Re Carlo I, Enrichetta Maria e i loro bambini raccontati da Van Dyck

È una famiglia reale e potrete incontrarla recandovi a visitare la mostra Van Dyck l’europeo allestita a Palazzo Ducale di Genova fino al 19 Luglio prossimo e curata da Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen.
Il sovrano d’Inghilterra Carlo I e la sua consorte Enrichetta Maria vennero così ritratti da Antoon Van Dyck tra il 1632 e il 1633, il dipinto fa parte della collezione del Castello Arcivescovile di Olomuc in Repubblica Ceca.

Ogni volta che osservo un quadro sorge sempre in me la curiosità di conoscere l’età delle persone ritratte: la percezione del tempo e dell’età, a mio parere, racconta molto di noi e di coloro che ci hanno preceduto.
E qui, in questo dipinto, il sovrano immortalato con solennità e con il nastro blu dell’Ordine della Giarrettiera, è un giovane di 33 anni.

Enrichetta Maria, con la sua grazia lieve, è una ragazza di appena 24 anni.
È figlia di Enrico IV di Francia e di Maria de’ Medici e il matrimonio, avvenuto nel 1625, è dapprima abbastanza complicato ma con il tempo i rapporti tra i due sposi diverranno più sereni e distesi.

Van Dyck, artista molto apprezzato dal sovrano, fu a lungo a Corte e oltre a diverse altre opere realizzò per il re questo ricercato dipinto come di consueto ricco di raffinati simbolismi.
Alle spalle del re ci sono i simboli del suo potere.

Un bracciale prezioso brilla sulla pelle diafana di Enrichetta Maria e tra le dita sottili di lei si nota un ramoscello di ulivo, emblema di pace.

E a unire due destini è una corona di alloro che rappresenta gloria e trionfi.

Un legame consolidato poi dalla nascita di diversi figli e anche da molti lutti, come sovente accadeva in tempi lontani.
Alla mostra è esposto il ritratto dei tre figli maggiori di Carlo I e Enrichetta Maria.
E Van Dyck. ancora con la suo impareggiabile maestria, ci racconta quell’infanzia dorata, l’opera risale al 1635 ed è parte della Collezione dei Musei Reali di Torino.

Il dipinto venne commissionato da Enrichetta Maria come dono destinato a sua sorella Cristina di Francia.
E in quel 1635 ecco i tre piccoli principini: Carlo ha cinque anni, Mary ne ha quattro e Giacomo ne ha appena due.

Il più grande dei tre salirà al trono con il nome di Carlo II.

Van Dyck pone accanto a lui un cane, simbolo della fedeltà alla corona.

La piccola Mary con il suo abito prezioso porta tra i boccoli biondi alcuni fiori che, come sempre si apprende alla mostra, rappresentano purezza e nuove alleanze.
Accanto a lei c’è Giacomo: anche lui diverrà re, sarà sovrano dopo la morte del fratello e sarà Re Giacomo II.

Il piccolino tiene tra le manine una mela simbolo della sua innocenza.

E nei dettagli si scorge tutta una ricchezza di pizzi, nastri, broccati e tessuti favolosi in una sontuosa e magnifica eleganza.
E un particolare suscita in me un senso di tenerezza: il piccolo Giacomo è in piedi su un gradino e così, con questo semplice trucchetto, con la dolcezza dei suoi due anni arriva a essere alto come sua sorella che ha il doppio della sua età!
Van Dyck pensava proprio a tutto, non c’è che dire.

A terra, sul tappeto dai contrasti blu e vermigli, giacciono alcune rose delicate e fragili proprio come sono caduche tutte le cose terrene.

Il Sovrano era un convinto sostenitore del diritto divino del re e durante il suo regno entrò presto in conflitto con il Parlamento inglese, seguirono anni tempestosi e difficili culminati con la Guerra Civile Inglese e con l’esecuzione del Re.
In questo frammento di vita fermato nel tempo dal talento di Van Dyck Re Carlo ed Enrichetta Maria sono ritratti in una bucolica quiete e nulla lascia prevedere le fosche ombre gli eventi futuri.
Tutto è armonia, grazia e bellezza.

