Un piccolo Pierrot

Ed ecco uno scorcio d’infanzia e del nostro passato genovese, il tempo del Carnevale è tra prediletti dai più piccini.
La maschera di Pierrot poi doveva essere un tempo una delle più comuni e ambite, questa infatti è la terza fotografia della mia collezione con un bimbetto vestito con il costume di questo personaggio malinconico.
E così ecco un piccolo Pierrot ritratto dal fotografo Santacroce.
Il bimbetto sarà arrivato lì tenuto per mano dalla sua mamma e poi si sarà messo in posa, così compreso nel suo ruolo.
Il colletto vaporoso, l’espressione stupefatta, un frammento di giorni felici.

Le ditina passano lievi sulle corde di un mandolino che evoca una musica languida.

In bianco e nero, come si conviene, con i pon-pon sulle scarpette chiare.

Era il tempo di un altro Carnevale e di una diversa infanzia e lui era allora un piccolo Pierrot.

A San Quirico

Era giorno di un tempo lontano, una calligrafia incerta ha lasciato traccia del luogo che fu scenario di questa fotografia, sul retro infatti si legge una scritta a matita: San Quirico.
Era un giorno di una stagione forse tiepida, lo si intuisce dagli abiti leggeri delle persone.
C’è un ragazzino vestito alla marinara, accanto a lui c’è una giovane donna, si coglie una certa somiglianza e così credo che potrebbe trattarsi della sua mamma.
Lei ha quest’abito chiaro rifinito con raffinatezza, indossa l’immancabile cappello e stringe un ventaglio tra le dita, al collo porta una lunga collana e pure da questa epoca moderna, cara signora del tempo passato, comprendo che si tratta di un gioiello favoloso che sarebbe alla moda anche ai nostri tempi e forse viene custodito con cura da qualcuno che sa apprezzarlo.
Era un giorno di un tempo lontano, a San Quirico.

E accanto al ragazzino si nota anche colui che io penso sia il capofamiglia.
Sullo sfondo il panorama e tutto attorno la freschezza della natura di questo scorcio di Liguria.

Questa fotografia ha suscitato il mio interesse per la sua particolare composizione, per la posa a mio parere straordinaria dei tre protagonisti.
Ritti in piedi, così distanziati, avvolti da una sorta di insondabile mistero che mi induce a fantasticare su di loro.
Con questo stile, con questa eleganza.
A mio parere è una fotografia per molti versi eccezionale, la troverei perfetta per la locandina di un film o per la copertina di un libro, è una storia da immaginare.
È il ritratto di loro, in un tempo svanito, a San Quirico.

Sette bambini

Sono sette bambini, stanno in posa e sorridono.
Sono sette bambini, forse sono tutti fratelli o magari si tratta di cuginetti.
Uno dopo l’altro, dal più grande al più piccino, in scaletta.
Al centro ci sono le bambine con i loro abitini deliziosi e raffinati, la più grandicella porta un cappello candido e ha gli occhi grandi e chiari e quell’espressione sognante.
La seconda sembra più timida, mentre la più piccolina sfoggia un sorriso allegro e mi pare che si possa intuire il suo carattere vivace e gioioso.

In cima alla fila ecco il ragazzino più grande con il suo completo alla marinara, dietro di lui c’è una bimbetta dai lineamenti perfetti, ha il nasino all’insù e le labbra a cuore.

Ed ecco infine i più piccolini, il cappellino sul capo, una manina posata sul fianco, una certa impacciata indecisione tipica dell’infanzia.

Sono sette bambini.
Sono sette sorrisi e altrettante speranze e sogni e desideri da realizzare nel tempo che verrà, con tutta la vita davanti.

