Come Alice nel Paese delle Meraviglie

Lei è una piccolina vissuta in un tempo lontano, un giorno il mio sguardo ha incontrato il suo e così alla fine il suo ritrattino fragile come lei è tornato a casa con me.
È una piccolina di appena pochi anni, ha questi occhi chiari, grandi e spalancati, stupiti e stupefatti, curiosi, ingenui e carichi di ogni infinita aspettativa.
Ha la bocca a cuore, i capelli castani tirati indietro, la vestina bianca.
E osserva, guarda verso il fotografo Sciutto, tiene le manine come lui le ha detto, cerca di rimanere immobile o per lo meno ci ci prova.
Trattiene il respiro e intanto fantastica, immagina, con la mente forse vaga in un suo magnifico altrove come Alice nel Paese delle Meraviglie.

Con le scarpette chiare, la sottogonna di pizzo, la postura lieve.

In piedi sulla sedia, appoggiata allo schienale.
In questa leggerezza di bianco candore lei resta, dolce bambina, in questo istante della sua fragile infanzia in un tempo ormai perduto.
Con questa tenerezza, come Alice nel Paese delle Meraviglie.

Ritorno sui banchi di scuola

E poi venne anche per loro il tempo di ritornare sui banchi di scuola.
Amici, fratelli, compagni e complici.
Tre cuori, tre anime, tre destini.
Stringendosi per mano, così vicini.

E poi venne il tempo di ritornare sui banchi di scuola per tutti i bimbi che furono ritratti insieme in in un giorno di marzo del 1911, a Ognio, in Val Fontanabuona.
Passo l’estate e tornò l’autunno ed eccoli ancora tutti insieme, con il cognome ricamato sul grembiulino.

Vestiti alla marinara, con le frangette corte.

Alcuni distratti, timidi, impacciati, semplicemente spontanei come sanno essere i bambini.

Seduti a gambe incrociate, con le braccia conserte e tutta la vita davanti.

Con lo sguardo rivolto verso un compagno là dietro, in quell’istante breve della fotografia.

Con i capelli biondi, le fossette, i boccoli, i fiocchetti, la riga nel mezzo.
Con il ricordo delle pagine infinite di aste e di lettere, delle addizioni e delle sottrazioni, delle filastrocche e delle poesie in rima.

Con una certa improvvisa ritrosia, le labbra un po’ serrate, gli occhi grandi spalancati sul futuro.

Sempre tenendosi per mano.

Custodisco questi sorrisi, questi sguardi e questa fotografia di un tempo distante.
Loro sono i bambini di Ognio e venne per tutti loro il tempo di ritornare sui banchi di scuola.

Il tempo della mela grattugiata

A un certo punto della nostra infanzia, in quei gloriosi e mai abbastanza rimpianti anni ‘70, per noi bambini veniva il tempo della mela grattugiata.
Arrivava in genere a fine pasto e a volte anche a merenda, la mela grattugiata era uno di quei riti irrinunciabili per tutti noi.
Ed era, naturalmente, preparata amorosamente dalla mamma.
Ed era, ve ne ricorderete, uno di quei sapori dolci, domestici, semplici, densi di nostalgia e di bontà casalinga, una carezza confortevole e sana.
Per prepararla, come ben sapete, si usava un attrezzo meraviglioso ed era una bellezza vedere come funzionava quel magico aggeggio capace di trasformare una semplice mela in un’autentica delizia: per noi bambine con i codini era già uno spettacolo!
Sì, in effetti, noi che eravamo piccoli a quell’epoca ci entusiasmavamo con poco, bisogna ammetterlo.
E sapete, qui in questa casa di campagna, con mio autentico stupore, ho trovato nella dispensa proprio quella grattugia che si usava per la mela, so per certo di averne anche una di vetro a Genova.

E poi, poi noi che siamo stati bambini in quegli anni là ci ricordiamo perfettamente che il bello era anche mangiare la mela grattugiata senza metterla in una tazza ma prendendola direttamente da quella scanalatura che componeva la grattugia: quella cosa lì faceva proprio tutta la differenza!
E anzi, secondo me, la mela grattugiata mangiata così era più buona, non c’è alcun dubbio.
Non si sa dire come accada ma, senza che ce ne accorgiamo, a un certo punto della vita finisce il tempo della mela grattugiata.
Era appena ieri e, all’improvviso, è una stagione diversa.
E tuttavia guardandosi indietro resta quella memoria: una sbucciatura su un ginocchio, un fazzolettino in testa, le fossette sulle guance e la dolcezza della mela grattugiata.