Accanto a loro, in questa sala di Palazzo Ducale, i loro tre primi figli.
Una famiglia idealmente riunita in occasione di una mostra straordinaria che alza il velo sull’aristocrazia di quel tempo vissuto da Van Dyck e del quale egli fu testimone e abile narratore.
Con il suo sguardo ci ha fatto conoscere i volti che ha incontrato, la grazia dei piccoli reali e la loro innocenza, portando anche noi in quel tempo che, grazie a lui, riusciamo ancora ad ammirare.

22 Giugno 1805: nasce a Genova Giuseppe Mazzini

Oggi è il 22 Giugno ed è il suo giorno: nasceva in questa data Giuseppe Mazzini, il più celebre patriota e uno dei più illustri figli di Genova, essere nati nella sua stessa città dovrebbe renderci fieri di essere suoi concittadini e io lo sono sinceramente, ormai lo sapete.
In questo giorno da ricordare vi porto con me in Via Lomellini, davanti alla casa natale di Mazzini e oggi sede del Museo Risorgimento e Istituto Mazziniano dove si custodiscono opere d’arte e cimeli del Risorgimento e della storia d’Italia.

Il portale marmoreo è riccamente decorato e si lascia ammirare per la bellezza dei fregi e delle figure.

E trovandovi qui, prima di salire le scale della dimora per visitare questo importante museo genovese, vi invito ad alzare lo sguardo verso quel marmo dove si leggono alcune parole in lingua greca delle quali di seguito vi riporto la traduzione.

Ὁ βίος βραχύς ἡ
La vita è breve

δὲ τέχνη μακρ
l’arte è lunga

La frase è una citazione di un aforisma di Ippocrate e naturalmente si riferisce alla caducità della vita in contrasto all’importanza dell’opera dell’uomo che ha la possibilità di perdurare e di essere maggiormente valorizzata passando di generazione in generazione, superando così il tempo terreno e il suo limite.

E Giuseppe Mazzini, genovese, la sua traccia nel mondo libero l’ha lasciata.


Giuseppe Mazzini nella maturità
Illustrazione tratta da Della Vita di Giuseppe Mazzini di Jessie White Mario
Volume di mia proprietà

In questa strada che lo vide ragazzo e poi giovane uomo, sempre animato da ideali che mai lo abbandoneranno.

Qui, dove si leggono il suo nome e la sua data di nascita.

In Via Lomellini, nel luogo nel quale si celebrano la sua grandezza e i suoi ideali.
In questo 22 Giugno, buon compleanno, caro Fantasio!

I fratellini Giustiniani Longo e lo sguardo di Van Dyck

Sono tre fratellini e la loro grazia ingenua è stata catturata dal talento di Antoon Van Dyck che li ritrasse con maestria durante il suo soggiorno genovese tra il 1626 e il 1627.
Sono tre fratellini e appartengono a una nobile famiglia che diede alla Repubblica dogi, condottieri e notabili: loro sono Alessandro, Vincenzo e Francesco Maria Giustiniani Longo.

Il quadro fa parte della collezione della National Gallery di Londra ed è eccezionalmente esposto a Genova fino al 19 Luglio alla mostra Van Dyck l’europeo allestita a Palazzo Ducale e curata da Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen.
Si è a lungo erroneamente ritenuto che i tre bambini fossero membri della famiglia Balbi, in quanto l’opera apparteneva alla quadreria di questa nobile famiglia cittadina ma una straordinaria scoperta ha reso ai tre fratellini la loro vera identità.
Infatti Anna Orlando, storica dell’arte e curatrice di questa splendida mostra, ha compiuto un’appassionata e approfondita ricerca d’archivio che le ha consentito di riconoscere in questi visetti i tre fratellini Giustiniani Longo.
Committente dell’opera fu probabilmente il nonno Alessandro Giustiniani Longo, anch’egli ritratto da Van Dyck così come la sua consorte Leila.