I regali più belli

I regali più belli sono quelli che suscitano entusiasmo, stupore e una sorta di meraviglia che da bambini conoscevamo bene.
È la bellezza dell’infanzia, il desiderio di nuove esperienze e di nuove scoperte, da piccoli tutto è diverso.
Giocare, imparare, divertirsi, sbagliare e poi ricominciare.
E credo davvero che fosse proprio così anche per certi piccoletti ritratti in una foto del passato: ecco la gioia di una biciclettina con il campanello che fa drin drin!
Un vestitino alla marinara e tutta la vita davanti.

E un abitino bianco, la cuffietta, una bamboletta da portare in giro sul passeggino.

E poi un cavallino di legno per trastullarsi un po’, con dolcezza.

Un tempo da ricordare, il tempo dei giorni bambini e dei regali più belli.

Gente di Via Giulia

Dopo aver scritto dell’antica Via Giulia ho ritenuto opportuno ritornare in quel passato e rivolgere un pensiero anche a coloro che videro quella strada con i propri occhi.
Gente che attraversò Via Giulia, persone che potrebbero raccontarci una Genova che non conosciamo: è tutta là, nei loro sguardi di un tempo lontano.
Due sposi, loro conobbero Via Giulia, in un giorno che non conosco infatti si recarono con i loro bambini presso lo studio del fotografo Rossi per alcuni ritratti di famiglia che adesso sono io a custodire.
Due sposi: un uomo solido dall’aspetto affidabile, una moglie paziente e gentile.

E una ragazzina che sarà diventata una giovane ambiziosa, è biondina e ha la pelle chiara.

Mano nella mano con la sua mamma.
L’abito bello con un grande fiocco sul davanti, i bottoncini sui polsi, una posa studiata ad arte per la fotografia.
Lei si diverte, io credo, penso alla sua emozione di ragazzina in una giornata distante.

I suoi fratelli, invece, se ne stanno stancamente annoiati su una panchina dello studio.
Obbedienti, certo.
Le loro espressioni, tuttavia, sono decisamente eloquenti.
Il più piccino dei due, a mio parere, è il più vivace ed irrequieto, il più grandicello invece sembra un tipo più tranquillo.

E ancora eccoli tutti insieme per questo ritratto che sarà stato tenuto molto da conto.

E ve li mostro ancora in un’altra fotografia in formato Cabinet come la precedente.
La mano di lei sotto il braccio di lui.
Lui così saldo, rassicurante, un uomo concreto e protettivo.
La sua consorte mi pare, in questo frammento di tempo, assoluta protagonista: lei si racconta con l’espressione degli occhi che svelano la sua modestia, il suo carattere generoso e anche la sua fierezza per la sua bella famiglia.
Un’ombra di timidezza sul viso, gli orecchini piccoli, la spilletta a chiudere il colletto di pizzo e lo sguardo che esprime tutto il suo orgoglio di moglie e di madre.

I due fratellini mi sembrano ancora, di nuovo, irrimediabilmente preda della noia, soprattutto il piccolo che sembra proprio non poterne più di starsene lì.
Magari, per essere stati bravi, avranno poi avuto in premio un zuccherino, chissà!

Il tempo ha cancellato Via Giulia e ha anche lasciato qualche guasto sulla fotografia, alcune macchie adombrano la figura della ragazzina.
Lei se ne sta ritta in piedi, molto seria con il suo fiocchetto sulla testa.

Questo era il tempo felice di una famiglia di Genova.
Non so nulla di loro ma mi è piaciuto fantasticare sulle loro vite e ho anche immaginato che, trascorsi un po’ di anni, avranno ripensato con nostalgia a quel giorno in Via Giulia, alla strada che non c’era più e alle cose che fatalmente cambiano, in un modo o nell’altro.
Quel giorno erano tutti insieme, in un tempo ormai svanito, in Via Giulia.

Bambini di Genova

Sono due bambini di Genova e così mi sono giunti i loro visetti dolci e innocenti, sono impressi su due fotografie che conservo insieme ad altre che provengono dal nostro passato.
Sono due piccoletti e hanno negli occhi stupore, meraviglia, incertezza, fragilità.
Lei è la bimbetta con i codini, ha questo vestitino che sembra di velluto con delle leziose finiture in pizzo, è biondina e tenera.

