Un giorno

“Ma succederà così anche a te.
Un giorno tu ti sveglierai e vedrai che è una bella giornata, ci sarà il sole e tutto sarà nuovo, cambiato, limpido.
E quello che prima ti sembrava impossibile diventerà semplice, normale.
Non ci credi? Io sono sicuro. E presto.
Anche domani.”

Le notti bianche – Luchino Visconti, 1957
(liberamente ispirato all’opera di Fëdor Dostoevskij)

Fontanigorda, 2 Settembre 2026

La luce della Lanterna

Nella mia stanza, di notte, arriva la luce della Lanterna.
Succederà in molte altre case genovesi, per quanto mi riguarda io ho scoperto questa cosa per me straordinaria quando ero ragazzina in un istante che mi è rimasto impresso nella memoria.
Ero sul letto e ascoltavo la musica di quegli anni là, quando ad un tratto ho visto una luce battere sulla porta chiusa.
Non ci avevo mai fatto caso prima e a dir la verità ci ho messo qualche secondo a capire da dove provenisse quel bagliore, allora poi il faro della Superba aveva un sistema di illuminazione un po’ diverso, non sono in grado di scendere nei dettagli ma ricordo che era più evidente il fascio di luce proveniente dalla Lanterna.
E così, in quella sera incantata, una volta svelato l’arcano ho subito chiamato mamma e papà per mostrare la mia straordinaria scoperta.
In sottofondo ci sarà stata una canzone dei Duran Duran, forse una di Raf o qualche altra hit dell’epoca.
E c’era la luce della Lanterna che inesorabile sfiorava la mia stanza, una cosa bellissima!
Ora poi dovete sapere che generalmente ho l’abitudine di chiudere le tapparelle delle camere da letto abbastanza presto, quindi non mi capita spesso di vedere la luce della Lanterna.
Nelle sere d’estate però, come tutti noi, tengo aperto più a lungo per rinfrescare le stanze.
Era sabato sera scorso, in TV davano Ritorno al futuro, uno di quei film iconici dei nostri anni dorati, non lo perdo mai quando lo trasmettono.
Lo so a memoria ma è un ricordo che ripercorro volentieri, quando vedo Michael J. Fox sfrecciare sullo skate resto sempre strabiliata e penso: ma come vai veloce, Marty McFly!
E così ancora una volta siamo andati insieme nel 1955, abbiamo fatto tutto quello c’era da fare con i genitori di Marty e poi, con la DeLorean di Doc siamo ripiombati dritti nel 1985.
Tutto perfetto, puntuale e impeccabile, sì, è stato facile, quello è uno di quei viaggi nel tempo che riesce sempre a meraviglia, senza sbavature.
Poi, finito il film, sono andata nella mia stanza e c’era la finestra aperta e così ho visto ancora una volta la luce della Lanterna accarezzare la porta e il muro, allora sono uscita in terrazzo a fotografare il porto.
A volte il tempo si riavvolge e sembra ritornare, ancora e ancora.
Come ripercorrere un sentiero che non ricordavi più da dove partisse eppure è sempre stato lì e tu sei di nuovo lì.
Basta un musica, un film, un raggio di luce e tutto si ripresenta, intatto e inesorabile e nemmeno sai come ci sei arrivato.
O forse sì, a dire il vero non ti serve nemmeno il sentiero, per arrivare a quel punto lì!
Ricordate la frase finale di Ritorno al Futuro?

Strade? Dove stiamo andando non c’è bisogno di strade!