E così oggi, nella nostra e nella loro Genova, sono tornati tre bambini che calcarono le stesse strade che anche noi attraversiamo.
Abbigliati con fasto principesco, indossano abiti impreziositi da broccati, pizzi, passamanerie, velluti e fili dorati.
Il più grande, Alessandro, sfoggia un’ingombrante gorgiera.

Ha un abito ricchissimo dalle finiture ricercate, in un contrasto potente di argento e rosso.

Regge il cappello piumato e alla vita porta una spada.

I boccoli biondi incorniciano il visetto paffuto del secondogenito Vincenzo che, con un gesto affettuosamente protettivo, tiene una mano posata sulla spalla del piccolo Francesco Maria.

Van Dyck con le sue sapienti pennellate ci racconta così un mondo e i suoi sfarzi sontuosi, Vincenzo indossa un abito scuro con gli alamari dorati, il piccolo di casa ha invece una veste dalla vivace tonalità di rosso.

E si coglie un’armonia perfetta nella gestualità e nei movimenti delle mani dei tre fratellini.

E c’è un’assenza che, silenziosamente, diviene presenza viva e memoria.
Sempre grazie alle minuziose ricerche di Anna Orlando è stato infine decifrato il messaggio che Van Dyck dipinse ponendo un fragile uccellino tra le ditina di Francesco Maria.
Quella creaturina è così raffigurata per rappresentare il quarto fratellino, il piccolo Luciano troppo presto deceduto ma mai dimenticato.
E l’assenza diventa presenza.

Simboleggiano il lutto anche i corvi scuri che occupano un gradino della scala.

Van Dyck consegnò ai posteri la memoria di tre bambini, posò su di loro il suo sguardo e li immortalò nella leggiadria dolcezza dell’infanzia.
Una studiosa ha saputo leggere questo dipinto in una maniera unica, restituendo così agli occhi del mondo i nomi e i volti di Alessandro, Vincenzo e Francesco Maria Giustiniani Longo.

La mostra allestita a Palazzo Ducale riunisce a Genova 60 capolavori di Van Dyck provenienti dai più importanti musei del mondo, in queste tele troverete molti bambini: sono nobili e figli di sovrani, sono angioletti e rappresentano a volte metafore di stagioni della vita, sono gioiosi putti che si librano leggeri nell’aria con sublime armonia.
E nella cornice della loro città, nel luogo che li vide nascere e muovere i primi passi sono tornati anche loro: i fratellini Alessandro, Vincenzo e Francesco Maria Giustiniani Longo.

Torriglia: ad Aldo Gastaldi, il grande Partigiano

A Torriglia, rinomata località dell’entroterra ligure e nel passato scenario di vicende partigiane, si conserva la memoria di uno uomo che fu figura cardine e guida del movimento partigiano a Genova.
Il suo nome è noto e celebrato: Aldo Gastaldi, detto Bisagno.

E le parole tramandate nella pietra sono scritte in ricordo di lui e delle sue gesta sul monumento commemorativo collocato in questa piazza a lui dedicata.

Sotto il sole che scalda la Val Trebbia vive così, ancora forte e potente, la memoria di Bisagno e di coloro che lo seguirono nella strenua lotta partigiana compiuta con coraggio in questi boschi e in questa valle.

Con un profondo senso di gratitudine e di stima per i partigiani.

Bisagno, grande partigiano e Comandante della Divisione Cichero, come molti suoi compagni non visse la stagione di libertà e democrazia che egli stesso aveva contribuito a realizzare per la nostra nazione, cadde infatti il 21 Maggio 1945.

Rimane a noi la memoria di lui e dei suoi compagni.