Era il 25 Agosto 1918 a Varazze

Ed era il 25 Agosto 1918 a Varazze.
L’estate era più fresca e forse già capricciosa, il mare era calmo e tiepido.
Era una stagione di incertezze, la guerra ancora infuriava, era un tempo per coltivare buoni pensieri e fiduciose speranze, era un tempo per trattenere la voglia di vivere e la felicità.
E così, sulla spiaggia di Varazze, risuonavano le risate allegre dei bambini, il vento scompigliava i capelli e certe giovani donne sofisticate tenevano il capo coperto sotto il solleone.

Così era l’estate e ti sorprendeva, mingherlino ed esitante, in un fascio di briosa luce salmastra, in uno scorcio di un tuo pomeriggio felice.

E certi provetti nuotatori avevano spalle e braccia forti per sorreggere i più piccini e aiutarli a spiccare un balzo per un tuffo spericolato nell’acqua del mare.
Con grazia la giovane donna sorride, il garbo e uno dei suoi tratti distintivi.

La gioia di vivere è nella spensieratezza dello sguardo, nel senso di pienezza di saper assaporare quell’istante fugace e semplicemente perfetto.
Con il costume scuro, la collanina al collo e un fazzoletto annodato sulla testa.

In un momento di un’estate che quasi fugge via.

Nell’infanzia ingenua e allegra e nella giovinezza che accende speranze e desiderio di futuro.

In un momento felice di un’estate lontana: era il 25 Agosto 1918 a Varazze.

Al mare con il salvagente

Estate, caldo, l’onda lenta batte sulla riva.
I piedini affondano nella sabbia sottile, in questo frammento d’infanzia.
Una piccola fotografia sarà la memoria preziosa di certi giorni bambini e la si affronta con l’espressione seria, manca di sicuro la consuetudine a farsi fotografare, ne deriva così una ritrosa timidezza.
E poi un salvagente, i cappellini bianchi, il costume a righe e quello dai toni scuri.
E una fantasia negli occhi, un gioco di immaginazione, un desiderio di correre via, a rincorrersi sul bagnasciuga.
E poi la semplice gioia di vivere, di giocare, di scoprire il mondo e di imparare a nuotare, un giorno o l’altro.
E intanto sei là, sulla spiaggia, con il salvagente.

Cose belle per bambini

È uno dei miei negozi preferiti e si trova nella parte alta di Salita Santa Caterina e ogni volta che passo in questa elegante strada genovese mi fermo sempre ad ammirare i capi esposti e a fotografare la vetrina.
In un giorno d’estate ho pensato così di varcare quella soglia per mostrare anche a voi queste cose davvero belle per i più piccini.
Il negozio ha un nome semplice e perfetto: Bambini Genova.

Ed è un trionfo di colori pastello, sandaletti, tessuti dalle tinte allegre e vivaci.

Chiacchierando con la gentile proprietaria del negozio ho scoperto che la signora sceglie con cura le stoffe per i suoi abiti e i modelli che propone.
Che delizia quegli abitini a fiori, le tutine e le candide camicine!

Questo negozio, a mio parere, si distingue per la bellezza dei capi e per l’assoluto buon gusto.

Ecco i toni del verde menta, le scarpine con il passante, i vestitini a punto smock per piccoline ambiziose: questo stile è intramontabile, non passa mai di moda.

Ecco una tutina a quadretti.

E ancora fiori e altre tonalità di verde e di rosa.

E poi trovate maglioncini, magliettine, tutto ciò che occorre ai più piccini.
C’è anche una gonnellina vaporosa per piccole principesse.

È un negozio semplicemente delizioso come tutte le cose che vende.
Voi sapete che di tanto in tanto scrivo su queste pagine di certi negozi che piacciono a me e così questo non poteva proprio mancare.