Ha le calzine chiare, le scarpette con i bottoncini e con una sorta di pon-pon sopra, tra le mani stringe un piccolo rastrello, certamente a lei lo ha dato il fotografo Svicher, autore di questa fotografia.

Lui invece è il bambino con gli occhi grandi.
Devono avergli detto di stare lì fermo e paziente, immobile per qualche istante e lui davvero ce l’ha messa proprio tutta ed è rimasto così, con questa espressione assorta e stupefatta.

Tra mani sembra stringere un gioco, credo che sia una specie di trottola.

E poi tiene i piedini così a penzoloni e se ne sta lì, sulla poltroncina, nello Studio di Rossi.

Sono due bimbi di Genova, vissuti in un’epoca in cui il tempo dell’infanzia era differente e anche più fragile e ogni istante della vita aveva un ritmo diverso.
Lui era là, in quella stagione, con i suoi scuri spalancati sul futuro e sulla vita.

E c’era anche lei, con la sua dolcezza e i suoi codini, il rastrello e tutta la vita davanti.

Un giorno a Villetta Di Negro

Doveva essere un giorno del tardo autunno o forse si era già nel cuore dell’inverno.
Faceva freddo, quel freddo pungente e magari ventoso così tipico di certe stagioni nella Superba.
E così, con cauta previdenza, i piccini erano stati coperti per bene: maglie di lana calda, sciarpe e cappottini pesanti.
E un cappellino sulla testa e i sorrisi timidi ed allegri e una risatina che quasi sfugge e quella luce brillante nello sguardo.
Un giorno, a Villetta Di Negro.

E la cuffietta e la frangia corta tagliata dalla mamma.
E tenerezza e fragilità, una testolina piena di sogni, fiabe e dolcezza.

Un giorno, a Villetta Di Negro, centrale parco cittadino da sempre amato dai bambini di Genova.
Tutti noi abbiamo ricordi legati a quei viali, alla cascata scrosciante d’acqua fresca e alla bellezza di quel luogo.
Un giorno, a Villetta Di Negro, sotto lo sguardo vigile e attento del proprio papà.

Con una fiducia smisurata nel cuore e con quell’entusiasmo infantile che bisognerebbe sempre conservare.
Con la calzamaglia spessa, le scarpine con il passante, una strada infinita ancora da percorrere e tutta la vita davanti.

La fotografia venne scattata da Alfonso Bonadiman che aveva il suo studio a Villetta Di Negro, qui il fotografo operò per molti anni ritraendo coloro che frequentavano la villetta, le sue belle fotografie erano spesso rifinite con la cornicetta dal gusto squisitamente liberty che potete anche in questo caso ammirare.
Come ebbi già modo di scrivere in un precedente articolo, lo studio di Bonadiman fu danneggiato nel corso della II Guerra Mondiale ma negli album e nei cassetti delle famiglie genovesi rimasero quei frammenti di gioia catturati nello spazio di una fotografia.
Il tempo e la felicità sono sono misteri fragili e bellissimi spesso intrecciati indissolubilmente.
Un sorriso, un ricordo.
Era un giorno lontano, a Villetta Di Negro.

La bambina con l’ombrellino

La bambina con l’ombrellino aveva un visetto perfetto.
Lineamenti definiti, occhi grandi, pelle diafana e chiara, la piccola imperfezione è soltanto una macchia sulla fotografia.
La bambina con l’ombrellino aveva morbidi capelli castani e una bella treccia a incorniciare il suo visino.

Il suo abito è una delizia così riccamente rifinita con bella passamaneria.
Lei sta in posa, tiene una mano sulla poltroncina e forse trattiene anche un po’ il respiro.
La bambina con l’ombrellino, io credo, sarà poi diventata una donna aggraziata ed elegante, già nei suoi primi anni le fu insegnato quel garbo che già riconosciamo in lei.