Se vi recate a Torriglia cercate anche voi il luogo nel quale si ricorda la grandezza di Aldo Gastaldi, detto Bisagno, il grande Partigiano Comandante della Cichero.

Il Monumento ai Caduti di Voltri di Vittorio Lavezzari

Questa è la storia di un monumento perduto opera di Vittorio Lavezzari, artista di grande talento e autore di numerose suggestive sculture site al Cimitero Monumentale di Staglieno.
Realizzato a metà degli anni ‘20 e collocato in Piazza Gaggero a Voltri, il monumento celebrava il sacrificio di molti giovani voltresi mai più ritornati alle loro case dopo la I Guerra Mondiale.

Nelle straordinarie immagini che completano questo post potete vedere il bozzetto originale dell’opera, una preziosità della quale è proprietario l’Ingegner Vittorio Lavezzari, nipote del celebre scultore e qui lo ringrazio per avermi contattata e per avermi inviato tutte le fotografie di questo post che mi permettono di mostrarvi il lavoro del suo illustre nonno.

Lavezzari effigiò nel bronzo la drammatica figura di un soldato che in una mano regge una tagliente spada e nell’altra uno scudo.

È una figura intensa e potente, carica di drammaticità e di tensione rese ancor più percepibili proprio grazie alla postura del giovane soldato.

Nel 1941 l’opera di Vittorio Lavezzari venne inclusa nella campagna “bronzo alla patria” durante la quale molti monumenti vennero rimossi e fusi, il loro bronzo fu utilizzato poi per realizzare armamenti.
Così Voltri perse il suo monumento ai caduti, al posto di esso oggi è ivi collocata una scultura astratta di un diverso autore.
Rimane sul basamento la firma di Vittorio Lavezzari e l’opera dello scultore ancora si ammira grazie a questo bozzetto.

Così si stagliava nel cielo di Voltri la tragica figura del soldato pensata e realizzata dall’ingegno di Vittorio Lavezzari.

Dettaglio da cartolina di proprietà di Vittorio Lavezzari

21 Maggio 1848: Vincenzo Gioberti a Genova

Ritorniamo ai tempi del fervore patriottico, ai giorni di primavera del 1848 durante i quali si attende con trepidazione un illustre visitatore: Vincenzo Gioberti.
Pensatore, teologo, sacerdote e patriota, Gioberti ricopre in quel momento l’incarico di Presidente della Camera dei deputati del Regno di Sardegna, è un protagonista del suo tempo e della nostra storia e in quelle ore genovesi l’imminenza del suo arrivo in città accende i cuori e riscalda gli animi.
È il 20 Maggio quando si riceve la conferma che egli giungerà ad ore nella Superba: si chiudono le botteghe, una fiumana di gente si dirige verso la porta dalla quale si crede che entrerà Gioberti, le mura della città si coprono di manifesti con la scritta Viva Gioberti!
Tutti rimangono ad attenderlo fino a tardi e il nostro infine si palesa a notte fonda: a bordo di una carrozza scortata dalla Guardia Nazionale giunge così all’Hotel Feder in Via al Ponte Reale.
E tutto attorno c’è un gran trambusto, la gente si accalca tra grida di giubilo, i genovesi alle finestre e ai balconi osservano con fiera partecipazione.

La mattina dopo lo aspetta ancora una folla e una calca di gente, Gioberti si affaccia più volte dal balcone della sua camera d’albergo e ringrazia i genovesi per la calorosa accoglienza, naturalmente egli riceve in modi diversi anche tutti gli onori dalle varie autorità cittadine.

Tra i suoi recenti trascorsi Gioberti annoverava anche l’esperienza del carcere: nel 1833 era stato infatti arrestato come cospiratore mazziniano e in quella circostanza aveva condiviso la cella con un certo Grondona.
Grondona, al tempo della visita genovese di Gioberti era Maggiore della Guardia Nazionale e così non mancò certo di palesarsi ai suoi occhi, riportando alla memoria di Gioberti quei giorni difficili: narrano le cronache che i due si abbracciarono, in un istante di autentica commozione.
La mattina di domenica 21 Maggio, dove aver partecipato alla messa, Gioberti si recò a compiere una visita particolare: andò infatti a trovare Maria Drago, madre di Giuseppe Mazzini e, anche se le visioni politiche di Mazzini e Gioberti certo non collimavano, l’incontro con l’anziana madre del patriota fu denso di commozione.