Se cercate cose belle per bambini le trovate là, in Salita Santa Caterina.

I ghiaccioli della nostra infanzia

I ghiaccioli della nostra infanzia sono ancora adesso per molti di noi indimenticabili.
Per noi che siamo stati bambini negli anni ‘70 il ghiacciolo era la merenda preferita per rinfrancarci dalle scorribande in bicicletta o dalle lunghe nuotate in mare.
All’epoca, quando andavamo al baretto, in realtà avremmo voluto comprare le patatine con la sorpresa e anche il ghiacciolo ma, come vi ricorderete, le mamme degli anni ‘70 erano irremovibili: o uno o l’altro!
E così, spesso e volentieri, sceglievamo un ghiacciolo fresco e coloratissimo.
Quello al limone, devo dirvi, non l’ho proprio mai considerato, invece mi attirava molto quello all’anice, più che altro per la tinta perfetta, il gusto invece non era proprio nelle mie corde.
La maggior parte dei ghiaccioli della mia infanzia, in definitiva, era alla menta oppure all’amarena.
E così eccomi sulla sdraio al mare con il mio ghiacciolo oppure seduta sulla panca di legno al Bosco delle Fate a Fontanigorda.

Il ghiacciolo si mangia rispettando un rituale bene preciso che tutti i bambini di tutti i tempi conoscono sebbene nessuno sappia dove l’abbiano imparato: è uno dei segreti dell’infanzia, secondo me.
Dunque, il ghiacciolo appena scartato è proprio ben ghiacciato e dargli un morso lì per lì è anche un po’ complicato ma in estate, con il caldo, ci vuole poco perché si sciolga un poco.
Tutti i bambini di tutti i tempi hanno sempre amato succhiare via il succo del ghiacciolo fino a quando il ghiaccio diventa quasi bianco, è uno di quei diletti estivi che non si saprebbero definire e che sono proprio perfetti così.
Il ghiacciolo, poi, lascia un senso di freschezza incomparabile con qualunque altro gelato eccetto, naturalmente, la granita.
Ah, la granita!
Che bellezza quando si stava per finirla e sul fondo del bicchierino restava tutto il liquido da bere in un solo sorso come una gradita ricompensa, se ci pensate essere bambini era davvero fantastico, eravamo contenti con poco!
Ed eravamo felici di gustare il nostro bel ghiacciolo, quando stava per terminare rimanevano due pezzetti di ghiaccio attaccati ai lati del bastoncino e se non si era abbastanza svelti andava a finire che quel ghiaccio cascava irrimediabilmente sulla maglietta.
Se potessimo mettere in fila tutti i ghiaccioli della nostra infanzia avremmo una coloratissima e fresca sequenza e forse rivedremmo noi stessi con gli occhi felici, i codini, i calzoncini corti e i sandaletti blu.
Davanti al cartello dei gelati, in una mano stringiamo una monetina che ci garantirà la meritata freschezza e uno dei ghiaccioli della nostra infanzia.

La barchetta dello Studio Sciutto

Ritorniamo ancora indietro nel passato, al tempo di certi lontani giorni d’infanzia.
Davanti al bravo fotografo Sciutto c’è un bimbetto genovese, i suoi amati genitori hanno scelto di farlo ritrarre ad una certa maniera e questo un giorno sarà un dolce ricordo di anni belli.
Eccolo lì, pare quasi che gli scappi persino un sorriso: ha i lineamenti regolari, gli occhi chiari e grandi accesi da una certa vivacità, ha una grossa ancora sul petto e un’altra più piccolina sulla manica della giacca.

Un figlio di Genova, un figlio del mare.
Di sicuro questo bimbo non proviene da una famiglia di pescatori, il suo entourage famigliare è certo benestante ed abbiente e lo scenario di questa fotografia è semplicemente ricostruito nello studio di Sciutto.
Capitava spesso, come già scrissi in precedenza, che i fotografi ricorressero a scenari di vario genere avvalendosi dei più disparati oggetti di arredamento: ecco così i cestini colmi di fiori e i giocattoli, le poltroncine e i divanetti.
Come già scrissi in passato ho appreso di queste usanze nel magnifico libro Vivere di Immagini curato da Elisabetta Papone e Sergio Rebora, su quelle pagine la dottoressa Papone offre al lettore un’ampia disamina di questi elementi e di quanto essi ricorrano nelle diverse fotografie di un medesimo fotografo.
E torniamo ancora al nostro bel bimbetto che se ne sta lì ritto vicino ad una barchetta con la mano posata con grazia sul remo.
Quella piccola imbarcazione ha un nome caro a me e anche a quel bambino lì: si chiama Zena.