Ricordi d’estate degli anni ’70

Quando arriva l’estate il pensiero, inesorabile, scivola nel passato per arrivare a quegli anni ‘70 che mi hanno regalato un patrimonio di ricordi straordinari e preziosissimi.
Noi bambini degli anni ‘70 eravamo semplici e ci divertivamo con poco: ci bastavano una corda per saltare, un elastico o una scatola di perline, la nostra creatività e la vivacità dell’infanzia facevano il resto.
Io ero una bambina felicissima, soprattutto non mi annoiavo mai, avevo sempre qualcosa da fare anche quando ero da sola e questa è una dote che credo di aver conservato nell’età adulta.
Noi bambini degli anni ‘70 desideravamo le cose fortissimo, non saprei come meglio dirlo.
Al martedì, a Fontanigorda, c’era il mercato con il banco dei giocattoli, i due signori che lo gestivano sono rimasti impressi nella mia memoria come i protagonisti di una bella fiaba, arrivavano di mattina presto e sulla piazza allestivano il loro banco con bambole, palloncini variopinti, bacchette magiche e coroncine d’argento per improvvisate fatine di campagna, palloni da calcio e racchette da volano.
E poi, come vi dicevo, noi bambini degli anni ‘70 desideravamo le cose fortissimo e non era mai scontato che poi le avremmo avute: questo forse, in qualche modo, ci ha insegnato ad essere persone migliori.
E allora, in un giorno qualunque di una di quelle estati, ci poteva capitare di volere da matti una semplice confezione di bolle di sapone e di chiederci se la mamma ce l’avrebbe comprata!
E non so descrivere la gioia che provavamo quando poi, alla fine, entravamo in possesso dell’oggetto dei nostri infantili desideri: a quel punto far le bolle di sapone diventava ancor più divertente, potete giurarci.
Quindi, noi che sapevamo desiderare le cose in quel modo fortissimo, naturalmente poi eravamo anche capaci di assaporare la gioia delle nostre piccole conquiste ed è una sensazione che non ho mai dimenticato.
Noi bambini degli anni ‘70 eravamo entusiasti, avventurosi e sempre in movimento.
E avevamo anche le nostre buone abitudini e le nostre debolezze: ad esempio, quei lecca lecca colorati e dolcissimi che ci piacevano tantissimo!
Sì, proprio quei lecca lecca ovali, un po’ trasparenti che se ne stavano tutti allineati nell’espositore in attesa delle nostre golose manine.
Ora, io non so dirvi se ad attirarmi fosse più il colore o il sapore ma io ho sempre avuto un debole per quello all’amarena, era buonissimo e di più non si poteva!
Qualche anno fa, a Fontanigorda, chiacchierando con una cara amica ricordavamo quegli anni e quella delizia succosa e lei, qualche giorno dopo ,si presentò da me con un regalo davvero speciale: i lecca lecca colorati!
Sì, un po’ più tondi di quelli là che mangiavamo da piccoli ma per il resto attraenti, gustosi e invitanti proprio come quelli della nostra infanzia.
E per qualche istante è stato come ritornare indietro ed essere ancora, imprevedibilmente, una bambina degli anni ‘70 in una bella e felicissima estate.

Quindici anni con voi, buon compleanno Dear Miss Fletcher!

Oggi è il 19 Giugno e in questo giorno celebro il compleanno di questo piccolo blog, Dear Miss Fletcher compie oggi 15 anni.
E così siamo nel fiore dell’età e della curiosità, non trovate anche voi?
Girovagando insieme per le strade della Superba e tra le vicende del passato e del presente sono trascorsi tanti anni e se è stato sempre così piacevole scrivere questo blog e condividere con voi le storie e le piccole scoperte lo devo anche a voi che siete lettori partecipi e sempre gentili, quindi grazie di tutto a ognuno di voi!
In questo 19 giugno sboccia qui una semplice margherita cresciuta tra l’erba verde di Fontanigorda e così festeggio con voi le mie paginette, buon compleanno Dear Miss Fletcher!

Tutto sboccia

E intanto, sul terrazzo, tutto sboccia.

Fioriscono i garofani dai toni d’arancio.

Ritornano ancora e ancora le belle e semplici ortensie.

Mi ricordano sempre le numerose ortensie che abitano nei giardini di Fontanigorda e così è una gioia aprire la finestra e vederle nelle loro delicate sfumature.

Tutto sboccia e le verbene gentili regalano fioriture senza sosta.

Dondolano le dolci fuchsie sui rami sottili.

Tutto sboccia, anche la dipladenia che trionfa con i suoi fiori sgargianti.

Tutto sboccia, anche la petunia del deserto che in questi ultimi giorni guardavo con una certa apprensione.
Dove sono i fiori? Quando spuntano? E poi, improvvisamente eccoli!

E ancora ritorna a fiorire, silenziosa e tenace, l’elegante passiflora: all’improvviso, tra le foglie, i suoi doni dalla maestosa bellezza.
È sempre così generosa la natura in questo tempo in cui tutto sboccia.