Casa natale di Giuseppe Mazzini
Museo del Risorgimento e Istituto Mazziniano

La sera del 21 Maggio in Piazza Caricamento gli venne poi tributato un ulteriore omaggio, la piazza è gremita di folla, l’orchestra e i cori del Teatro Carlo Felice offrono uno spettacolo straordinario e cantano per Gioberti il coro dell’Ernani cambiando alcune parole, invece di pronunciare a Carlo Magno Gloria intonano invece al Gran Gioberti Gloria.
Ho trovato notizie del soggiorno di Gioberti a Genova nel libro di Giovanni Monteleone Storia di un teatro: il Carlo Felice edito da Erga nel 1969, ulteriori diversi approfondimenti sono reperibili in altri testi più antichi e risalenti alla seconda metà dell’Ottocento.
Gioberti lasciò l’Hotel Feder la mattina del 22 maggio, incedendo tra due ali di rappresentanti della Guardia Nazionale.
Le campane suonavano a festa e nell’aria risuonavano i colpi di cannone, gran festa salutò l’illustre ospite.
Giunto a bordo del vapore Lombardo Gioberti volse il suo sguardo verso la costa, dove sventolavano le bandiere tricolori al ritmo della musica suonata dalle bande.
Così accadde in un giorno di maggio del 1848, sotto il cielo di Genova.

La memoria della presa di Porto Pisano

Questa è la memoria di una antica vicenda e di lontani contrasti del tempo delle Repubbliche Marinare.
È il 6 Agosto 1284, giorno nel quale i genovesi si distinguono per il loro valore nella Battaglia della Meloria, a combattere contro i figli della Superba ci sono i pisani.
Al comando della flotta genovese sono due valenti condottieri, Oberto Doria e Benedetto Zaccaria i quali usciranno vittoriosi dalla battaglia e condurranno a Genova un folto gruppo di prigionieri, si dice che fossero più di 9000.
Quei pisani vissero e morirono nella zona ancora oggi nota come Campo Pisano.
I tempi turbolenti non erano però finiti e i dissidi continuarono, perché le condizioni poste da Genova a Pisa non vennero rispettate e nel 1290 i genovesi compirono così una spedizione navale e distrussero il Porto di Pisa.
Tornarono in patria recando il simbolo della loro vittoria: le catene del Porto di Pisa che vennero esposte in diversi luoghi della città.
Restiamo nel passato, tra quelle strade di Genova che non esistono più a causa dei rinnovamenti urbanistici del secolo scorso.
Tra Vico Dritto Ponticello e Via dei Servi c’era un tempo una casa che custodiva quella memoria.
Sulla dimora era collocato un marmo che celebrava la conquista di Porto Pisano, così scolpita nel marmo.

È la memoria di un evento rammentato nei libri di storia.

Sono effigiati nel marmo anche i volti dei pisani sorpresi dall’assalto dei genovesi.

E tutto è vivido, efficace e reale.

Una domanda rimane ancora senza risposta.
Chi visse in quell’antica dimora tra Vico Dritto Ponticello e Via dei Servi?
Chi varcava ogni giorno la soglia alzando lo sguardo verso il profilo del Porto di Pisa?
Il tempo travolge i luoghi e li muta, quella dimora oggi non c’è più.

L’antica scultura è invece custodita al Museo di Sant’Agostino e qui potete ammirarla: è la memoria della presa di Porto Pisano.

