresa.
Saranno già buone?
Saranno ancora aspre?
O forse no, vanno già bene!
Bisogna assaggiarne una e il gioco è fatto, ma fino a quel momento non puoi sapere se sia proprio già il tempo delle more.

Il tempo delle more porta con sé una certa inevitabile nostalgia per l’estate che lentamente declina mentre le giornate si fanno più fresche.

Mentre la natura segue i suoi ritmi, istante dopo istante.
E ai margini del bosco, tra sole e ombra, così si svela il tempo delle more.

I cavalli di Lucio

Questi sono i cavalli di Lucio, sul prato verde nel cuore dell’estate, era una bella mattina di luglio e i colori erano così brillanti e lucidi come sempre accade in questa stagione.
E i due cavalli se ne stavano là, quieti sull’erba.

Con la loro bellezza regale e con quell’eleganza che li contraddistingue.

Ed era molto caldo, il cavallo nero ad un tratto si è sdraiato ed è rimasto un po’ lì.

Poi si è tirato su con una certa baldanza.

Meglio garantirsi un posto all’ombra e la tanto agognata frescura: così svelti, agili, eleganti e leggeri.

Tra il verde dei cespugli e di quel prato rigoglioso.

Con tutta loro leggiadra e fiera bellezza.

E così hanno trovato riparo all’ombra dei rami generosi di un albero e sono rimasti inconsapevoli protagonisti di questa cartolina da Fontanigorda, in un caldo giorno d’estate.

La legna per l’inverno

Mettere da parte la legna per l’inverno.
In cima alla scale, dove cresce il rosmarino odoroso, là dove c’è quello steccato.
Mettere da parte la legna per l’inverno, per quando scenderà copiosa la pioggia e la nebbia fluttuerà sulla valle, per la stagione delle giornate brevi e del tempo gelido.
La legna arderà nella stufa, mentre fuori candida cadrà la neve.
Mettere da parte la legna per l’inverno è la chiara metafora di certe nostre azioni che sanno renderci la vita più lieve.
Leggere un bel libro, osservare un panorama, ridere forte in compagnia di qualcuno che amiamo, scoprire un posto nuovo, svagarsi nella natura, ascoltare una musica che rilassa e fa sognare: tutto questo è “mettere da parte la legna per l’inverno”, secondo me.
Si conserva negli occhi, nella memoria e nella mente qualcosa che ci ha reso felici e soltanto riviverlo o ricordarlo può donarci ancora nuova serenità.
Anche se fuori nevica, la legna brucia e un caldo tepore si diffonde così nelle stanze della nostra vita.
Può essere un verso di una poesia, la fotografia di un viaggio, una melodia cara, una piccola cosa che al momento magari ci pareva insignificante.
E possiamo essere così grati a noi stessi per essere stati così saggi da saper mettere da parte la legna per l’inverno.