Libri gialli e ricordi d’estate

Giorni fa parlavo con la mia amica Viv, lei è un’appassionata lettrice di gialli e propone le interessanti recensioni delle sue letture sul suo blog Stravagaria che io seguo da tantissimi anni.
Eravamo in tema e mi è è venuto in mente di dirle:
– Ma ti ricordi quei gialli che in copertina avevano una specie di oblò all’interno del quale c’era un disegno?
– Certo che mi li ricordo! – Mi ha risposto subito lei.
A dire il vero penso che quelle copertine siano in un angolino della memoria di molti di noi, il caso ha poi voluto che io mi imbattessi in una selezione di quei gialli in esposizione su una bancarella della Fiera del Libro.
E la macchina del tempo mi ha portato subito indietro, a certe estati lontane.

Vi dico subito che io non sono mai stata un’appassionata di gialli, da anglofila ho sempre avuto un debole per l’ineffabile Miss Marple e quindi naturalmente ho letto alcune delle sue avventure così magistralmente imbastite dalla leggendaria Agatha Christie.
In famiglia, invece, il libro giallo era molto gettonato e particolarmente prescelto come lettura estiva.
Così, se penso alle nostre estati nella casa del mare, mi ritorna oltre al profumo degli eucalipti anche l’immagine di quei volumetti impilati uno sull’altro.
I gialli piacevano a mamma e papà, ricordo che li leggevano volentieri e così in casa ho un selezione di gialli che appartenevano a loro e che io non ho mai letto.
Lo stesso vale per la zia, credo di aver preso a prestito proprio da lei i volumi di Agatha Christie dei quali vi parlavo.
Il lettore più accanito, tuttavia, era lo zio, lui un giallo lo aveva sempre appresso.
Io all’epoca stavo volentieri tutta l’estate nella nostra casa del mare con gli zii, mentre i miei genitori rimanevano fino alla metà di luglio e poi se ne andavano a Fontanigorda.
Così tra le memorie di quei mesi estivi che sono stati i più belli della mia vita mi è rimasto anche il ricordo di mio zio che inforca la bicicletta e se ne va verso la spiaggia dove probabilmente lo troverò immerso nella lettura sotto l’ombrellone.
La zia seduta al suo fianco avrò di certo tra le mani un altro romanzo con trame gialle da esplorare, magari proprio quel “Dieci piccoli indiani” che susciterà la mia curiosità per quel titolo così originale.
Quando poi veniva il tempo di ritornare a Genova c’erano gli immancabili riti di fine stagione: si metteva via il materassino con il borotalco per non ritrovarlo tutto appiccicato l’anno successivo, si riponevano negli armadi gli asciugamani da spiaggia, i mazzi di carte venivano chiusi nel cassetto in attesa di nuove partite a scala quaranta o a macchiavelli.
Insomma, ogni cosa ritrovava il suo posto.
Alcuni di quei libri gialli restavano là, sul ripiano comò.
In attesa di nuovi lettori, per l’anno successivo, per una nuova estate.
Si chiudevano le finestre e si scendevano le scale, ci si incamminava così verso l’autunno e verso le altre stagioni che sarebbero venute.
Del tempo che fugge ognuno di noi conserva qualche frammento, a volte improbabile, eppure a volte ci coglie di sorpresa il fruscio di un libro sfogliato dal vento, una risata lontana e un fragore di onde di un’estate che non c’è più.

Il fior d’angelo della mamma

Il fior d’angelo della mamma è una cara presenza, abita sul nostro terrazzo ormai da moltissimi anni, non so neanche dirvi da quanto.
È uno di famiglia, si può proprio dire così.
Il fior d’angelo è resistente, tenace, poco pretenzioso, ha tante virtù che anche noi dovremmo avere, c’è molto da imparare dalla natura e dalle sue bellezze.
Il fior d’angelo sboccia e fiorisce tra maggio e giugno e si ricopre di piccoli fiori bianchi.
Ieri, con mio infinito stupore, mi sono accorta che sul fior d’angelo della mamma c’erano molte gradite ospiti: queste meravigliose farfalle.

Il fior d’angelo è rigoglioso, ricco, magnifico.

E devo dirvi che non ho mai veduto tante farfalle tutte insieme sul mio terrazzo, l’ultima volta che ne ho viste così tante era estate ed ero a Fontanigorda.