Ha la gonna ampia, la sottogonna di pizzo, le calze bianche, gli stivaletti.
E con una mano regge un ombrellino candido ed io mi sono sorpresa a rimirare la punta così vezzosamente particolare di quell’ombrello.
Sarà stato suo o magari era un oggetto di studio? Collezionando queste fotografie ormai “frequento” spesso fanciulle e signorine di quel tempo andato e ho imparato che sovente gli oggetti presenti nei ritratti ottocenteschi appartenevano al fotografo, in questo caso si trattava Giulio Rossi.
E così, magari, un giorno o l’altro mi imbatterò in un’altra Carte de Visite nella quale ritroverò proprio questo ombrellino chiaro di questa bambina.

Lei, in un giorno che non so, si recò nello studio di Rossi e con grazia e pazienza di mise accanto alla poltroncina.
Rimase seria, sbatté le ciglia, un fremito percorse le sue labbra, una fantasia di pensieri le attraversò la mente.
Aveva ancora tutta la vita davanti da vivere e auspico che sia stata felice e prodiga di gioie.
Io l’ho conosciuta così, nel tempo dei suoi pochi anni, quando ancora era la bambina con l’ombrellino.

Come Alice nel Paese delle Meraviglie

Lei è una piccolina vissuta in un tempo lontano, un giorno il mio sguardo ha incontrato il suo e così alla fine il suo ritrattino fragile come lei è tornato a casa con me.
È una piccolina di appena pochi anni, ha questi occhi chiari, grandi e spalancati, stupiti e stupefatti, curiosi, ingenui e carichi di ogni infinita aspettativa.
Ha la bocca a cuore, i capelli castani tirati indietro, la vestina bianca.
E osserva, guarda verso il fotografo Sciutto, tiene le manine come lui le ha detto, cerca di rimanere immobile o per lo meno ci ci prova.
Trattiene il respiro e intanto fantastica, immagina, con la mente forse vaga in un suo magnifico altrove come Alice nel Paese delle Meraviglie.

Con le scarpette chiare, la sottogonna di pizzo, la postura lieve.

In piedi sulla sedia, appoggiata allo schienale.
In questa leggerezza di bianco candore lei resta, dolce bambina, in questo istante della sua fragile infanzia in un tempo ormai perduto.
Con questa tenerezza, come Alice nel Paese delle Meraviglie.

Ritorno sui banchi di scuola

E poi venne anche per loro il tempo di ritornare sui banchi di scuola.
Amici, fratelli, compagni e complici.
Tre cuori, tre anime, tre destini.
Stringendosi per mano, così vicini.

E poi venne il tempo di ritornare sui banchi di scuola per tutti i bimbi che furono ritratti insieme in in un giorno di marzo del 1911, a Ognio, in Val Fontanabuona.
Passo l’estate e tornò l’autunno ed eccoli ancora tutti insieme, con il cognome ricamato sul grembiulino.

Vestiti alla marinara, con le frangette corte.

Alcuni distratti, timidi, impacciati, semplicemente spontanei come sanno essere i bambini.

Seduti a gambe incrociate, con le braccia conserte e tutta la vita davanti.

Con lo sguardo rivolto verso un compagno là dietro, in quell’istante breve della fotografia.

Con i capelli biondi, le fossette, i boccoli, i fiocchetti, la riga nel mezzo.
Con il ricordo delle pagine infinite di aste e di lettere, delle addizioni e delle sottrazioni, delle filastrocche e delle poesie in rima.

Con una certa improvvisa ritrosia, le labbra un po’ serrate, gli occhi grandi spalancati sul futuro.

Sempre tenendosi per mano.

Custodisco questi sorrisi, questi sguardi e questa fotografia di un tempo distante.
Loro sono i bambini di Ognio e venne per tutti loro il tempo di ritornare sui banchi di scuola.