Antonio Mosto, condottiero dei Carabinieri Genovesi

Torniamo ai giorni eroici, al tempo in cui si fece l’unità d’Italia e mescoliamoci ancora alla folla tonante dei prodi al seguito del Generale Garibaldi nella sua impresa leggendaria.
Tra quei cuori battenti di patriottismo c’è anche un genovese da tempo dedito all’attività politica: il suo nome è Antonio Mosto ed è nato nel 1824 in una famiglia di commercianti, già dal 1848 è animato da ideali democratici.
Profondamente legato a Giuseppe Mazzini, nel 1852 è tra i fondatori della Società del Tiro Nazionale dove si addestreranno coloro che intendono votarsi alle battaglie per l’indipendenza, qui si troveranno anche i suoi amici Francesco Bartolomeo Savi e Antonio Burlando e poi Nino Bixio e molti altri ancora.
Mosto stesso è un tiratore eccelso e proprio alla Società del Tiro Nazionale nascerà il Corpo dei Carabinieri Genovesi.
Nel 1857 partecipa all’organizzazione della fallimentare spedizione di Carlo Pisacane e mentre il suo amico Savi verrà incarcerato, Mosto sarà condannato a morte come Mazzini ma riuscirà a scappare e a raggiungere l’ Inghilterra dove troverà diversi esuli che condividono i suoi ideali patriottici, quel fervore accompagnerà Mosto per gran parte della sua vita.
Tornerà nella sua Genova e il suo destino seguirà quello del Generale Garibaldi: Mosto addestra i volontari che sono dotati di armi ad altissima precisione e quando giunge il 5 Maggio 1860 è tra le fila dei prodi con i suoi carabinieri.
Da quel passato ascoltiamo la voce di un cronista e attento testimone, Giuseppe Cesare Abba che nel suo volume “Da Quarto al Volturno” così ci ha tramandato il ritratto del giovane Mosto:

“Camminavano adunque i Carabinieri genovesi alla testa della colonna, e innanzi, loro comandante, andava Antonio Mosto, che mostrava più anni assai di quelli che aveva. Barba piena e lunga, portamento incurante di parere, sguardo acuto ficcato lontano traverso gli occhiali a suste d’oro; era qualcosa tra un asceta e un archeologo che da quelle parti andasse cercando ove fu Segesta. Quel che valesse per fegato e cuore, chi non lo sapeva, lo indovinava.”

Antonio Mosto – dettaglio di ritratto di ignoto
Opera esposta a Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano

Accanto a lui il suo amico di una vita intera, un genovese che è tanto caro anche a me:

Al fianco al Mosto e suo luogotenente marciava Francesco Bartolomeo Savi, uomo piuttosto sopra che sotto la quarantina, filosofo e classicista, mazziniano come lui, per altezza di sentire, e austerità di vita uno dei più somiglianti al Maestro.”

Francesco Bartolomeo Savi
Opera esposta a Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano

E ancora, altre parole per tratteggiare il ritratto del nostro eroe:

“Tutti i Genovesi che hanno carabina, forse quaranta, formano un corpo di Carabinieri. Il loro capitano Antonio Mosto chi lo volesse dipingere, è una bella testa di filosofo antico. Di modi e di fisionomia austero, pare uno che abbia fatto penitenza sino ad oggi, per affrettare la resurrezione d’Italia. È conosciuto per coraggiosissimo; e infatti come potrebbe non esserlo, se quei giovani lo tengono per primo?”

Divisa dei Carabinieri Genovesi
Museo del Rosorgimento – Istituto Mazziniano

Con questo sentito fervore questi uomini partiranno per quell’avventura che ci ha lasciato in eredità la nostra nazione.
Antonio Mosto partecipò ad innumerevoli battaglie, da Palermo a Milazzo, con lui il suo corpo dei Carabinieri Genovesi fu vittorioso a Calatafimi e nella battaglia del Volturno, sono molti gli episodi dove figura il suo nome e molti sono i luoghi genovesi nei quali troverete traccia di lui e delle sue imprese.
Entrando nel’atrio di Palazzo Tursi troverete sulla destra una lastra marmorea dedicata alla Società del Tiro Nazionale che si trovava alla Foce e che un tempo era là collocata, su di essa si commemorano i carabinieri deceduti nelle guerre di indipendenza.
Scorrendo quei nomi troverete anche il fratello di Antonio, Carlo Mosto, caduto eroicamente in battaglia.