Le farfalle dondolano lievi sui fiori.

Si beano del profumo delizioso del fior d’angelo.

Su ogni petalo una delicatezza.

Ad ali spiegate, godendo della luce del sole.

Farfalle fragili, meravigliose e frementi.

Le ho ammirate per un tempo infinito, le farfalle sono sempre un dono prezioso.

E ospitarle proprio sul fior d’angelo della mamma è una commozione che non vi so neanche spiegare.
Uno stupore per il quale, credetemi, non trovo le parole.

Le ho vedute librarsi da un petalo all’altro.

E ancora indugiare e poi rialzarsi in volo.

E di nuovo ritornare, ancora e ancora.

Nell’ammirarle ho come perduto la cognizione del tempo, ero sotto il sole in terrazzo tra tutte queste farfalle leggere che mi volavano attorno, un vero balsamo per l’anima e per il cuore.

Grazie di questo dono, grazie di questa commovente grazia e leggiadria sul fior d’angelo della mia mamma.

Un cesto da picnic

È primavera, a breve sarà estate, è tempo di stare all’aria aperta.
In queste stagioni luminose mi viene in mente uno di quei desideri che raccontano una certa serenità: il cesto da picnic.
La prima volta che rimasi a bocca aperta davanti a una selezione di cesti da picnic fu molti anni fa, da Harrods a Londra.
Immagino di non essere l’unica ad essere rimasta strabiliata, ricordo benissimo la sensazione: allora non avrei saputo davvero quale cesto scegliere.
Le tovagliette a quadretti oppure a fiori, i bicchieri, i piatti assicurati con le cinghie contro il coperchio, le posatine tutte in fila e tutti gli accessori indispensabili per un pranzetto sui prati: il cesto di vimini intrecciato contiene tutto questo e molto di più.
E sì, infatti io ho sempre pensato che un cesto da picnic sia semplicemente il complemento e il coronamento della felicità.
In effetti, quando hai una bella famiglia, dei bimbetti allegri e felici, o magari un amore corrisposto e tanti amici con cui trascorrere il tempo, che cosa mai potrebbe mancarti? Il cesto da picnic, per l’appunto!
Poi ci metterai i tramezzini con la crema di prosciutto, un’insalatina di farro e verdurine fresche, quanche formaggio morbido, la frutta succosa, il caffè caldo nel thermos e l’aranciata.
E poi ci metterai anche l’allegria, le risate, la condivisione, i ricordi da costruire insieme, un cesto da picnic secondo me sa essere capiente più di quanto sembri.
E sapete, dai luoghi visitati, in genere, porto con me anche il ricordo di talune persone incontrate per caso e mai conosciute, non so come accada ma mi rimangono come impresse nella memoria in maniera del tutto naturale e imprevedibile.
In quel lontano tempo londinese feci una gita nella campagna inglese ed mi capitò di incrociare una splendida coppia.
Erano giovani, belli, eleganti e andavano a cavallo nella campagna inglese, parevano veramente usciti da un romanzo di Rosamunde Pilcher.
Ecco, appena li vidi allora pensai:
– Adesso se ne vanno verso il loro cottage, lasciano i cavalli nelle stalla, prendono il cesto da picnic e si dirigono insieme verso un bel prato, all’ombra generosa di un grande albero.
Non so se poi sia accaduto davvero ma mi piace pensarlo.
Perché in fondo il culmine della felicità, a volte, può essere semplicemente un orizzonte pacifico e un cesto da picnic.

Il Perigeo – Piazza Portello (Genova)

Una magnifica eccezione

Come già ho avuto modo di dirvi, sono sbocciati ancora i miei amatissimi fiorellini rossi.

Mi tengono compagnia ormai da decenni, li seminai infatti moltissimi anni fa e loro, fedeli, tornano sempre a celebrare ogni nuova primavera.

Il loro nome è sparaxis e sono una vera gioia per gli occhi, sono fiori allegri e vivaci che a decine abbelliscono il terrazzo.

E vanno d’accordo con tutti, come si può ben notare: eccoli colti in chiacchiere con la fresia bianca e con la salvia odorosa.