A dir la verità appena ho veduto questo tipetto ho subito avuto l’impressione di trovarmi davanti ad uno scenario già noto.
E così sono andata a cercare tra le mie fotografie dello Studio Sciutto e ho potuto quindi constatare che la memoria non mi aveva ingannata!
Eccolo qui infatti un altro vivace virgulto vissuto in un tempo lontano nella Superba: la riga nel mezzo, una cima marinara tra le dita e tutta la vita davanti.

Così, accanto alla barchetta.
Forse un piccolo sogno per questi bambini, un gioco che richiamava onde, avventure, libertà, tuffi nel mare e reti colme di pesci.
Nel tempo di una diversa infanzia questa era la bella barchetta dello Studio Sciutto.

A Carnevale… ogni maschera vale!

Ed ecco che arriva, allegro e gioioso, il Carnevale!
Tempo di scherzi e di sorrisi, di dolcetti deliziosi e di maschere colorate e fantasiose, ogni bambino attende questo periodo con vera trepidazione.
E così era anche in quell’altro tempo che ci ha preceduto, allora poi i più piccini partecipavano alle sfilate per aggiudicarsi il premio per la maschera più bella e davvero non c’era che l’imbarazzo della scelta!
A Carnevale poi… ogni maschera vale!
E così veniamo a lui: il suo nome è Enrico e si presenta con questa maschera, restando in posa per la foto che poi donerà alla sua balia, a lei sono dedicate le parole a tergo della fotografia.
E che maschera sarà quella di Enrico?
È un nobiluomo del Rinascimento?
O forse un principe? Forse proprio un principe azzurro, molto azzurro!

Lui sembra molto compreso nel suo ruolo, ha portamento sicuro, maniere ineccepibili, lo sguardo fiero.

Anche questa bimba sembra molto soddisfatta di come è stata abbigliata, io però non so proprio indovinare il suo costume!
Ha fiorellini qua e là, sulla gonna e sulle scarpette, poi il suo abito e la sua cuffietta sono bordati con una candida pelliccetta che ricorda il biancore della neve e chissà se questo vestito aveva qualcosa a che fare con la primavera e l’inverno, non saprei proprio dirlo.

E tuttavia, come dicevo, a Carnevale ogni maschera vale!
E puoi diventare tutto quello che vuoi, per un giorno, per qualche ora, per il tempo di uno svago tanto desiderato.
E poi magari resti là, seria seria, davanti al fotografo, in un tempo felice e spensierato dell’infanzia.

Il sorriso di Elvira

E poi lei: il suo nome è Elvira.
Ritta in piedi accanto ad una seggiolina, con il braccio posato ad arte secondo precisi canoni, osserva il fotografo quasi un po’ spavalda, non sembra proprio timida.
Elvira, la piccola Elvira con la giacchetta di velluto e i capelli che le cadono sulla schiena.

Elvira con la gonnellina chiara bordata di scuro secondo la moda del tempo, Elvira con gli stivaletti, in quella su posa.
Elvira con tutto un sentiero infinito ancora da percorrere, con il passo leggero.

Elvira con gli occhi grandi, gli orecchini pendenti, il fiocchetto in testa.
Elvira e quel sorriso appena accennato: il suo.
Non esistono due sorrisi uguali, mai.

Il nome di lei mi è noto perché qualcuno lo scrisse a matita sulla fotografia: zia Elvira.
Accadde in un giorno di un tempo lontano, nello studio del bravo fotografo Sciutto in Strada Nuova, la via più elegante della città.
Elvira forse arrivò stringendo la mano della sua mamma, scosse un po’ i capelli, forse si guardò intorno incuriosita.
E rimase immobile, in un tempo catturato da una magia, un tempo che ancora ci restituisce il sorriso di Elvira.