Un busto dedicato al Colonnello Antonio Mosto è collocato poi a Villetta Di Negro, venne inaugurato nel 1894.

Spostiamoci poi in Via di Vallechiara, così rischiarata dal sole lucente.

Una lapide commemorativa è affissa sulla casa dove visse Antonio Mosto.

La lapide venne realizzata nel 1907, in occasione del centenario della nascita di Garibaldi.
Rammenta ai posteri le gesta di Mosto.

E nella scultura restituisce la tempra e la fierezza di questo patriota.

Non distante da Via di Vallechiara vi è poi il Museo del Risorgimento dove sono custoditi, oltre al ritratto, anche i cimeli della vita di Antonio Mosto.
Una sezione è infatti dedicata ai Carabinieri Genovesi e qui trovate il kepi da carabiniere di Mosto, la sua spada e la sua sciabola.

Sono esposte anche le sue pistole.

Antonio Mosto dedicò gran parte della sua vita all’impegno politico, spendendosi su più fronti e non solo sul campo di battaglia, in uno dei suoi combattimenti riportò anche una grave ferita.
Si spense nella sua città in un giorno d’estate del 1890 e a Genova riposa, nel Cimitero Monumentale di Staglieno a poca distanza dal luogo del sonno eterno di Giuseppe Mazzini.
La sua tomba è purtroppo poco curata e a malapena si leggono le parole scritte in sua memoria che lo celebrano come condottiero dei Carabinieri Genovesi in tutte le pugne per l’unità d’Italia.

Al luogo del suo ultimo sonno sarebbe dovuta maggiore cura.

Fu un genovese coraggioso, prode condottiero di quei carabinieri che portò con sé in nome di un ideale che ardeva nel suo spirito.

Li comandava Antonio Mosto, tutto di Mazzini, uomo non molto sopra i trent’anni, ma che ne mostrava di più: barba piena, lunga, sguardo acuto, ficcato lontano come per guardare se al mondo esistesse il bene quale ei lo sentiva in sè. Quanto al coraggio, era per lui cosa tanto naturale, che non poteva credere vi fosse altri che non ne avesse.

Giuseppe Cesare Abba – Storia dei Mille

Antonio Mosto – ritratto di ignoto
Opera esposta a Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano

A Giuseppe Mazzini

“Ebbi a lottare con il più grande dei soldati, Napoleone.
Giunsi a mettere d’accordo tra loro imperatori, re e papi.
Nessuno mi dette maggiori fastidi di un brigante italiano: magro, pallido, cencioso, ma eloquente come la tempesta, ardente come un apostolo, astuto come un ladro, disinvolto come un commediante, infaticabile come un innamorato, il quale ha nome: Giuseppe Mazzini.“

Klemens von Metternich – Memorie

A Giuseppe Mazzini, nel giorno della sua morte.
22 Giugno 1805 – 10 Marzo 1872

Giuseppe Mazzini
Opera di Giulio Monteverde
Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano di Genova

Pompei

Per essere una cittadina di provincia, Pompei aveva una sua grandiosità. Poteva vantare una basilica, un mercato coperto, vari templi, tutti edifici dai colori brillanti che luccicavano sotto i raggi del sole; inoltre qualche decina di statue di imperatori e di altre personalità locali poggiate su alti piedistalli. … I fruttivendoli offrivano fichi maturi e rosse fette di cocomero. I vinattieri se ne stavano accovacciati accanto a file di anfore rosse ricoperte da nidi di paglia gialla.”