Cotanta meraviglia proviene da sole due bustine giunte qui decenni fa: una per i fiori rossi e l’altra per i fiori bianchi.
Con il tempo, tuttavia, i fiori bianchi sono divenuti sempre più rari fino a quasi scomparire, mi viene da dire, ogni tanto ne spunta ancora qualcuno ma non accade ad ogni primavera.
Quest’anno, invece, ecco qui questa magnifica eccezione!

Non vi dico l’emozione di tutti noi sul terrazzo!

Ho poi visto che i fiori bianchi non erano soltanto due ma addirittura tre!
Come si dice? Tutto arriva a chi sa aspettare, qualche volta, anche certe fioriture che non mi aspettavo di rivedere!

E così la primavera, stagione prodiga di molte bellezze, è ancora più trionfante e gioiosa grazie ai miei amati fiori che sempre tornano a salutarmi.

Ricordando la Mina

E ritorno, per un caso, sulle strade della memoria e dell’infanzia.
L’altro giorno mi trovavo in Carignano, un luogo che suscita dolci ricordi degli anni ‘70 e con l’immaginazione eccomi a bordo della 500 della mamma, si percorrono insieme i bei viali di Carignano e poi si infila la macchinetta in un parcheggio tra gli alberi.
Andiamo dalla Mina, una persona speciale.
La Mina era una bravissima sarta, di lei ho un ricordo tenero e affettuoso, c’era una certa inesorabile magia in lei.
Lei, con la sua dolcezza e la sua gentilezza, mi rammentava le tre fatine buone del film disneyano La bella Addormentata nel Bosco, avete presente? Anzi, dirò di più: ero segretamente convinta che lei fosse una di loro, ne ero proprio sicura!
Quando si andava dalla Mina a prendere le misure per gonne o chissà che altro mi perdevo a guardare tutti i suoi indispensabili accessori: la scatolina degli spilli, i bottoni, il metro, le forbici grandi.

E tra l’altro la Mina aveva una nipotina, anzi, se non sbaglio forse aveva due nipoti, ma io mi ricordo solo lei, la bambina con i capelli biondi un po’ più piccola di me.
E sapete perché ne ho memoria? Ah, perché lei aveva questo nome fantastico, modernissimo, insolito e per me hollywoodiano: si chiamava Alessia.
E insomma, io di Alessandre ne avevo conosciute ma Alessia era un’assoluta novità che mi pareva straordinaria, non so se mi spiego, era un po’ come chiamarsi Audrey o Grace.
E quindi, come vi dicevo, l’altro giorno mi trovavo in Carignano.
Così ho fatto una piccola deviazione verso la casa della Mina e arrivata in prossimità del palazzo ho visto uscire da un portone una signora di una certa età e mi è parsa una circostanza fortunata.
Così le ho chiesto se abitasse lì da tanto e alla sua risposta affermativa ho replicato:
– Signora, mi scusi, per caso si ricorda di una signora di nome Mina che faceva la sarta?
– Come no! – Ha esclamato lei sorridendo – Mi ha insegnato a cucire, abitava lassù!
E con lil dito ha indicato in il palazzo in questione.
Lassù! Me lo ricordo bene quel lassù! D’altra parte quando si va a casa di una fatina buona come si può dimenticarsene?
In quegli anni poi si andava in Carignano anche per un altro motivo: la mamma mi portava in  palestra o in piscina all’Andrea Doria.
Sì, perché come tutti i bambini di Genova anche io ho frequentato le Piscine di Albaro ma anche l’Andrea Doria, era una gioia imparare a nuotare!

E poi, dopo il nuoto, a volte di andava anche dalla Mina.
Mi è parso bello incontrare per caso per strada qualcuno che come me conserva un ricordo di una persona a me cara.
Chissà quante volte passiamo accanto a sconosciuti che custodiscono, in qualche remota parte della memoria un volto, il suono di una voce, i tratti di una persona che ha attraversato anche la nostra vita, quanti fili invisibili ci legano, in modo misterioso e imprevedibile, a persone che neppure conosciamo.
Passano le stagioni ma certe memorie, in qualche modo, resistono.
Cara Alessia, se mi leggi sappi che avevo tanta ammirazione per quel tuo nome hollywoodiano, che bambina fortunata!
E conservo ancora, tra le memorie dolci, il ricordo della Mina e della sua dolcezza.