Sono le ore calde di agosto del 79.d.C., tre giorni prima della spaventosa eruzione che devasterà la città campana: in questo breve spazio di tempo si concentra la vicenda umana di uomini e donne protagonisti di Pompei, romanzo edito da Oscar Mondadori e scaturito dalla penna sagace di Robert Harris, giornalista e prolifico scrittore britannico.
È vivace e viva la sua Pompei, è una città di traffici e di commerci, le sue strade sono percorse ogni giorno da decine di persone che ancora ignorano il loro destino.
E tra di loro c’è l’eroe della storia: il suo nome è Marco Attilio Primo ed è un ingegnere al quale è stato affidato il compito di occuparsi dell’acquedotto di Pompei dopo la misteriosa scomparsa di Esomnio, colui che in precedenza ricopriva questo ruolo.
A Pompei che giace inconsapevole all’ombra di una tremenda minaccia accadono fatti inconsueti: muoiono le triglie allevate nelle vasche del ricco liberto Ampliato e tutto attorno c’è un insolito odore di zolfo.

Tenace, indomito e caparbio, Attilio intraprende così la sua avventura che lo porterà a scoprire trame oscure e intrighi intessuti all’ombra del Vesuvio che da lì a poco farà sentire il suo spaventoso ruggito.
Concitato, appassionante e sorretto da un ritmo notevole, Pompei è un romanzo storico nel quale la trama e gli eventi narrati sono delineati sulla base di un’approfondita documentazione e sulla conoscenza della vulcanologia.
Traspare, tra le pagine di questo romanzo, una curata attenzione a proposito degli usi e dei costumi di quel tempo antico con la sua cifra di fascino per noi immutata.

“Le terme non erano un lusso. Le terme erano le fondamenta della civiltà. Le terme erano ciò che elevava il cittadino più umile di Roma al di sopra del barbaro più ricco e rozzo. Le terme educavano alla disciplina dell’igiene, della cura di sé e della rigorosa abitudine.”

Su quali principi si reggeva questo universo? E quali interrogativi poneva ad un uomo profondo e saggio come Attilio?

“La filosofia non gli era mai servita molto. Perché un essere umano doveva ereditare una villa del genere, un altro doveva morire divorato dalle murene e un altro ancora spezzarsi la schiena con quel caldo afoso ai remi di una liburna? C’era da impazzire a tentar di capire come mai il mondo funziona così.”

E questo mondo era abitato da anime diverse: i ricchi arroganti e i poveri schiavi lasciati in balia dei capricci dei loro padroni, i traditori, i leali amici e certe donne coraggiose.
Tra queste pagine, nel rispetto della storia, compare anche il filosofo e scrittore Plinio il Vecchio che al tempo dell’eruzione era realmente il comandante della flotta, Plinio il Vecchio morì in seguito all’eruzione del Vesuvio e la sua fine fu narrata da Plinio il Giovane in due lettere a Tacito.
Drammatiche sono le pagine che vedono proprio Plinio il Vecchio a bordo della sua nave mentre il Vesuvio rovescia la sua potenza di cenere su Pompei senza risparmiare nessuno.
Le pagine dedicate all’eruzione e alle umane reazioni di tutti coloro che si trovarono ugualmente coinvolti in quella tragedia sono efficaci, potenti e scritte con autentica maestria.
Se amate quel mondo antico e le sue vicende, Harris vi porterà per le strade di una città perduta e in quei suoi giorni più cupi, nel tempo che consegnò alla storia il destino di Pompei e dei suoi abitanti.

“Più avanzava più la strada si faceva intasata e più penose apparivano le condizioni dei fuggitivi. Molti erano ricoperti da una patina di polvere, con i capelli arruffati e i volti spruzzati di sangue simili a maschere di morte. Alcuni portavano torce, ancora accese: erano un esercito sconfitto di vecchi imbiancati, di fantasmi che si trascinavano allontanandosi da una calamità che li aveva abbattuti, incapaci perfino di parlare.”